Archive pour le 14 janvier, 2016

Efeso, Rovine della chiesa della Vergine Maria.

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https://it.wikipedia.org/wiki/Arcidiocesi_di_Efeso

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GIOVANNI PAOLO II – L’IMPEGNO PER SCONGIURARE LA CATASTROFE ECOLOGICA (LETTURA: SAL 148, 1-5).

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2001/documents/hf_jp-ii_aud_20010117.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 gennaio 2001

L’IMPEGNO PER SCONGIURARE LA CATASTROFE ECOLOGICA (LETTURA: SAL 148, 1-5).   

1. Nell’inno di lode, or ora proclamato (Sal 148, 1-5), il Salmista convoca, chiamandole per nome, tutte le creature. In alto si affacciano angeli, sole, luna, stelle e cieli; sulla terra si muovono ventidue creature, tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, a indicare pienezza e totalità. Il fedele è come « il pastore dell’essere », cioè colui che conduce a Dio tutti gli esseri, invitandoli a intonare un « alleluia » di lode. Il Salmo ci introduce come in un tempio cosmico che ha per abside i cieli e per navate le regioni del mondo e al cui interno canta a Dio il coro delle creature. Questa visione potrebbe essere, per un verso, la rappresentazione di un paradiso perduto e, per un altro, quella del paradiso promesso. Non per nulla l’orizzonte di un universo paradisiaco, che è posto dalla Genesi (c. 2) alle origini stesse del mondo, da Isaia (c. 11) e dall’Apocalisse (cc. 21-22) è collocato alla fine della storia. Si vede così che l’armonia dell’uomo con il suo simile, con il creato e con Dio è il progetto perseguito dal Creatore. Tale progetto è stato ed è continuamente sconvolto dal peccato umano che si ispira a un piano alternativo, raffigurato nel libro stesso della Genesi (cc. 3-11), in cui è descritto l’affermarsi di una progressiva tensione conflittuale con Dio, con il proprio simile e persino con la natura. 2. Il contrasto tra i due progetti emerge nitidamente nella vocazione a cui l’umanità, secondo la Bibbia, è chiamata e nelle conseguenze provocate dalla sua infedeltà a quella chiamata. La creatura umana riceve una missione di governo sul creato per farne brillare tutte le potenzialità. È una delega attribuita dal Re divino alle origini stesse della creazione quando l’uomo e la donna, che sono « immagine di Dio » (Gn 1,27), ricevono l’ordine di essere fecondi, moltiplicarsi, riempire la terra, soggiogarla e dominare sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra (cfr Gn 1,28). San Gregorio di Nissa, uno dei tre grandi Padri cappadoci, commentava: « Dio ha fatto l’uomo in modo tale che potesse svolgere la sua funzione di re della terra… L’uomo è stato creato a immagine di colui che governa l’universo. Tutto dimostra che fin dal principio la sua natura è contrassegnata dalla regalità… Egli è l’immagine viva che partecipa nella sua dignità alla perfezione del divino modello » (De hominis opificio, 4: PG 44,136). 