Archive pour le 19 janvier, 2016

fmale serpent, detail of the Fall and Expulsion of Adam and Eve, 1510, Michelangelo. Fresco, Sistine Chapel, Vatican, Rome

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PAPA FRANCESCO – PER NON LASCIARSI CONTAGIARE DALLA TENTAZIONE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20140218_resistere-alle-tentazioni.html

PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

PER NON LASCIARSI CONTAGIARE DALLA TENTAZIONE

Martedì, 18 febbraio 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.040, Merc. 19/02/2014)

La tentazione si presenta a noi in modo subdolo, contagia tutto l’ambiente che ci circonda, ci spinge a cercare sempre una giustificazione. E alla fine ci fa cadere nel peccato, chiudendoci in una gabbia dalla quale è difficile uscire. Per resisterle bisogna ascoltare la parola del Signore, perché «lui ci aspetta», ci dà sempre fiducia e apre davanti a noi un nuovo orizzonte. È questo in sintesi il senso della riflessione proposta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta questa mattina, martedì 18 febbraio. Il Pontefice ha preso lo spunto, come di consueto, dalla liturgia del giorno, in particolare dalla Lettera di san Giacomo (12-18), nella quale l’apostolo «dopo averci parlato ieri della pazienza — ha fatto notare — ci parla oggi della resistenza. Resistenza alle tentazioni. E ci spiega che ciascuno è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono. Poi le passioni concepiscono, generano il peccato. E il peccato una volta commesso, genera la morte». Ma da dove viene la tentazione? Come agisce dentro di noi? Per rispondere a questi interrogativi il Papa ha fatto nuovamente ricorso al testo della lettera di Giacomo. «L’apostolo — ha osservato — ci dice che non viene da Dio ma dalle nostre passioni, dalle nostre debolezze interiori, dalle ferite che ha lasciato in noi il peccato originale. Da lì vengono le tentazioni». E al riguardo si è soffermato sulle caratteristiche della tentazione, che, ha detto, «cresce, contagia e si giustifica». Inizialmente, dunque, la tentazione «comincia con un’aria tranquillizzante», ma «poi cresce. Gesù stesso lo diceva quando ha raccontato la parabola del grano e della zizzania (Matteo, 13, 24-30). Il grano cresceva, ma cresceva anche la zizzania seminata dal nemico. E così anche la tentazione cresce, cresce, cresce. E se uno non la ferma, occupa tutto». Poi avviene il contagio. La tentazione «cresce ma — ha spiegato il vescovo di Roma — non ama la solitudine»; dunque «cerca un altro per farsi fare compagnia, contagia un altro e così accumula persone». E la terza caratteristica è la giustificazione, perché noi uomini «per essere tranquilli ci giustifichiamo». A questo proposito il Pontefice ha osservato che la tentazione si giustifica da sempre, «sin dal peccato originale», quando Adamo incolpa Eva per averlo convinto a mangiare il frutto proibito. E in questo suo crescere, contagiare e giustificarsi, essa «ci chiude in un ambiente da dove non si può uscire con facilità». Per spiegarlo il Papa si è riferito al brano del Vangelo di Marco (8, 14,21): «È quello che è successo agli apostoli che erano sulla barca: avevano dimenticato di prendere dei pani» e si erano messi a discutere incolpandosi a vicenda per averli dimenticati. «Gesù li guardava. Io penso — ha commentato — che lui sorrideva mentre li guardava. E dice loro: Ma ricordate del lievito di farisei, di Erode? Fate attenzione, guardatevi!». Eppure essi «non capivano niente, perché erano talmente presi a incolparsi che non avevano più spazio per altro, non avevano più luce per la parola di Dio». Lo stesso accade «quando cadiamo in tentazione. Non sentiamo la parola di Dio. Non capiamo. E Gesù ha dovuto ricordare la moltiplicazione dei pani per aiutare i discepoli a uscire da quell’ambiente». Questo accade, ha spiegato il Pontefice, perché la tentazione ci chiude ogni orizzonte «e così ci porta al peccato». Quando siamo in tentazione, «soltanto la parola di Dio, la parola di Gesù ci salva. Sentire quella parola ci apre l’orizzonte», perché «lui è sempre disposto a insegnarci come uscire dalla tentazione. Gesù è grande perché non solo ci fa uscire dalla tentazione ma ci dà più fiducia». Al riguardo Papa Francesco ha ricordato l’episodio raccontato dal Vangelo di Luca (22, 31-32) a proposito del colloquio tra Gesù e Pietro, durante il quale il Signore «dice a Pietro che il diavolo voleva passarlo al setaccio»; ma nello stesso tempo gli confida di aver pregato per lui e gli affida una nuova missione: «Quando sei convertito, conferma i tuoi fratelli». Dunque Gesù, ha sottolineato il Santo Padre, non solo ci aspetta per aiutarci a uscire dalla tentazione, ma si fida di noi. E «questa è una grande forza», perché «lui ci apre sempre nuovi orizzonti», mentre il diavolo con la tentazione «chiude e fa crescere l’ambiente in cui si litiga», cosicché «si cercano giustificazioni accusandosi l’un l’altro». «Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione» è stata l’esortazione del vescovo di Roma. Dal cerchio in cui ci costringe la tentazione «si esce soltanto ascoltando la Parola di Gesù» ha ricordato, concludendo: «Chiediamo al Signore che sempre, come ha fatto con i discepoli, con la sua pazienza, quando siamo in tentazione ci dica: Fermati. Stai tranquillo. Alza gli occhi, guarda l’orizzonte, non chiuderti, vai avanti. Questa parola ci salverà dal cadere nel peccato nel momento della tentazione».  

