Archive pour le 8 janvier, 2016

Battesimo del Signore

Battesimo del Signore dans immagini sacre 11_01_09_Baptism
http://wdtprs.com/blog/2015/01/wdtprs-baptism-of-the-lord-he-must-increase-we-must-decrease-2/

Publié dans:immagini sacre |on 8 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

IS 40,1-5.9-11 – CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO » – COMMENTO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/11-12/1-Avvento_B-2011/Omelie/02-Domenica-Avvento-B-2011_SC.html   

  IS 40,1-5.9-11 -  CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO » –

PRIMA LETTURA DOMENICA 10 GENNAIO    

CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche    

(STRALCIO)

La prima lettura ci riporta il bellissimo inizio del cosiddetto « libro della consolazione » d’Israele, che abbraccia i cc. 40-55, che ormai gli studiosi attribuiscono concordemente al Deutero-Isaia, un profeta anonimo della fine dell’esilio. Il brano si presenta come un coro a più voci. Apre il canto Dio stesso che annuncia la fine della schiavitù: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati » (Is 40,1-2). La liberazione avviene non come un fatto meccanico, o per una felice combinazione di eventi e di rapporti di forza, ma perché Gerusalemme « ha scontato la sua iniquità », cioè si è convertita pagando il « doppio » di quello che aveva rubato al Signore: come i ladri che dovevano restituire il « doppio » (Es 22,3)! Come si vede, il fatto politico è riassorbito nella dimensione religiosa dell’evento.

« Nel deserto preparate la via al Signore » A questo punto si inserisce una « voce » misteriosa, che il profeta lascia volutamente nell’anonimo per creare un clima di maggiore attenzione, la quale esorta a « preparare » la via al Signore che sta per ritornare nella sua terra, conducendosi dietro vittoriosamente il suo popolo: « Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato » (vv. 3-5). Nei testi babilonesi si parla in termini analoghi di « vie » processionali o trionfali, preparate per determinate divinità o per il re vittorioso. Il riferimento al « deserto », oltre che una precisa indicazione delle steppe siriane che avrebbero dovuto attraversare i deportati in Babilonia, vuol essere soprattutto un rimando all’esperienza del primo Esodo, con tutti i prodigi che lo avevano accompagnato. Anche adesso Dio manifesterà la sua « gloria » nei prodigi che accompagneranno questa nuova liberazione: tanto che « ogni uomo la vedrà » (v. 5) con i propri occhi e quasi la toccherà con le proprie mani.

« Il Signore Dio viene con potenza » Subito dopo il profeta immagina che uno si distacchi dal gruppo dei reduci e si affretti a portare il buon annuncio alla città di Gerusalemme, che ancora giace nella sua tristezza e nella sua desolazione: « Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce, con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere, annunzia alle città di Giuda: « Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri »" (vv. 9-11). È il grande « Avvento » del Dio che « salva » nella sua terra: è perciò una « venuta » di riconciliazione e di amore! Con il popolo che ritorna dall’esilio anche Gerusalemme rifiorisce. Il prodigio è pertanto duplice: il ritorno d’Israele alle sue sorgenti e il « rifiorire » di ciò che era rimasto, quale simbolo di un mondo ormai in dissoluzione. L’immagine conclusiva del brano è bellissima: Dio, che pur è potente e detiene nel suo pugno lo scettro del « dominio » (v. 10), è rassomigliato ad un « pastore », pieno di premura e di delicatezza verso gli « agnellini » appena nati e verso le « pecore madri » (v. 11). La potenza e l’amore disarmato, direi quasi infantile e materno nello stesso tempo, in lui non si contraddicono!

