Archive pour le 29 janvier, 2016

New York – Saint Paul – Byzantine art inside the cathedral

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Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

MONS. GIANFRANCO RAVASI – INNO ALLA CARITÀ (1Cor 13)

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MONS. GIANFRANCO RAVASI – INNO ALLA CARITÀ (1Cor 13)

Nell’atmosfera luminosa e gioiosa della Pasqua e alle soglie del mese primaverile di maggio che è scelto da molti fidanzati per la celebrazione delle loro nozze abbiamo pensato di ricorrere a una pagina bellissima della Bibbia, al celebre canto dell’agape, cioè dell’amore cristiano che Paolo ha intessuto nel capitolo 13 della sua prima Lettera ai Corinzi: «Se pure parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…». Ci spiace di non poter citare integralmente questo inno meraviglioso; possiamo, però, invitare i nostri lettori a rileggerlo su una loro Bibbia. Significativa è la scelta del vocabolo da parte dell’apostolo: i Greci per indicare l’amore usavano soltanto il termine eros; Paolo preferisce agape che esprime soprattutto la donazione, la totalità, la consacrazione di sé all’altro, mentre l’eros suppone ancora possesso, godimento e appagamento. L’apostolo ci ricorda che anche tre doni altissimi, come la profezia, la conoscenza e la fede, se privi dell’amore, sono uno zero. La stessa generosità eroica e il distacco dai beni, se non animati dall’amore, sono solo atti di autoglonficazione o gesti spettacolari. Un profeta brasiliano contemporaneo, Paulo Suess, ha così ripreso la prima parte dell’inno paolino: «Anche se parlassi la lingua di tutte le tribù viventi / e persino dei popoli scomparsi dalla terra e dalla memoria, / se non ho l’amore, / sono un trombone di gelida latta, un computer trilingue. / Anche se distribuissi tutte le mie scarpe e i viveri / per soccorrere il popolo scarso e denutrito, se non ho l’amore, / sono una delle tante Cavie rivoluzionarie, / un cacciatore di farfalle o un poeta sognatore». La seconda parte dell’inno – che per la precisione inizia nel v. 4 del capitolo 13 – è simile a un fiore i cui petali sono altrettante qualità dell’amore-agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza… E il corteo delle virtù che accompagnano l’amore. Se l’amore si spegnesse, le virtù umane e religiose si eclisserebbero. Il nostro scrittore Giovanni Teston (1923-1993) ha voluto tradurre nel 1991 la prima Lettera ai Corinzi in una forma quasi poetica e ha esaltato in modo sorprendente la forza dolce di questo canto profondamente evangelico. Ma un altro scrittore, l’autore della famosa Fattoria degli animali, l’inglese George Orwell, in un suo romanzo Fiorirà l’aspidistra (1936) compirà un audace stravolgimento dell’inno paolino, una deformazione che è purtroppo reale nella storia dell’umanità. Egli, infatti, ha sostituito alla parola amore-agape quella quasi antitetica del “denaro”. Il canto si è, allora, trasformato in questa lode biasfema dell’idolo più venerato dagli uomini: «Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, non sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…». Il poeta latino Ovidio nella sua Ars amatoria era convinto che «con l’oro ci si procura anche l’amore» (2,278). In realtà con l’oro si può acquistare il sesso ma non l’amore.

 

31 GENNAIO 2016 | 4A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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31 GENNAIO 2016 | 4A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Continua la lettura del capitolo quarto del vangelo di Luca. Gesù è a Nazaret, dove ha preso la parola e ha presentato il suo progetto di vita, che coinvolge da vicino se stesso, ma anche tutto il popolo. La schiettezza di Gesù verso la sua gente e il suo coraggio non vengono accolti. Viene rifiutato anche lui, come è avvenuto per i grandi profeti del passato.

La parola di Dio Geremia 1,4-5.17-19. Il Signore invita il profeta Geremia a essere deciso e coraggioso, a non spaventarsi di fronte alla sua difficile missione. È stato scelto ancor prima di nascere proprio per questo. 1 Corinzi 12,31-13,13. È il famoso inno alla carità di Paolo, uno dei passi più significativi delle sue lettere e di tutta la Scrittura. Ci vengono descritte le mille caratteristiche positive della carità vissuta, a confronto della quale ogni altro carisma è poca cosa. Luca 4,21-30. Continua il vangelo di domenica scorsa. Gesù ha letto il brano di Isaia, che descrive esattamente il programma della sua predicazione. La gente di Nazaret passa dalla meraviglia alla delusione e al rifiuto, perché attende qualcosa di diverso da chi altrove ha compiuto miracoli.

