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AVVENTO : LE ANTIFONE « O » PRECEDONO IL NATALE COME ATTESA DEL MESSIA

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AVVENTO : LE ANTIFONE « O » PRECEDONO IL NATALE COME ATTESA DEL MESSIA

A CURA DEL MONASTERO CARMELO SANT’ANNA A CARPINETO ROMANO

Introduzione all’Avvento del Signore Nostro Gesù Cristo

(ci sono le antifone dal 17 al 24 dicembre, metto quella di oggi)  

Ci apprestiamo a vivere l’Avvento: Avvento come attesa, attesa di Colui che viene, e Colui che viene è il Signore. Attraverso le IV domeniche di Avvento la liturgia ci prepara a questo incontro. Come sappiamo le letture del Vangelo delle quattro Domeniche d’Avvento “hanno una loro caratteristica propria: – si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), – a Giovanni Battista (II e III domenica); – agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica)” (Avvento, Dizionario di Mariologia). Le letture dell’Antico Testamento, tratte soprattutto dal libro di Isaia, sono le profezie sul Messia e sul tempo messianico. Le letture dell’Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo. Infine le ferie dal 17 al 24 dicembre sono ordinate ad una più immediata preparazione al Natale del Signore. Questo è lo schema di ogni anno. Vediamo da vicino le 4 domeniche di Avvento. Nella prima domenica:  “attendiamo vigilanti la venuta del Signore”. Questo anno mettiamo la nostra attenzione al Salmo responsoriale della Domenica, magari ripetendolo durante la settimana e pregandolo. Nella prima domenica troviamo il Salmo 79: Signore, fa splendere il tuo volto e noi saremo salvi. Questo Salmo ci parla dell’afflizione per l’esilio. Il Signore viene invocato come pastore di Israele, come guardiano della vigna. E’ una invocazione accorata al Signore perché ci sia vicino e perché possa tenerci vicini. Nella seconda domenica: possiamo pensare a Giovanni Battista che ci invita a “preparare la via al Signore che viene”. Nella seconda domenica troviamo il Salmo 84, che è quello più usato in Avvento: Mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza. Questo Salmo ci parla della misericordia di Dio verso Israele. Troviamo diversi motivi: il ringraziamento, la richiesta di salvezza per chi lo teme, la benevolenza del Signore che si manifesta con amore e verità, giustizia e pace. Dopo la seconda domenica di Avvento troviamo la solennità di Maria Immacolata, che ci ricorda la docilità alla voce del Signore, la prontezza nell‘ascoltare la sua Parola, la fedeltà al progetto di Dio nel “sì“, la perseveranza fino ai piedi della Croce, nell‘ora della prova. . Nella terza domenica, detta “Gaudete“: è sempre Giovanni Battista che ci addita il Messia vicino.  Quindi l’invito ad aprire il cuore al Messia vicino. Nella terza domenica ci accompagna il Magnificat: La mia anima esulta nel mio Dio.  Nella quarta domenica: Maria nell’imminente parto ci ricorda che la promessa si sta adempiendo. In questa domenica abbiamo il Salmo 88: “Canterò per sempre l’amore del Signore”. Questo salmo è una celebrazione dell’amore del Signore, di generazione in generazione, nonostante le infedeltà della casa di Davide. Durante l’avvento, durante la liturgia di ogni giorno, vengono proposti questi e altri Salmi: il 23, il 24, il 71, il 121, oltre ai cantici di Anna, Magnificat e Benedictus. Sono un invito a pregare con la Parola di Dio, che si fa nostro nutrimento, nostro cibo quotidiano. Il tempo di Avvento, che ogni anno ci fa iniziare l’anno liturgico -concluso con la solennità di Cristo Re dell‘universo e la XXXIV settimana del tempo ordinario-, è una preparazione alla venuta del Signore. Siamo invitati ad una preghiera personale e comunitaria, ad impegni piccoli ma portati avanti con fedeltà e spirito di servizio. In famiglia -come già si fa- oltre alla preparazione con la corona di Avvento, si può recitare alla domenica il Salmo indicato, prendere un punto in comune per tutta la settimana.     LE ANTIFONE   » O  »   PRECEDONO IL NATALE  COME ATTESA DEL MESSIA      

