Archive pour le 22 janvier, 2016

Gesù legge il libro di Isaia

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IL VANGELO DI LUCA (stralcio per un commento al Vangelo di domenica prossima)

http://www.corsobiblico.it/luca.htm#_Toc73449454

(è un commento al vangelo di Luca, ho fatto uno stralcio per offrire un commento alla lettura del Vangelo di domenica)

IL VANGELO DI LUCA

Martino Scarafile Vescovo di Castellaneta

PROLOGO (1, 1-4) Luca è il solo evangelista che premette al suo scritto un prologo nel quale dichiara, nei primi due versetti, le fonti a cui attinge: “Coloro che furono testimoni e divennero ministri della parola” (gli apostoli) e nei due versetti successivi, lo scopo e le caratteristiche del lavoro che intraprende: “Ho deciso di fare ricerche accurate  e di scriverne un resoconto ordinato … perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti”. In questo prologo, Luca adotta un classico stile greco e un vocabolario che si ritrova identico in trattati ellenistici dell’epoca, in cui si dichiarano le finalità per cui si scrive un libro e il metodo che si è seguito. In questo modo, egli rivela chiaramente che il suo libro è un’opera di attualità, destinata ai suoi contemporanei non giudei. Fin dall’inizio, Luca si pone in relazione con alcuni precursori che hanno redatto un racconto scritto[5]. Essi erano privi, secondo lui, sia delle qualità che lui spera di mettere in opera e sia delle fonti a cui attingerà: il vangelo di Marco, che non riporta né la nascita di Gesù né le apparizioni pasquali, e una raccolta di parole del Maestro (« fonte Q »), che non conteneva quasi nessuna narrazione. Questi precursori (Marco e fonte Q), per comporre i loro scritti, avevano attinto alla « Tradizione »[6], cioè alla trasmissione orale del vangelo da parte degli Apostoli, che sono stati prima testimoni oculari delle parole e delle opere di Cristo (è il contenuto del primo volume) e ministri poi della parola (secondo volume: Atti degli Apostoli). Luca precisa allora, che si è preoccupato di porsi scrupolosamente in ascolto della tradizione ecclesiale e di scriverne un resoconto ordinato.  Quest’ultima annotazione non indica in primo luogo un ordine cronologico: intende piuttosto precisare che l’opera illumina il modo in cui Dio guida, avvenimento dopo avvenimento, il suo disegno di salvezza nella storia. Luca ha indubbiamente una preoccupazione di storicità, ma conoscendo le opere degli storici greci e latini suoi contemporanei, cerchiamo di non proiettare sul progetto di Luca la concezione moderna della ricerca storica. L’opera è dedicata all’ « egregio Teofilo », un convertito di origine pagana, che forse occupava un posto importante nell’amministrazione romana. Lo scopo a cui mira Luca è quello di « convincere Teofilo della solidità degli insegnamenti ricevuti ». Due annotazioni per concludere. La prima è che la trasmissione degli avvenimenti di Gesù avvenne in una comunità di credenti: questo è il senso fondamentale dell’espressione “servi della Parola”, che Luca applica direttamente ai primi testimoni, ma anche ai successivi testimoni. Servitore della Parola dice l’atteggiamento di chi si assoggetta alla Parola e cerca con ogni cura di non tradirla, indica anche che i testimoni si lasciano coinvolgere dalla Parola che trasmettono: sono discepoli del Signore, non persone neutrali. La seconda annotazione è che non basta affermare che gli avvenimenti di Gesù esigono di essere trasmessi in una comunità credente. Occorre andare oltre e precisare che la vita della comunità fa intimamente parte degli avvenimenti stessi: infatti occorre annunciare un Cristo vivo, che opera attualmente, non un semplice ricordo del passato. La comunità è il luogo in cui gli avvenimenti di Gesù tornano ad essere vivi, attuali e salvifici, tornano ad essere “vangelo oggi”, cioè storia di salvezza che accade “fra noi”. E’ in forza di questa intuizione che Luca può parlare, con molta profondità, di avvenimenti accaduti fra noi, cioè nella comunità cristiana, pur essendo in realtà accaduti nel passato. Ed è per lo stesso motivo che egli sente il bisogno di scrivere, in continuità con la storia di Gesù, la storia della chiesa (Atti degli Apostoli).  ——————————-  IL MINISTERO GALILAICO (4,14-9,50) I sinottici, come la primitiva predicazione apostolica, omettono completamente il ministero giudaico all’inizio della vita pubblica di Gesù (cfr. At 10,37 ss.), che è invece così notevole in Giovanni. Stando alle informazioni di Gv, Gesù prima di inaugurare un ampio apostolato in Galilea, sarebbe stato a Gerusalemme per una festa di Pasqua  (Gv 2, 13.23), e in quel periodo scacciò i cambiavalute del tempio (Gv 2, 13-22) ed ebbe un incontro segreto con il fariseo Nicodemo (Gv 3,1 ss.). Le sue azioni straordinarie attirarono l’attenzione dei visitatori provenienti dalla Galilea (Gv 4,45). Mentre Lc, da teologo, afferma che Gesù ritornò il Galilea « con la potenza dello Spirito » (4,14). Mt spiega che Gesù « si ritirò per sottrarsi all’ostilità dei sacerdoti e dei farisei (Mt 4,12; Gv 4,1). Luca ci offre una narrazione ordinata del ministero pubblico, porta Gesù a Gerusalemme alla fine, per mettere in evidenza il punto culminante del rifiuto da parte dei giudei e l’inizio di un apostolato su scala mondiale a favore dei pagani. L’espansione universale del regno ha inizio il giorno di Pentecoste (At 2). Abbiamo qui un’indicazione dei motivi per cui Lc fa un uso selezionante di Mc. Benché il ministero galilaico in Luca (4,14-9,59) riproduca quello di Mc (1,14-9,39), tuttavia Lc omette liberamente il ministero di Gesù nel territorio pagano, presente in Mc (6,45-8,26), perché il suo intento è quello di voler comporre la narrazione di un ministero ininterrotto in Galilea, per dare il massimo risalto al rifiuto incontrato da Gesù a Gerusalemme.   GESÙ A NAZARET (4, 14-30). Composta quasi interamente da brani propri di Luca, la scena della predicazione di Gesù nel villaggio « dove era stato allevato » ha un carattere programmatico assai accentuato; essa annuncia infatti dei temi che occuperanno un posto centrale nell’insieme di Lc-Atti. Il sommario introduttivo (vv. 14-15) ripete ancora una volta che Gesù è dotato dello Spirito profetico che, dopo il deserto, lo guida sui luoghi del suo ministero. Il contenuto dell’insegnamento di Gesù non è precisato, mentre in Mc 1,15 egli predica esplicitamente il regno di Dio. Le prime parole pubbliche di Gesù saranno, dunque, la sua interpretazione di Isaia. Detto ciò, Luca noterà spesso che Gesù insegna, senza precisarne il contenuto; il fatto è che prendere la parola è un atto in sé già significativo, indipendentemente dal contenuto. A differenza del Battista, Gesù parla spesso in luoghi e tempi specificatamente adibiti a questo scopo: è solito entrare in una sinagoga il giorno di sabato. Marco (1, 14-15) e Matteo (4, 12-17) aprono il ministero pubblico di Gesù con un sommario breve e generale: “Gesù percorre la Galilea annunciando che il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”. Luca invece preferisce aprire il ministero pubblico di Gesù con un discorso programmatico, in cui non compare il termine “Regno”, ma viene esplicitato il contenuto: “l’oggi della salvezza, il compimento delle Scritture, la centralità di Gesù”. Per questo scopo Luca pone l’episodio all’inizio della vita pubblica di Gesù, mentre Marco e Matteo pongono l’episodio di Nazaret più avanti, a missione inoltrata. La prima parte del racconto (vv. 16-22) descrive una parte del culto sinagogale[31]. Essa