Archive pour le 25 janvier, 2016

Feast of the Conversion of St. Paul — January 25

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Publié dans:immagini sacre |on 25 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

PAOLO VISTO DA LUCA

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UN ANNO CON SAN PAOLO

PAOLO VISTO DA LUCA

Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona

È risaputo che Luca è stato discepolo di Paolo, avendolo seguito durante alcuni suoi viaggi missionari. La sua fortuna consiste proprio nell’aver potuto crescere alla scuola di Paolo, ascoltandone la predicazione e facendo tesoro dei suoi insegnamenti. Se Luca ha ritenuto opportuno scrivere, oltre al terzo Vangelo, anche gli Atti degli Apostoli, lo si deve certamente alla ricchezza di notizie che egli aveva raccolto sul conto di Paolo e al desiderio di trasmettere ai suoi lettori quanto aveva imparato direttamente dal suo maestro. Di Paolo Luca ci offre un ritratto un po’ diverso da quello che ricaviamo dalle sue Lettere: non un ritratto totalmente altro, ma certamente un ritratto più sereno, meno drammatico. Luca infatti racconta, mentre Paolo polemizza; ed è ovvio che, cambiando il genere letterario, cambiano anche le fattezze del personaggio in questione. Forse in Luca gioca l’ammirazione per il maestro e il suo affetto per l’apostolo; certamente egli si è lasciato conquistare dalla forte personalità di Paolo e in qualche modo ne è stato plasmato. Ma quali sono i tratti caratteristici di questo ritratto? Anzitutto dal racconto della seconda parte degli Atti, quella appunto dedicata ai viaggi missionari dell’apostolo, emerge un Paolo che ha molto in comune con gli altri apostoli, (anche lui come i Dodici deve dire ciò che ha visto e udito: cfr. At 22,15), ma lui non ha visto le stesse cose (cfr. At 1,22). La manifestazione che segna la sua conversione è messa in relazione più con altre manifestazioni successive (cfr. At 26,16) che non con le apparizioni ai testimoni nel corso dèi quaranta giorni (cfr. At 1,3). Luca mostra di essere pienamente consapevole di questo fatto ed è forse questa la ragione per la quale egli ha ritenuto suo imprescindibile dovere rendere testimonianza scritta e perenne della viva predicazione di Paolo quale, in parte almeno, egli ha potuto ascoltare. In secondo luogo il Paolo di Luca presenta un’altra nota caratteristica, quella della ufficialità. Mi spiego: Luca riferisce spesso e volentieri ciò che Paolo ebbe a dire e a fare dinanzi alle pubbliche autorità, sia giudaiche (cfr. At 22,1 ss.) sia romane (cfr. At 24,10 ss.; 25,10 ss.; 26,2 ss.); e ciò non emerge in modo altrettanto forte dalle Lettere di Paolo. Questo rilievo ci porta a considerare la rilevanza e l’incidenza sociale che ebbero sia la predicazione sia la presenza di Paolo nei diversi ambienti da lui praticati. Ne risulta che con Paolo il cristianesimo ha varcato decisamente i confini, non solo geografici, della Palestina e, potremmo dire, ha acquisito diritto di cittadinanza nel mondo intero. Questo è il grande vanto di Paolo, non quello di avere inventato o fondato il cristianesimo. Infatti, mentre il genere letterario dei Vangeli è come un unicum nella letteratura antica, quello delle lettere è invece un genere letterario assai comune e quelle di Paolo non hanno nulla da invidiare, per esempio, alle lettere di Seneca. Paolo per Luca costituisce il modello numero uno della missionarietà: nessun apostolo, neppure Pietro che pure ha ricevuto da Gesù il massimo incarico, ha espresso un’ansia missionaria pari a quella di Paolo: instancabile, capace di assommare il lavoro quotidiano alle fatiche della predicazione, sempre pronto a pagare di persona, per amore di colui che lo ha afferrato e strappato da ogni altra attrattiva. «Ecco, ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni» (At 20,22-23). È con questa convinzione che Paolo affronta ogni singola tappa dei suoi viaggi missionari. Rileggendo i racconti lucani dei viaggi missionari di Paolo, se si leggono – come è doveroso fare – in profondità, si ricava un’altra impressione: in essi Paolo appare piuttosto come colui che si è dedicato in primissimo luogo alla plantatio ecclesiarum, cioè alla piantagione della Chiesa di Cristo nelle varie città e regioni pagane nelle quali arrivava come predicatore. Glielo ha detto Gesù stesso: «Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22,21). Paolo non è stato un costruttore di Chiese, ma un suscitatore di comunità ecclesiali, che poi ha affidato ad alcuni suoi discepoli e collaboratori. Ma è soprattutto nel discorso agli anziani di Efeso che Paolo ha fatto venire a Mileto (cfr. At 20,18-35) che noi possiamo cogliere quella profonda spiritualità missionaria che lo rende modello insuperabile per ogni evangelizzatore. Per Paolo essere missionario vuol dire assumere l’atteggiamento del servo-schiavo che non può sottrarsi al mandato ricevuto (cfr. anche 1Cor 9,1618); vuol dire sopportare ogni genere di prove per amore del Vangelo; vuol dire non risparmiarsi mai per nessun motivo nelle fatiche fisiche; vuol dire affidarsi in piena fiducia ai disegni della divina provvidenza; vuol dire offrire tutto se stesso in sacrificio gradito a Dio; vuoI dire saper rinunciare a tutto pur di guadagnare qualcuno a Cristo; vuoI dire resistere ai lupi rapaci che cercano solo di danneggiare il gregge; vuoI dire vegliare giorno e notte nella preghiera e nella custodia di coloro che sono stati affidati alle sue cure di pastore; vuol dire esortare e scongiurare nel nome del Signore; vuoI dire credere nella efficacia della Parola; vuol dire testimoniare il proprio disinteresse intrecciando lavoro e predicazione; vuol dire infine porre la propria gioia nel dare più che nel ricevere. A ragione questo discorso è stato qualificato da Jacques Dupont come il testamento pastorale di Paolo perché, a ben considerare, esso racchiude le regole principali di un’azione pastorale ineccepibile. Non è affatto difficile riconoscere in questo discorso i tratti essenziali della spiritualità di san Paolo, tratti che, ovviamente, dovrebbero essere anche quelli della spiritualità di ogni pastore d’anime.

