Archive pour janvier, 2016

LA GIORNATA DELLA MEMORIA È IMPORTANTE PERCHÉ…

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LA GIORNATA DELLA MEMORIA È IMPORTANTE PERCHÉ…

Sulla giornata della memoria avevo scritto un post e ne era seguita anche una discussione su facebook nella quale era intervenuta Chiara con una critica che rispetto e ho accolto, pur ritenendo che il mio post, certamente parziale come parziali sono le opinioni di tant* tra noi, avesse una ragione precisa per essere scritto, invitandola a raccontarmi il suo punto di vista che volentieri ospito su questo blog. Perciò, segnalandovi anche quello che a tal proposito ha scritto Elena Loewenthal, ecco quello che Chiara pensa su questa giornata. Buona lettura!

Riflessioni sull’importanza della Giornata della Memoria di Chiara Lavra Oggi è la Giornata della Memoria, un giorno per riflettere su uno dei crimini più atroci dell’umanità, avvenuto in tempi abbastanza recenti, ma purtroppo sempre più lontani dalla nostra memoria. Provo a spiegare perché per me oggi è importante ricordare. Cito gli articoli della costituzione italiana, perché spiegano l’importanza dell’istituzione della Giornata della Memoria per gli italiani. Legge 20 luglio 2000, n. 211 “Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti” pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000 Art. 1. 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. Art. 2. 1. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

Innanzitutto vorrei sottolineare appunto che proprio qui in Italia cittadini italiani, più italiani di me e di molti di voi, sono stati vittime delle leggi razziali, hanno perso ogni diritto, furono arrestati e deportati nei campi di sterminio, solo in quanto ebrei. E tutto questo mentre quasi tutti stavano a guardare. Per questo è un obbligo di ogni italiano ricordare la responsabilità degli italiani e del nazifascismo, oltre che un obbligo morale di ogni essere umano in quanto tale. L’unicità dell’Olocausto, che a mio avviso non può essere paragonato a nessun’altro crimine commesso dall’umanità è dovuta a diverse peculiarità. La soluzione finale nasce dalla volontà di eliminare tutti gli ebrei d’Europa, ossia dalla volontà di sterminare un intero popolo. Tutto ciò è avvenuto da parte di popoli che si definivano “civilizzati”, con alle spalle una lunga storia e una certa cultura, popoli che avevano rimosso la memoria della diaspora. Si è cercato persino di giustificare questo progetto con teorie pseudoscientifiche sulla superiorità della razza ariana, facendole passare per teorie inconfutabili. Un’altra caratteristica è il fatto che gli ebrei, come tali, non avevano un loro Stato che potesse proteggerli, o almeno ognuno di loro pensava di averlo, ma ogni Stato che avrebbe dovuto proteggerli li ha rinnegati, li ha traditi. Non si era mai vista una cosa simile, perché di solito i genocidi precedenti furono perpetrati oltre che per motivazioni razziali, anche per questioni politiche (come la conquista di un territorio) oppure furono commessi nel contesto di una guerra tra due fazioni opposte o come atti di vendetta (per esempio per l’uccisione di un leader), ecc. Un’altra caratteristica è il fatto che gli internati venivano privati della dignità e in generale di qualsiasi diritto fondamentale di un individuo, quindi sono stati uccisi una prima volta e una seconda, fisicamente. Primo Levi in questo è molto esplicativo, avendolo vissuto in prima persona.

“L’annullamento della personalità, il degrado dell’essere umano alla condizione di animale, la privazione della dignità: che cos’è tutto questo se non una morte anticipata, una morte ancora più grave, non fisica, bensì spirituale. L’essere umano è da considerarsi tale in quanto insieme di domande, di memorie, di emozioni, di sentimenti, di pensieri, tutti fattori che all’interno del Lager venivano ridotti al minimo e dai meno forti addirittura abbandonati, per lasciare posto agli istinti animali, dettati dalla sopravvivenza. Questa è la cosa più terribile che veniva attuata, perché, anche nella schiavitù, un uomo ha la capacità di rimanere tale, di rimanere se stesso, pur subendo angherie, sopraffazioni. Nei Lager no, il target primario era l’annullamento totale, del corpo e dell’anima: a queste persone non era neanche consentito morire da esseri umani, ma da animali”.

Ma, ritornando all’importanza della memoria, del ricordare oggi questa tragedia. Perché ricordare? Perché è importante sapere la verità, è importante sapere quello che è successo, quello di cui è stato capace l’uomo, perché se è successo una volta potrebbe accadere di nuovo. La negazione dell’Olocausto o la sua giustificazione nascono proprio dalla volontà di negare il male di cui può essere capace l’uomo, il male e l’indifferenza (che è complicità) di cui sono stati capaci i nostri avi, con il rischio che tutto ciò possa ripetersi. Coloro che non vogliono ricordare rifiutano questa realtà; coloro che giustificano lo sterminio, mediante accuse agli ebrei basate su falsità e pregiudizi vecchi e nuovi, non vogliono accettare che essi sono stati uccisi solo in quanto ebrei. Hanno bisogno di trovare un motivo, come se ci fosse davvero qualche motivazione che possa giustificare lo sterminio di milioni di persone inermi. Qualcuno dice che bisogna ricordare gli altri genocidi della storia. Giusto, ma ciò non deve essere un pretesto per minimizzare ciò che è accaduto o per nascondere una parte della verità. Gli altri genocidi possono essere ricordati in altri giorni e con altre iniziative e progetti, proprio perché sono accaduti in altre circostanze e in altri modi. Il volerli ricordare proprio oggi denota una certa incapacità di analizzare i fatti storici singolarmente, a seconda del periodo e del contesto. In questo modo si tende a banalizzare e ridurre la portata di questa tragedia, rischiando di perdere la memoria dell’Olocausto, un rischio che non dobbiamo correre, soprattutto quando i sopravvissuti non ci saranno più. A maggior ragione qui, in Italia, dove c’è stata una responsabilità enorme per ciò che è successo. E’ importante ricordare i “Giusti” che hanno lottato contro la deportazione, coloro che pur non essendo ebrei hanno aiutato un’altra persona o diverse persone a salvarsi. Su questo insisto, perché loro sono un esempio per tutti noi, sono la dimostrazione che un’ideologia terribile come quella nazista ha potuto prevalere solo in quanto quei giusti non erano abbastanza numerosi. E qui nasce la responsabilità individuale, un uomo libero per me è una persona che si sente responsabile dei propri pensieri e delle proprie azioni, consapevole che l’indifferenza non è altro che complicità. Un totalitarismo trova terreno fertile quando prevale la mancanza di responsabilità, la passività, l’ignavia, l’incapacità di avere un pensiero indipendente.