tralascia le preghiere iniziali e la prima lettura, tratta dalle legge di Mosè, conservando solo una lunga citazione della seconda: la profezia di Is 61, 1-2. Luca ne omette solo il verso minaccioso: « (a proclamare) un giorno di vendetta da parte del nostro Dio ». Secondo l’oracolo, il compito dell’inviato è quello di annunciare con vigore la scomparsa di quello che fa soffrire i poveri e gli oppressi, di proclamare l’inizio di un’epoca in cui l’uomo sarà accolto da Dio. Gesù spiega agli abitanti di Nazaret: « Oggi si è adempiuta questa Scrittura per voi che mi ascoltate ». Ciò che più importa, è notare che Gesù non dà la spiegazione esegetica del testo, né si attarda in alcun modo alla ricerca di applicazioni morali (come facevano alcuni predicatori nelle riunioni della sinagoga), ma attira l’attenzione sull’evento che lo compie: la sua venuta, appunto. Il consacrato e l’inviato dello Spirito è Lui. L’attenzione passa così dalla Scrittura al predicatore: “Gli occhi di tutti erano fissi sopra di Lui”. L’ “oggi” è la novità di Gesù. L’ “oggi” è un termine caratteristico di Luca (2,11; 3,22; 5,26;13, 22-23; 19,5; 23,43), indica che gli ultimi tempi sono iniziati, che il tempo adatto è in svolgimento, che la storia degli uomini sta attraversando un momento eccezionale di grazia. L’oggi non è soltanto una nota cronologica riguardante Gesù: si prolunga nel tempo della chiesa. Il tempo messianico è in svolgimento e il nostro tempo è l’oggi di Dio. Ora, pur rimanendo « stupiti per le parole di grazia che pronunciava », gli abitanti di Nazaret non vedono che un aspetto di Gesù (il « figlio di Giuseppe »), non scorgono in lui il profeta ultimo che pure indicava Is 61. Nella seconda parte del racconto (vv. 23-27), Gesù prende la parola di sua iniziativa in due fasi. La domanda del v. 22 lo lascia capire: la gente di Nazaret reclama un segno e Gesù  anticipa la loro richiesta (v. 23) ricorrendo a un proverbio. Egli dovrebbe confermare le sue parole compiendo per loro, nella sua patria, atti di potenza simili a quelli compiuti a Cafarnao. Luca, infatti, li racconterà poco più avanti, ai vv. 31-41. A questa pretesa, Gesù risponde con un altro proverbio (v. 24) e con due esempi (vv. 25-27) tratti dal corpus dei profeti (cfr. 1Re 17; 2Re 5)[32]. Anche questa volta, Gesù non dichiara apertamente che lui è il profeta, anche se in questi versetti tutto lo lascia capire. La patria che rifiuta di accogliere colui che annuncia un « anno di grazia » (v. 19), non è soltanto Nazaret, ma anche Israele. Il segno miracoloso che Gesù offre ai suoi concittadini non si compie presso di loro, ma fuori della sua patria, poiché essi respingendo questa universalità, rifiutano anche l’inviato che ne è il portatore. La conclusione del racconto (vv. 28-30) è anch’essa programmatica: il privilegio di Israele è giunto al termine e il fatto che Dio accoglie le nazioni pagane, questo provoca la collera dei « giudei ». Qui viene prefigurato un racconto di At 13 dove si parla che i giudei di Antiochia di Pisidia passano dall’atteggiamento benevolo verso Paolo al furore, vedendo i pagani ascoltare la parola del Signore (At 13, 44-45). Se il v. 24 conteneva già una minaccia implicita nei confronti di Gesù, il v. 29 descrive decisamente un primo tentativo di uccisione. La cacciata di Gesù « fuori dalla città » da parte degli abitanti di Gerusalemme – come avverrà per Stefano At 7,58 – e il suo supplizio vengono così prefigurati (cfr. At 3, 14-15). A partire da questa scena, veniamo a sapere che il titolo di « profeta » per Gesù significa il rifiuto e la passione: Lc 13, 33-34 preciserà solo il luogo di questo delitto. Per il momento non è ancora l’ora degli avversari (22,55) e Gesù prosegue la sua strada che lo porterà a Gerusalemme.  

