Archive pour janvier, 2016

New York – Saint Paul – Byzantine art inside the cathedral

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Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

MONS. GIANFRANCO RAVASI – INNO ALLA CARITÀ (1Cor 13)

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MONS. GIANFRANCO RAVASI – INNO ALLA CARITÀ (1Cor 13)

Nell’atmosfera luminosa e gioiosa della Pasqua e alle soglie del mese primaverile di maggio che è scelto da molti fidanzati per la celebrazione delle loro nozze abbiamo pensato di ricorrere a una pagina bellissima della Bibbia, al celebre canto dell’agape, cioè dell’amore cristiano che Paolo ha intessuto nel capitolo 13 della sua prima Lettera ai Corinzi: «Se pure parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…». Ci spiace di non poter citare integralmente questo inno meraviglioso; possiamo, però, invitare i nostri lettori a rileggerlo su una loro Bibbia. Significativa è la scelta del vocabolo da parte dell’apostolo: i Greci per indicare l’amore usavano soltanto il termine eros; Paolo preferisce agape che esprime soprattutto la donazione, la totalità, la consacrazione di sé all’altro, mentre l’eros suppone ancora possesso, godimento e appagamento. L’apostolo ci ricorda che anche tre doni altissimi, come la profezia, la conoscenza e la fede, se privi dell’amore, sono uno zero. La stessa generosità eroica e il distacco dai beni, se non animati dall’amore, sono solo atti di autoglonficazione o gesti spettacolari. Un profeta brasiliano contemporaneo, Paulo Suess, ha così ripreso la prima parte dell’inno paolino: «Anche se parlassi la lingua di tutte le tribù viventi / e persino dei popoli scomparsi dalla terra e dalla memoria, / se non ho l’amore, / sono un trombone di gelida latta, un computer trilingue. / Anche se distribuissi tutte le mie scarpe e i viveri / per soccorrere il popolo scarso e denutrito, se non ho l’amore, / sono una delle tante Cavie rivoluzionarie, / un cacciatore di farfalle o un poeta sognatore». La seconda parte dell’inno – che per la precisione inizia nel v. 4 del capitolo 13 – è simile a un fiore i cui petali sono altrettante qualità dell’amore-agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza… E il corteo delle virtù che accompagnano l’amore. Se l’amore si spegnesse, le virtù umane e religiose si eclisserebbero. Il nostro scrittore Giovanni Teston (1923-1993) ha voluto tradurre nel 1991 la prima Lettera ai Corinzi in una forma quasi poetica e ha esaltato in modo sorprendente la forza dolce di questo canto profondamente evangelico. Ma un altro scrittore, l’autore della famosa Fattoria degli animali, l’inglese George Orwell, in un suo romanzo Fiorirà l’aspidistra (1936) compirà un audace stravolgimento dell’inno paolino, una deformazione che è purtroppo reale nella storia dell’umanità. Egli, infatti, ha sostituito alla parola amore-agape quella quasi antitetica del “denaro”. Il canto si è, allora, trasformato in questa lode biasfema dell’idolo più venerato dagli uomini: «Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, non sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…». Il poeta latino Ovidio nella sua Ars amatoria era convinto che «con l’oro ci si procura anche l’amore» (2,278). In realtà con l’oro si può acquistare il sesso ma non l’amore.

 

31 GENNAIO 2016 | 4A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

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31 GENNAIO 2016 | 4A DOMENICA T. ORDINARIO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Continua la lettura del capitolo quarto del vangelo di Luca. Gesù è a Nazaret, dove ha preso la parola e ha presentato il suo progetto di vita, che coinvolge da vicino se stesso, ma anche tutto il popolo. La schiettezza di Gesù verso la sua gente e il suo coraggio non vengono accolti. Viene rifiutato anche lui, come è avvenuto per i grandi profeti del passato.

La parola di Dio Geremia 1,4-5.17-19. Il Signore invita il profeta Geremia a essere deciso e coraggioso, a non spaventarsi di fronte alla sua difficile missione. È stato scelto ancor prima di nascere proprio per questo. 1 Corinzi 12,31-13,13. È il famoso inno alla carità di Paolo, uno dei passi più significativi delle sue lettere e di tutta la Scrittura. Ci vengono descritte le mille caratteristiche positive della carità vissuta, a confronto della quale ogni altro carisma è poca cosa. Luca 4,21-30. Continua il vangelo di domenica scorsa. Gesù ha letto il brano di Isaia, che descrive esattamente il programma della sua predicazione. La gente di Nazaret passa dalla meraviglia alla delusione e al rifiuto, perché attende qualcosa di diverso da chi altrove ha compiuto miracoli.