26 GENNAIO – SS. TIMOTEO E TITO VESCOVI.

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26 GENNAIO – SS. TIMOTEO E TITO VESCOVI.

Vissuti nell’orbita del grande Apostolo delle genti, S. Timoteo e S. Tito sono ora collocati nel nuovo calendario liturgico a ridosso della festa della « conversione » di S. Paolo. Timoteo è l’immagine del discepolo esemplare: obbediente, discreto, fattivo, coraggioso. Per queste doti Paolo lo volle compagno d’apostolato, al posto di Giovanni Marco, già nell’autunno del 50, durante il secondo viaggio missionario. Nato a Listri, dove Paolo lo incontrò durante il primo viaggio e fu tra i primi a convertirsi al vangelo, Timoteo era stato educato nella religione ebraica all’amore delle sacre Scritture dalla nonna Loide e dalla madre Eunice. Da questo momento la sua vita corse sul binario paolino. Timoteo era in compagnia di Paolo a Filippi e a Tessalonica. Li ritroviamo insieme ad Atene, a Corinto, a Efeso, e infine a Roma durante la prima prigionia di Paolo. Timoteo, infaticabile « commesso viaggiatore » dell’Apostolo delle genti, tenne i contatti tra Paolo e le giovani comunità cristiane da lui fondate. Sovente ne recapitava le lettere e gli riferiva le notizie riguardanti le stesse comunità. Tra il 63 e il 66, quando ricevette quel miracolo della grazia avvenuto sulla via di Damasco, dove Cristo lo costringe a una incondizionata capitolazione, sicché egli grida: « Signore, che vuoi che io faccia? ». Nelle parole di Cristo è rivelato il segreto della sua anima: « Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo ». È vero che Saulo cercava «in tutte le sinagoghe di costringere i cristiani con minacce a bestemmiare », ma egli lo faceva in buona fede e quando si agisce per amore di Dio, il malinteso non può durare a lungo. Affiora l’inquietudine, cioè « il pungolo » della grazia, il guizzo della luce di verità: « Chi sei tu, Signore? »; « lo sono Gesù che tu perseguiti ». Questa mistica irruzione di Cristo nella vita di Paolo è il crisma del suo apostolato e la scintilla che gli svelerà la mirabile verità della inscindibile unità di Cristo con i credenti. Questa esperienza di Cristo alle porte di Damasco, che egli paragona con l’esperienza pasquale dei Dodici e con il fulgore della prima luce della creazione, sarà il « leit ~Motiv » della sua predicazione orale e scritta. Le quattordici lettere che ci sono pervenute, ognuna delle quali mette a nudo la sua anima con rapide accensioni, ci fanno intravedere il miracolo della grazia la prima lettera inviatagli da Paolo, Timoteo era a capo della Chiesa di Efeso. Da Roma, Paolo gli scrisse una seconda lettera con l’invito di recarsi presto da lui, prima dell’inverno. Commovente è la preghiera del vecchio apostolo al « figlio » Timoteo, di portargli un mantello di lana per ripararsi dal freddo del carcere romano. Timoteo fu presente al martirio di Paolo, poi tornò definitivamente alla sede di Efeso, dove, secondo una tardiva tradizione, morì martire nel 97. Il secondo fedele collaboratore di Paolo, S. Tito, proviene dal paganesimo. Convertito e battezzato dallo stesso Apostolo, che lo chiama «figlio mio», era già in compagnia di Paolo nel 49, a Gerusalemme. Compì con lui il terzo viaggio missionario. Fu Tito a recapitare la « lettera delle lacrime » di Paolo ai fedeli di Corinto, presso i quali ristabilì l’armonia e organizzò la colletta da inviare ai poveri di Gerusalemme. Liberato dalla prigionia romana, l’Apostolo, di passaggio a Creta, vi lasciò Tito col compito di organizzarvi la prima comunità cristiana. Qui Tito ricevette la lettera di Paolo. È- un documento molto importante perché ci informa sulla vita interna della Chiesa apostolica. Tito raggiunse poi a Roma il Maestro che lo mandò probabilmente ad evangelizzare la Dalmazia, dove tuttora il suo culto è molto diffuso. Un’antica tradizione, storicamente non accertata, riferisce che Tito sarebbe morto a Creta, in età molto avanzata.

 

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Feast of the Conversion of St. Paul — January 25