Le antifone «O» che caratterizzano i giorni immediatamente precedenti il Natale portano in sé l’attesa del Messia, quale poteva essere presso gli Ebrei dell’Antico Testamento, quale deve essere presso i cristiani di tutti i tempi. L’attesa raggiunge il suo vertice nella persona di Maria. Le liturgie di tutte le chiese del mondo cattolico hanno voluto ricordare ciò, concedendo in tempo di Avvento uno spazio rilevante alla persona di Maria. Nell’attuale liturgia romana di Avvento Maria è presente dappertutto, con una presenza discreta. Si pensi al mistero dell’Annunciazione, ricordato in tutto l’Avvento, talvolta in maniera drammatica, a porne in evidenza la determinante importanza per il piano della salvezza. Dicono i testi della liturgia, lo affermano i Padri e gli scrittori della Chiesa, da Ireneo ad Agostino, a Bernardo, a Isacco della Stella, che Maria in Avvento è la madre della speranza, e diviene la speranza della Chiesa e di ognuno che ad essa appartiene. Si può affermare che l’Avvento, da un punto di vista liturgico, è la stagione più mariana dell’anno, ancor più dello stesso mese di maggio, che la devozione popolare d’occidente ha dedicato alla Madre del Signore da tempi lontani. C’è stato un tempo, in cui fra le antifone «O», rivolte al Messia venturo, aveva trovato posto un’antifona indirizzata alla Vergine. Il testo esprimeva, nella sua prima parte, la meraviglia del cristiano dinanzi al mistero, unico nella storia dell’umanità, della maternità verginale. Nella seconda parte, l’antifona riportava la spiegazione che la Vergine stessa dava del mistero: «O Vergine delle vergini, come potrà avvenire questo? Nessuna altra donna è mai stata simile a te, né mai lo potrà essere in futuro! – Figlie di Gerusalemme, perché vi meravigliate di me? Quello che voi vedete è un mistero divino»*. L’antifona era nella liturgia dell’«Attesa del parto della Beata Vergine Maria» che si celebrava nella Spagna visigotica il 18 dicembre, otto giorni prima del Natale. I padri del Concilio di Toledo del 656 avevano voluto tale festa, seguita da una ottava. Erano persuasi che la dignità di questa celebrazione non dovesse essere inferiore a quella del Natale: «La festa della Madre non è niente altro che l’Incarnazione del Verbo», dicevano i padri conciliari. La sua festa prese poi la denominazione di «Nostra Signore delle O» o «Festa dell’O» a motivo dell’inizio dell’antifona sopracitata: «O Vergine delle vergini…». Durante l’ottava, di buon mattino si celebrava una messa solenne alla quale si facevano assistere tutte le donne incinte, qualunque fosse il loro rango: primo, per venerare la divina maternità di Maria; in secondo luogo, per averne il soccorso nei travagli del parto. La festa, vera celebrazione della vita, ebbe grande diffusione nell’impero carolingio. A Milano, già da tempo, si celebrava la memoria di Santa Maria nella sesta ed ultima domenica di Avvento. La celebrazione dava all’ultima settimana di Avvento nel rito ambrosiano la denominazione di settimana «dell’attesa». Maria ci apre il segreto della stagione liturgica, che è l’Avvento: per lei fu tempo privilegiato, in cui «attese e portò in grembo con ineffabile amore» il Figlio; per noi è tempo provvidenziale, di cui servirci per preparare, in attesa vigilante, l’entrata del Cristo nei nostri cuori. Breve è il tempo: bisogna approfittare, ammonisce la liturgia, mentre disegna, in questi giorni, un itinerario cronologico verso la festa: «Ecco, stanno per compiersi tutte le cose che sono state dette dall’angelo intorno alla Vergine Maria». Ecco, dunque, il primo annuncio: il Signore sta per venire. Egli, il figlio della Vergine, toglierà il giogo della nostra schiavitù, rendendoci donne e uomini liberi. La nostra attesa si fa speranza, si fa preghiera: «Oppressi a lungo sotto il giogo del peccato, aspettiamo, Padre, la nostra redenzione: la nuova nascita del tuo unico Figlio ci liberi dalla schiavitù antica».    21 DICEMBRE   O Astro che sorgi, splendore della luce eterna, sole di giustizia; vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte.

Nel linguaggio biblico l’Oriente è quella parte del mondo da cui ogni giorno arriva agli uomini la luce, il calore, la vita. Questa concezione appare già nel racconto biblico della creazione dell’uomo: «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato…» (Gen 2, 8). L’origine di ogni essere è nel paradiso, «in Oriente». Il cristianesimo fin dagli inizi fu consapevole di tale simbolismo e frequentemente si aprì ad esso. Nel Battesimo, al momento in cui il catecumeno faceva la sua rinuncia a satana, alle sue opere e seduzioni, doveva voltarsi verso l’occidente, considerato come la regione delle tenebre. Per giurare la sua fedeltà a Cristo, sole di salvezza, si rivolgeva invece verso oriente. Era l’inizio simbolico della via della salvezza, che il battezzato intraprendeva per staccarsi dalla rovina e dalla morte e procedere verso la risurrezione, la vita, la luce. Il medesimo simbolismo diede origine all’uso di fare la preghiera voltandosi verso oriente, perché, spiegava Origene, uno che ha ricevuto il nome di Cristo, diviene figlio dell’oriente e lì deve dirigere i suoi desideri. Tale concetto è il motivo per il quale le chiese sono «orientate», cioè con l’abside verso oriente. Anche i morti sono stati seppelliti con la faccia ad Oriente. Di lì, un giorno, ritornerà il Signore per l’ultimo giudizio. Non c’è da stupirsi pertanto che il tema del Cristo «Oriente – Astro che sorge» sia compenetrato con tutta la liturgia, specialmente con quella della Pasqua e del Natale, con la liturgia delle Ore, per la quale basterà citare l’inno ambrosiano: «Splendore della gloria paterna…». La preghiera al Cristo, invocato, in questa giornata, come aurora che sorge, si arricchisce di due altri appellativi: Cristo è «splendore di luce eterna e sole di giustizia». La luce è sempre stata considerata come attributo della divinità: «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1 Gv 1, 5). Dio «è avvolto di luce come di un manto» (Sal 103, 2). «Egli abita una luce inaccessibile» (1 Tim 6, 16). Quando il Messia nascerà, afferma Isaia, il popolo che cammina nelle tenebre vedrà una grande luce, su coloro che abitano in terra tenebrosa una luce rifulgerà (cfr Is 9, 1). A quaranta giorni dalla sua nascita, il Salvatore, è riconosciuto da Simeone nel tempio come «luce che illumina le genti» (Lc 2, 32). Egli «è la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 2, 32). Cristo stesso potrà un giorno assicurare: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12). Avviene ciò durante l’esistenza di un cristiano. Come la luce del sole dà a tutte le cose di questo mondo il loro giusto contorno e permette di vederle e di goderle, così fa il Cristo «sole di giustizia» (Mal 3, 20) per tutte le situazioni della vita, e le trasforma in occasione di bene. Al Cristo «aurora che sorge, splendore della luce eterna, sole di giustizia» oggi si indirizza la supplica: «Vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte» (cfr Lc 1, 79). Con il padre di Giovanni il Battista, Zaccaria, il primo che ha parlato così nel suo cantico, si riconosce che noi, con il nostro mondo, siamo tanto poveri di luce divina. A Natale «il sole di giustizia verrà a visitarci dall’alto» (cfr Lc 1, 78) e non si farà schermo alla sua luce perché arrivi a ogni uomo: i misteri del Natale, così, continueranno a portarci luce, vita, gioia.  