Riflettere Geremia viene chiamato dal Signore a essere profeta sin da giovane. Non lo desidera, si scusa: « Ecco, io non so parlare, perché sono giovane », dice. È un tipo tranquillo Geremia, e pensa solo a vivere in una normale vita di famiglia ad Anatot, il villaggio dove è nato. Ma il Signore gli dice di averlo scelto e consacrato « prima che uscisse alla luce » per stabilirlo profeta delle nazioni. Geremia dovrà così imparare che cosa significa mettersi al servizio di Dio per una missione importante e scomoda… La sua sarà sempre una missione contrastata, rivolta verso i potenti, « contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo ». Ma il Signore gli assicura la protezione: « Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti ». In realtà la sua missione incontrerà ostacoli e rifiuti, contrasti di ogni tipo, e si concluderà in un dramma. La difficile chiamata di Geremia ci viene presentata oggi come figura di Gesù. Anche Gesù è stato inviato dal Padre per una missione difficile, che lo coinvolge interamente e che incontrerà difficoltà e incomprensioni, concludendosi tragicamente. La lettura continua della lettera di Paolo ai Corinzi, si sofferma ancora sulla presenza dei carismi presenti nella comunità. E lo fa con un testo sublime, specialissimo. Parole che « dovremmo conoscere a memoria, come uno dei brani più belli della letteratura mondiale » (Luigi Pozzoli). Nella comunità di Corinto c’è chi si vanta di possedere il fascino delle lingue, chi di avere il dono delle profezie; ma Paolo afferma che a nulla valgono questi doni, neanche una fede capace di spostare le montagne, se manca la carità. « Vi mostro la via più sublime », dice. E comincia a elencare le caratteristiche che rendono bella la carità, l’amore donato che timbra il vivere cristiano, e trasforma e rende significativi e nuovi i rapporti interpersonali. Paolo si sofferma a parlare della carità come se si trattasse di una persona. E si serve di un elenco di verbi (una quindicina) per descriverla. Dice che la carità è magnanima e benevola, non è invidiosa, non si vanta, non si adira, non si vendica dei torti ricevuti, non gode dell’ingiustizia, è veritiera; inoltre tutto scusa, tutto crede, tutto spera , tutto sopporta… E conclude: i carismi spariranno, perché verrà il tempo in cui non saranno più necessari. Finiranno come i giochi dell’infanzia, che quando si cresce si abbandonano per qualcosa di più importante. Spariranno anche la stessa fede e la speranza: solo la carità non verrà meno e non avrà fine. Quanto al brano del vangelo, comincia con l’ultimo versetto del testo che ci è stato proposto domenica scorsa. Siamo sempre nel capitolo quarto di Luca e Gesù è ancora nella sinagoga di Nazaret. Ha appena letto il brano del profeta Isaia. Chi ascolta apprezza ciò che Gesù legge e il suo commento, ma si domanda da dove provengano il suo sapere e la sua autorevolezza. « Non è costui il figlio di Giuseppe? ». Essi si domandano soprattutto perché non compie nel suo villaggio, tra la sua gente, a casa sua, i miracoli che ha compiuto altrove. Il vangelo di Marco dice che non poté compiere nessun miracolo speciale, ma solo qualche guarigione, a causa della loro incredulità (6,5). « I nazaretani si attendevano solo uno show taumaturgico da parte di questo concittadino » (Gianfranco Ravasi). Ma è a questo punto che la provocazione di Gesù si fa aperta e, di fronte alla loro chiusura, fa riferimento a due episodi che hanno per protagonisti i profeti Elia ed Eliseo, il primo perché fu accolto e aiutato da una donna straniera; Eliseo, perché ha favorito con il suo miracolo la fede di uno straniero. Come a dire che ci sono degli stranieri che sono più aperti nei confronti dei profeti, di loro, abitanti di Nazaret, che pure fanno parte del popolo di Dio. È a questo punto che gli ascoltatori si alzano e pieni di indignazione lo cacciano fuori dalla città, cercando di buttarlo giù dal ciglio del monte, quasi a volersi sbarazzare di lui senza toccarlo, conservando le mani pulite. Ma Gesù passa in mezzo a loro e si allontana: non è ancora questa la sua ora, l’ora del Padre. Il brano si conclude con Gesù che passa in mezzo a loro e riprende il suo cammino. Quasi a dire che i cristiani non devono temere quando annunciano con coraggio il contenuto integro della buona novella: Dio darà anche a loro il coraggio e la sicurezza di poterne uscire senza alcun danno.

