GIANFRANCO RAVASI – AMORE E INFEDELTÀ

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GIANFRANCO RAVASI -  AMORE E INFEDELTÀ               

Ecco una delle lunghe piste carovaniere che si distendono nel deserto. All’improvviso il viandante inciampa in una piccola cosa che subito si rivela vivente e urlante. È una neonata abbandonata, col cordone ombelicale ancora avvoltolato, tutta sporca di sangue e di sabbia: non è stata neppure lavata e frizionata col sale, com’è d’uso in Oriente per ragioni igieniche e d’auspicio (il sale indica pace e benessere). È una figlia illegittima, nata dall’accoppiamento di un amorreo con una donna ittita: le sue sono, quindi, origini bastarde e impure secondo le antiche consuetudini d’Israele. Ed è per questo che è stata esposta come un oggetto ripugnante » su una pista della steppa. Comincia così, con questa scena terribile – purtroppo non rara anche ai nostri giorni e nelle nostre città Occidente -, uno dei capitoli più emozionanti del profeta Ezechiele, vissuto nel VI sec. a.C., esule a Babilonia con i suoi connazionali, ancor piuma del crollo di Gerusalemme sotto le armate del re babilonese Nabucodonosor (586). Su quella strada ecco avanzare un cocchio con un alto personaggio che racconta la sua esperienza in prima persona: «Passai vicino a te e vidi che ti dibattevi nel sangue» (Ezechiele 16,6). Anzi, il profeta immagina che basti il solo passaggio di quel salvatore a far crescere e a rendere fiorente la trovatella: «Passai vicino a te», si ripete, «e ti vidi: la tua era già l’età dell’amore…. il tuo seno era già florido, la pubertà era stata già raggiunta» (16,7-8). Col tipico gesto nuziale dell’antico Vicino Oriente, quel signore stende il lembo del suo mantello e copre quella splendida fanciulla, facendola diventare sua moglie. La coccola profumandola con balsamo, le offre trine e vesti di seta ricamata, calzature di pelle di tasso, orecchini, anelli da naso, collane, bracciali e un diadema, sciarpe di bisso, ossia di lino finissimo: «Eri diventata sempre più affascinante ed eri una regina» (1 6,13). Ma ecco una sorpresa amara e devastante. «Tu, infatuata della tua bellezza, ti sei prostituita, concedendo i tuoi favori a ogni passante» (16,15). Ormai la parabola svela il suo significato nascosto. « Prostituzione » è infatti il termine con cui la Bibbia definisce il peccato d’idolatria. Subito dopo il profeta evoca il delitto del vitello d’oro eretto da Israele nel deserto: «Coi tuoi stupendi gioielli d’oro e d’argento da me donati, facesti figure umane e le usasti per peccare» (1 6,17). Ormai la narrazione del profeta dilaga nella raffigurazione del fiume fangoso di infamie perpetrate da questa «spudorata sgualdrina» (16,30): «superbia, ingordigia, ozio indolente, rifiutare la mano al povero» (16,49). La storia diventa, così, una sorta di esame di coscienza che Ezechiele vorrebbe far compiere alla sposa Israele perché comprenda di aver tradito col suo peccato l’amore del suo sposo, il Signore. Uno sposo che, però, non si arrende: «Io ti ho perdonato quello che hai fatto» (1 6,63) e con te celebrerò un nuovo ed «etemo patto» nuziale (16,60). Una storia, quindi, di amore e di infedeltà che ha come suggello l’amore che è più forte del male.   

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