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Le nozze di Cana

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IL SEGNO DI CANA: LA VITA È ABBONDANZA – II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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IL SEGNO DI CANA: LA VITA È ABBONDANZA

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, 17 GENNAIO 2010

JANUARY 15, 2010BY REDAZIONEPAROLA E VITA

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 15 gennaio 2010 (ZENIT.org).-“Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’. E Gesù le rispose: ‘Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora’. Sua madre disse ai servitori: ‘Qualunque cosa vi dica, fatela’ (…). Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora’. Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto scese a Cafarnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni” (Gv 2,1-12). “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finchè non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale e nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,1-5). La presenza di Gesù alle nozze di Cana è collocata dall’evangelista Giovanni al settimo giorno dalla comparsa (Gv 1,19-28) sulla scena del Battista, “l’amico dello sposo”(Gv 3,29). E’ così stabilita una settimana particolare che rimanda al primo capitolo del libro della Genesi: il racconto della creazione del mondo che Dio fece in sei giorni, dopo dei quali, creata infine la prima coppia umana, “nel settimo giorno cessò da ogni suo lavoro” (Gen 2,2). Il significato della partecipazione del Signore alla festa di nozze è spiegato assai bene in una catechesi di Giovanni Paolo II:“Il contesto di un banchetto di nozze, scelto da Gesù per il suo primo miracolo, rimanda al simbolismo matrimoniale, frequente nell’Antico Testamento per indicare l’Alleanza tra Dio e il suo popolo e nel Nuovo Testamento per significare l’unione di Cristo con la Chiesa. La presenza di Gesù a Cana manifesta inoltre il progetto salvifico di Dio riguardo al matrimonio. In tale prospettiva, la carenza di vino può essere interpretata come allusiva rispetto alla mancanza d’amore, che purtroppo non raramente minaccia l’unione sponsale. Maria chiede a Gesù di intervenire in favore di tutti gli sposi, che solo un amore fondato in Dio può liberare dai pericoli dell’infedeltà, dell’incomprensione e delle divisioni. La grazia del Sacramento offre agli sposi questa forza superiore d’amore, che può corroborare l’impegno della fedeltà anche nelle circostanze difficili” (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 5/03/1997). In effetti l’esaudimento di Gesù alla richiesta di sua madre è superiore ad ogni necessità, ma è proprio in questo eccesso che va riconosciuto il primo e fondamentale “segno” della sua “gloria”. Ascoltiamone l’interpretazione dalla sapienza di Benedetto XVI: “Il Signore offrì agli ospiti delle nozze di Cana circa seicento litri di gustoso vino. Anche considerando che le nozze orientali duravano un’intera settimana e che tutto il clan familiare degli sposi partecipava alla festa, resta tuttavia il fatto che si tratta di un’abbondanza incomprensibile. L’abbondanza, la profusione è il segno di Dio nella sua creazione; Egli sciala, crea l’intero universo per dare un posto all’uomo. Egli da la vita con un’abbondanza incomprensibile. A Cana il grande dono lascia presagire la natura inesauribile dell’amore di Dio, parla di un amore che proviene dall’eternità, che è incommensurabile e quindi salvifico. Il miracolo del vino ci aiuta così a capire cosa significa ricevere nella fede, attraverso Cristo, lo Spirito Santo, cioè, una nuova grandezza, una nuova elezione e una nuova abbondanza di vita” (da “Il segno di Cana”, in Communio 205). E’ il caso qui di collegare il Vangelo di Cana con la famosa affermazione di Ireneo: “L’uomo vivente è gloria di Dio”, per riconoscere nella persona di Gesù la verità e il fondamento della dignità infinita di ogni uomo, dato che il Padre “in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nella carità, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). Non dimentichiamo che sia l’affermazione di Ireneo (che anzitutto va riferita all’uomo Gesù, che a Cana manifesta la gloria di essere Dio), sia la