24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Le letture di oggi sono un invito a domandarci qual è il nostro rapporto con la parola di Dio. Se teniamo presente – ogni volta che ci ritroviamo per celebrare l’eucaristia – che ci viene riproposta l’alleanza con Dio (prima lettura), che siamo invitati a riflettere sulla nostra presenza nella comunità (Paolo ai Corinzi) e a realizzare il regno di Dio, secondo la coinvolgente parola di Gesù nella sinagoga di Nazaret.

La parola di Dio Ne 8,2-4a.5-6.8-10. Il testo si riferisce alla riscoperta del libro della Legge da parte del sacerdote e scriba Esdra e del governatore Neemia nell’anno 398 a.C., al ritorno degli ebrei dall’esilio di Babilonia. L’impegno della ricostruzione, dicono Esdra e Neemia, devono essere accompagnati dal rinnovamento dell’alleanza con Iahvè. 1 Corinzi 12,12-30. La ricchezza dei doni e dei carismi che si trovano nella comunità ecclesiale, dice Paolo, non proviene da iniziativa umana e non è solo la somma delle qualità di ciascuno, ma nasce dallo Spirito Santo. Per questo, pur nel rispetto di tutte le diversità, essa va ricondotta all’unità, perché tutto sia a servizio di un solo « corpo » ecclesiale. Luca 1,1-4.4,14-21. Iniziando la lettura di Luca nelle domeniche ordinarie dell’anno C, ci viene proposto l’inizio del suo vangelo, dove l’evangelista si qualifica come storico. Poi Luca presenta Gesù che, iniziando la vita pubblica, dopo il battesimo e le tentazioni, comunica solennemente nella sinagoga di Nazaret, la sua città, il programma rivoluzionario della sua predicazione.