Riflettere Geremia viene chiamato dal Signore a essere profeta sin da giovane. Non lo desidera, si scusa: « Ecco, io non so parlare, perché sono giovane », dice. È un tipo tranquillo Geremia, e pensa solo a vivere in una normale vita di famiglia ad Anatot, il villaggio dove è nato. Ma il Signore gli dice di averlo scelto e consacrato « prima che uscisse alla luce » per stabilirlo profeta delle nazioni. Geremia dovrà così imparare che cosa significa mettersi al servizio di Dio per una missione importante e scomoda… La sua sarà sempre una missione contrastata, rivolta verso i potenti, « contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo ». Ma il Signore gli assicura la protezione: « Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti ». In realtà la sua missione incontrerà ostacoli e rifiuti, contrasti di ogni tipo, e si concluderà in un dramma. La difficile chiamata di Geremia ci viene presentata oggi come figura di Gesù. Anche Gesù è stato inviato dal Padre per una missione difficile, che lo coinvolge interamente e che incontrerà difficoltà e incomprensioni, concludendosi tragicamente. La lettura continua della lettera di Paolo ai Corinzi, si sofferma ancora sulla presenza dei carismi presenti nella comunità. E lo fa con un testo sublime, specialissimo. Parole che « dovremmo conoscere a memoria, come uno dei brani più belli della letteratura mondiale » (Luigi Pozzoli). Nella comunità di Corinto c’è chi si vanta di possedere il fascino delle lingue, chi di avere il dono delle profezie; ma Paolo afferma che a nulla valgono questi doni, neanche una fede capace di spostare le montagne, se manca la carità. « Vi mostro la via più sublime », dice. E comincia a elencare le caratteristiche che rendono bella la carità, l’amore donato che timbra il vivere cristiano, e trasforma e rende significativi e nuovi i rapporti interpersonali. Paolo si sofferma a parlare della carità come se si trattasse di una persona. E si serve di un elenco di verbi (una quindicina) per descriverla. Dice che la carità è magnanima e benevola, non è invidiosa, non si vanta, non si adira, non si vendica dei torti ricevuti, non gode dell’ingiustizia, è veritiera; inoltre tutto scusa, tutto crede, tutto spera , tutto sopporta… E conclude: i carismi spariranno, perché verrà il tempo in cui non saranno più necessari. Finiranno come i giochi dell’infanzia, che quando si cresce si abbandonano per qualcosa di più importante. Spariranno anche la stessa fede e la speranza: solo la carità non verrà meno e non avrà fine. Quanto al brano del vangelo, comincia con l’ultimo versetto del testo che ci è stato proposto domenica scorsa. Siamo sempre nel capitolo quarto di Luca e Gesù è ancora nella sinagoga di Nazaret. Ha appena letto il brano del profeta Isaia. Chi ascolta apprezza ciò che Gesù legge e il suo commento, ma si domanda da dove provengano il suo sapere e la sua autorevolezza. « Non è costui il figlio di Giuseppe? ». Essi si domandano soprattutto perché non compie nel suo villaggio, tra la sua gente, a casa sua, i miracoli che ha compiuto altrove. Il vangelo di Marco dice che non poté compiere nessun miracolo speciale, ma solo qualche guarigione, a causa della loro incredulità (6,5). « I nazaretani si attendevano solo uno show taumaturgico da parte di questo concittadino » (Gianfranco Ravasi). Ma è a questo punto che la provocazione di Gesù si fa aperta e, di fronte alla loro chiusura, fa riferimento a due episodi che hanno per protagonisti i profeti Elia ed Eliseo, il primo perché fu accolto e aiutato da una donna straniera; Eliseo, perché ha favorito con il suo miracolo la fede di uno straniero. Come a dire che ci sono degli stranieri che sono più aperti nei confronti dei profeti, di loro, abitanti di Nazaret, che pure fanno parte del popolo di Dio. È a questo punto che gli ascoltatori si alzano e pieni di indignazione lo cacciano fuori dalla città, cercando di buttarlo giù dal ciglio del monte, quasi a volersi sbarazzare di lui senza toccarlo, conservando le mani pulite. Ma Gesù passa in mezzo a loro e si allontana: non è ancora questa la sua ora, l’ora del Padre. Il brano si conclude con Gesù che passa in mezzo a loro e riprende il suo cammino. Quasi a dire che i cristiani non devono temere quando annunciano con coraggio il contenuto integro della buona novella: Dio darà anche a loro il coraggio e la sicurezza di poterne uscire senza alcun danno.