OMELIA (10-01-2016) – BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C)

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20160110.shtml

OMELIA (10-01-2016) – BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C)

padre Gian Franco Scarpitta

Nel Battesimo l’umiltà di Dio

Questa Domenica osserviamo il Figlio di Dio che si confonde con coloro che fanno ressa alla riva del fiume Giordano per ricevere il battesimo di Giovanni. Questo era all’epoca un segno esteriore che avveniva con acqua per significare il pentimento sincero di quanti si erano ravveduti dai loro peccati e intendevano riconciliarsi con Dio; un rito simile ai vari usi iniziatici di altre religioni, anche nel paganesimo. Da Giovanni accorrevano tutti coloro che avevano preso coscienza del loro peccato, che consideravano la loro indegnità e meschinità, si sentivano oppressi dalla loro coscienza e il peccato era stato per loro uno stato di indegnità davanti a Dio. C’è differenza infatti fra peccato e senso di colpa: quest’ultimo riguarda il lato psicologico personale di una persona che si rapporta con se stessa. Il peccato è invece la consapevolezza di aver offeso innanzitutto Dio e di aver perso la comunione con lui e poiché Dio lo si trova nei fratelli il peccato è implicitamente una mancanza anche nei loro confronti, poiché quando non si ama il fratello non si ama Dio. Nella consapevolezza di aver peccato, ai è un rapporto in dimensione verticale e un altro orizzontale. Di tutto questo doveva essere ben consapevole Gesù, il Figlio di Dio, che entra in contatto con i peccatori per fare la fila con loro e ricevere il battesimo, come se anche lui avesse avuto delle colpe da cui emendarsi. Che Dio avesse fatto assumere a Gesù una carne di peccato è assodato. Come dice infatti Paolo:  » Colui che non aveva conosciuto peccato eppure Dio lo trattò da peccato a nostro favore »(2Cor 5, 21) perché potesse partecipare in tutto della nostra natura umana assumendone ogni precarietà. Ciononostante egli « è stato tentato in ogni cosa senza commettere peccato »(Eb 4, 15) e piuttosto « lui ci è stato manifestato per togliere i peccati, ma in lui non c’è peccato »(1Gv 3, 5). Adempiere la volontà del Padre corrisponde per Gesù a eliminare i nostri peccati, a vincere il peccato soprattutto nel riscatto della croce, ma in effetti in tutta la sua vita umana Cristo non ha mai peccato e nessuna imperfezione poteva mai caratterizzarlo. Eppure lo troviamo fra i peccatori a chiedere il battesimo come se avesse peccato alla pari di tutti gli altri. Nella risposta stessa di Gesù a Giovanni si trova la spiegazione di tanto abbassamento da parte del Figlio di Dio: « Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia ». Nel linguaggio del profeta Isaia « adempiere ogni giustizia corrisponde a « preparare la via del Signore e raddrizzare i sentieri » (Is 40, 3) invito che aveva proclamato lo stesso Battista sulle orme del profeta medesimo (preparare la via del Signore) ma quale poteva essere il migliore procedimento del Verbo Incarnato per predisporre le nostre vie se non percorrerle insieme a noi? Come poteva aiutarci il Figlio di Dio se non configurandosi con noi peccatori e condividendo tutto, sentimenti, impressioni, timori e prospettive? Gesù fa la fila non perché abbia la coscienza di aver peccato, ma perché vuol rendersi in tutto solidale con i peccatori, condividendo ogni cosa con loro ai fini di poterli liberare dal morbo che li affligge dopo averli condotti e accompagnati. Una decisione di semplice condivisione e abbassamento che indica la pienezza della misericordia di Dio. Diceva un autore che « l’umiltà è la ricchezza della povertà », perché essa è all’origine di tutto ciò che può nobilitare l’uomo e di conseguenza non si è mai miseri quando si è umili. Secondo Marcel Aymè « l’umiltà è l’anticamera delle perfezioni, e senza di essa le virtù sono vizi. » Anche se non sempre l’esperienza ce ne da conferma, mostrarci