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PAOLO VISTO DA LUCA

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UN ANNO CON SAN PAOLO

PAOLO VISTO DA LUCA

Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona

È risaputo che Luca è stato discepolo di Paolo, avendolo seguito durante alcuni suoi viaggi missionari. La sua fortuna consiste proprio nell’aver potuto crescere alla scuola di Paolo, ascoltandone la predicazione e facendo tesoro dei suoi insegnamenti. Se Luca ha ritenuto opportuno scrivere, oltre al terzo Vangelo, anche gli Atti degli Apostoli, lo si deve certamente alla ricchezza di notizie che egli aveva raccolto sul conto di Paolo e al desiderio di trasmettere ai suoi lettori quanto aveva imparato direttamente dal suo maestro. Di Paolo Luca ci offre un ritratto un po’ diverso da quello che ricaviamo dalle sue Lettere: non un ritratto totalmente altro, ma certamente un ritratto più sereno, meno drammatico. Luca infatti racconta, mentre Paolo polemizza; ed è ovvio che, cambiando il genere letterario, cambiano anche le fattezze del personaggio in questione. Forse in Luca gioca l’ammirazione per il maestro e il suo affetto per l’apostolo; certamente egli si è lasciato conquistare dalla forte personalità di Paolo e in qualche modo ne è stato plasmato. Ma quali sono i tratti caratteristici di questo ritratto? Anzitutto dal racconto della seconda parte degli Atti, quella appunto dedicata ai viaggi missionari dell’apostolo, emerge un Paolo che ha molto in comune con gli altri apostoli, (anche lui come i Dodici deve dire ciò che ha visto e udito: cfr. At 22,15), ma lui non ha visto le stesse cose (cfr. At 1,22). La manifestazione che segna la sua conversione è messa in relazione più con altre manifestazioni successive (cfr. At 26,16) che non con le apparizioni ai testimoni nel corso dèi quaranta giorni (cfr. At 1,3). Luca mostra di essere pienamente consapevole di questo fatto ed è forse questa la ragione per la quale egli ha ritenuto suo imprescindibile dovere rendere testimonianza scritta e perenne della viva predicazione di Paolo quale, in parte almeno, egli ha potuto ascoltare. In secondo luogo il Paolo di Luca presenta un’altra nota caratteristica, quella della ufficialità. Mi spiego: Luca riferisce spesso e volentieri ciò che Paolo ebbe a dire e a fare dinanzi alle pubbliche autorità, sia giudaiche (cfr. At 22,1 ss.) sia romane (cfr. At 24,10 ss.; 25,10 ss.; 26,2 ss.); e ciò non emerge in modo altrettanto forte dalle Lettere di Paolo. Questo rilievo ci porta a considerare la rilevanza e l’incidenza sociale che ebbero sia la predicazione sia la presenza di Paolo nei diversi ambienti da lui praticati. Ne risulta che con Paolo il cristianesimo ha varcato decisamente i confini, non solo geografici, della Palestina e, potremmo dire, ha acquisito diritto di cittadinanza nel mondo intero. Questo è il grande vanto di Paolo, non quello di avere inventato o fondato il cristianesimo. Infatti, mentre il genere letterario dei Vangeli è come un unicum nella letteratura antica, quello delle lettere è invece un genere letterario assai comune e quelle di Paolo non hanno nulla da invidiare, per esempio, alle lettere di Seneca. Paolo per Luca costituisce il modello numero uno della missionarietà: nessun apostolo, neppure Pietro che pure ha ricevuto da Gesù il massimo incarico, ha espresso un’ansia missionaria pari a quella di Paolo: instancabile, capace di assommare il lavoro quotidiano alle fatiche della predicazione, sempre pronto a pagare di persona, per amore di colui che lo ha afferrato e strappato da ogni altra attrattiva. «Ecco, ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni» (At 20,22-23). È con questa convinzione che Paolo affronta ogni singola tappa dei suoi viaggi missionari. Rileggendo i racconti lucani dei viaggi missionari di Paolo, se si leggono – come è doveroso fare – in profondità, si ricava un’altra impressione: in essi Paolo appare piuttosto come colui che si è dedicato in primissimo luogo alla plantatio ecclesiarum, cioè alla piantagione della Chiesa di Cristo nelle varie città e regioni pagane nelle quali arrivava come predicatore. Glielo ha detto Gesù stesso: «Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22,21). Paolo non è stato un costruttore di Chiese, ma un suscitatore di comunità ecclesiali, che poi ha affidato ad alcuni suoi discepoli e collaboratori. Ma è soprattutto nel discorso agli anziani di Efeso che Paolo ha fatto venire a Mileto (cfr. At 20,18-35) che noi possiamo cogliere quella profonda spiritualità missionaria che lo rende modello insuperabile per ogni evangelizzatore. Per Paolo essere missionario vuol dire assumere l’atteggiamento del servo-schiavo che non può sottrarsi al mandato ricevuto (cfr. anche 1Cor 9,1618); vuol dire sopportare ogni genere di prove per amore del Vangelo; vuol dire non risparmiarsi mai per nessun motivo nelle fatiche fisiche; vuol dire affidarsi in piena fiducia ai disegni della divina provvidenza; vuol dire offrire tutto se stesso in sacrificio gradito a Dio; vuoI dire saper rinunciare a tutto pur di guadagnare qualcuno a Cristo; vuoI dire resistere ai lupi rapaci che cercano solo di danneggiare il gregge; vuoI dire vegliare giorno e notte nella preghiera e nella custodia di coloro che sono stati affidati alle sue cure di pastore; vuol dire esortare e scongiurare nel nome del Signore; vuoI dire credere nella efficacia della Parola; vuol dire testimoniare il proprio disinteresse intrecciando lavoro e predicazione; vuol dire infine porre la propria gioia nel dare più che nel ricevere. A ragione questo discorso è stato qualificato da Jacques Dupont come il testamento pastorale di Paolo perché, a ben considerare, esso racchiude le regole principali di un’azione pastorale ineccepibile. Non è affatto difficile riconoscere in questo discorso i tratti essenziali della spiritualità di san Paolo, tratti che, ovviamente, dovrebbero essere anche quelli della spiritualità di ogni pastore d’anime.