rivelazione di Paolo (che ne è spiegazione dal nostro versante), sono vere a partire dal momento della creazione dell’uomo vivente, cioè il concepimento nel grembo materno. Ecco allora che la carenza di vino, chiaramente allusiva alla mancanza d’amore nel matrimonio, ne evoca immediatamente le conseguenze a carico della famiglia. Senza dimenticare la tragedia infinita del rifiuto omicida della vita non nata, attuato mediante l’aborto chimico e chirurgico, né quella dell’uccisione di un numero incalcolabile di figli con la fecondazione artificiale, ascoltiamo questi dati sociologici: “In Europa, mentre i matrimoni calano sensibilmente ogni anno, i divorzi crescono: ormai sono più di un milione all’anno e raggiungono la metà dei matrimoni celebrati annualmente. Negli ultimi dieci anni sono stati 10,3 milioni e hanno coinvolto oltre 17 milioni di bambini. I figli dei divorziati nella percentuale dell’85% sono affidati alla madre e molti di essi, intorno al 25%, perdono dopo circa due anni il contatto con il padre. Gli studi psicologici mettono in evidenza che l’assenza del padre durante l’infanzia e l’adolescenza dei figli li espone a vari rischi: narcisismo, per cui manca il senso del limite e si vuole tutto e subito; depressione, ansia e scarsa autostima; passività e mancanza di progettualità, dipendenza dal parere degli altri, da TV e internet, dai consumi, dall’alcool e dalla droga; senso di impotenza, rabbia, aggressività, violenza” (Card. E. Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia: relazione tenuta a Bruxelles, il 9/12/2009, in occasione dell’incontro dei Presidenti delle Associazioni Familiari Cattoliche Europee). Nonostante questo quadro oscuro, il Vangelo di Cana, con la presenza vigile di Maria, ci muove a fare totalmente nostra la speranza di Giovanni Paolo II, consapevoli che anche oggi Maria ha bisogno di “servitori” del “vino buono”, rappresentati anzitutto dalle stesse famiglie cristiane, chiamate concretamente a farsi “prossimo” di ogni famiglia in difficoltà (cfr Lc 10,25-37). Ognuna di tali famiglie missionarie è chiamata ad essere soggetto di evangelizzazione, come richiesto esplicitamente dal cardinale Antonelli a Bruxelles: “In senso proprio e credibile, evangelizza non la famiglia semplicemente rispettabile, non la famiglia praticante e tuttavia allineata con i modi di pensare e agire secolarizzati; ma la famiglia che vive una spiritualità cristocentrica, biblica, eucaristica, trinitaria, ecclesiale, laicale, cioè incarnata nelle realtà terrene, nelle molteplici relazioni e attività di ogni giorno; la famiglia che vive l’amore come dono e comunione, quale partecipazione all’alleanza nuziale di Cristo con la Chiesa, quale riflesso della comunione trinitaria delle persone divine e anticipo della festa nuziale nell’eternità”. Icona e fonte perfetta di una simile spiritualità è il Vangelo della nozze di Cana. Anche dal profeta Isaia, oggi, giunge tale messaggio di speranza: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata mia Gioia e la tua terra Sposata” (Is 62,4). I nomi propri “Abbandonata” e “Devastata” si riferiscono a Gerusalemme, città personificata, sposa infedele che si è meritata l’esperienza riparatrice e purificatrice dell’esilio a Babilonia; mentre “Sposata” è segno del radicale cambiamento portato dall’intervento di Dio, Sposo fedele. Possiamo riconoscere nella Città santa violata la figura della famiglia di oggi, semidistrutta dalla perdita della fede, dall’edonismo e dal laicismo. Ma noi crediamo che in forza stessa dell’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, alla mensa di ogni famiglia è presente, anche se non riconosciuto, il Signore Gesù suo Salvatore. ———-

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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17 GENNAIO 2016 | 2A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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17 GENNAIO 2016 | 2A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare La liturgia di questa domenica è dominata da un episodio evangelico molto noto e sensazionale, il miracolo delle nozze di Cana. L’evangelista Giovanni lo riveste di molti significati teologici, che ci fanno riflettere sia sull’identità di Gesù, sia sul ruolo di Maria.