Riflettere

C’è un collegamento chiaro tra la prima lettura e il vangelo: due scene parallele che legano la parola di Dio di questa domenica. Il primo brano è tratto dal libro di Neemia. Siamo a Gerusalemme ricostruita dopo l’amaro esilio. Siamo intorno all’anno 398 a.C. Sono state ricostruire le mura, il tempio, la città, ma che cosa sarebbe tutto questo se non venisse riconfermata l’alleanza del popolo di Dio con Iahvè? Esdra e Neemia prendono l’iniziativa e indicono una grande manifestazione religiosa. C’è molta gente, tutta la città è presso la Porta delle Acque, nell’area del tempio ricostruito. Siamo alla vigilia dell’autunno, il sacerdote Esdra apre il culto con una benedizione al « Signore Dio grande ». Tutti si prostrano nell’adorazione ed esplodono nell’ »Amen, amen! », che esprime la loro piena adesione a quella preghiera di lode. Dallo spuntare del giorno fino a mezzogiorno viene letta la parola di Dio. Una lettura fatta con cura, secondo i criteri, diremmo oggi, della Lectio divina, condotta in tre tempi. Prima una lettura a brani distinti. È un momento didattico-catechistico, per favorire l’ascolto. Viene letto il libro del Pentateuco, il libro di Mosè, che è stato ritrovato o si finge di averlo ritrovato. Poi la spiegazione del senso. « Ogni parola di Dio ha 70 volti », è stato detto. Sant’Efrem afferma in un celebre testo che la parola di Dio è come una sorgente che non si prosciuga mai, a cui si può attingere ogni volta che si ha sete, certi che vi si potrà attingere ancora e sempre nuovamente. Infine un terzo passaggio: comprendere la Scrittura. È l’atteggiamento sapienziale, che attinge in profondità, che modella il cuore e l’intelligenza, che deve arrivare a cambiare la vita. Una lettura fatta in questo modo diventa giudizio sulla propria vita, spinta a guardarsi dentro, desiderio di conversione. « Tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge ». È pentimento, rimorso. Nello stesso tempo è parola di conforto, di perdono, di misericordia: certezza che Dio può cambiare le cose, cambiare il nostro cuore e farlo diventare nuovo contro ogni speranza. Questo momento rappresenta una svolta nella storia degli ebrei. Dopo l’esilio Israele non avrà più una sua monarchia, sarà soggetto a vari popoli: persiani, greci, romani: ma nasce in questo momento il « giudaismo », cioè un modo irresistibile di essere popolo che sarà più tenace della stessa unione politica. Il popolo sarà tenuto unito dalla parola di Dio. Un’unione che coinvolgerà gli ebrei ovunque si troveranno, anche in situazione di diaspora. Quanto alla seconda lettura, anche in questa domenica si scosta dalle altre due. La lettera ai Corinzi ci accompagnerà ancora per altre cinque domeniche. In questo brano, Paolo parla alla chiesa di Corinto per dire loro che i doni dello Spirito non devono portare alla competizione e alla rivalità, ma all’unità. Per fare questo Paolo si serve dell’immagine del corpo umano. Ogni parte del corpo è in funzione dell’altra, tutte sono a servizio dell’insieme e non ha senso disprezzarne qualcuna. Paolo intende favorire l’unità in quella chiesa che vive in una metropoli dinamica ed evoluta e insiste nel dire ai cristiani che devono essere considerati tutti sullo stesso piano, godere della medesima dignità. Anzi, dice, « proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie » e ad esse caso mai andrebbe riservato qualche riguardo. Intendendo parlare dei più poveri e dei più deboli della comunità. Ma al termine della lettura, Paolo indica quali carismi vanno considerati con un occhio di riguardo, e afferma che sono quelli collegati alla predicazione del vangelo: quello degli apostoli, dei profeti e dei maestri. Non intende dire che vadano riconosciuti dei privilegi a queste categorie di persone, ma dichiarare che è sull’annuncio della parola che nasce e cresce la fede e la vita della comunità. La terza lettura ci presenta l’inizio del vangelo di Luca, che proclameremo in questo anno C. Luca è stato un collaboratore dell’apostolo Paolo, che nella lettera ai Colossesi parla di lui come del « caro medico Luca » (Col 4,14). Comincia il suo vangelo impegnandosi a dare un resoconto ordinato e completo degli avvenimenti che riguardano la vicenda di Gesù, sulla base del racconto di testimoni oculari. Indirizza il suo scritto allo sconosciuto Teòfilo, che in qualche modo rappresenta tutti i potenziali lettori dei suoi scritti, invitandolo a credere alla solidità e attendibilità di quanto scrive, avendo egli fatto « ricerche accurate su ogni circostanza ». Allo stesso Teòfilo Luca indirizza anche il suo secondo libro, gli Atti degli apostoli, che comincia con queste parole: « Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo ». E aggiunge che « Gesù si mostrò vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni ». Sono parole davvero preziose queste di Luca, che danno ai suoi scritti un valore storico solido, come quello degli scrittori più qualificati del suo tempo. Dalla parola di Luca siamo certi che è stata una sua preoccupazione « collocare la vicenda di Gesù dentro le coordinate spazio-temporali di un racconto storicamente attendibile. In altri termini, la figura e l’opera di Gesù non sono un prodotto di fantasia o di fanatismo religioso, ma si radicano nella storia » (Rinaldo Fabris). Nel testo proposto oggi, dopo la breve introduzione, Luca passa al capitolo quarto e ci presenta Gesù che ritorna a Nazaret, dopo il battesimo e l’esperienza dei 40 giorni della tentazione. Siamo ancora all’inizio della vita pubblica di Gesù, ma nel testo appare già famoso per quanto ha operato altrove. È lo Shabbat e nella sinagoga in questo sabato c’è tanta gente incuriosita. Gesù legge un brano di Isaia, che avrebbe poi dovuto commentare. Termina invece con una sola frase, netta e pesante, sconvolgente per quella gente per la quale Gesù è semplicemente « il figlio di Giuseppe ». « Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, per proclamare ai prigionieri la libertà… », dice il testo di Isaia. E prosegue: « …a predicare un anno di grazia del Signore ». Qui Gesù si ferma, smette di leggere, arrotola il volume e dice a chi lo ascolta: « Oggi si è compiuta questa Scrittura ». La gente capisce chiaramente che Gesù applica a sé quelle parole, che è lui che realizza le attese messianiche. Del resto lo Spirito è sceso su di lui nel battesimo, lo ha consacrato per portare la buona notizia ai poveri, la libertà ai prigioniéri, la vista ai ciechi, la dignità agli oppressi. È precisamente questo il programma della sua missione di inviato di Dio. È l’inizio di un insperato tempo di libertà, di un radicale rinnovamento sociale. Quanto all’ »anno di grazia del Signore », era stato prescritto dalla legge di Mosè, e prevedeva che ogni cinquant’anni la nazione ebraica celebrasse l’anno giubilare. Un anno in cui si dovevano liberare gli schiavi, condonare i debiti, restituire le terre alle famiglie che avevano dovuto venderle. È così che ogni cinquant’anni ogni ebreo avrebbe potuto ricordarsi di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, che ognuno di loro meritava rispetto e uguaglianza di diritti. Ma quella prescrizione era rimasta soltanto lettera morta, non essendo mai stata realizzata, perché troppo grandi gli interessi di ricchi e potenti. Negli abitanti di Nazaret non c’è nessuna disponibilità ad aprirsi alle parole nuove e rivoluzionarie proclamate da Gesù. Non c’è in loro una vera apertura alla verità, né desiderio di conversione. Non nasce nulla. Cercano addirittura di ucciderlo.