Publié dans:COMMENTI ALLE LETTURE DELLA DOMENICA |on 22 janvier, 2016 |1 Commentaire »

24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/03a-Domenica/12-03a-Domenica-C_2016-UD.htm

24 GENNAIO 2016 | 3A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Le letture di oggi sono un invito a domandarci qual è il nostro rapporto con la parola di Dio. Se teniamo presente – ogni volta che ci ritroviamo per celebrare l’eucaristia – che ci viene riproposta l’alleanza con Dio (prima lettura), che siamo invitati a riflettere sulla nostra presenza nella comunità (Paolo ai Corinzi) e a realizzare il regno di Dio, secondo la coinvolgente parola di Gesù nella sinagoga di Nazaret.

La parola di Dio Ne 8,2-4a.5-6.8-10. Il testo si riferisce alla riscoperta del libro della Legge da parte del sacerdote e scriba Esdra e del governatore Neemia nell’anno 398 a.C., al ritorno degli ebrei dall’esilio di Babilonia. L’impegno della ricostruzione, dicono Esdra e Neemia, devono essere accompagnati dal rinnovamento dell’alleanza con Iahvè. 1 Corinzi 12,12-30. La ricchezza dei doni e dei carismi che si trovano nella comunità ecclesiale, dice Paolo, non proviene da iniziativa umana e non è solo la somma delle qualità di ciascuno, ma nasce dallo Spirito Santo. Per questo, pur nel rispetto di tutte le diversità, essa va ricondotta all’unità, perché tutto sia a servizio di un solo « corpo » ecclesiale. Luca 1,1-4.4,14-21. Iniziando la lettura di Luca nelle domeniche ordinarie dell’anno C, ci viene proposto l’inizio del suo vangelo, dove l’evangelista si qualifica come storico. Poi Luca presenta Gesù che, iniziando la vita pubblica, dopo il battesimo e le tentazioni, comunica solennemente nella sinagoga di Nazaret, la sua città, il programma rivoluzionario della sua predicazione.