3. Tuttavia la signoria dell’uomo non è « assoluta, ma ministeriale; è riflesso reale della signoria unica e infinita di Dio. Per questo l’uomo deve viverla con sapienza e amore, partecipando alla sapienza e all’amore incommensurabili di Dio » (Evangelium vitae, 52). Nel linguaggio biblico « dare il nome » alle creature (cfr Gn 2,19-20) è il segno di questa missione di conoscenza e di trasformazione della realtà creata. È la missione non di un padrone assoluto e insindacabile, ma di un ministro del Regno di Dio, chiamato a continuare l’opera del Creatore, un’opera di vita e di pace. Il suo compito, definito nel Libro della Sapienza, è quello di governare « il mondo con santità e giustizia » (Sap 9,3). Purtroppo, se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina. Soprattutto nel nostro tempo, l’uomo ha devastato senza esitazioni pianure e valli boscose, inquinato le acque, deformato l’habitat della terra, reso irrespirabile l’aria, sconvolto i sistemi idro-geologici e atmosferici, desertificato spazi verdeggianti, compiuto forme di industrializzazione selvaggia, umiliando – per usare un’immagine di Dante Alighieri (Paradiso, XXII, 151) – quell’ »aiuola » che è la terra, nostra dimora. 4. Occorre, perciò, stimolare e sostenere la ‘conversione ecologica’, che in questi ultimi decenni ha reso l’umanità più sensibile nei confronti della catastrofe verso la quale si stava incamminando. L’uomo non più ‘ministro’ del Creatore. Ma autonomo despota, sta comprendendo di doversi finalmente arrestare davanti al baratro. « È, allora, da salutare con favore l’accresciuta attenzione alla qualità della vita e all’ecologia, che si registra soprattutto nelle società a sviluppo avanzato, nelle quali le attese delle persone non sono più concentrate tanto sui problemi della sopravvivenza quanto piuttosto sulla ricerca di un miglioramento globale delle condizioni di vita » (Evangelium vitae, 27). Non è in gioco, quindi, solo un’ecologia ‘fisica’, attenta a tutelare l’habitat dei vari esseri viventi, ma anche un’ecologia ‘umana’ che renda più dignitosa l’esistenza delle creature, proteggendone il bene radicale della vita in tutte le sue manifestazioni e preparando alle future generazioni un ambiente che si avvicini di più al progetto del Creatore. 5. In questa ritrovata armonia con la natura e con se stessi gli uomini e le donne ritornano a passeggiare nel giardino della creazione, cercando di far sì che i beni della terra siano disponibili a tutti e non solo ad alcuni privilegiati, proprio come suggeriva il Giubileo biblico (cfr Lv 25,8-13.23). In mezzo a quelle meraviglie scopriamo la voce del Creatore, trasmessa dal cielo e dalla terra, dal giorno e dalla notte: un linguaggio « senza parole di cui si oda il suono », capace di varcare tutte le frontiere (cfr Sal 19[18], 2-5). Il libro della Sapienza, riecheggiato da Paolo, celebra questa presenza di Dio nell’universo ricordando che « dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il Creatore » (Sap 13,5; cfr Rm 1,20). È ciò che canta anche la tradizione giudaica dei Chassidim: « Dovunque io vada, Tu! Dovunque io sosti, Tu…, dovunque mi giro, dovunque ammiro, solo Tu, ancora Tu, sempre Tu » (M. Buber, I racconti dei Chassidim, Milano 1979, p. 256).