UN ANNO CON SAN PAOLO – CAPITOLO TERZO – PAGINE AUTOBIOGRAFICHE

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UN ANNO CON SAN PAOLO – CAPITOLO TERZO – PAGINE AUTOBIOGRAFICHE

 Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona  

Chi, nell’intraprendere questo cammino, vuol partire con il piede giusto, farà bene a individuare prima le pagine autobiografiche di Paolo: sono molte e tutte assai belle. Mettendole insieme, una dopo l’altra, si possono ricostruire praticamente tutte le tappe della sua vita e della sua ricerca. È un suggerimento che mi permetto di dare a coloro che sono seriamente intenzionati a conoscere le Lettere di Paolo e non hanno strumenti tecnici e scientifici appropriati. Forse questa è l’unica strada percorribile: chi l’ha già percorsa ne ha ricavato grandi frutti. Tra le molte pagine in cui Paolo parla di se stesso ne scelgo una perché mi sembra la più completa e la più significativa: si tratta di Filippesi 3,1-14. Qui l’autore distingue in modo estremamente chiaro tre momenti della sua vita: il passato (vv. 4-6), il presente (vv. 7-11) e il futuro (vv. 12-14). Dovremmo imparare anche noi, almeno nei momenti più importanti della nostra piccola storia personale, a rileggere la nostra vita alla luce della parola di Dio, se non altro per ringraziare dei doni ricevuti e per chiedere perdono della mancanze commesse e delle omissioni fatte; sempre comunque per innalzare il nostro inno di lode e di ringraziamento al Signore. Paolo non ha mai rinnegato il proprio passato di giudeo, ma solo qui enumera tanti titoli: « Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, quanto a zelo persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’ osservanza della legge» (vv. 5-6). Come Saul, primo re d’Israele di cui porta il nome, Paolo discende dalla tribù di Beniamino, benemerita fra tutte le tribù perché rimasta sempre fedele alla dinastia di Davide. Come tanti suoi coetanei Paolo si era totalmente dedicato al culto di Dio in modo settario e cieco. Come tanti altri ebrei Paolo aveva considerato un privilegio irrinunciabile quello di appartenere alla religione ebraica. Come tanti altri farisei Paolo praticamente aveva fatto della legge – la Torah – un idolo, e ne era divenuto schiavo, con tutte le conseguenze. Per il presente, Paolo si sente portato ad adottare criteri valutativi del tutto nuovi; si direbbe che egli ha dovuto sovvertire la scala dei valori: «Quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo» (v. 7). Ancor più: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (v. 8). Anche per noi, come per lui, si tratta di sapere chi sta al centro della nostra vita, chi abbiamo deciso di mettere al vertice della nostra ricerca. Se è Gesù, allora tutto, nella nostra vita, prende un senso, cioè un significato e un orientamento nuovo; tutto finirà col contribuire alla nostra crescita umana e alla nostra maturità cristiana. Quanto al futuro, Paolo non si avventura in previsioni avventate; si accontenta solo di tenerlo intimamente connesso con il suo presente: «Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perlezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (v. 12). Sembra essere questo l’unico modo corretto anche per noi se vogliamo preparare un futuro che non sia pieno di sorprese negative, bensì ricco dei doni di Dio, quei doni che il Signore, nella sua bontà misericordiosa, non ci lascerà certamente mancare. Nell’epistolario paolino, oltre a questa ci sono molte altre pagine autobiografiche, dalle quali conviene partire per una lettura sistematica dell’intera sua produzione letteraria. Una volta fatto questo primo passo e superate le prime difficoltà, sarà più facile leggere una per una le sue Lettere e comprenderne il significato profondo. Infatti, solo chi si è familiarizzato con il linguaggio e con la psicologia di Paolo può permettersi di leggere le sue Lettere, anche le più difficili; e capirle, entrando In profonda sintonia spirituale con chi scrive. Un’altra annotazione si impone: quella che noi andremo a comporre non sarà una mera elencazione dei dati biografici di Paolo ma sarà quasi una autobiografia spirituale dell’apostolo, tale cioè da farci conoscere la sua identità vera e profonda, quella che egli, a partire dal grande evento di Damasco, ha man mano acquisito per tappe progressive, passando attraverso molteplici prove ed esperienze mistiche che lo hanno assimilato a Cristo, suo Signore.

 

Conversione di San Paolo

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Publié dans:immagini sacre |on 24 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO (3) – LA « CONVERSIONE » DI SAN PAOLO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080903.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE –

Aula Paolo VI

Mercoledì, 3 settembre 2008 

SAN PAOLO (3) – LA « CONVERSIONE » DI SAN PAOLO

Cari fratelli e sorelle,

la catechesi di oggi sarà dedicata all’esperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I°, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare “perdita” e “spazzatura” tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d’essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cos’era successo? bbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo “sì” a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere. Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche “illuminazione”, perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11). Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: “Ultimo fra tutti apparve anche a me” (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: “Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato” (cfr Rm 1,5); e ancora: “Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro?” (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: “Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco”. In questa “autoapologia” sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto. Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: “Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto” (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo. Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo “io”, ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui “spazzatura”; non è più “guadagno”, ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo. Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato così chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c’era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n’è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l’apostolo dei pagani. Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l’apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l’incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.

 

Gesù legge il libro di Isaia

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http://vangelodelgiorno.blogspot.it/2015/08/lunedi-della-xxii-settimana-del-tempo.html

Publié dans:immagini sacre |on 22 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

IL VANGELO DI LUCA (stralcio per un commento al Vangelo di domenica prossima)

http://www.corsobiblico.it/luca.htm#_Toc73449454

(è un commento al vangelo di Luca, ho fatto uno stralcio per offrire un commento alla lettura del Vangelo di domenica)