Attualizzare Probabilmente ogni cristiano ha fatto almeno qualche volta nella vita l’esperienza del rifiuto, quella di non essere capito, accettato, magari dalla stessa famiglia, dagli amici, sul lavoro, dalle persone più care. Come spiegare però questo fallimento nel caso di Gesù a Nazaret? Perché passano dalla meraviglia all’odio? Gesù sa che nessun profeta è ben accolto nella sua patria, tra i suoi, eppure va a Nazaret, spinto dall’amore verso quelli che ha conosciuto da sempre, con cui ha condiviso tanti momenti vissuti insieme nella sinagoga e nelle piazze. Gesù porta un lieto annuncio, dice parole nuove, parole di speranza. Sono quelle che essi attendono da tempo. Come tutti gli israeliti del loro tempo, sono delusi e abbacchiati per la sudditanza dai Romani, per l’oppressione dei governanti e delle tante disposizioni della Legge, discriminati a causa della loro condizione sociale. Hanno un estremo bisogno di credere in qualcuno, attendono quell’uomo-guida di cui da secoli parlano i profeti, quel nuovo Mosè che dia un corso nuovo alla loro storia. Ma non colgono nelle parole di Gesù la risposta a queste loro attese. Si rabbuiano, si chiudono. La sua normalità li scandalizza. È il figlio di Giuseppe, il figlio del carpentiere, chi crede di essere? Passano dalla meraviglia alla cattiveria, alla durezza di cuore. Qualcosa non passa, qualcosa non li convince e li disturba, li provoca, non piace. Hanno gli occhi fissi su di lui. È interessante ciò che dice, ma le sue sono solo parole. È gradevole il tono del suo parlare, ma si aspettano altro, pretendono da lui altro, ritengono di averne diritto, essendo suoi concittadini. È un momento emblematico questo nella vita di Gesù, momento che si ripeterà fino la croce. Ma Gesù, come farà sempre, non usa nessun mezzo astuto per convincere i suoi concittadini, nessuna strategia, solo la forza della sua parola. In questo caso quella del profeta Isaia che parla di lui. Essi hanno sentito raccontare i prodigi compiti altrove dal loro concittadino e hanno la curiosità di vedergli compiere un miracolo. Non è la fede che li spinge, è la stessa curiosità da baraccone di Erode. La loro è una pretesa, non è una preghiera. Gesù non li accontenta. Comincia in questa sinagoga la solitudine esistenziale di Gesù, che lo accompagnerà anche quando sarà circondato dagli apostoli e dalle folle. La sua solitudine è quella dei profeti, di chi ha il coraggio di comunicare messaggi impegnativi e scomodi, e non trova cuori aperti, generosità. Guardiamoci dentro. Spesso anche noi siamo come quei nazaretani. Anche noi rifiutiamo il volto di Dio così come si presenta; pretendiamo anche noi altro, ci aspettiamo un dio a nostro uso e consumo, che ascolti sempre le nostre preghiere e assecondi i nostri desideri; un dio che cambi le pietre in pane, una lampada di Aladino che ci risolva ogni problema. Dovremmo invece fidarci di questo Gesù, che annuncia un messaggio di amore e di verità destinato a cambiare il mondo. Rovesciare in modo positivo l’esperienza di Nazaret, diventare veri suoi concittadini, ascoltando fino in fondo ciò che sta dicendo, desiderosi di conoscerlo meglio, di sentirlo parlare ancora, di farci suoi discepoli. A Nazaret Gesù ha dato il inizio a un progetto di vita rivoluzionario, al regno di Dio. Come tutti i profeti, e lui più di tutti, sarà un profeta scomodo, chiamato a vivere « contro », a disturbare i sonni di quelli che incontra, per finire perseguitato e rifiutato. In forza della cresima ogni cristiano è chiamato a vivere un’esistenza profetica, sotto la spinta dello Spirito Santo che gli è stato donato. Il rischio è che la nostra testimonianza non sia efficace e coraggiosa, oppure che venga rifiutata perché incapaci di farci capire, perché ci presentiamo poco credibili o perché, in tempi tecnologici avanzati, usiamo parole inattuali, segnate dal tempo, che non contengono nulla che possa fare presa sugli uomini del nostro tempo.

Gesù Signore « Ho toccato con mano la forza che si sprigiona dalla proclamazione di Gesù Signore. Al pronunciare questa parola, ho visto accendersi sguardi, dissiparsi orecchi e come un brivido correre tra chi ascoltava… » (Raniero Contalamessa).

Da quel giorno Ci sono persone la cui esistenza è già tutto un richiamo: non hanno bisogno di parlare, di chiedere, di esortare. Spesso hanno trascinato dietro di sé le folle. Un uomo disse un giorno all’Abbé Pierre, il quale aveva rifiutato di farsi condurre in macchina in una zona di periferia: « Padre, molto tempo fa io l’ho incontrata e da quel giorno non so se devo benedirla o maledirla: ho sempre la coscienza inquieta e mi domando cosa voglio fare della mia vita ».

Don Umberto DE VANNA sdb

Ratner, Cantico dei Cantici

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Publié dans:immagini sacre |on 28 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