Publié dans:Liturgia: Avvento |on 21 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

un Presepio

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Publié dans:immagini sacre, PRESEPIO(IL) |on 19 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

NATALE (DA JOSEPH RATZINGER)

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/natale_ratzinger.htm

NATALE (DA JOSEPH RATZINGER)

Natale

da Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo, Queriniana, pagg.97-103

di Joseph Ratzinger

Le luci del natale risplendono nuovamente nelle nostre stra­de, l’operazione natale è in pieno svolgimento. Per un momen­to, anche la chiesa viene resa partecipe, per così dire, della con­giuntura favorevole: nella notte santa le case di Dio si stipano di tutte quelle persone che poi, per molto tempo, passeranno nuo­vamente dinanzi alle porte delle chiese come davanti a qualcosa di molto lontano ed estraneo, che non li riguarda. Ma, in questa notte, chiesa e mondo sembrano per un istante riconciliati. Ed è davvero bello! Le luci, l’incenso, la musica, lo sguardo delle persone che riescono ancora a credere e, infine, il misterioso e antico messaggio del bambino, nato molto tempo fa a Betlem­me e chiamato il redentore del mondo: «Cristo, il salvatore, è qui!». Questa idea ci commuove. Eppure, i concetti che ora udiamo di ‘redenzione’, ‘peccato’, ‘salvezza’ risuonano come parole provenienti da un mondo da tempo ormai passato; forse questo mondo era bello, ma, in ogni caso, non è più il nostro. O lo è, invece? Il mondo in cui sorse la festa di natale era domina­to da un sentimento che è molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il ‘crepuscolo degli dèi’ non era uno slogan, ma un fatto reale. Gli antichi dei erano a un tratto divenuti irreali: non esistevano più, la gente non riusciva più a credere ciò che per generazioni aveva dato senso e stabilità alla vita. Ma l’uomo non può vivere senza senso, ne ha bisogno come del pane quoti­diano. Così, tramontati gli antichi astri, egli dovette cercare nuove luci. Ma dov’erano? Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della ‘luce invitta’, del sole, che giorno dopo giorno percorre il suo corso sopra la terra, sicuro della vittoria e forte, quasi come un dio visibile di questo mon­do. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio inver­nale, doveva essere commemorato come il giorno natale, ricor­rente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti, ga­ranzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio.