La parola di Dio Isaia 62,1-5. Il terzo Isaia propone un tema caro ai profeti, soprattutto a Osea, quello delle nozze tra Iahvè e il suo popolo. « Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te », dice, dando un volto regale e glorioso alla città di Gerusalemme. 1 Corinzi 12,4-11. Paolo si sgancia, come capita spesso per la seconda lettura, dal tema proposto dal vangelo e parla dei carismi presenti nella comunità cristiana di Corinto. Naturalmente non li elenca tutti, ma dà importanza a quelli che favoriscono la conoscenza di Dio e il bene della comunità: la sapienza, la scienza, la fede, ma anche il dono di fare miracoli e quello di curare le persone, il dono di profetizzare e quello di discernere i vari « carismi », infine il dono delle lingue e quello di saperle interpretare. Carismi che la storia della chiesa ha conosciuto in ogni tempo e che, come dice Paolo, vanno valorizzati e messi a servizio della comunità. Giovanni 2,1-11. Questo è l’anno di Luca, ma in questo inizio del tempo ordinario ci viene proposto un brano di Giovanni. Un episodio simpatico e simbolicamente misterioso nello stesso tempo. A Cana Gesù compie il suo primo miracolo e i suoi apostoli cominciano a credere in lui.

Riflettere L’antico testamento ha presentato Iahvè con ricchezza di attribuzioni, come creatore, liberatore, alleato, re e pastore… Ma sorprendentemente, soprattutto attraverso la parola dei profeti, ha usato anche l’immagine dello « sposo », quasi per indicare il legame strettissimo che voleva intraprendere con il suo popolo. « Ti farò mia sposa per sempre », dice Iahvè per bocca di Osea, « ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore » (2, 21-22). Un legame d’amore che fu fedele solo da parte di Iahvè, perché il popolo spesso si macchierà di infedeltà e di tradimento. Nella prima lettura, l’intera nazione ebraica è rappresentata da Gerusalemme. Isaia la presenta come la sposa del Signore: « Il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te ». Il brano di Isaia si collega al vangelo. Gesù, all’inizio della sua vita pubblica, appare a Cana come il vero sposo di quelle nozze. Gesù è lì presente non soltanto per un atteggiamento umano e solidale con la vicenda di questa coppia, bensì, ben più profondamente, per rendere presente il suo amore sponsale per l’umanità, la sua carica di passione per l’uomo, che avrà la sua piena manifestazione nella sua « ora » al momento del sacrificio sulla croce. Il miracolo compiuto da Gesù a Cana è un episodio molto conosciuto, forse anche troppo, con il rischio di vederlo banalizzato. A Cana di Galilea, un paesino a pochi chilometri da Nazaret, si celebra una festa di nozze. Tanti gli invitati e tra di loro c’è anche Maria di Nazaret, accompagnata da Gesù e dagli apostoli. Nel più bello della festa, viene a mancare il vino. Nessuna meraviglia, perché la festa poteva durare anche otto giorni e coinvolgeva l’intero paese, e il vino non bastava mai. Ma senza vino, che festa era? L’imbarazzo della famiglia mette in movimento Maria, che se ne accorge e si rivolge a Gesù. La risposta di Gesù, anche se l’espressione usata era comune tra gli ebrei e compare altre volte nella Bibbia, sembra scortese. In ogni caso il significato è chiaro e vuol dire che Gesù non intende occuparsi di questa cosa. Dice: « Non è ancora giunta la mia ora », espressione che potrebbe far pensare che non è ancora l’ »ora di cominciare a fare miracoli », ma che in Giovanni ha certamente un significato più pregnante, perché nel suo vangelo il termine « ora » fa sempre riferimento alla sua Pasqua. La « sua ora » giungerà quando, sul Calvario, manifesterà fino in fondo il suo amore e completerà la sua missione, versando dal suo costato trafitto « sangue e acqua » (Gv 19,34). Quanto alla miracolosa trasformazione dell’acqua in vino, ricordiamo che al tempo di Gesù, Israele aspettava il regno di Dio, che è descritto nelle parole dei profeti come un tempo di grande benessere e di festa per tutti, come un ricchissimo banchetto: « Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6). L’intervento di Gesù, anche se circoscritto a una festa di nozze, dà inizio a questo regno di Dio lungamente atteso. Di fatto, il miracolo avviene. Le sei giare, messe lì per le purificazioni rituali, vengono riempite fino all’orlo. L’acqua si trasforma in vino, e di quello buono, in una quantità straordinaria: si tratta di oltre 500 litri, e la festa può continuare. Chi assiste al miracolo può pensare al realizzarsi delle profezie messianiche, come dicono i profeti: « Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – in cui i monti stilleranno il vino nuovo » (Amos 9,13); « In quel giorno, le montagne stilleranno vino nuovo » (Gioele 4,18). Il vangelo si conclude dicendo che con questo miracolo si manifestò la gloria di Gesù, e « i suoi discepoli credettero in lui ». Qualcosa del mistero di Gesù comincia a rivelarsi. Questa è la terza manifestazione di Gesù, dopo l’Epifania e il battesimo di Giovanni, che abbiamo ricordato nelle ultime settimane del tempo natalizio.