BACIO – ENZO BIANCHI

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BACIO – ENZO BIANCHI

Il primo tema del Cantico è quello della genesi dell’amore: amore ancora sconosciuto ma invocato: « mi baci con i baci della sua bocca » o anche « Mi bacerà con i baci della sua bocca ». In queste parole che dominano l’inizio del canto e continuano a vibrare nei versi seguenti, vi è un desiderio, un impeto di passione, un grido istintivo: l’amata chiede dei baci: « Io chiedo, io supplico, io insisto, mi baci con i baci della bocca » Il primo tema del Cantico è quello della genesi dell’amore: amore ancora sconosciuto ma invocato: « mi baci con i baci della sua bocca » o anche « Mi bacerà con i baci della sua bocca ». In queste parole che dominano l’inizio del canto e continuano a vibrare nei versi seguenti, vi è un desiderio, un impeto di passione, un grido istintivo: l’amata chiede dei baci: « Io chiedo, io supplico, io insisto, mi baci con i baci della bocca » (S.Bernardo, Sermone IX,2 sul Cantico). Questo grido è una preghiera a Dio che mandi finalmente il Messia: « Ti scongiuro – pare dire la sposa – perché finalmente tu lo mandi a me, sì che egli non mi parli più per mezzo dei suoi servi, angeli o profeti, ma venga proprio lui e mi baci con i baci della sua bocca, cioè infonda nella mia bocca le parole della sua bocca ed io lo ascolti parlare o lo veda insegnare – in che modo si compia la profezia di Isaia: Non un inviato né un angelo, ma il Signore stesso salva » (Origene, Commento al Cantico dei Cantici).  Ma c’è anche un atto di fede, una confessione, una certezza proclamata: l’amore è già una realtà presente e l’Amata è sicura che l’Amante la bacerà col bacio della sua bocca. Il trionfo finale dell’amore è così assicurato ed è frutto della fede: solo la fede infatti genera l’amore e l’amore è un atto di fede. In questo versetto c’è la chiave per capire la prima dinamica del Cantico: la genesi dell’ amore. Il tema del bacio che qui ricorre è un tema importante nella Scrittura e nella tradizione biblica. Il midrash dice che quando il Santo – benedetto egli sia – terminò di dialogare con l’anima di Mosè che si rifiutava di lasciare il servo di Dio, egli allora prese l’anima di Mosè « con un bacio della sua bocca ». Sicché « Mosè, servo del Signore, morì la nel paese di Moab sulla bocca del Signore ».  Mosè non era morto quando aveva visto Dio faccia a faccia (Es 33,11), ma muore quando Dio lo bacia. Il bacio è infatti il massimo della comunicazione, è il segno della massima comunione ed esprime un amore senza fine. La sposa del Cantico invoca i baci di Dio, dello sposo, del Messia, perché sa che essi possono farla rimanere per sempre con lui in un amore eterno: non confesserà forse che l’amore è più forte della morte, più inflessibile dello Sheol? (8,5-7): il bacio allora è l’introduzione all’ »al di là » e il mezzo per appartenere a Dio anche nella morte. Certo il bacio è una metafora: con essa si esprime ciò che non è raccontabile, che non è spiegabile se non attraverso questa immagine; il bacio è contatto che sovente mostra una intimità più grande dell’unione sessuale e comunque è sempre il sacramento, il segno dell’amore più grande; è, secondo la tradizione ebraica il gesto di massima comunione.  Lo Zohar si domanda: « Perché mai Salomone ha voluto introdurre espressioni di amore tra il mondo di Dio e quello degli uomini e ha usato, iniziando la lode all’amore tra di loro, il termine « Mi baci! »? Invero si è già spiegato, e così è in realtà, che non esiste amore tra due che aderiscono l’un l’altro se non nel bacio ed il bacio si dà con la bocca, che è la sorgente del soffio e il luogo da cui esso esce. Quando si baciano l’un con l’altro i soffi aderiscono questi a quelli e diventano una sola cosa. Allora l’amore è uno! » (Zohar Terumà). Ancora Zalman Schneur, poeta ebreo russo, ben esprime questo peso del bacio nella tradizione ebraica: « Mia colomba, tu non sai come ci baciamo noi ebrei. Fino a che, petto contro petto, nessuno dei due sappia qual è il suo cuore né distingua il cuore dell’altro. Materia e corpo sono spariti. Non resta che un soffio e un’anima: non esistono più parole, solo esiste il parlare della pupilla degli occhi ». Non dovrebbe essere difficile neanche per noi capire il valore altissimo di comunione che il bacio rappresenta. Certo non si può dare neppure all’amplesso sessuale un valore, se questo non è siglato e suggellato dal bacio: solo nel bacio si rende epifanico anche l’amplesso sessuale. Ne dà prova la prassi della prostituzione che campa del congiungimento genitale ma difficilmente lascia posto al bacio. Non a caso la peccatrice mostra il suo amore per Gesù baciandolo, a differenza di chi, come il fariseo, lo ha incontrato ma non lo ha baciato. « Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi » (Lc 7,45). Ugualmente Giuda con un bacio tradisce il Signore, lo consegna ai malfattori; ma il suo bacio d’inganno non genera amore, anzi lo porta a non credere più all’ amore, tanto è vero che pur pentito egli va ad impiccarsi, si ritira e rinuncia alla vita (Mt 27,3-10). Atto di fede o atto di morte, il bacio è il sacramento della fede nell’amore. Per questo deve essere segno caratteristico dei cristiani: « Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo » (Rom 16,16); « Salutatevi l’un l’altro con bacio di carità » (1 Pt 5,14); e i cristiani si dovranno salutare con un bacio santo, en philémati haghìo.  E in Cristo il bacio diviene sacramento per tutta l’umanità, risposta al desiderio che tiene nel gemito tutte le genti: « Il bacio è segno dell’amore: il popolo dell’Alleanza non diede a Dio il bacio perché si rifiutò di amarlo attraverso l’amore dopo averlo servito nel timore. Per questo attraverso la voce della sposa sta scritto del Redentore nel Cantico dei cantici: « Mi baci con il bacio della sua bocca » (1,1) »… « I pagani, chiamati alla salvezza, non cessano di baciare le orme del Redentore perché sospirano continuamente d’amore per lui » (Gregorio Magno, Omelia XXXI,6).  Secondo la tradizione ebraica, « Dio ha parlato con noi faccia a faccia, come un uomo che bacia il proprio amico » (Targum Shir Ha-Shirim), ed è detto anche che « le parole della legge furono date attraverso un bacio » (Cantico Rabba).   La sposa in questo primo dialogo mostra il suo desiderio ma anche fa un atto di fede: « Io lo so: – pare dire – egli mi bacerà con i baci della sua bocca! »   Tratto da: Lontano da chi? di Enzo Bianchi   (L’autore) Enzo Bianchi, scritti vari – autore: Enzo Bianchi