Riflettere

Afferma Luca all’inizio del suo vangelo che sono molti che hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti « che si sono compiuti » in mezzo a loro. Ed è rassicurante che cominci il suo racconto con l’intenzione di muoversi sul terreno della storia in modo sicuro, documentato, serio, « attraverso ricerche accurate su ogni circostanza », basandosi non quindi su racconti fantasiosi, né su dottrine più o meno fondate, ma su fatti realmente accaduti. Fatti e parole che hanno per protagonista Gesù di Nazaret e che hanno per testimoni coloro che sono vissuti insieme a lui e hanno trasmesso ogni cosa, pagando con la vita la fedeltà alle sue parole. Lo scopo di Luca è chiaro: assicura Teòfilo – e ciascuno di noi – della « solidità degli insegnamenti ricevuti », in modo che nessuno abbia dei dubbi sulla reale consistenza dei fatti che stanno alla base della nostra fede. Ma al centro del messaggio delle letture di oggi c’è la domanda su quale sia il nostro rapporto con la parola di Dio. Sia nel testo di Neemia, che in quello di Luca, vi è un chiaro appello a entrare in un atteggiamento di ascolto e di disponibilità obbediente a quanto viene proclamato. Perché in ogni tempo è dalla parola di Dio che nasce ogni vero rinnovamento. Così è stato nella Gerusalemme di Esdra e Neemia; così è stato, in modo negativo e rovesciato, a Nazaret, dove i compaesani di Gesù hanno rifiutato le sue parole, la sua persona, la sua storia. Il centro di questa parola infatti è Gesù. Gesù riassume nella sua persona quell’ »oggi » proclamato a Nazaret, dove ha comunicato la straordinarietà della sua missione destinata a cambiare il mondo. Nei vangeli di Matteo è di Marco la predicazione di Gesù comincia con le parole: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino » (Mc 1,14); « Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino » (Mt 4,17). In Luca invece, questo messaggio viene affidato al Battista, mentre Gesù proclama il contenuto e i primi destinatari di questo regno di Dio, qualcosa di assolutamente sorprendente e nuovo, che avrebbe cambiato la faccia della storia. Con Gesù è cominciata l’ora della liberazione dei poveri, dei prigionieri, dei ciechi, degli oppressi. Inizia il regno di Dio. Il messia appare guidato dalla potenza dello Spirito; ed è lo Spirito che fa nuove tutte le cose, e rende possibile un futuro ancora tutto da costruire, una nuova creazione, un nuovo inizio, l’anno di grazia. Gesù che proclama: « Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato », è quello che ha dato il via a questa nuova realtà, ridando davvero la salute agli ammalati, la libertà agli oppressi e ai prigionieri. Non si è occupato di altro, se non di schierarsi apertamente a favore di questo processo di liberazione totale in nome di Dio. L’ »oggi » di Gesù, diventa l’ »oggi » di tutti noi, chiamati a continuare la sua missione. « Oggi » praticamente nasce la chiesa, destinata a prolungare nel tempo l’azione di Gesù, fino a quando non si realizza il regno di Dio. Chiesa chiamata a esserne lievito e anticipazione nella sua vita e nella sua struttura, punto di riferimento per tutte quelle persone coraggiose e generose che vogliono dare una mano al mondo perché diventi come il Signore lo ha pensato.

Una chance in più « La concezione laica della vita ha una grande dignità, ma non spinge a compiere opere di carità. Io non compio opere di carità. Un conto è parlare, un conto è agire. Però il momento dell’azione, il momento del sacrificio di se stessi, della propria vita, dell’abbandono di tutti gli interessi mondani per dedicarsi totalmente agli altri che soffrono, al malato, lo vedo in persone che hanno un’ispirazione religiosa. C’è un limite. Un conto è essere buoni, anche caritatevoli, un conto è la dedizione totale all’altro; dedicare tutta la vita all’altro. Io sento una certa deficienza nel fatto di non essere religioso, perché vedo che le persone religiose indubbiamente hanno qualcosa in più di me » (Norberto Bobbio).

Per cambiare il mondo « Potranno sopravvivere soltanto spiritualità che prendano sul serio la responsabilità dell’uomo, che diano valore all’esistenza materiale, al mondo tecnico e, in genere, alla storia… Penso che le forme di spiritualità che non siano capaci di avere in conto la dimensione storica dell’uomo soccomberanno sotto la pressione della civiltà tecnica » (Paul Ricoeur).

Don Umberto DE VANNA sdb

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