IL VANGELO DI LUCA

Martino Scarafile Vescovo di Castellaneta

PROLOGO (1, 1-4) Luca è il solo evangelista che premette al suo scritto un prologo nel quale dichiara, nei primi due versetti, le fonti a cui attinge: “Coloro che furono testimoni e divennero ministri della parola” (gli apostoli) e nei due versetti successivi, lo scopo e le caratteristiche del lavoro che intraprende: “Ho deciso di fare ricerche accurate  e di scriverne un resoconto ordinato … perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti”. In questo prologo, Luca adotta un classico stile greco e un vocabolario che si ritrova identico in trattati ellenistici dell’epoca, in cui si dichiarano le finalità per cui si scrive un libro e il metodo che si è seguito. In questo modo, egli rivela chiaramente che il suo libro è un’opera di attualità, destinata ai suoi contemporanei non giudei. Fin dall’inizio, Luca si pone in relazione con alcuni precursori che hanno redatto un racconto scritto[5]. Essi erano privi, secondo lui, sia delle qualità che lui spera di mettere in opera e sia delle fonti a cui attingerà: il vangelo di Marco, che non riporta né la nascita di Gesù né le apparizioni pasquali, e una raccolta di parole del Maestro (« fonte Q »), che non conteneva quasi nessuna narrazione. Questi precursori (Marco e fonte Q), per comporre i loro scritti, avevano attinto alla « Tradizione »[6], cioè alla trasmissione orale del vangelo da parte degli Apostoli, che sono stati prima testimoni oculari delle parole e delle opere di Cristo (è il contenuto del primo volume) e ministri poi della parola (secondo volume: Atti degli Apostoli). Luca precisa allora, che si è preoccupato di porsi scrupolosamente in ascolto della tradizione ecclesiale e di scriverne un resoconto ordinato.  Quest’ultima annotazione non indica in primo luogo un ordine cronologico: intende piuttosto precisare che l’opera illumina il modo in cui Dio guida, avvenimento dopo avvenimento, il suo disegno di salvezza nella storia. Luca ha indubbiamente una preoccupazione di storicità, ma conoscendo le opere degli storici greci e latini suoi contemporanei, cerchiamo di non proiettare sul progetto di Luca la concezione moderna della ricerca storica. L’opera è dedicata all’ « egregio Teofilo », un convertito di origine pagana, che forse occupava un posto importante nell’amministrazione romana. Lo scopo a cui mira Luca è quello di « convincere Teofilo della solidità degli insegnamenti ricevuti ». Due annotazioni per concludere. La prima è che la trasmissione degli avvenimenti di Gesù avvenne in una comunità di credenti: questo è il senso fondamentale dell’espressione “servi della Parola”, che Luca applica direttamente ai primi testimoni, ma anche ai successivi testimoni. Servitore della Parola dice l’atteggiamento di chi si assoggetta alla Parola e cerca con ogni cura di non tradirla, indica anche che i testimoni si lasciano coinvolgere dalla Parola che trasmettono: sono discepoli del Signore, non persone neutrali. La seconda annotazione è che non basta affermare che gli avvenimenti di Gesù esigono di essere trasmessi in una comunità credente. Occorre andare oltre e precisare che la vita della comunità fa intimamente parte degli avvenimenti stessi: infatti occorre annunciare un Cristo vivo, che opera attualmente, non un semplice ricordo del passato. La comunità è il luogo in cui gli avvenimenti di Gesù tornano ad essere vivi, attuali e salvifici, tornano ad essere “vangelo oggi”, cioè storia di salvezza che accade “fra noi”. E’ in forza di questa intuizione che Luca può parlare, con molta profondità, di avvenimenti accaduti fra noi, cioè nella comunità cristiana, pur essendo in realtà accaduti nel passato. Ed è per lo stesso motivo che egli sente il bisogno di scrivere, in continuità con la storia di Gesù, la storia della chiesa (Atti degli Apostoli).  ——————————-  IL MINISTERO GALILAICO (4,14-9,50) I sinottici, come la primitiva predicazione apostolica, omettono completamente il ministero giudaico all’inizio della vita pubblica di Gesù (cfr. At 10,37 ss.), che è invece così notevole in Giovanni. Stando alle informazioni di Gv, Gesù prima di inaugurare un ampio apostolato in Galilea, sarebbe stato a Gerusalemme per una festa di Pasqua  (Gv 2, 13.23), e in quel periodo scacciò i cambiavalute del tempio (Gv 2, 13-22) ed ebbe un incontro segreto con il fariseo Nicodemo (Gv 3,1 ss.). Le sue azioni straordinarie attirarono l’attenzione dei visitatori provenienti dalla Galilea (Gv 4,45). Mentre Lc, da teologo, afferma che Gesù ritornò il Galilea « con la potenza dello Spirito » (4,14). Mt spiega che Gesù « si ritirò per sottrarsi all’ostilità dei sacerdoti e dei farisei (Mt 4,12; Gv 4,1). Luca ci offre una narrazione ordinata del ministero pubblico, porta Gesù a Gerusalemme alla fine, per mettere in evidenza il punto culminante del rifiuto da parte dei giudei e l’inizio di un apostolato su scala mondiale a favore dei pagani. L’espansione universale del regno ha inizio il giorno di Pentecoste (At 2). Abbiamo qui un’indicazione dei motivi per cui Lc fa un uso selezionante di Mc. Benché il ministero galilaico in Luca (4,14-9,59) riproduca quello di Mc (1,14-9,39), tuttavia Lc omette liberamente il ministero di Gesù nel territorio pagano, presente in Mc (6,45-8,26), perché il suo intento è quello di voler comporre la narrazione di un ministero ininterrotto in Galilea, per dare il massimo risalto al rifiuto incontrato da Gesù a Gerusalemme.   GESÙ A NAZARET (4, 14-30). Composta quasi interamente da brani propri di Luca, la scena della predicazione di Gesù nel villaggio « dove era stato allevato » ha un carattere programmatico assai accentuato; essa annuncia infatti dei temi che occuperanno un posto centrale nell’insieme di Lc-Atti. Il sommario introduttivo (vv. 14-15) ripete ancora una volta che Gesù è dotato dello Spirito profetico che, dopo il deserto, lo guida sui luoghi del suo ministero. Il contenuto dell’insegnamento di Gesù non è precisato, mentre in Mc 1,15 egli predica esplicitamente il regno di Dio. Le prime parole pubbliche di Gesù saranno, dunque, la sua interpretazione di Isaia. Detto ciò, Luca noterà spesso che Gesù insegna, senza precisarne il contenuto; il fatto è che prendere la parola è un atto in sé già significativo, indipendentemente dal contenuto. A differenza del Battista, Gesù parla spesso in luoghi e tempi specificatamente adibiti a questo scopo: è solito entrare in una sinagoga il giorno di sabato. Marco (1, 14-15) e Matteo (4, 12-17) aprono il ministero pubblico di Gesù con un sommario breve e generale: “Gesù percorre la Galilea annunciando che il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”. Luca invece preferisce aprire il ministero pubblico di Gesù con un discorso programmatico, in cui non compare il termine “Regno”, ma viene esplicitato il contenuto: “l’oggi della salvezza, il compimento delle Scritture, la centralità di Gesù”. Per questo scopo Luca pone l’episodio all’inizio della vita pubblica di Gesù, mentre Marco e Matteo pongono l’episodio di Nazaret più avanti, a missione inoltrata. La prima parte del racconto (vv. 16-22) descrive una parte del culto sinagogale[31]. Essa tralascia le preghiere iniziali e la prima lettura, tratta dalle legge di Mosè, conservando solo una lunga citazione della seconda: la profezia di Is 61, 1-2. Luca ne omette solo il verso minaccioso: « (a proclamare) un giorno di vendetta da parte del nostro Dio ». Secondo l’oracolo, il compito dell’inviato è quello di annunciare con vigore la scomparsa di quello che fa soffrire i poveri e gli oppressi, di proclamare l’inizio di un’epoca in cui l’uomo sarà accolto da Dio. Gesù spiega agli abitanti di Nazaret: « Oggi si è adempiuta questa Scrittura per voi che mi ascoltate ». Ciò che più importa, è notare che Gesù non dà la spiegazione esegetica del testo, né si attarda in alcun modo alla ricerca di applicazioni morali (come facevano alcuni predicatori nelle riunioni della sinagoga), ma attira l’attenzione sull’evento che lo compie: la sua venuta, appunto. Il consacrato e l’inviato dello Spirito è Lui. L’attenzione passa così dalla Scrittura al predicatore: “Gli occhi di tutti erano fissi sopra di Lui”. L’ “oggi” è la novità di Gesù. L’ “oggi” è un termine caratteristico di Luca (2,11; 3,22; 5,26;13, 22-23; 19,5; 23,43), indica che gli ultimi tempi sono iniziati, che il tempo adatto è in svolgimento, che la storia degli uomini sta attraversando un momento eccezionale di grazia. L’oggi non è soltanto una nota cronologica riguardante Gesù: si prolunga nel tempo della chiesa. Il tempo messianico è in svolgimento e il nostro tempo è l’oggi di Dio. Ora, pur rimanendo « stupiti per le parole di grazia che pronunciava », gli abitanti di Nazaret non vedono che un aspetto di Gesù (il « figlio di Giuseppe »), non scorgono in lui il profeta ultimo che pure indicava Is 61. Nella seconda parte del racconto (vv. 23-27), Gesù prende la parola di sua iniziativa in due fasi. La domanda del v. 22 lo lascia capire: la gente di Nazaret reclama un segno e Gesù  anticipa la loro richiesta (v. 23) ricorrendo a un proverbio. Egli dovrebbe confermare le sue parole compiendo per loro, nella sua patria, atti di potenza simili a quelli compiuti a Cafarnao. Luca, infatti, li racconterà poco più avanti, ai vv. 31-41. A questa pretesa, Gesù risponde con un altro proverbio (v. 24) e con due esempi (vv. 25-27) tratti dal corpus dei profeti (cfr. 1Re 17; 2Re 5)[32]. Anche questa volta, Gesù non dichiara apertamente che lui è il profeta, anche se in questi versetti tutto lo lascia capire. La patria che rifiuta di accogliere colui che annuncia un « anno di grazia » (v. 19), non è soltanto Nazaret, ma anche Israele. Il segno miracoloso che Gesù offre ai suoi concittadini non si compie presso di loro, ma fuori della sua patria, poiché essi respingendo questa universalità, rifiutano anche l’inviato che ne è il portatore. La conclusione del racconto (vv. 28-30) è anch’essa programmatica: il privilegio di Israele è giunto al termine e il fatto che Dio accoglie le nazioni pagane, questo provoca la collera dei « giudei ». Qui viene prefigurato un racconto di At 13 dove si parla che i giudei di Antiochia di Pisidia passano dall’atteggiamento benevolo verso Paolo al furore, vedendo i pagani ascoltare la parola del Signore (At 13, 44-45). Se il v. 24 conteneva già una minaccia implicita nei confronti di Gesù, il v. 29 descrive decisamente un primo tentativo di uccisione. La cacciata di Gesù « fuori dalla città » da parte degli abitanti di Gerusalemme – come avverrà per Stefano At 7,58 – e il suo supplizio vengono così prefigurati (cfr. At 3, 14-15). A partire da questa scena, veniamo a sapere che il titolo di « profeta » per Gesù significa il rifiuto e la passione: Lc 13, 33-34 preciserà solo il luogo di questo delitto. Per il momento non è ancora l’ora degli avversari (22,55) e Gesù prosegue la sua strada che lo porterà a Gerusalemme.  