umili e sottomessi dischiude la strada per conseguire ogni successo e per consolidarci nelle virtù. Anzi, la buona disposizione all’umiltà coltiva e accresce qualsiasi virtù acquisita e qualsiasi pregio o facoltà possiamo ritrovarci. Non avere vanagloria e presunzione da ostentare, non coltivare ambizioni o false e altezzose pretese, considerare gli altri al di sopra di noi stessi e non avere di che autoesaltarci evitando la megalomania e la presunzione sono tutti effetti dell’unica virtù senza la quale nessun obiettivo è possibile, appunto l’umanità. Papa Francesco in qualche luogo ci ricordava che l’umiltà innanzitutto è lo stile di Dio, al quale l’uomo è chiamato ad attingere e sul quale ci si deve conformare. In questo Anno dedicato alla misericordia ci rendiamo conto che essa è una prerogativa del Dio amore che sacrifica se stesso superando ogni nostra aspettativa. Dio per amore dell’uomo si umilia e su questo ci dà esempio concreto di umiltà. Dio che spoglia se stesso rinunciando al predominio e alle sue certezze, e che per amore dell’uomo si fa piccolo per innalzare tutti è già un emblema di umiltà proficua e munifica. Ora Gesù si dispone in fila davanti al Battista per condividere lo stato di debolezza morale di tutti i suoi contemporanei, anche se è inesistente il suo stato di debolezza e di peccaminosità attuale. Con la fuoriuscita dall’acqua Gesù ottiene il dono dello Spirito Santo simboleggiato metaforicamente dalla colomba (dolcezza, pace e gioia nella novità di vita) dell’avallo del Padre che lo istituisce « Figlio suo prediletto ». Non che non lo fosse già prima, ma adesso in forza dello Spirito Dio Padre ce lo manifesta come tale in vista della missione di annuncio del Regno di Dio che egli darà al mondo. Sarà lo Spirito Santo a condurre Gesù prima nel deserto e poi a Cafarnao, dove inizierà il suo ministero pubblico; sempre lo Spirito condurrà Gesù in tutta la sua predicazione e nella missione pubblica, facendo in modo che egli venga riconosciuto ed esaltato Figlio del Padre. In Cristo si evince il vero e inconfondibile Signore che salva e che redime, cioè il Dio che non potrebbe essere mai confuso con nessun altro: il Dio Trinitario. Dio che nella sua pienezza di gloria e di grandezza si china sulle nostre miserie e prende sulle spalle la nostra povertà morale, facendo propri i nostri bisogni e che non disdegna di confondersi con i peccatori, mentre agli occhi del mondo c’è sempre stata incompatibilità fra peccatori e giusti. Lo stesso Cristo Signore istituirà un Battesimo diverso da quello di Giovanni. In esso non vi sarà semplicemente un « segno » esteriore di acqua. Questa sarà solamente la materia del Sacramento, per mezzo della quale lo stesso Cristo, in forza dello Spirito Santo, ci libererà egli medesimo dal peccato che tutti ci caratterizza (peccato originale) risollevandoci e chiamandoci a vita nuova. Nel battesimo operato da Gesù riceveremo direttamente la grazia santificante e diventeremo figli di Dio. Figlio nel Figlio, partecipi della stessa missione sacerdotale del Cristo, anche noi missionari con lui. Il solo termine Battesimo (Bautizo) è espressivo degli effetti di grazie che esso comporta nella nostra vita: vuol dire etimologicamente « lavacro », questo da intendersi nel duplice senso di lavacro di distruzione e debellamento e lavacro innovativo di rigenerazione. Nel primo caso si ha infatti che nel Battesimo si ottiene la liberazione dal peccato che è la radice di tutti i mali; nel secondo caso, una volta liberi e riscattati si rinasce a nuova vita e ci si dispone a camminare secondo nuova dignità di vita. Del nostro Battesimo, che non di rado dalle famiglie dei piccoli battenzandi viene frainteso quasi alla stregua di una festa gratuita senza conseguenze, dovremmo allora essere e manifestarci orgogliosi e testimoniare nella gioia la nostra appartenenza al Dio che si è umiliato per noi.

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