Le liturgie della religione del sole avevano molto abilmente assunto un’angoscia e una speranza originarie dell’uomo. L’uo­mo primitivo che, in passato, nelle notti sempre più lunghe d’autunno e nella forza sempre più debole del sole, aveva avver­tito l’arrivo dell’inverno, si era chiesto ogni volta con angoscia: muore davvero il sole dorato? Ritornerà? O finirà, quest’anno o un altr’anno, con l’esser vinto dalle forze maligne delle tenebre, così da non ritornare mai più? Il sapere che ogni anno ritornava il solstizio d’inverno garantiva in fondo la certezza della rinno­vata vittoria del sole, del suo sicuro e perpetuo ritorno. È la fe­sta in cui si compendia la speranza, anzi, la certezza dell’indi­struttibilità delle luci di questo mondo. Quest’epoca, nella qua­le alcuni imperatori romani avevano cercato di dare ai loro sud­diti, in mezzo all’inarrestabile caduta delle antiche divinità, una fede nuova con il culto del sole invitto, coincide col tempo in cui la fede cristiana tese la sua mano all’uomo greco-romano. Essa trovò nel culto del sole uno dei suoi nemici più pericolosi. Tale segno, infatti, era posto troppo palesemente davanti agli occhi degli uomini, in maniera molto più palese e allettante del segno della croce, col quale procedevano gli araldi cristiani. Ciononostante, la fede e la luce invisibile di questi ultimi ebbe­ro il sopravvento sul messaggio visibile, col quale l’antico paga­nesimo aveva cercato di affermarsi.
Molto presto i cristiani rivendicarono per loro il 25 dicem­bre, il giorno natale della luce invitta, e lo celebrarono come na­tale di Cristo, come giorno in cui essi avevano trovato la vera lu­ce del mondo. Essi dissero ai pagani: il sole è buono e noi ci ral­legriamo non meno di voi per la sua continua vittoria, ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e aver forza solo perché Dio lo ha creato. Esso ci parla quindi della vera lu­ce, di Dio. E il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente origi­naria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna for­za da sola. Ma questo non è ancora tutto, non è ancora la cosa più importante. Non vi siete accorti forse che esistono un’oscu­rità e un freddo, nei riguardi dei quali il sole è impotente? È quel freddo che sorge dal cuore ottenebrato dell’uomo: odio, ingiustizia, cinico abuso della verità, crudeltà e degradazione dell’uomo… A questo punto, ci accorgiamo, come d’improvviso, che tutto questo è per noi stimolante e attuale, sentiamo che il dialogo del cristiano con gli adoratori romani del sole è, al tempo stesso, il dialogo del credente di oggi col suo fratello in­credulo, è il dialogo incessante tra fede e mondo. Ma, si dice, la paura primitiva che il sole potrebbe un giorno morire, da tempo ormai non ci preoccupa più. La fisica, col fresco alito delle sue chiare formule, l’ha da tempo uccisa. È vero, l’angoscia primiti­va è passata, ma si può dire che l’angoscia sia con questo davve­ro scomparsa? O, forse, non è sempre l’uomo un essere d’ango­scia, a tal punto che la filosofia odierna indica l’angoscia addi­rittura come ‘esistenziale fondamentale’ dell’uomo? Quale periodo della storia dell’umanità ha sperimentato, più del nostro, un’angoscia maggiore di fronte al proprio futuro? Forse l’uomo di oggi si accanisce nel presente solo perché non riesce a guar­dare in faccia il futuro: il solo pensarvi gli procura degli incubi. In altre parole, non abbiamo più paura che il sole possa esser vinto un giorno dalle tenebre e non ritorni più. Ma noi temiamo l’oscurità che viene dagli uomini. Abbiamo così scoperto la vera tenebra e, in questo secolo di inumanità, la avvertiamo più spa­ventosa di quanto poterono pensare le generazioni che ci hanno preceduto. Abbiamo paura che il bene divenga davvero impo­tente nel mondo, che a poco a poco non abbia più senso sfor­zarsi a praticare verità, purezza, giustizia, amore, perché ormai nel mondo vale la legge di chi meglio sa farsi strada a gomitate, perché il cammino del mondo dà ragione a chi è senza scrupoli, ai brutali, non ai santi. Infatti, vediamo dominare il denaro, la bomba atomica, il cinismo di coloro per i quali non esiste nulla di sacro. Sovente ci sorprendiamo in preda al timore che, alla fi­ne, non vi sia alcun senso nel caotico corso di questo mondo, e ci pare che, in definitiva, la storia del mondo non distingua altro che gli stolti e i forti… Regna la sensazione che le forze oscure aumentano, che il bene è impotente. Alla vista del mondo, ci co­glie d’improvviso quel sentimento che, in passato, le persone dovettero provare quando, in autunno e inverno, il sole sembra­va combattere la sua agonia. Vincerà, il sole, questa battaglia? Il bene otterrà senso e forza nel mondo? Nella stalla di Betlemme ci è offerto il segno che ci fa rispondere lieti: sì. Infatti, questo bambino – il Figlio unigenito di Dio – è posto come segno e ga­ranzia che, nella storia del mondo, l’ultima parola spetta a Dio, a lui che è la verità e l’amore. Questo è il senso vero del Natale: è il «giorno in cui nasce la luce invitta», il solstizio d’inverno della storia mondiale. In mezzo all’altalena di questa storia ci è data la certezza che la luce non morirà, ma tiene già nelle sue mani la vittoria finale. Il Natale allontana da noi la seconda, più grande angoscia, che nessuna fisica può disperdere, la paura per l’uomo e dell’uomo stesso. Noi possediamo la certezza divina che la luce ha già vinto nella profondità occulta della storia e che tutti i progressi del male nel mondo, per grandi che essi siano, non possono assolutamente cambiare le cose. Il solstizio invernale della storia si è irrevocabilmente verificato con la nascita del bambino di Betlemme.
Ma qualcosa sorprende certamente in questa nascita della lu­ce, in questo ingresso del bene nel mondo, e ciò potrebbe tor­nare a riempirci di un’inquietante certezza e farci chiedere se il fatto grande di cui parliamo sia realmente avvenuto lì, nella stal­la di Betlemme. Il sole è grande, magnifico e potente; nessuno può ignorare la sua annuale corsa trionfale. Il suo creatore non dovrebbe essere ancora più potente e più inconfondibile nella sua venuta? Questo sorgere del sole della storia non dovrebbe inondare il volto della terra di indicibile splendore? E invece… Quanto è misero tutto ciò di cui ci parla il vangelo! O, forse, de­v’essere proprio questa povertà, l’insignificanza per il mondo, il segno con cui il Creatore manifesta la sua presenza? A prima vi­sta, questa sembrerebbe un’idea inconcepibile. Eppure, chi ap­profondisce il mistero del governo divino, quale appare soprat­tutto negli scritti dell’antica e della nuova Alleanza, capisce sempre più chiaramente che esiste un duplice segno di Dio. Vi è, anzitutto, il segno della creazione, che, tramite la sua gran­dezza e magnificenza, ci fa presentire colui che è ancora più grande e magnifico. Ma, accanto a questo segno, si fa avanti sempre più fortemente l’altro, il segno costituito da ciò che è in­significante per il mondo: con esso Dio si afferma come total­mente altro nei confronti di tutto il mondo, per farci così capire che egli non può essere misurato con i criteri di questo mondo, che egli sta al di là di ogni sua dimensione. Forse, il miglior mo­do per comprendere questa singolare opposizione dei due se­gni, in cui Dio si afferma, e per capire la natura del secondo se­gno, del segno dell’umiltà, è quello di guardare all’opposizione che esiste tra la predicazione messianica di Giovanni Battista e la realtà messianica di Gesù stesso. Giovanni aveva descritto co­lui che doveva venire secondo le concezioni veterotestamenta­rie, in modo grandioso, come colui che pone la scure alla radice dell’umanità, come giudice pieno di collera santa e di potenza divina. Come è diverso quando viene! Egli è il Messia che non grida e non fa chiasso per le strade, che non spezza la canna in­crinata e non spegne lo stoppino dall’esile fiamma (Is 42,2s.). Giovanni aveva saputo che sarebbe stato più grande di lui, ma non aveva conosciuto la natura della sua grandezza: essa consi­ste nell’umiltà, nell’amore, nella croce, in quei valori della se­gretezza e del silenzio che Gesù stabilisce nel mondo come su­premi valori. La vera grandezza non risiede, in definitiva, nella grandezza delle dimensioni fisiche, ma in ciò che non risulta più misurabile per mezzo di esse. In verità, ciò che secondo le misu­re fisiche è grande, è solo una forma molto provvisoria di gran­dezza. In questo mondo i veri e supremi valori si presentano proprio sotto il segno dell’umiltà, della segretezza, del silenzio. Ciò che è essenzialmente grande nel mondo, ciò da cui dipende il suo destino e la sua storia, è quello che appare piccolo ai no­stri occhi. A Betlemme Dio, il quale aveva scelto come suo po­polo il piccolo e dimenticato popolo d’Israele, ha posto definiti­vamente il segno della piccolezza come distintivo essenziale del­la sua presenza in questo mondo. Ecco la decisione – la fede – della notte santa: noi lo dobbiamo accogliere in questo segno e fidarci di lui senza mormorare. Accoglierlo significa porre se stessi sotto questo segno, sotto la verità e l’amore, che sono i va­lori più alti e più simili a Dio e, al tempo stesso, i più dimenticati e più silenziosi.
Mi sia concesso, a conclusione, di narrare una storia della mi­tologia indiana, che ha presentito in maniera davvero sorpren­dente questo mistero della piccolezza divina. In uno dei miti che circondano la figura di Visnu si dice che gli dèi sarebbero stati sopraffatti dai demoni e avrebbero dovuto stare a guardarli mentre essi si dividevano tra loro il mondo. Escogitarono allora un sotterfugio: chiesero ai demoni solo tanta terra quanta il mi­nuscolo corpo nano di Visnu riusciva a coprire. Gli spiriti mali­gni acconsentirono. Una cosa però non avevano sospettato: Vi­snu, il nano, era il sacrificio che compenetrava il mondo intero e così, per mezzo suo, il mondo fu restituito agli dèi. Questo rac­conto può sembrare a qualcuno come un sogno, che, attraverso appunto la confusa prospettiva del sogno, fa sospettare la figura del reale. In effetti, è la minuscola realtà del sacrificio, dell’amo­re vicario, che alla fine si dimostra più forte di ogni potenza dei forti e che, alla fine, compenetra e trasforma il mondo con la sua misera insignificanza. Nel bambino di Betlemme, tale potenza invincibile dell’amore divino è entrata in questo mondo. Que­sto bambino è l’unica vera speranza del mondo. E noi siamo chiamati a metterci dalla sua parte; ad affidarci a Dio, il cui se­gno sono divenute la piccolezza e la bassezza. Ma, in questa notte, il nostro cuore dev’essere riempito di grande gioia, per­ché, malgrado tutte le apparenze, è e rimane vero che Cristo, il nostro salvatore, è qui.