Publié dans:COMMENTI ALLE LETTURE DELLA DOMENICA |on 22 janvier, 2016 |1 Commentaire »

24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/03a-Domenica/12-03a-Domenica-C_2016-UD.htm

24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Le letture di oggi sono un invito a domandarci qual è il nostro rapporto con la parola di Dio. Se teniamo presente – ogni volta che ci ritroviamo per celebrare l’eucaristia – che ci viene riproposta l’alleanza con Dio (prima lettura), che siamo invitati a riflettere sulla nostra presenza nella comunità (Paolo ai Corinzi) e a realizzare il regno di Dio, secondo la coinvolgente parola di Gesù nella sinagoga di Nazaret.

La parola di Dio Ne 8,2-4a.5-6.8-10. Il testo si riferisce alla riscoperta del libro della Legge da parte del sacerdote e scriba Esdra e del governatore Neemia nell’anno 398 a.C., al ritorno degli ebrei dall’esilio di Babilonia. L’impegno della ricostruzione, dicono Esdra e Neemia, devono essere accompagnati dal rinnovamento dell’alleanza con Iahvè. 1 Corinzi 12,12-30. La ricchezza dei doni e dei carismi che si trovano nella comunità ecclesiale, dice Paolo, non proviene da iniziativa umana e non è solo la somma delle qualità di ciascuno, ma nasce dallo Spirito Santo. Per questo, pur nel rispetto di tutte le diversità, essa va ricondotta all’unità, perché tutto sia a servizio di un solo « corpo » ecclesiale. Luca 1,1-4.4,14-21. Iniziando la lettura di Luca nelle domeniche ordinarie dell’anno C, ci viene proposto l’inizio del suo vangelo, dove l’evangelista si qualifica come storico. Poi Luca presenta Gesù che, iniziando la vita pubblica, dopo il battesimo e le tentazioni, comunica solennemente nella sinagoga di Nazaret, la sua città, il programma rivoluzionario della sua predicazione.