Attualizzare Probabilmente ogni cristiano ha fatto almeno qualche volta nella vita l’esperienza del rifiuto, quella di non essere capito, accettato, magari dalla stessa famiglia, dagli amici, sul lavoro, dalle persone più care. Come spiegare però questo fallimento nel caso di Gesù a Nazaret? Perché passano dalla meraviglia all’odio? Gesù sa che nessun profeta è ben accolto nella sua patria, tra i suoi, eppure va a Nazaret, spinto dall’amore verso quelli che ha conosciuto da sempre, con cui ha condiviso tanti momenti vissuti insieme nella sinagoga e nelle piazze. Gesù porta un lieto annuncio, dice parole nuove, parole di speranza. Sono quelle che essi attendono da tempo. Come tutti gli israeliti del loro tempo, sono delusi e abbacchiati per la sudditanza dai Romani, per l’oppressione dei governanti e delle tante disposizioni della Legge, discriminati a causa della loro condizione sociale. Hanno un estremo bisogno di credere in qualcuno, attendono quell’uomo-guida di cui da secoli parlano i profeti, quel nuovo Mosè che dia un corso nuovo alla loro storia. Ma non colgono nelle parole di Gesù la risposta a queste loro attese. Si rabbuiano, si chiudono. La sua normalità li scandalizza. È il figlio di Giuseppe, il figlio del carpentiere, chi crede di essere? Passano dalla meraviglia alla cattiveria, alla durezza di cuore. Qualcosa non passa, qualcosa non li convince e li disturba, li provoca, non piace. Hanno gli occhi fissi su di lui. È interessante ciò che dice, ma le sue sono solo parole. È gradevole il tono del suo parlare, ma si aspettano altro, pretendono da lui altro, ritengono di averne diritto, essendo suoi concittadini. È un momento emblematico questo nella vita di Gesù, momento che si ripeterà fino la croce. Ma Gesù, come farà sempre, non usa nessun mezzo astuto per convincere i suoi concittadini, nessuna strategia, solo la forza della sua parola. In questo caso quella del profeta Isaia che parla di lui. Essi hanno sentito raccontare i prodigi compiti altrove dal loro concittadino e hanno la curiosità di vedergli compiere un miracolo. Non è la fede che li spinge, è la stessa curiosità da baraccone di Erode. La loro è una pretesa, non è una preghiera. Gesù non li accontenta. Comincia in questa sinagoga la solitudine esistenziale di Gesù, che lo accompagnerà anche quando sarà circondato dagli apostoli e dalle folle. La sua solitudine è quella dei profeti, di chi ha il coraggio di comunicare messaggi impegnativi e scomodi, e non trova cuori aperti, generosità. Guardiamoci dentro. Spesso anche noi siamo come quei nazaretani. Anche noi rifiutiamo il volto di Dio così come si presenta; pretendiamo anche noi altro, ci aspettiamo un dio a nostro uso e consumo, che ascolti sempre le nostre preghiere e assecondi i nostri desideri; un dio che cambi le pietre in pane, una lampada di Aladino che ci risolva ogni problema. Dovremmo invece fidarci di questo Gesù, che annuncia un messaggio di amore e di verità destinato a cambiare il mondo. Rovesciare in modo positivo l’esperienza di Nazaret, diventare veri suoi concittadini, ascoltando fino in fondo ciò che sta dicendo, desiderosi di conoscerlo meglio, di sentirlo parlare ancora, di farci suoi discepoli. A Nazaret Gesù ha dato il inizio a un progetto di vita rivoluzionario, al regno di Dio. Come tutti i profeti, e lui più di tutti, sarà un profeta scomodo, chiamato a vivere « contro », a disturbare i sonni di quelli che incontra, per finire perseguitato e rifiutato. In forza della cresima ogni cristiano è chiamato a vivere un’esistenza profetica, sotto la spinta dello Spirito Santo che gli è stato donato. Il rischio è che la nostra testimonianza non sia efficace e coraggiosa, oppure che venga rifiutata perché incapaci di farci capire, perché ci presentiamo poco credibili o perché, in tempi tecnologici avanzati, usiamo parole inattuali, segnate dal tempo, che non contengono nulla che possa fare presa sugli uomini del nostro tempo.

Gesù Signore « Ho toccato con mano la forza che si sprigiona dalla proclamazione di Gesù Signore. Al pronunciare questa parola, ho visto accendersi sguardi, dissiparsi orecchi e come un brivido correre tra chi ascoltava… » (Raniero Contalamessa).

Da quel giorno Ci sono persone la cui esistenza è già tutto un richiamo: non hanno bisogno di parlare, di chiedere, di esortare. Spesso hanno trascinato dietro di sé le folle. Un uomo disse un giorno all’Abbé Pierre, il quale aveva rifiutato di farsi condurre in macchina in una zona di periferia: « Padre, molto tempo fa io l’ho incontrata e da quel giorno non so se devo benedirla o maledirla: ho sempre la coscienza inquieta e mi domando cosa voglio fare della mia vita ».

Don Umberto DE VANNA sdb

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