J. Pontorino, La Visitazione

J. Pontorino, La Visitazione dans immagini sacre visitation

http://www.catholictradition.org/Mary/visitation.htm

Publié dans:immagini sacre |on 18 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

«MARIA SI MISE IN VIAGGIO VERSO LA MONTAGNA E RAGGIUNSE IN FRETTA UNA CITTÀ DI GIUDA» (LC 39-40).

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LA GRAZIA DI DIO NON CONOSCE RITARDI   «MARIA SI MISE IN VIAGGIO VERSO LA MONTAGNA E RAGGIUNSE IN FRETTA UNA CITTÀ DI GIUDA» (LC 39-40).

È una bella immagine questa di Maria, giovane ragazza coraggiosa e determinata, che, aggregandosi a qualche carovana in marcia verso Gerusalemme, “in fretta” vuole raggiungere l’anziana cugina ad Ain Karen, quasi 150 km a sud di Nazaret. Questo aspetto dinamico della Visitazione è sempre stata fonte di ispirazione e di riflessione per la Chiesa. La mariologia conciliare e quella contemporanea hanno continuato a mettere in rilievo questa “itineranza” di Maria, vedendovi in essa un modello per l’intera Chiesa vista come popolo in cammino verso Dio. Non solo ma anche per ogni singolo discepolo di Cristo alla sequela del Maestro (si veda anche il concetto di “peregrinatio fidei” di Maria in Lumen Gentium n. 58 e Redemptoris Mater n. 2). Come Gesù è la Via al Padre (Gv 14,6), la Chiesa ha sempre indicato Maria come la più perfetta discepola di Cristo (la prima vera “cristiana”), e quindi la via più sicura per andare a Lui e con Lui al Padre. Maria è la “Odighitria” cioè colei che indica la strada per andare a Cristo. L’evangelista Luca aggiunge che Maria aveva “fretta” di raggiungere Elisabetta e di mettersi al suo servizio. Una fretta divina (non quella nostra spesso di natura nevrotica), una fretta posta in lei dallo Spirito. Sant’Anbrogio scriverà: “La grazia dello Spirito Santo non conosce ritardi”. Chi è guidato dallo Spirito non indugia in calcoli umani, spesso solo umani e quindi egocentrici. “Intuiamo che è lo Spirito a muovere Maria e a donarle tale libertà, tale creatività nell’uscire dalle abitudini” (Carlo M. Martini). Maria dopo l’Annunciazione è ormai la “kekaritomene” cioè “colei che è la ricolma di grazia” cioè ricolma di Dio e del suo Dono, lo Spirito. Lei non solo è la “cristofora” perché porta Cristo nel suo grembo, ma è anche la “pneumatofora” cioè “portatrice dello Spirito”. Ma nello stesso tempo è lei stessa portata dal Figlio e dallo Spirito. Quello stesso Spirito presente e determinante per lei non solo nell’Annunciazione, ma anche in seguito: sarà infatti lui che la sosterrà, la consolerà, e la guiderà gradualmente alla verità su Gesù.

Maria è portatrice di pace «Entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta». Un saluto alla maniera ebraica, in cui ci si augura la “pace” (Shalom), la vera pace che può essere data solo dal Signore perché “la visita del Signore è la pace per la casa dell’uomo”. Un saluto speciale tra due donne, una era madre ancora vergine, l’altra madre dopo che era stata sterile, l’una giovanissima e l’altra anziana, parenti tra di loro, tutte e due incinte e rese protagoniste dalla bontà divina, sorrette e guidate dallo Spirito. Maria, segno del Nuovo che realizza l’Antico Testamento porta in sé la beatitudine di quel dono che è Dio stesso, principio e principe della pace, compimento di ogni desiderio umano. Il racconto della Visitazione, unico del genere in tutto il Nuovo Testamento, è pieno di bellezza e di delicatezza femminili. Una pagina biblica di vero protagonismo femminile. Ha scritto suor Maria Ko Ha Fong: “Maria ed Elisabetta: due donne protese verso il futuro del loro grembo, due donne che custodiscono dentro di sé un mistero ineffabile, un miracolo stupendo. La coscienza di essere rese oggetto di particolare predilezione di Dio le unisce, la missione comune di collaborare con Dio per un progetto grandioso le entusiasma e le fa esplodere in benedizione ed in canto di lode, l’esperienza della maternità prodigiosa le rende solidali. Il prodigio di Dio in Elisabetta è stato per Maria un segno che l’ha aiutata a pronunciare il suo fiat; ora il prodigio di Dio in Maria è segno per Elisabetta, un segno che suscita in lei una confessione di fede. Così le due donne, sono, l’una per l’altra, luogo di scoperta di Dio, epifania della sua grandezza e motivo per cui lodarlo e ringraziarlo” (Lectio Divina, in Theotokos 1997, p. 177-195). Per questo motivo Elisabetta, guidata dallo Spirito, esulta lei stessa e sente sussultare di gioia il suo bambino. Lei infatti riconosce in Maria il compimento delle promesse fatte ad Israele. In Maria, Elisabetta vede l’Arca della nuova Alleanza, e come l’Arca di Dio portava gioia e benedizione solo con la sua stessa presenza (2 Sam 6,2-11), così Maria. E così, mossa dallo Spirito, Elisabetta la chiama la “Madre del mio Signore”, cioè la Madre del Figlio di Dio, del Messia, invocato e sospirato per tanti secoli. Proprio quella sua giovane cugina portava in grembo l’Atteso delle genti, il Salvatore promesso.