Riflettere

C’è un collegamento chiaro tra la prima lettura e il vangelo: due scene parallele che legano la parola di Dio di questa domenica. Il primo brano è tratto dal libro di Neemia. Siamo a Gerusalemme ricostruita dopo l’amaro esilio. Siamo intorno all’anno 398 a.C. Sono state ricostruire le mura, il tempio, la città, ma che cosa sarebbe tutto questo se non venisse riconfermata l’alleanza del popolo di Dio con Iahvè? Esdra e Neemia prendono l’iniziativa e indicono una grande manifestazione religiosa. C’è molta gente, tutta la città è presso la Porta delle Acque, nell’area del tempio ricostruito. Siamo alla vigilia dell’autunno, il sacerdote Esdra apre il culto con una benedizione al « Signore Dio grande ». Tutti si prostrano nell’adorazione ed esplodono nell’ »Amen, amen! », che esprime la loro piena adesione a quella preghiera di lode. Dallo spuntare del giorno fino a mezzogiorno viene letta la parola di Dio. Una lettura fatta con cura, secondo i criteri, diremmo oggi, della Lectio divina, condotta in tre tempi. Prima una lettura a brani distinti. È un momento didattico-catechistico, per favorire l’ascolto. Viene letto il libro del Pentateuco, il libro di Mosè, che è stato ritrovato o si finge di averlo ritrovato. Poi la spiegazione del senso. « Ogni parola di Dio ha 70 volti », è stato detto. Sant’Efrem afferma in un celebre testo che la parola di Dio è come una sorgente che non si prosciuga mai, a cui si può attingere ogni volta che si ha sete, certi che vi si potrà attingere ancora e sempre nuovamente. Infine un terzo passaggio: comprendere la Scrittura. È l’atteggiamento sapienziale, che attinge in profondità, che modella il cuore e l’intelligenza, che deve arrivare a cambiare la vita. Una lettura fatta in questo modo diventa giudizio sulla propria vita, spinta a guardarsi dentro, desiderio di conversione. « Tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge ». È pentimento, rimorso. Nello stesso tempo è parola di conforto, di perdono, di misericordia: certezza che Dio può cambiare le cose, cambiare il nostro cuore e farlo diventare nuovo contro ogni speranza. Questo momento rappresenta una svolta nella storia degli ebrei. Dopo l’esilio Israele non avrà più una sua monarchia, sarà soggetto a vari popoli: persiani, greci, romani: ma nasce in questo momento il « giudaismo », cioè un modo irresistibile di essere popolo che sarà più tenace della stessa unione politica. Il popolo sarà tenuto unito dalla parola di Dio. Un’unione che coinvolgerà gli ebrei ovunque si troveranno, anche in situazione di diaspora. Quanto alla seconda lettura, anche in questa domenica si scosta dalle altre due. La lettera ai Corinzi ci accompagnerà ancora per altre cinque domeniche. In questo brano, Paolo parla alla chiesa di Corinto per dire loro che i doni dello Spirito non devono portare alla competizione e alla rivalità, ma all’unità. Per fare questo Paolo si serve dell’immagine del corpo umano. Ogni parte del corpo è in funzione dell’altra, tutte sono a servizio dell’insieme e non ha senso disprezzarne qualcuna. Paolo intende favorire l’unità in quella chiesa che vive in una metropoli dinamica ed evoluta e insiste nel dire ai cristiani che devono essere considerati tutti sullo stesso piano, godere della medesima dignità. Anzi, dice, « proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie » e ad esse caso mai andrebbe riservato qualche riguardo. Intendendo parlare dei più poveri e dei più deboli della comunità. Ma al termine della lettura, Paolo indica quali carismi vanno considerati con un occhio di riguardo, e afferma che sono quelli collegati alla predicazione del vangelo: quello degli apostoli, dei profeti e dei maestri. Non intende dire che vadano riconosciuti dei privilegi a queste categorie di persone, ma dichiarare che è sull’annuncio della parola che nasce e cresce la fede e la vita della comunità. La terza lettura ci presenta l’inizio del vangelo di Luca, che proclameremo in questo anno C. Luca è stato un collaboratore dell’apostolo Paolo, che nella lettera ai Colossesi parla di lui come del « caro medico Luca » (Col 4,14). Comincia il suo vangelo impegnandosi a dare un resoconto ordinato e completo degli avvenimenti che riguardano la vicenda di Gesù, sulla base del racconto di testimoni oculari. Indirizza il suo scritto allo sconosciuto Teòfilo, che in qualche modo rappresenta tutti i potenziali lettori dei suoi scritti, invitandolo a credere alla solidità e attendibilità di quanto scrive, avendo egli fatto « ricerche accurate su ogni circostanza ». Allo stesso Teòfilo Luca indirizza anche il suo secondo libro, gli Atti degli apostoli, che comincia con queste parole: « Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo ». E aggiunge che « Gesù si mostrò vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni ». Sono parole davvero preziose queste di Luca, che danno ai suoi scritti un valore storico solido, come quello degli scrittori più qualificati del suo tempo. Dalla parola di Luca siamo certi che è stata una sua preoccupazione « collocare la vicenda di Gesù dentro le coordinate spazio-temporali di un racconto storicamente attendibile. In altri termini, la figura e l’opera di Gesù non sono un prodotto di fantasia o di fanatismo religioso, ma si radicano nella storia » (Rinaldo Fabris). Nel testo proposto oggi, dopo la breve introduzione, Luca passa al capitolo quarto e ci presenta Gesù che ritorna a Nazaret, dopo il battesimo e l’esperienza dei 40 giorni della tentazione. Siamo ancora all’inizio della vita pubblica di Gesù, ma nel testo appare già famoso per quanto ha operato altrove. È lo Shabbat e nella sinagoga in questo sabato c’è tanta gente incuriosita. Gesù legge un brano di Isaia, che avrebbe poi dovuto commentare. Termina invece con una sola frase, netta e pesante, sconvolgente per quella gente per la quale Gesù è semplicemente « il figlio di Giuseppe ». « Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, per proclamare ai prigionieri la libertà… », dice il testo di Isaia. E prosegue: « …a predicare un anno di grazia del Signore ». Qui Gesù si ferma, smette di leggere, arrotola il volume e dice a chi lo ascolta: « Oggi si è compiuta questa Scrittura ». La gente capisce chiaramente che Gesù applica a sé quelle parole, che è lui che realizza le attese messianiche. Del resto lo Spirito è sceso su di lui nel battesimo, lo ha consacrato per portare la buona notizia ai poveri, la libertà ai prigioniéri, la vista ai ciechi, la dignità agli oppressi. È precisamente questo il programma della sua missione di inviato di Dio. È l’inizio di un insperato tempo di libertà, di un radicale rinnovamento sociale. Quanto all’ »anno di grazia del Signore », era stato prescritto dalla legge di Mosè, e prevedeva che ogni cinquant’anni la nazione ebraica celebrasse l’anno giubilare. Un anno in cui si dovevano liberare gli schiavi, condonare i debiti, restituire le terre alle famiglie che avevano dovuto venderle. È così che ogni cinquant’anni ogni ebreo avrebbe potuto ricordarsi di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, che ognuno di loro meritava rispetto e uguaglianza di diritti. Ma quella prescrizione era rimasta soltanto lettera morta, non essendo mai stata realizzata, perché troppo grandi gli interessi di ricchi e potenti. Negli abitanti di Nazaret non c’è nessuna disponibilità ad aprirsi alle parole nuove e rivoluzionarie proclamate da Gesù. Non c’è in loro una vera apertura alla verità, né desiderio di conversione. Non nasce nulla. Cercano addirittura di ucciderlo.