Attualizzare Praticamente con questa domenica iniziamo il tempo ordinario, l’anno C, durante il quale la chiesa ci propone la lettura del vangelo di Luca. Curiosamente però, oggi, come nella seconda domenica di ogni anno, ci viene presentato un testo del vangelo di Giovanni, vangelo dai molti significati simbolici, ai quali non è estraneo anche il miracolo delle nozze di Cana. Di questo episodio, sono molti gli elementi un po’ singolari, che potrebbero porre interrogativi alla storicità del racconto così come ci viene proposto. Giovanni racconta solo sette miracoli ed è strano che il primo sia proprio questo, un miracolo quasi da burla, che non mira a guarire una persona, ma semplicemente a togliere dall’imbarazzo due giovani sposi. E per di più per venire incontro a persone che forse avevano già bevuto troppo! Perché poi Gesù dovrebbe addirittura « manifestare la sua gloria », espressione importante che si trova unicamente qui nel vangelo, attraverso un miracolo tutto sommato tra i meno significativi? Inoltre non compaiono i nomi né della sposa, né dello sposo. E ancora, Gesù appare quasi estraneo alla festa e tratta solo con i servi, addetti alle giare. Finalmente, a proposito di giare, qualcuno fa anche osservare che, come dice il vangelo, erano destinate alla purificazione: ma che ci facevano sei grosse giare di pietra in una casa privata? Tutto questo fa capire che, come in tutto il vangelo di Giovanni, ciò che vanno ricercati sono soprattutto i significati simbolico-teologici espressi dal racconto. Da questo punto di vista il racconto è di una ricchezza straordinaria. In particolare, tutto fa pensare che Giovanni abbia dato al suo racconto la struttura del midrash per presentare Gesù come il profeta della nuova e definitiva alleanza, il nuovo Mosè. Il primo dato che emerge è che il messia Gesù comincia i suoi miracoli in un clima di festa, una festa di nozze, a cui decide di partecipare insieme ad alcuni della sua famiglia. Ed è presente anche il suo primo gruppo di apostoli. Gesù ci va per simpatia verso questi due giovani sposi che con il matrimonio rendevano visibile e consacrato il loro amore. E con la sua persona accoglie e benedice questo amore. Ogni amore è sempre una sfida contro i limiti degli uomini, incapaci spesso di amare davvero e per sempre, con fedeltà. Se c’è Gesù, tutto diventa possibile, con Gesù l’amore si fa comandamento. « Bisogna essere in tre, per sposarsi bene: lui, lei e il Signore Gesù », diceva il grande predicatore Fulton Sheen. Per far felici questi sposi, Gesù fa un miracolo senza misura, si direbbe un miracolo del superfluo, ma che diventa indispensabile quando si vuole esprimere solidarietà, desiderio, gioia e festa. Un miracolo però destinato a rivelare proprio chi è Gesù, a manifestare la sua messianicità. Come dicevamo, i profeti sono unanimi nel presentare i tempi messianici come tempi gioiosi e di abbondanza. È ciò che si realizza in questa circostanza. Gesù che cambia l’acqua in vino, è lo