È propriamente la Visitazione di Cristo a Giovanni C’è un bel commento di Sant’Ambrogio su questo incontro di Maria ed Elisabetta: “Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo l’ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l’arrivo di Maria, egli del Signore; la donna l’arrivo della donna, il bambino l’arrivo del bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri realizzano la grazia ed il mistero della misericordia a profitto delle madri stesse: e questo per un duplice miracolo profetizzano sotto l’ispirazione dei figli che portano. Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno dello Spirito Santo a ricolmare anche la madre. Esultò Giovanni, esultò anche lo Spirito di Maria. Ma mentre di Elisabetta si dice che fu ricolma di Spirito Santo allorché Giovanni esultò, di Maria, che era già ricolma di Spirito Santo, si dice che allora il suo spirito esultò. Colui che è incomprensibile operava in modo incomprensibile nella madre. L’una, Elisabetta, fu ripiena di Spirito Santo dopo la concezione, Maria invece prima della concezione” (Lc 2,19-22). E Adrienne von Speyr precisa: “La visita, nel suo più profondo significato, non è una visita di Maria ad Elisabetta, ma una visita di Cristo a Giovanni. Entrambe le madri fungono ora solo da mediazione per i figli”. Come si vede anche nella Visitazione il protagonista dell’incontro è lo Spirito Santo, lo Spirito di quel Gesù che deve ancora nascere, ma al quale sta preparando il terreno ispirando parole profetiche ad Elisabetta e santificando il figlio. Questi diventerà il “profeta dell’Altissimo, camminerà davanti al Signore” (Lc 1,76), sarà come la sintesi di tutti i profeti perché il precursore di Cristo, il Messia. Due Bambini, ma che differenza tra loro. Commenta San Gregorio di Nazianzio: “Dopo la prima incerta luce del precursore, viene la Luce stessa, che è tutto fulgore. Dopo la voce, viene la Parola, dopo l’amico dello Sposo, viene lo Sposo stesso” (Discorso 45,28).

Maria è la prima missionaria di Cristo Gesù Cristo è stato definito il primo Missionario, cioè il primo inviato ad annunciare il Regno di Dio; per questo egli stesso si autodefinì spesso “Colui che il Padre ha mandato”. Anche Maria è Missionaria, perché, come afferma Giovanni Paolo II nella RM n. 20, essendo Madre di Gesù, è diventata “in un certo senso, la prima discepola di suo Figlio”. Nella stessa enciclica (n. 21) viene messa in risalto la sua sollecitudine materna per gli uomini, “il suo andare incontro ad essi nella vasta gamma dei loro bisogni”. Il suo stile è attivo, solidale, interessato, intraprendente e anche creativo (ricordiamo le nozze di Cana e anche la Visitazione). Anche il Papa Paolo VI così si esprime: “La donna contemporanea, con lieta sorpresa, constaterà che Maria di Nazaret, pur completamente abbandonata alla volontà del Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante… e riconoscerà in lei una donna forte, che conobbe povertà e sofferenza, fuga ed esilio…” (Marialis Cultus, n. 37). Il viaggio di Maria quindi è un viaggio di natura missionaria. Dopo l’Annunciazione lei stessa si percepisce come “Colei che è stata ricolmata di grazia” da parte del Signore Altissimo, che è stata amata totalmente ed “evangelizzata per prima” avendo ricevuto la lieta notizia dell’Incarnazione, prima di tutti gli altri. Nella Visitazione abbiamo insieme la prima evangelizzata che diventa la prima evangelizzatrice diventando così come il prototipo di tutti i missionari proprio perché sospinta solo dall’amore di e per Cristo (2 Cor 5,14). Origene, un Padre della Chiesa, ha scritto: “Gesù, che era nel seno di lei, aveva fretta di santificare Giovanni che si trovava nel grembo della madre” (Omelie su Luca VII, 1). Ecco che Maria diventa lo strumento per attuare questa “fretta evangelizzatrice” di Gesù verso il cugino. Vangelo significa “buona o bella notizia” ed è quella che ha annunciato Gesù Cristo portando nel mondo la salvezza, la riconciliazione con Dio e la gioia. Sono infatti le belle notizie che ridanno la gioia persa ed il coraggio di andare avanti. Il Vangelo è Gesù Cristo stesso (Origene parla di “Autobasileia”), la vera bella notizia che ha riportato nel mondo la gioia, cominciando dalla Madre Maria, da Elisabetta e da Giovanni.

Maria è portatrice di gioia, segno della Nuova Alleanza Ogni nuova vita nel mondo non è che un piccolo riflesso di Dio Creatore ed un invito da parte sua a sperare nel futuro. Lui stesso, Dio della vita e di ogni vita, non può non sorridere davanti ad ogni forma di vita. Ma lo fa specialmente davanti ad un bambino. Dio Padre, anche lui, avrà sorriso di gioia davanti a quelle sue due figlie, ambedue donne incinte e future madri, felici e festanti, perché si sentivano benedette dall’Alto.

Commenta ancora Maria Ko Ha Fong: “La gioia di Maria è ben più grande di quella di qualsiasi madre. Il Figlio nascosto nel suo grembo non è solo un sorriso di Dio, ma è il Dio del sorriso, il Dio della gioia, di una letizia contagiosa, coinvolgente… Intorno a Maria la gioia si espande. Alla sua presenza, anche Zaccaria, chiuso nel suo mutismo incredulo, sente avvicinarsi l’adempimento della promessa fattagli dall’angelo «Avrai gioia ed esultanza» (Lc 1,149)”.