 

LA LECTIO DIVINA NELLA TRADIZIONE DELLA SPIRITUALITÀ CRISTIANA

http://www.monasterodibose.it/preghiera/lectio-divina/942-la-lectio-divina-nella-tradizione-della-spiritualita-cristiana

LA LECTIO DIVINA NELLA TRADIZIONE DELLA SPIRITUALITÀ CRISTIANA

…la sua legge medita giorno e notte…

Chi dice lettura dice libro. Chi dice libro dice, per un credente, Bibbia. Chi dice Bibbia dice Parola di Dio. Chi dice Parola di Dio annuncia il Dio vivente, il solo che parli, e la fede in questo Dio vivente. Chi dice fede nel Dio vivente dice inizio dell’amicizia tra Dio e l’uomo, e questo è tutto il cristianesimo, che è fede nella Parola di Dio incarnata, e il quale ammette la lectio divina come pezzo forte della sua spiritualità. Poiché se è vero che la fede nasce innanzitutto non da un libro letto ma da una parola ascoltata, non da una lectio ma da una praedicatio (Rm 10,17), non da una parola scritta, ma da una parola pronunciata con la forza di un evento sempre nuovo, è anche vero che il popolo di Dio ha fissato per iscritto la Parola ardente, ha riunito in libri gli oracoli profetici e che il Libro delle Scritture conserva nella chiesa, come il vaso conservava nell’Arca la manna incorruttibile, la Parola incorruttibile sempre viva di Dio. Sarà necessario saper usare di questo libro per la propria salvezza e non per la propria rovina, per trovare il cammino verso Dio e non per perdersi, ma il fatto che ci si debba servire di esso, che si debba aprire e scrutare, questo non può essere messo in dubbio da un credente. Egli non prova forse, nel moto spontaneo e nell’ardore della sua stessa fede, la strana attrattiva di questo libro in cui si può ritrovare il Signore che un giorno si è incontrato nel cammino della vita e al quale ci si è interamente donati? Origene diceva: Che cos’è la conversione? Se noi voltiamo le spalle a tutte le cose del mondo e, attraverso lo studio, i nostri atti, il nostro spirito, il nostro sforzo, ci consacriamo alla Parola di Dio, se meditiamo la sua Legge giorno e notte, se, dimenticando tutto il resto, siano disponibili per Dio e prendiamo a cuore le sue testimonianze, è proprio tutto questo che significa: essere convertiti al Signore(Origene in Ex., hom. 12). La spiritualità cristiana non è cosa diversa dalla spiritualità del battesimo vissuta nella logica pasquale, che costituisce il suo nucleo essenziale. Il movimento della conversione che fa che ci distogliamo dal peccato, dalla menzogna, dalle futilità, ci fa necessariamente aderire al Dio santo e vero, ed è in particolare proprio nella sua Parola che noi lo incontriamo. Convertirsi, volgersi verso il Signore significa dunque in ultima istanza fidanzarsi con la sua parola: «Quando le tue parole si presentavano, io le divoravo; la tua parola era la mia estasi e la gioia del mio cuore» (Ger 15,16). L’inizio del Salmo 1 appare allora come l’ideale mistico di ogni credente e ritornerà come un motivo conduttore nella penna di ogni scrittore cristiano: «Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte!». La nostalgia del credente, dal momento in cui ha conosciuto Dio e ascoltato la sua Parola, sarà, come diceva Origene, «dimenticando tutto il resto, essere disponibili per Dio» (omissis omnibus, Deo vacare); il profeta Osea esprime questa nostalgia di Israele in termini indimenticabili: «Per questo io la sedurrò, la condurrò al deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). La fede tende segretamente, di per se stessa, verso questo ascolto eterno del Verbo che è la Parola sostanziale e beatificante del Dio vivente. È chiaro che questo movimento spontaneo della fede deve venire a patti con la condizione terrena che lo obbliga a una lunga deviazione e a un’infinita pazienza. La maggior parte dei cristiani, nel mondo, apriranno il Libro unico solo in rari momenti, quando potranno dimenticare per un istante le preoccupazioni della vita terrena, e a loro volta, omissis omnibus, Deo vacare. Quando avverrà questo se non ogni settimana in quel giorno regolare che per eccellenza è giorno del Signore? Vacare Deo: lasciare del tempo libero per Dio, consacrare del tempo a Dio è esattamente il ruolo e il significato della domenica nel ritmo della vita cristiana. Ci sono sei giorni della settimana dedicati al lavoro umano e alle parole umane; il settimo giorno è dedicato al Signore e all’incontro con lui, sia nella sua Parola che nell’Eucaristia. Quando, secondo san Gerolamo (Ep. 22,35), la Regola di Pacomio prescriveva ai monaci «di dedicarsi, ogni domenica, esclusivamente alla preghiera e alle letture», non faceva che applicare in modo più intenso alla vita monastica quello che doveva essere un ideale di ogni cristiano. Ma più precisamente, che cosa caratterizza e differenzia i primi monaci? Il fatto che per loro ogni giorno sarà domenica! Non nel senso che la domenica è astensione dal lavoro; su questo punto anche i monaci obbediranno alla legge universale del lavoro dei sei giorni, ma nel senso che la domenica è innanzitutto il tempo consacrato alla lettura della Parola di Dio. I monaci sono coloro che non possono sopportare di non nutrirsi continuamente di questa Parola, coloro che cercano di vivere alla lettera, fin da quaggiù, quello che la loro conversione misticamente significa: un oblio delle cose del mondo per abbracciare soltanto la Parola di Dio. La lectio divina diventa così, fin dall’inizio, la parte più importante dell’organizzazione monastica. Spigoliamo qualche testimonianza dall’opera di Denys Gorce, La lectio divina des origines du cénobitisme à Saint Benoit et Cassiodore I, Paris 1925.