GIANFRANCO RAVASI – AMORE E INFEDELTÀ

 http://www.gesuveraluce.altervista.org/ravasi1.htm

GIANFRANCO RAVASI -  AMORE E INFEDELTÀ               

Ecco una delle lunghe piste carovaniere che si distendono nel deserto. All’improvviso il viandante inciampa in una piccola cosa che subito si rivela vivente e urlante. È una neonata abbandonata, col cordone ombelicale ancora avvoltolato, tutta sporca di sangue e di sabbia: non è stata neppure lavata e frizionata col sale, com’è d’uso in Oriente per ragioni igieniche e d’auspicio (il sale indica pace e benessere). È una figlia illegittima, nata dall’accoppiamento di un amorreo con una donna ittita: le sue sono, quindi, origini bastarde e impure secondo le antiche consuetudini d’Israele. Ed è per questo che è stata esposta come un oggetto ripugnante » su una pista della steppa. Comincia così, con questa scena terribile – purtroppo non rara anche ai nostri giorni e nelle nostre città Occidente -, uno dei capitoli più emozionanti del profeta Ezechiele, vissuto nel VI sec. a.C., esule a Babilonia con i suoi connazionali, ancor piuma del crollo di Gerusalemme sotto le armate del re babilonese Nabucodonosor (586). Su quella strada ecco avanzare un cocchio con un alto personaggio che racconta la sua esperienza in prima persona: «Passai vicino a te e vidi che ti dibattevi nel sangue» (Ezechiele 16,6). Anzi, il profeta immagina che basti il solo passaggio di quel salvatore a far crescere e a rendere fiorente la trovatella: «Passai vicino a te», si ripete, «e ti vidi: la tua era già l’età dell’amore…. il tuo seno era già florido, la pubertà era stata già raggiunta» (16,7-8). Col tipico gesto nuziale dell’antico Vicino Oriente, quel signore stende il lembo del suo mantello e copre quella splendida fanciulla, facendola diventare sua moglie. La coccola profumandola con balsamo, le offre trine e vesti di seta ricamata, calzature di pelle di tasso, orecchini, anelli da naso, collane, bracciali e un diadema, sciarpe di bisso, ossia di lino finissimo: «Eri diventata sempre più affascinante ed eri una regina» (1 6,13). Ma ecco una sorpresa amara e devastante. «Tu, infatuata della tua bellezza, ti sei prostituita, concedendo i tuoi favori a ogni passante» (16,15). Ormai la parabola svela il suo significato nascosto. « Prostituzione » è infatti il termine con cui la Bibbia definisce il peccato d’idolatria. Subito dopo il profeta evoca il delitto del vitello d’oro eretto da Israele nel deserto: «Coi tuoi stupendi gioielli d’oro e d’argento da me donati, facesti figure umane e le usasti per peccare» (1 6,17). Ormai la narrazione del profeta dilaga nella raffigurazione del fiume fangoso di infamie perpetrate da questa «spudorata sgualdrina» (16,30): «superbia, ingordigia, ozio indolente, rifiutare la mano al povero» (16,49). La storia diventa, così, una sorta di esame di coscienza che Ezechiele vorrebbe far compiere alla sposa Israele perché comprenda di aver tradito col suo peccato l’amore del suo sposo, il Signore. Uno sposo che, però, non si arrende: «Io ti ho perdonato quello che hai fatto» (1 6,63) e con te celebrerò un nuovo ed «etemo patto» nuziale (16,60). Una storia, quindi, di amore e di infedeltà che ha come suggello l’amore che è più forte del male.   

Angolo per la preghiera

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http://eroosje.blogspot.it/2012_07_01_archive.html

Publié dans:immagini sacre |on 27 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

IV GIORNATA EUROPEA DELLA CULTURA EBRAICA (2003) – RIFLESSIONI DEL CARD. WALTER KASPER (

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/relations-jews-docs/rc_pc_chrstuni_doc_20030908_kasper-antisemitismo_it.html

COMMISSIONE PER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO

IV GIORNATA EUROPEA DELLA CULTURA EBRAICA

RIFLESSIONI DEL CARD. WALTER KASPER (2003)