Riflettere

Afferma Luca all’inizio del suo vangelo che sono molti che hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti « che si sono compiuti » in mezzo a loro. Ed è rassicurante che cominci il suo racconto con l’intenzione di muoversi sul terreno della storia in modo sicuro, documentato, serio, « attraverso ricerche accurate su ogni circostanza », basandosi non quindi su racconti fantasiosi, né su dottrine più o meno fondate, ma su fatti realmente accaduti. Fatti e parole che hanno per protagonista Gesù di Nazaret e che hanno per testimoni coloro che sono vissuti insieme a lui e hanno trasmesso ogni cosa, pagando con la vita la fedeltà alle sue parole. Lo scopo di Luca è chiaro: assicura Teòfilo – e ciascuno di noi – della « solidità degli insegnamenti ricevuti », in modo che nessuno abbia dei dubbi sulla reale consistenza dei fatti che stanno alla base della nostra fede. Ma al centro del messaggio delle letture di oggi c’è la domanda su quale sia il nostro rapporto con la parola di Dio. Sia nel testo di Neemia, che in quello di Luca, vi è un chiaro appello a entrare in un atteggiamento di ascolto e di disponibilità obbediente a quanto viene proclamato. Perché in ogni tempo è dalla parola di Dio che nasce ogni vero rinnovamento. Così è stato nella Gerusalemme di Esdra e Neemia; così è stato, in modo negativo e rovesciato, a Nazaret, dove i compaesani di Gesù hanno rifiutato le sue parole, la sua persona, la sua storia. Il centro di questa parola infatti è Gesù. Gesù riassume nella sua persona quell’ »oggi » proclamato a Nazaret, dove ha comunicato la straordinarietà della sua missione destinata a cambiare il mondo. Nei vangeli di Matteo è di Marco la predicazione di Gesù comincia con le parole: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino » (Mc 1,14); « Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino » (Mt 4,17). In Luca invece, questo messaggio viene affidato al Battista, mentre Gesù proclama il contenuto e i primi destinatari di questo regno di Dio, qualcosa di assolutamente sorprendente e nuovo, che avrebbe cambiato la faccia della storia. Con Gesù è cominciata l’ora della liberazione dei poveri, dei prigionieri, dei ciechi, degli oppressi. Inizia il regno di Dio. Il messia appare guidato dalla potenza dello Spirito; ed è lo Spirito che fa nuove tutte le cose, e rende possibile un futuro ancora tutto da costruire, una nuova creazione, un nuovo inizio, l’anno di grazia. Gesù che proclama: « Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato », è quello che ha dato il via a questa nuova realtà, ridando davvero la salute agli ammalati, la libertà agli oppressi e ai prigionieri. Non si è occupato di altro, se non di schierarsi apertamente a favore di questo processo di liberazione totale in nome di Dio. L’ »oggi » di Gesù, diventa l’ »oggi » di tutti noi, chiamati a continuare la sua missione. « Oggi » praticamente nasce la chiesa, destinata a prolungare nel tempo l’azione di Gesù, fino a quando non si realizza il regno di Dio. Chiesa chiamata a esserne lievito e anticipazione nella sua vita e nella sua struttura, punto di riferimento per tutte quelle persone coraggiose e generose che vogliono dare una mano al mondo perché diventi come il Signore lo ha pensato.

Una chance in più « La concezione laica della vita ha una grande dignità, ma non spinge a compiere opere di carità. Io non compio opere di carità. Un conto è parlare, un conto è agire. Però il momento dell’azione, il momento del sacrificio di se stessi, della propria vita, dell’abbandono di tutti gli interessi mondani per dedicarsi totalmente agli altri che soffrono, al malato, lo vedo in persone che hanno un’ispirazione religiosa. C’è un limite. Un conto è essere buoni, anche caritatevoli, un conto è la dedizione totale all’altro; dedicare tutta la vita all’altro. Io sento una certa deficienza nel fatto di non essere religioso, perché vedo che le persone religiose indubbiamente hanno qualcosa in più di me » (Norberto Bobbio).

Per cambiare il mondo « Potranno sopravvivere soltanto spiritualità che prendano sul serio la responsabilità dell’uomo, che diano valore all’esistenza materiale, al mondo tecnico e, in genere, alla storia… Penso che le forme di spiritualità che non siano capaci di avere in conto la dimensione storica dell’uomo soccomberanno sotto la pressione della civiltà tecnica » (Paul Ricoeur).

Don Umberto DE VANNA sdb

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