Ed il teologo Bruno Forte precisa ancora: “La gioia nasce dal sentirsi amati: perciò il cristiano, che sa nella fede di essere infinitamente amato da Dio, avvolto e custodito dalla tenerezza del suo amore fedele, è fatto per la gioia… La gioia scaturisce dall’umile riconoscimento dei tanti doni che riempiono l’esistenza, dal cielo sopra di noi, al cuore che batte in noi, all’amore che ci dona coraggio e vita… La gioia è proclamata in maniera nuova e definitiva dalla buona novella dell’Avvento del Dio con noi: «Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10)”.

La Visitazione sembra proprio costituire il primo lampo di gioia messianica portata dalla presenza di Gesù in sua Madre Maria. Quella stessa gioia che sarà portata dal Vangelo predicato e testimoniato da tanti altri missionari e missionarie nel nome di Gesù e sull’esempio di Maria.

Mario Scudu                                                                                                    

OMELIA (20-12-2015) IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – LA DANZA DELLE MAMME

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OMELIA (20-12-2015) IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C) – LA DANZA DELLE MAMME

DON LUCA GARBINETTO

Nel silenzio e nella delicata discrezione dell’Avvento, tempo in cui tutta la creazione è invitata a essere sobria nei rumori e nei movimenti, l’incontro tra due mamme incinta irrompe come un frastuono gioioso e spezza il ritmo dell’attesa. La corsa frettolosa di Maria ha il gusto della risurrezione anticipata. L’esclamazione ?a gran voce’ di Elisabetta è l’annuncio dell’evento già avvenuto, ma ancora aspettato. D’altro canto, solo chi porta in grembo il mistero ha diritto di proclamarlo al mondo. Solo chi si è resa campo da seminare e custodisce il germe nascosto ma presente può precedere le folle nell’esultanza della raccolta dei frutti. Maria ed Elisabetta, festose nel turbamento di due gravidanze oltre ogni speranza, rompono gli schemi dell’ordine, nel traboccare dell’ospitalità, per non permetterci di considerare l’avvenimento una semplice questione da indagini cliniche. Una fanciulla vergine e una anziana sterile possono soltanto sconvolgere i calcoli di chi della vita ne fa un oggetto di controllo e di gestione. A noi, che vogliamo correre con loro sulla strada da Nazareth ad Aim Karim, e lasciarci coinvolgere nella fantasia creativa delle mamme, le due donne svelano la meraviglia della vita che ci oltrepassa e sorprende. È la vita divina divenuta carne nel corpo di donna. Solo chi si è aperta veramente alla vita può farsi ?fontana vivace’ dei rivoli giocosi e gioiosi della vita condivisa, e mettere su una festa ordinaria ma incontenibile. Sembra che danzino, Maria ed Elisabetta, nella fretta, nello stupore, nell’abbraccio! Sembra che sia risorta nelle loro pance gonfie di futuro la danza lontana del re Davide: la nuova arca di salvezza che è Maria fa muovere le gambe e battere il cuore dell’Antico popolo raccolto nel seno di Elisabetta e nella profezia di Giovanni! Sembra che sia finalmente esplosa l’esultanza degli invitati a nozze, perché è arrivato lo Sposo, fatto bambino per poter essere introdotto dalla Madre Sposa nella sala del banchetto! Questa è una giornata di placida e intima gioia. La storia si unifica definitivamente, grazie al ?sì’ di due figlie di Israele. E la freschezza del grido dell’anziana riflette la beatitudine sorridente dell’incoscienza della fanciulla, tanto saggia da abbandonare la propria esistenza nelle mani dell’Onnipotente. Anche i bambini si lasciano coinvolgere nel sussulto della danza. E noi ci sentiamo invitati, coinvolti, quasi travolti da un mistero che restituisce verità alla nostra storia quotidiana. Perché noi non siamo fatti per la morte e la disperazione. L’ultima parola è quella del Signore: è un ?sì’ totale e definitivo alla vita, soprattutto quando essa sembra impossibile, rovinata, perduta. ?Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto’. Beati noi, se non abbiamo fatto resistenza al passo di danza. Beati noi, se non abbiamo tappato le orecchie all’annuncio. Beati noi, se abbiamo corso in fretta lungo la via di Ain Karim. E se la gioia è ancora muta nel nostro cuore, ancora c’è tempo: gli occhi profondi di Maria, scuri nella carnagione abbronzata dal sole, guardano luminosi i nostri occhi ansiosi di risposte. Il suo saluto tocca anche le nostre orecchie, e lei si fa tabernacolo della Parola fatta carne per noi: ?Benedetto sei tu, figlio amatissimo del Padre!’.

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L’ANGELO, LA LUCE E LA GLORIA – G. RAVASI

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L’ANGELO, LA LUCE E LA GLORIA – G. RAVASI

Pastori e pecore nella Scrittura dal sacrificio di Abele ai vangeli dell’Infanzia