Riflettere

C’è un collegamento chiaro tra la prima lettura e il vangelo: due scene parallele che legano la parola di Dio di questa domenica. Il primo brano è tratto dal libro di Neemia. Siamo a Gerusalemme ricostruita dopo l’amaro esilio. Siamo intorno all’anno 398 a.C. Sono state ricostruire le mura, il tempio, la città, ma che cosa sarebbe tutto questo se non venisse riconfermata l’alleanza del popolo di Dio con Iahvè? Esdra e Neemia prendono l’iniziativa e indicono una grande manifestazione religiosa. C’è molta gente, tutta la città è presso la Porta delle Acque, nell’area del tempio ricostruito. Siamo alla vigilia dell’autunno, il sacerdote Esdra apre il culto con una benedizione al « Signore Dio grande ». Tutti si prostrano nell’adorazione ed esplodono nell’ »Amen, amen! », che esprime la loro piena adesione a quella preghiera di lode. Dallo spuntare del giorno fino a mezzogiorno viene letta la parola di Dio. Una lettura fatta con cura, secondo i criteri, diremmo oggi, della Lectio divina, condotta in tre tempi. Prima una lettura a brani distinti. È un momento didattico-catechistico, per favorire l’ascolto. Viene letto il libro del Pentateuco, il libro di Mosè, che è stato ritrovato o si finge di averlo ritrovato. Poi la spiegazione del senso. « Ogni parola di Dio ha 70 volti », è stato detto. Sant’Efrem afferma in un celebre testo che la parola di Dio è come una sorgente che non si prosciuga mai, a cui si può attingere ogni volta che si ha sete, certi che vi si potrà attingere ancora e sempre nuovamente. Infine un terzo passaggio: comprendere la Scrittura. È l’atteggiamento sapienziale, che attinge in profondità, che modella il cuore e l’intelligenza, che deve arrivare a cambiare la vita. Una lettura fatta in questo modo diventa giudizio sulla propria vita, spinta a guardarsi dentro, desiderio di conversione. « Tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge ». È pentimento, rimorso. Nello stesso tempo è parola di conforto, di perdono, di misericordia: certezza che Dio può cambiare le cose, cambiare il nostro cuore e farlo diventare nuovo contro ogni speranza. Questo momento rappresenta una svolta nella storia degli ebrei. Dopo l’esilio Israele non avrà più una sua monarchia, sarà soggetto a vari popoli: persiani, greci, romani: ma nasce in questo momento il « giudaismo », cioè un modo irresistibile di essere popolo che sarà più tenace della stessa unione politica. Il popolo sarà tenuto unito dalla parola di Dio. Un’unione che coinvolgerà gli ebrei ovunque si troveranno, anche in situazione di diaspora. Quanto alla seconda lettura, anche in questa domenica si scosta dalle altre due. La lettera ai Corinzi ci accompagnerà ancora per altre cinque domeniche. In questo brano, Paolo parla alla chiesa di Corinto per dire loro che i doni dello Spirito non devono portare alla competizione e alla rivalità, ma all’unità. Per fare questo Paolo si serve dell’immagine del corpo umano. Ogni parte del corpo è in funzione dell’altra, tutte sono a servizio dell’insieme e non ha senso disprezzarne qualcuna. Paolo intende favorire l’unità in quella chiesa che vive in una metropoli dinamica ed evoluta e insiste nel dire ai cristiani che devono essere considerati tutti sullo stesso piano, godere della medesima dignità. Anzi, dice, « proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie » e ad esse caso mai andrebbe riservato qualche riguardo. Intendendo parlare dei più poveri e dei più deboli della comunità. Ma al termine della lettura, Paolo indica quali carismi vanno considerati con un occhio di riguardo, e afferma che sono quelli collegati alla predicazione del vangelo: quello degli apostoli, dei profeti e dei maestri. Non intende dire che vadano riconosciuti dei privilegi a queste categorie di persone, ma dichiarare che è sull’annuncio della parola che nasce e cresce la fede e la vita della comunità. La terza lettura ci presenta l’inizio del vangelo di Luca, che proclameremo in questo anno C. Luca è stato un collaboratore dell’apostolo Paolo, che nella lettera ai Colossesi parla di lui come del « caro medico Luca » (Col 4,14). Comincia il suo vangelo impegnandosi a dare un resoconto ordinato e completo degli avvenimenti che riguardano la vicenda di Gesù, sulla base del racconto di testimoni oculari. Indirizza il suo scritto allo sconosciuto Teòfilo, che in qualche modo rappresenta tutti i potenziali lettori dei suoi scritti, invitandolo a credere alla solidità e attendibilità di quanto scrive, avendo egli fatto « ricerche accurate su ogni circostanza ». Allo stesso Teòfilo Luca indirizza anche il suo secondo libro, gli Atti degli apostoli, che comincia con queste parole: « Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo ». E aggiunge che « Gesù si mostrò vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni ». Sono parole davvero preziose queste di Luca, che danno ai suoi scritti un valore storico solido, come quello degli scrittori più qualificati del suo tempo. Dalla parola di Luca siamo certi che è stata una sua preoccupazione « collocare la vicenda di Gesù dentro le coordinate spazio-temporali di un racconto storicamente attendibile. In altri termini, la figura e l’opera di Gesù non sono un prodotto di fantasia o di fanatismo religioso, ma si radicano nella storia » (Rinaldo Fabris). Nel testo proposto oggi, dopo la breve introduzione, Luca passa al capitolo quarto e ci presenta Gesù che ritorna a Nazaret, dopo il battesimo e l’esperienza dei 40 giorni della tentazione. Siamo ancora all’inizio della vita pubblica di Gesù, ma nel testo appare già famoso per quanto ha operato altrove. È lo Shabbat e nella sinagoga in questo sabato c’è tanta gente incuriosita. Gesù legge un brano di Isaia, che avrebbe poi dovuto commentare. Termina invece con una sola frase, netta e pesante, sconvolgente per quella gente per la quale Gesù è semplicemente « il figlio di Giuseppe ». « Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, per proclamare ai prigionieri la libertà… », dice il testo di Isaia. E prosegue: « …a predicare un anno di grazia del Signore ». Qui Gesù si ferma, smette di leggere, arrotola il volume e dice a chi lo ascolta: « Oggi si è compiuta questa Scrittura ». La gente capisce chiaramente che Gesù applica a sé quelle parole, che è lui che realizza le attese messianiche. Del resto lo Spirito è sceso su di lui nel battesimo, lo ha consacrato per portare la buona notizia ai poveri, la libertà ai prigioniéri, la vista ai ciechi, la dignità agli oppressi. È precisamente questo il programma della sua missione di inviato di Dio. È l’inizio di un insperato tempo di libertà, di un radicale rinnovamento sociale. Quanto all’ »anno di grazia del Signore », era stato prescritto dalla legge di Mosè, e prevedeva che ogni cinquant’anni la nazione ebraica celebrasse l’anno giubilare. Un anno in cui si dovevano liberare gli schiavi, condonare i debiti, restituire le terre alle famiglie che avevano dovuto venderle. È così che ogni cinquant’anni ogni ebreo avrebbe potuto ricordarsi di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, che ognuno di loro meritava rispetto e uguaglianza di diritti. Ma quella prescrizione era rimasta soltanto lettera morta, non essendo mai stata realizzata, perché troppo grandi gli interessi di ricchi e potenti. Negli abitanti di Nazaret non c’è nessuna disponibilità ad aprirsi alle parole nuove e rivoluzionarie proclamate da Gesù. Non c’è in loro una vera apertura alla verità, né desiderio di conversione. Non nasce nulla. Cercano addirittura di ucciderlo.