ANTISEMITISMO: UNA PIAGA DA GUARIRE

Insieme alla fede dei Padri e alla Torà, il Tempio di Gerusalemme – almeno finché Tito non lo distrusse nel 70 – rappresentava il cuore dell’ebraismo, eccezion fatta per alcuni gruppi come gli esseni e i samaritani. Il Tempio costituiva uno dei luoghi di riunione e di preghiera anche per i primi discepoli del Risorto, guardati a volte dalle autorità con sospetto, con stima dal popolo, del quale condividevano la fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, di Sara e di Rebecca, di Rachele e Lia. C’era in tutti la consapevolezza di far parte dell’unico popolo di Dio, con il quale l’Altissimo aveva stretto alleanza, con il giuramento fatto ai padri, suggellato dopo il passaggio del Mar Rosso al Sinai, aperto alla promessa e alla speranza di rinnovamento e redenzione universale secondo l’annuncio messianico dei profeti. Il fariseo Gamaliele aveva saggiamente ammonito il sinedrio a non pretendere di spegnere con la forza un movimento spirituale nuovo, che trovava in Simon Pietro e Giacomo due leader carismatici, e che forse interpretava rettamente la tradizione ebraica e la speranza d’Israele. Un altro fariseo, discepolo di Gamaliele, il giovane Saulo di Tarso, si oppose dapprima con violenza ai seguaci di Gesù, ma dopo un’esperienza eccezionale di conversione aderì totalmente al Vangelo e divenne Paolo, l’apostolo dei pagani, percorrendo il Mediterraneo e l’impero fino al martirio in Roma. Sull’unico popolo di Dio, Israele, l’apostolo volle innestare l’olivo selvatico dei gentili, e lentamente ha preso più concreta forma la Chiesa di Cristo « sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti » (Efesini 2, 20), nei due rami di Ecclesia ex circumcisione e di Ecclesia ex gentibus, come si può ammirare nel mosaico paleocristiano di Santa Sabina sull’Aventino. L’insieme delle Sacre Scritture – sia quelle ebraiche del TaNaKH (Torà, Nevi ‘im e Ketuvim) che poi nel canone cristiano saranno dette Antico Testamento, sia quelle del Nuovo Testamento – è concorde nel testimoniare che Dio non ha abbandonato la sua Alleanza con il popolo ebraico (o « giudaico ») delle dodici tribù d’Israele. Naturalmente quello che può apparire come un pericoloso particolarismo esclusivista è bilanciato, nelle stesse Scritture, da un duplice universalismo messianico, sia ad intra, nella tensione fra diaspora ebraica ed ebrei della Terra d’Israele (Erez Israel), sia ad extra, nella tensione fra il popolo ebraico (‘am Israel) e tutti i popoli, chiamati a entrare nella stessa comunione di pace e di redenzione del popolo primogenito dell’alleanza. La Chiesa, pertanto, in quanto « popolo messianico », non si sostituisce a Israele, ma vi s’innesta, secondo la dottrina paolina, mediante l’adesione a Gesù Cristo morto e risorto, salvatore del mondo, e questo legame costituisce un vincolo spirituale radicale, unico e insopprimibile da parte cristiana. La concezione opposta – di un Israele un tempo (olim) prescelto, ma poi per sempre ripudiato da Dio e sostituito ormai dalla Chiesa – benché abbia avuto larga diffusione per quasi venti secoli, non rappresenta in realtà una verità di fede, come si vede sia negli antichi Simboli della chiesa primitiva, sia nell’insegnamento dei principali concili, in particolare del Concilio Vaticano II (Lumen Gentium 16, Dei Verbum 14-16, Nostra Aetate 4). Del resto, neppure Agar né Ismaele furono mai ripudiati da Dio, che ne fece « una grande nazione » (Genesi 21, 13); e Giacobbe, l’astuto « soppiantatore », ricevette infine l’abbraccio di Esaù. Il più recente documento della Pontificia Commissione Biblica su Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia Cristiana (2001), dopo aver riconosciuto la « forza sorprendente dei legami spirituali che uniscono la Chiesa di Cristo al popolo ebraico » (n. 85), conclude osservando che « Nel passato, tra il popolo ebraico e la Chiesa di Cristo Gesù, la rottura è potuta sembrare talvolta completa, in certe epoche e in certi luoghi. Alla luce delle Scritture questo non sarebbe mai dovuto accadere, perché una rottura completa tra la Chiesa e la Sinagoga è in contraddizione con la Sacra Scrittura » (ibidem). Nel contesto attuale, che non può prescindere dall’orrenda strage della Shoà nel secolo XX, il cardinale Joseph Ratzinger, introducendo questo documento, pone di conseguenza l’interrogativo: « Non ha forse contribuito la presentazione dei giudei e del popolo ebraico, nello stesso Nuovo Testamento, a creare nei confronti di questo popolo una ostilità, che ha favorito l’ideologia di coloro che volevano sopprimerlo? ». Il documento ammette onestamente che molti passi neotestamentari critici verso gli ebrei « si prestano a servire da pretesto all’antigiudaismo, e sono stati effettivamente utilizzati in questo senso » (n. 87). Alcuni anni prima lo stesso Papa Giovanni Paolo II aveva dichiarato che « nel mondo cristiano – non dico da parte della Chiesa in quanto tale – interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebraico e la sua presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo » (31 ottobre 1997). Accadde così che « sentimenti di antigiudaismo in alcuni ambienti cristiani, e la divergenza che esisteva tra la Chiesa e il popolo ebraico, condussero a una discriminazione generalizzata » verso gli ebrei, nel corso dei secoli, in particolare nell’Europa cristiana (Commissione della Santa Sede per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo, Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, 16 marzo 1998). Durante il secolo XIX, in un mutato contesto storico volto al superamento dell’antico regime che univa Chiesa e Stato, « cominciò a diffondersi in vario grado, attraverso la maggior parte d’Europa, un antigiudaismo che era essenzialmente più sociopolitico che religioso » (ibidem). Questa evoluzione dell’antigiudaismo, con l’aggiunta di confuse teorie sull’evoluzione e la superiorità della « razza ariana », ebbe per effetto quello che fu detto allora « antisemitismo », caratterizzato da esplosioni di violenza, pogrom e pubblicazioni di libelli antiebraici del tipo dei Protocolli dei savi anziani di Sion. In