Sant’ Antonio, il padre del monachesimo, domandava ai discepoli che venivano per mettersi alla sua scuola di « pregare con assiduità, di recitare i salmi prima di addormentarsi e dopo il risveglio, di ruminare nel loro spirito i comandi della Scrittura e di custodire il ricordo degli esempi dei santi in modo che, venendo l’anima stimolata dai precetti divini, essi potessero imitare il loro zelo ».(idem p.66)

La Regola di san Pacomio: « La meditazione delle Scritture … è la linfa del grande albero monastico, la chiave di volta dell’edificio pacomiano, e anche il garante della sua solidità. Essa è il mezzo ascetico per eccellenza per non perdere di vista Cristo neppure un solo istante del giorno, e per custodire la sua presenza lungo le notti. II cenobita pacomiano è la realizzazione della figura del giusto, «che ripone la sua gioia nella legge del Signore e che la medita giorno e notte» » (idem p.79) Sottolineiamo come la regola di san Pacomio subordini alla preghiera e alla lettura ogni altro esercizio fisico di ascesi: « È secondo il canone della chiesa che noi digiuniamo solo per due giomi, per poter avere le forze e non venir meno nel compiere quel che ci viene ordinato, cioè la preghiera continua, le veglie, la meditazione della legge di Dio. » (idem p.71-72)

San Gerolamo, in un modo del tutto personale, ma sull’esempio di questi Anziani, ha ripreso l’ideale di una vita tutta centrata sulla Parola di Dio: il suo insediamento a Betlemme, i suoi lavori esegetici non hanno avuto altro scopo se non quello di penetrare meglio la verità di questa Parola. Questo il suo augurio: «Il sonno vi sorprenda con i libri in mano e, se la vostra testa si piega per la fatica, ricada sulla pagina santa» (idem pg.55). Non vi sono soltanto i monaci che si consacrano alla lectio divina: vescovi come sant’Ambrogio, sant’Agostino e tanti altri, non hanno una spiritualità differente.

Il celebre monaco Cassiano, nel IV secolo, ci esprime la gioia che si irradia da una tale spiritualità. « Raccolte premurosamente (le parole sacre), depositate con cura ed etichettate negli antri dell’anima, munite del sigillo del silenzio, avverrà di esse come di vini dal soave profumo che rallegrano il cuore dell’uomo. Invecchiate da lunghe riflessioni e nelle lentezze della pazienza, le verserete dal ricettacolo del vostro cuore in fiotti di fragrante balsamo; come una fontana che zampilla senza sosta, esse strariperanno dalle vene dell’esperienza e dai canali che spandono virtù; sgorgheranno in fiumi inesauribili dal vostro cuore come da un abisso. » (Jean Cassien, Conférences H, ed. E.Pichery, SC 54, Paris 1958, p. 201)

Infine la regola di san Benedetto fa entrare la lectio divina nella struttura monastica e, con ciò, nella spiritualità di tutto l’Occidente cristiano: lettura collettiva all’ufficio, in particolare a compieta, e al refettorio; lettura personale che durava circa tre ore ogni giorno.

(tratto da «La lectio divina nella chiesa», in Pregare la Bibbia nella vita religiosa, Bose 1983 p. 7-10 oggi disponibile nella collana fascicoli Qiqajon n° 51 pg.1-5)

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