UN ANNO CON SAN PAOLO – CAPITOLO TERZO – PAGINE AUTOBIOGRAFICHE

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UN ANNO CON SAN PAOLO – CAPITOLO TERZO – PAGINE AUTOBIOGRAFICHE

 Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona  

Chi, nell’intraprendere questo cammino, vuol partire con il piede giusto, farà bene a individuare prima le pagine autobiografiche di Paolo: sono molte e tutte assai belle. Mettendole insieme, una dopo l’altra, si possono ricostruire praticamente tutte le tappe della sua vita e della sua ricerca. È un suggerimento che mi permetto di dare a coloro che sono seriamente intenzionati a conoscere le Lettere di Paolo e non hanno strumenti tecnici e scientifici appropriati. Forse questa è l’unica strada percorribile: chi l’ha già percorsa ne ha ricavato grandi frutti. Tra le molte pagine in cui Paolo parla di se stesso ne scelgo una perché mi sembra la più completa e la più significativa: si tratta di Filippesi 3,1-14. Qui l’autore distingue in modo estremamente chiaro tre momenti della sua vita: il passato (vv. 4-6), il presente (vv. 7-11) e il futuro (vv. 12-14). Dovremmo imparare anche noi, almeno nei momenti più importanti della nostra piccola storia personale, a rileggere la nostra vita alla luce della parola di Dio, se non altro per ringraziare dei doni ricevuti e per chiedere perdono della mancanze commesse e delle omissioni fatte; sempre comunque per innalzare il nostro inno di lode e di ringraziamento al Signore. Paolo non ha mai rinnegato il proprio passato di giudeo, ma solo qui enumera tanti titoli: « Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, quanto a zelo persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’ osservanza della legge» (vv. 5-6). Come Saul, primo re d’Israele di cui porta il nome, Paolo discende dalla tribù di Beniamino, benemerita fra tutte le tribù perché rimasta sempre fedele alla dinastia di Davide. Come tanti suoi coetanei Paolo si era totalmente dedicato al culto di Dio in modo settario e cieco. Come tanti altri ebrei Paolo aveva considerato un privilegio irrinunciabile quello di appartenere alla religione ebraica. Come tanti altri farisei Paolo praticamente aveva fatto della legge – la Torah – un idolo, e ne era divenuto schiavo, con tutte le conseguenze. Per il presente, Paolo si sente portato ad adottare criteri valutativi del tutto nuovi; si direbbe che egli ha dovuto sovvertire la scala dei valori: «Quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo» (v. 7). Ancor più: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (v. 8). Anche per noi, come per lui, si tratta di sapere chi sta al centro della nostra vita, chi abbiamo deciso di mettere al vertice della nostra ricerca. Se è Gesù, allora tutto, nella nostra vita, prende un senso, cioè un significato e un orientamento nuovo; tutto finirà col contribuire alla nostra crescita umana e alla nostra maturità cristiana. Quanto al futuro, Paolo non si avventura in previsioni avventate; si accontenta solo di tenerlo intimamente connesso con il suo presente: «Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perlezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (v. 12). Sembra essere questo l’unico modo corretto anche per noi se vogliamo preparare un futuro che non sia pieno di sorprese negative, bensì ricco dei doni di Dio, quei doni che il Signore, nella sua bontà misericordiosa, non ci lascerà certamente mancare. Nell’epistolario paolino, oltre a questa ci sono molte altre pagine autobiografiche, dalle quali conviene partire per una lettura sistematica dell’intera sua produzione letteraria. Una volta fatto questo primo passo e superate le prime difficoltà, sarà più facile leggere una per una le sue Lettere e comprenderne il significato profondo. Infatti, solo chi si è familiarizzato con il linguaggio e con la psicologia di Paolo può permettersi di leggere le sue Lettere, anche le più difficili; e capirle, entrando In profonda sintonia spirituale con chi scrive. Un’altra annotazione si impone: quella che noi andremo a comporre non sarà una mera elencazione dei dati biografici di Paolo ma sarà quasi una autobiografia spirituale dell’apostolo, tale cioè da farci conoscere la sua identità vera e profonda, quella che egli, a partire dal grande evento di Damasco, ha man mano acquisito per tappe progressive, passando attraverso molteplici prove ed esperienze mistiche che lo hanno assimilato a Cristo, suo Signore.

 

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