CHI PRATICA LA CARITÀ MA NON HA FEDE PUÒ MERITARSI IL REGNO DEI CIELI?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Chi-pratica-la-carita-ma-non-ha-fede-puo-meritarsi-il-Regno-dei-Cieli

CHI PRATICA LA CARITÀ MA NON HA FEDE PUÒ MERITARSI IL REGNO DEI CIELI?

Una domanda a partire dalla Lettera ai Corinzi dove Paolo fa l’elogio della carità. Risponde don Stefano Tarocchi, preside della Facoltà Teologica dell’Italia centrale.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA Chi pratica la carità ma non ha fede può meritarsi il Regno dei Cieli? 20/09/2015 di Redazione Toscana Oggi  

Nella meravigliosa prima lettera ai Corinzi di San Paolo, dove si fa un vero e proprio inno alla carità, nelle righe finali si legge: «Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità, ma la più grande di esse è la carità». In base a quanto scritto da San Paolo, se un uomo possiede la carità e la mette in pratica verso i fratelli e non possiede la fede, cioè non crede in Dio, può, alla fine dei suoi giorni, meritarsi il Regno dei Cieli? Gian Gabriele Benedetti

Il centro della prima lettera ai cristiani di Corinto, Paolo scrive questo vero e proprio inno alla carità-amore, e si tratta della forma più alta dell’amore (che è molto di più della carità, come talvolta è intesa). La parola viene usato addirittura per descrivere il modo in cui Dio si è manifestato a noi, come scrive Giovanni nella sua prima lettera: «abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Gv 4,16). E continua: «vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Giovanni 3,1); «chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Gv 4,8). E nel Vangelo dello stesso Giovanni leggiamo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici (Gv 15,12-13). Fra l’altro, per mostrare il contatto dei testi originali tra Paolo e Giovanni, nella lettera ai Corinzi ho mutato il testo della versione originale: da «carità» ad «amore». Paolo apre il suo inno all’«amore», che occupa tutto il capitolo 13 della 1 Corinzi, con queste parole: «desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via oltre ogni misura» (1Cor 12,31). Questa via «oltre ogni limite», «oltre ogni misura», descrive la vita cristiana. Paolo descrive i doni gratuiti, i «doni dello Spirito» (i «carismi») che costruiscono la comunità cristiana nei capitoli 12 e 14 della stessa lettera (non ce ne possiamo occupare adesso). Così conclude: «chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto vi scrivo è comando del Signore» (1Cor 14,37). Del resto ha affermato – è anche il punto da cui muove la domanda del lettore – che «rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore. Ma la più grande di tutte è l’amore». Ora il tono in cui l’apostolo si esprime non è quello di creare una classifica tra fede, speranza e amore, ma ricondurle ad un orizzonte reale della comunità cristiana: «aspirate all’amore. Desiderate intensamente i doni dello Spirito, soprattutto la profezia», ossia l’annuncio del Vangelo (1Cor 14,1). Riprendiamo brevemente gli aspetti principali del pensiero dell’apostolo: l’amore è ciò che da significato a quei doni, anche lo stesso amore-carità: «se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi l’amore, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,1-3). Tutti i doni ricevuti dallo Spirito, senza l’amore non sono nulla. Ma che cos’è l’amore di cui Paolo descrive quasi in un canto sinfonico tutte le caratteristiche? Lasciamo parlare direttamente l’apostolo: «l’amore è magnanimo, benevolo è l’amore; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4-7). Ebbene, scrive ancora Paolo: «l’amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà» (1Cor 13,8-10). Facendo un passo indietro, quando Paolo apre lo scritto alla chiesa di Corinto ha detto espressamente che «la mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2,4-5). Se la fede, anche quella capace di «trasportare le montagne» deve avere alla sua base l’amore, allora possiamo comprendere che la vita cristiana è fatta di elementi essenziali, compresi i «doni dello Spirito», alcuni dei quali scompariranno nella vita eterna. Viceversa l’amore è strettamente legato alla fede e alla speranza: per cui «rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore». Ma «la più grande di tutte è l’amore», perché questo è il solo legame indissolubile con Dio, quando la fede e la speranza saranno totalmente assorbite in lui, nel momento in cui lo vedremo direttamente e non più in maniera confusa.

Stefano Tarocchi

 

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