stesso che moltiplicherà il pane per indicare che con lui si entra nei tempi messianici. Come la moltiplicazione dei pani ha anche un significato eucaristico, così lo ha questo miracolo, perché quel vino è destinato anche a noi, a dissetare anche la nostra sete di oggi. Nella moltiplicazione dei pani la fede degli apostoli veniva messa alla prova, ma esce rafforzata: « Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio » (Gv 6,68-69). Così qui: i discepoli incominciano a credere in Gesù e a vederlo con occhi nuovi. Il miracolo è suggerito, ottenuto da Maria, la madre di Gesù. La presenza di Maria in questa circostanza non è di contorno, ma determinante. È la sua maternità che si manifesta, maternità che troverà la sua consacrazione esplicita ai piedi della croce, nell’ »ora » di Gesù, quando tutti verremo affidati a lei. Maria è la discepola fedele, che non si scompone di fronte alla risposta negativa di Gesù. Invece dice ai servi: « Qualsiasi cosa vi dica, fatela », dimostrando una fiducia incondizionata in Gesù, e la sicurezza che poteva risolvere in un modo o nell’altro la questione. L’espressione trova una corrispondenza nella espressione che il popolo esprime nel momento dell’alleanza del Sinai, quando dice: « Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo! » (Es 19,8). Gesù a Cana la chiama « donna », ed è un chiaro riferimento a Eva, la madre di tutti i viventi. Così la chiamerà dalla croce, affidando a lei ogni uomo in Giovanni. A Cana la maternità di Maria si manifesta con un’intercessione efficace. Maria è una donna attenta e ascoltata dal figlio, che è rispettoso al di là delle parole. C’è chi ha detto che questo miracolo è tipico e rivela il modo di agire di Dio, che sembra gradire, se non addirittura mettere in conto, l’intervento di Maria. Quanto alle sei giare di pietra che contenevano l’acqua per la purificazione, esse sono lì a rappresentare la religione antica, quella dei riti e delle pratiche care ai cultori delle leggi, incapaci di dare davvero perdono, gioia e serenità. Mentre è Gesù l’acqua che dà vita, la sorgente di acqua viva. Anzi, Gesù cambiando quest’acqua in vino, trasforma una condizione triste, rappresentata da una festa senza vino, in una situazione di grande euforia, nel dono del vino nuovo, della nuova legge dell’amore, che sostituisce la religione della molteplicità dei riti e della schiavitù delle leggi.

Gesù li inonda di vino « Per dare il via alla sua « ora », Gesù cambia l’acqua in vino. Non è una cosa… normale. Gesù non fornisce ai commensali pane e companatico, il necessario per una vita decente. Quelli non mancano. Ce li hanno anche senza di lui. Gesù li inonda di vino, un extra, che a noi richiama autisti ubriachi, controlli con l’etilometro, obesità…., ma che nel linguaggio biblico è il simbolo della gioia. E la gioia non è mai troppa. Non ubriaca. Più ce n’è, più rende lucidi e felici » (Tonino Lasconi).

Don Umberto DE VANNA sdb

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