tale mentalità pervasa di disprezzo e perfino di odio verso gli ebrei, accusati di crimini orrendi come l’omicidio rituale, maturò l’indicibile tragedia della Shoà, il piano di sterminio orribilmente programmato dal governo nazista, che colpì le comunità ebraiche europee durante la seconda guerra mondiale. Le premesse ideologiche della Shoà, già ampiamente divulgate prima del conflitto, in opere come Mein Kampf e Der Mythus des zwanzigste Jahrhunderts (quest’ultimo messo all’Indice), non trovarono sufficiente opposizione né a livello culturale, né nell’ambito giuridico, né presso le comunità cristiane, anche se non mancarono reazioni, come quelle di G. Semeria, di G. Bonomelli o del giovane A. Bea. Purtroppo, però, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, non mancarono esempi di riviste cattoliche anche molto autorevoli, che pubblicavano articoli di carattere antisemita, e « più in generale, i pregiudizi antiebraici furono sempre attivi, scaturendo dall’ »insegnamento di disprezzo » medievale, che fu una sorgente di stereotipi e di odio popolare » (J. Willebrands), così che si può affermare, in questo senso, che tale atteggiamento ha offerto un contesto favorevole alla diffusione dell’antisemitismo moderno. E va pure notato che la responsabilità di queste radici di odio tocca, in vario modo, con rare eccezioni, sia la cristianità occidentale che quella orientale, perciò richiede oggi una comune reazione ecumenica. Anche il documento vaticano Noi ricordiamo (II) dichiara che « il fatto che la Shoà abbia avuto luogo in Europa, cioè in paesi di lunga civilizzazione cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei ». Pur se ci furono, prima e durante la Shoà, episodi di condanna e di reazione all’antisemitismo, sia a livello personale con atti di eroismo fino al martirio, come nel caso del prevosto di Berlino Bernhard Lichtenberg, sia a livello istituzionale, con la condanna dell’antisemitismo (ad esempio da parte del S. Uffizio nel 1928 e da parte di Papa Pio XI nel 1938), in genere « la resistenza spirituale e l’azione concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo » (ibidem, IV). Anche in questo caso dunque, anzi in modo speciale a proposito dell’antisemitismo e della Shoà, possiamo a ragione parlare della necessità di compiere un processo di pentimento (teshuvà), che si concluda in atti esemplari e concreti, in quanto « come figli della chiesa, condividiamo infatti sia i peccati che i meriti di tutti i suoi figli » (ibidem, V). Certo uno di tali atti è stato quello che il Papa compì solennemente il 12 marzo 2000 nella basilica di San Pietro, e suggellò il 26 marzo a Gerusalemme al Muro del Tempio. Siamo però tutti chiamati a partecipare negli atteggiamenti interiori, nelle preghiere e nei fatti, a questo medesimo cammino di conversione e riconciliazione, perché si tratta di un’esigenza da vivere in capite et in membris, non limitata ad alcuni gesti autorevolmente significativi o a documenti di pur alto livello. Questo primo fondamentale impegno, di carattere spirituale e morale, ci riguarda tutti in quanto cristiani, ed ha perciò, possiamo dire, una dimensione spiccatamente ecumenica. Una seconda conseguenza, egualmente di natura teologica, è quella che scaturisce dal profondo, radicale e peculiare legame che unisce la Chiesa e il popolo ebraico « primogenito dell’alleanza » (Preghiera Universale del Venerdì Santo). Tale vincolo, da una parte ci spinge a rispettare e amare il popolo ebraico, dall’altra ci permette di cogliere nell’antisemitismo una ulteriore dimensione, rispetto a quella generale del razzismo o della discriminazione religiosa, che pure l’antisemitismo ha in comune con altre forme di odio etnico, culturale o religioso, come è descritto nel documento La Chiesa di fronte al razzismo (Pontificia Commissione Iustitia et Pax, 3 novembre 1988, I, 15). Si tratta qui non solo della dimensione culturale, sociale, politica o ideologica – e più in generale « laica » – dell’antisemitismo, che pure deve molto preoccuparci, ma di un suo specifico aspetto, quello che già veniva fermissimamente condannato nel 1928 dalla Sede Apostolica quando definiva l’antisemitismo « odium adversus populum olim a Deo electum » (AAS XX/1928, pp. 103-104). Oggi, a settantacinque anni di distanza, l’unica modifica che ci sentiamo in dovere d’introdurre riguarda solo l’eliminazione di quell’olim (« un tempo »): non è una cosa da poco, perché riconoscendo la perenne attualità dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, Israele, potremo riscoprire a nostra volta, insieme con i fratelli ebrei, l’irrevocabile universalità della vocazione a servire l’umanità nella pace e nella giustizia, fino al pieno avvento del Suo regno. È quanto raccomanda il Pontefice anche nella sua esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa del 28 giugno scorso, ricordando il « rapporto che lega la Chiesa al popolo ebraico e il ruolo singolare di Israele nella storia della salvezza » (n. 56). Papa Giovanni Paolo II continua osservando che « occorre riconoscere le comuni radici che intercorrono tra il cristianesimo e il popolo ebraico, chiamato da Dio a un’alleanza che rimane irrevocabile (Romani 11, 29), avendo raggiunto la definitiva pienezza in Cristo. È, quindi, necessario favorire il dialogo con l’ebraismo, sapendo che esso è di fondamentale importanza per l’autocoscienza cristiana e per il superamento delle divisioni tra le Chiese » (ibidem). Il dialogo e la collaborazione tra cristiani ed ebrei « implica, tra l’altro, che si faccia memoria della parte che i figli della Chiesa hanno potuto avere nella nascita e nella diffusione di un atteggiamento antisemita nella storia e di ciò si chieda perdono a Dio, favorendo in ogni modo incontri di riconciliazione e di amicizia con i figli di Israele » (ibidem). In questo spirito di ritrovata fraternità potrà rifiorire una nuova primavera per la Chiesa e per il mondo, con il cuore rivolto da Roma a Gerusalemme e alla terra dei Padri, perché anche là possa germogliare e maturare presto una pace durevole e giusta per tutti, come un vessillo innalzato in mezzo ai popoli.