Riflettere

Afferma Luca all’inizio del suo vangelo che sono molti che hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti « che si sono compiuti » in mezzo a loro. Ed è rassicurante che cominci il suo racconto con l’intenzione di muoversi sul terreno della storia in modo sicuro, documentato, serio, « attraverso ricerche accurate su ogni circostanza », basandosi non quindi su racconti fantasiosi, né su dottrine più o meno fondate, ma su fatti realmente accaduti. Fatti e parole che hanno per protagonista Gesù di Nazaret e che hanno per testimoni coloro che sono vissuti insieme a lui e hanno trasmesso ogni cosa, pagando con la vita la fedeltà alle sue parole. Lo scopo di Luca è chiaro: assicura Teòfilo – e ciascuno di noi – della « solidità degli insegnamenti ricevuti », in modo che nessuno abbia dei dubbi sulla reale consistenza dei fatti che stanno alla base della nostra fede. Ma al centro del messaggio delle letture di oggi c’è la domanda su quale sia il nostro rapporto con la parola di Dio. Sia nel testo di Neemia, che in quello di Luca, vi è un chiaro appello a entrare in un atteggiamento di ascolto e di disponibilità obbediente a quanto viene proclamato. Perché in ogni tempo è dalla parola di Dio che nasce ogni vero rinnovamento. Così è stato nella Gerusalemme di Esdra e Neemia; così è stato, in modo negativo e rovesciato, a Nazaret, dove i compaesani di Gesù hanno rifiutato le sue parole, la sua persona, la sua storia. Il centro di questa parola infatti è Gesù. Gesù riassume nella sua persona quell’ »oggi » proclamato a Nazaret, dove ha comunicato la straordinarietà della sua missione destinata a cambiare il mondo. Nei vangeli di Matteo è di Marco la predicazione di Gesù comincia con le parole: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino » (Mc 1,14); « Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino » (Mt 4,17). In Luca invece, questo messaggio viene affidato al Battista, mentre Gesù proclama il contenuto e i primi destinatari di questo regno di Dio, qualcosa di assolutamente sorprendente e nuovo, che avrebbe cambiato la faccia della storia. Con Gesù è cominciata l’ora della liberazione dei poveri, dei prigionieri, dei ciechi, degli oppressi. Inizia il regno di Dio. Il messia appare guidato dalla potenza dello Spirito; ed è lo Spirito che fa nuove tutte le cose, e rende possibile un futuro ancora tutto da costruire, una nuova creazione, un nuovo inizio, l’anno di grazia. Gesù che proclama: « Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato », è quello che ha dato il via a questa nuova realtà, ridando davvero la salute agli ammalati, la libertà agli oppressi e ai prigionieri. Non si è occupato di altro, se non di schierarsi apertamente a favore di questo processo di liberazione totale in nome di Dio. L’ »oggi » di Gesù, diventa l’ »oggi » di tutti noi, chiamati a continuare la sua missione. « Oggi » praticamente nasce la chiesa, destinata a prolungare nel tempo l’azione di Gesù, fino a quando non si realizza il regno di Dio. Chiesa chiamata a esserne lievito e anticipazione nella sua vita e nella sua struttura, punto di riferimento per tutte quelle persone coraggiose e generose che vogliono dare una mano al mondo perché diventi come il Signore lo ha pensato.

Una chance in più « La concezione laica della vita ha una grande dignità, ma non spinge a compiere opere di carità. Io non compio opere di carità. Un conto è parlare, un conto è agire. Però il momento dell’azione, il momento del sacrificio di se stessi, della propria vita, dell’abbandono di tutti gli interessi mondani per dedicarsi totalmente agli altri che soffrono, al malato, lo vedo in persone che hanno un’ispirazione religiosa. C’è un limite. Un conto è essere buoni, anche caritatevoli, un conto è la dedizione totale all’altro; dedicare tutta la vita all’altro. Io sento una certa deficienza nel fatto di non essere religioso, perché vedo che le persone religiose indubbiamente hanno qualcosa in più di me » (Norberto Bobbio).

Per cambiare il mondo « Potranno sopravvivere soltanto spiritualità che prendano sul serio la responsabilità dell’uomo, che diano valore all’esistenza materiale, al mondo tecnico e, in genere, alla storia… Penso che le forme di spiritualità che non siano capaci di avere in conto la dimensione storica dell’uomo soccomberanno sotto la pressione della civiltà tecnica » (Paul Ricoeur).

Don Umberto DE VANNA sdb

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