Card. WALTER KASPER Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani Presidente della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo

Publié dans:Cardinali, ecumenismo |on 27 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 5. DIO ASCOLTA IL GRIDO E FA ALLEANZA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20160127_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 27 gennaio 2016

5. DIO ASCOLTA IL GRIDO E FA ALLEANZA

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella Sacra Scrittura, la misericordia di Dio è presente lungo tutta la storia del popolo d’Israele.

Con la sua misericordia, il Signore accompagna il cammino dei Patriarchi, dona loro dei figli malgrado la condizione di sterilità, li conduce per sentieri di grazia e di riconciliazione, come dimostra la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli (cfr Gen 37-50). E penso ai tanti fratelli che sono allontanati in una famiglia e non si parlano. Ma quest’Anno della Misericordia è una buona occasione per ritrovarsi, abbracciarsi e perdonarsi e dimenticare le cose brutte. Ma, come sappiamo, in Egitto la vita per il popolo si fa dura. Ed è proprio quando gli Israeliti stanno per soccombere, che il Signore interviene e opera la salvezza. Si legge nel Libro dell’Esodo: «Dopo molto tempo il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne prese cura» (2,23-25). La misericordia non può rimanere indifferente davanti alla sofferenza degli oppressi, al grido di chi è sottoposto a violenza, ridotto in schiavitù, condannato a morte. E’ una dolorosa realtà che affligge ogni epoca, compresa la nostra, e che fa sentire spesso impotenti, tentati di indurire il cuore e pensare ad altro. Dio invece «non è indifferente» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2016, 1), non distoglie mai lo sguardo dal dolore umano. Il Dio di misericordia risponde e si prende cura dei poveri, di coloro che gridano la loro disperazione. Dio ascolta e interviene per salvare, suscitando uomini capaci di sentire il gemito della sofferenza e di operare in favore degli oppressi. È così che comincia la storia di Mosè come mediatore di liberazione per il popolo. Egli affronta il Faraone per convincerlo a lasciare partire Israele; e poi guiderà il popolo, attraverso il Mar Rosso e il deserto, verso la libertà. Mosè, che la misericordia divina ha salvato appena nato dalla morte nelle acque del Nilo, si fa mediatore di quella stessa misericordia, permettendo al popolo di nascere alla libertà salvato dalle acque del Mar Rosso. E anche noi in quest’Anno della Misericordia possiamo fare questo lavoro di essere mediatori di misericordia con le opere di misericordia per avvicinare, per dare sollievo, per fare unità. Tante cose buone si possono fare. La misericordia di Dio agisce sempre per salvare. È tutto il contrario dell’opera di quelli che agiscono sempre per uccidere: ad esempio quelli che fanno le guerre. Il Signore, mediante il suo servo Mosè, guida Israele nel deserto come fosse un figlio, lo educa alla fede e fa alleanza con lui, creando un legame d’amore fortissimo, come quello del padre con il figlio e dello sposo con la sposa. A tanto giunge la misericordia divina. Dio propone un rapporto d’amore particolare, esclusivo, privilegiato. Quando dà istruzioni a Mosè riguardo all’alleanza, dice: «Se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,5-6). Certo, Dio possiede già tutta la terra perché l’ha creata; ma il popolo diventa per Lui un possesso diverso, speciale: la sua personale “riserva di oro e argento” come quella che il re Davide affermava di aver donato per la costruzione del Tempio. Ebbene, tali noi diventiamo per Dio accogliendo la sua alleanza e lasciandoci salvare da Lui. La misericordia del Signore rende l’uomo prezioso, come una ricchezza personale che Gli appartiene, che Egli custodisce e in cui si compiace. Sono queste le meraviglie della misericordia divina, che giunge a pieno compimento nel Signore Gesù, in quella “nuova ed eterna alleanza” consumata nel suo sangue, che con il perdono distrugge il nostro peccato e ci rende definitivamente figli di Dio (cfr 1 Gv 3,1), gioielli preziosi nelle mani del Padre buono e misericordioso. E se noi siamo figli di Dio e abbiamo la possibilità di aver questa eredità – quella della bontà e della misericordia – in confronto con gli altri, chiediamo al Signore che in quest’Anno della Misericordia anche noi facciamo cose di misericordia; apriamo il nostro cuore per arrivare a tutti con le opere di misericordia, l’eredità misericordiosa che Dio Padre ha avuto con noi.

 

A rose hangs near the « Death Wall » at the Auschwitz concentration camp…

A rose hangs near the

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Publié dans:IMMAGINI DELA "MEMORIA" |on 26 janvier, 2016 |Pas de commentaires »
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