di GIANFRANCO RAVASI

« Il gregge avanzava dietro un maschio adulto; a un certo punto una pecora gravida si fece inquieta, si arrestò, rimase indietro, colta dalle doglie. Il pastore le passò accanto indifferente. Sapeva che il parto sarebbe stato veloce e che, trattandosi di un animale gregario, la pecora si sarebbe affrettata a rientrare velocemente nel gruppo. Appena partorito, infatti, la pecora leccò il nuovo nato, poi fece un balzo e si mise a correre trascinandoselo dietro. Solo allora il pastore tornò sui suoi passi, prese con sé l’agnello tremante e lo portò vicino a un fuoco per riscaldarlo ». Leggiamo questa strana scenetta di vita pastorale tra gli appunti di Jacob Becker, un ebreo di Odessa rifugiatosi in Palestina agli inizi del secolo scorso per sfuggire a un pogrom zarista: giunto a Hebron, la città dei patriarchi biblici, si era offerto come aiuto-pastore a un beduino. Da quelle pagine affiorano ricordi duri e la rappresentazione del mondo dei beduini (termine arabo che significa « nomadi ») è disincantata, aspra, segnata dalla miseria, dalla sete, da micidiali calure e da notti gelide. Per questi uomini, che spesso distano spazialmente da Gerusalemme una decina di chilometri, ma secoli per usi e tradizioni, la patria, laalt vita, la casa sono tutte in quel deserto che costituisce ampie porzioni di Israele, ma soprattutto della Giordania e in particolare del Sinai. In questa steppa pietrosa, che a primavera per pochi giorni è avvolta da un velo di verde ma che è anche punteggiata da oasi quasi miracolose come quella di Gerico (5 chilometri di diametro), i pastori nomadi si spostano rispettando catasti territoriali solo « orali », tramandati nei secoli. La migrazione, a partire dalla grande transumanza di primavera, non ha mai percorsi casuali ma segue fili misteriosi eppure precisi, sotto cieli tersissimi che lasciano piovere un calore e una luce abbagliante (la temperatura diurna estiva può oscillare tra i 40° e i 50° all’ombra). Cieli che solo d’inverno lasciano cadere acqua, ma che offrono al pastore gli orologi cosmici della luna e delle stelle. Il ritratto più suggestivo del nomade e del suo gregge è comunque in quella deliziosa lirica orante che è il Salmo 23: il pastore « su pascoli erbosi fa riposare il suo gregge, ad acque tranquille lo conduce, rinfranca, guida per il giusto cammino. Se il gregge dovesse percorrere una valle oscura, non temerebbe alcun male perché con lui è il pastore. Il suo bastone e il suo vincastro danno sicurezza ». Ma se la Bibbia – come vedremo – esalta la vita pastorale in modo nostalgico, memore delle sue radici nomadiche tipizzate nei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe ma anche in Mosè e Davide, è altrettanto vero che i pastori sono stati sempre visti con disprezzo e terrore dai sedentari, un po’ come da noi oggi sono considerati gli zingari. Così, nella letteratura accadica i pastori sono chiamati « il nulla che viene dalla steppa »; quella sumerica ci ha lasciato questa fisionomia del nomade: « Hanno apparenza di uomini ma la loro voce è quella del cane della prateria »; gli Sciti li chiamavano « i draghi dei monti », mentre altre culture li comparavano a briganti affamati o a cavallette insaziabili. Degli Egiziani, che furono conquistati e sottomessi attorno al 1700 antecedente l’era cristiana dai nomadi Hyksos, la Bibbia ricorda la ripulsa a pranzare coi pastori: « Per loro questo è un abominio » (Genesi, 43,32). Anzi, la stessa Bibbia in una delle sue pagine d’apertura narra il tragico odio di un sedentario, l’agricoltore Caino, nei confronti del pastore beduino Abele (Genesi, 4). Tre sono i tesori del pastore. Il primo è la tenda che nella lingua accadica è detta « casa della steppa » e in arabo « casa di pelo ». Quando l’umanità costruì quella che forse è la prima città della storia tra il 9000 e il 7000 prima dell’era cristiana, proprio nell’oasi di Gerico, modellò la casa sulla tenda circolare dei pastori. Inoltre, quando Israele progettò il suo primo tempio, l’arca dell’alleanza, il santuario mobile dell’Esodo, lo delineò secondo lo schema della tenda dei pastori. Infatti la descrizione dell’arca offerta dal libro dell’Esodo corrisponde visivamente proprio all’espressione principale con cui la si definiva: la « tenda dell’incontro » tra Dio e il suo popolo. Il secondo tesoro è l’acqua dei pozzi (possono raccogliere fino a 13.000 litri d’acqua sorgiva), che erano il centro sociale, culturale, « diplomatico » delle tribù nomadiche, come è spesso attestato anche dalla Bibbia, che, tra l’altro, ci conserva un antichissimo canto degli scavatori di pozzi: « Sgorga, o pozzo, cantatelo! Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno perforato con lo scettro, coi loro bastoni » (Numeri, 21,17-18). C’è, però, anche quel piccolo pozzo portatile che è l’otre, ove l’acqua è conservata quasi fosse una perla nello scrigno. Stupenda è l’immagine nomadica del Salmo 56: « I passi del mio vagare tu li registri, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli ». Il Signore è raffigurato come un pastore che raccoglie nell’otre le lacrime degli uomini così che non ne vada persa neppure una. Il terzo tesoro, il più prezioso, è il gregge. Il pastore non è solo la guida delle pecore ma ne è soprattutto il compagno continuo, ne è quasi il padre; il gregge è parte della sua famiglia, le pecore ricevono dei nomi a cui rispondono, con esse il pastore sopporta il caldo e la sete più ardente, con esse si raccoglie a sera per superare le forti escursioni termiche notturne. A Nuzi, in Mesopotamia, è venuta alla luce una sacca di terracotta di 3.500 anni fa con questa iscrizione: « 48 pietre per pecore e capre: 21 pecore da latte, 6 agnelle, 8 agnelli adulti, 4 agnelli maschi, 6 capre da latte, 1 becco, 2 femmine. Sigillo (cioè firma) di Ziqarru, pastore ». In un sacco di pelle o di creta si tenevano quindi pietruzze diverse per la contabilità degli animali del gregge. Nella Bibbia questa prassi viene applicata a Dio, il « grande Pastore delle nostre anime », che può raccogliere nel suo scrigno la vita delle sue creature ma purtroppo anche i loro tradimenti: « Tu hai sigillato nel tuo sacchetto i miei errori », esclama Giobbe (14,17). Il pastore diventa, così, uno dei segni più comuni della vita del Vicino Oriente, una specie di simbolo globale a cui attingono anche i sedentari, forse per un certo senso di nostalgia nei confronti dei grandi spazi aperti e della vita povera, sì, ma libera. Così il dio solare Shamash di Babilonia è invocato come « pastore del popolo » e con lo stesso titolo il celebre re babilonese Hammurabi si presenta nel suo Codice. Persino Omero chiamava i re poimènes laòn, « pastori dei popoli ». Ma è soprattutto nella Bibbia che ci incontriamo con un vero e proprio repertorio di immagini pastorali. Il citato Salmo 23 è forse il vertice di questa simbologia applicata innanzitutto a Dio, « il Pastore » per eccellenza. Basta solo sfogliare l’Antico Testamento per imbattersi in frasi di questo genere: « Guidaci e sostienici sempre (…) Guidasti come gregge il tuo popolo (…)Fu loro pastore e li guidò con mano sapiente (…) Tu, pastore d’Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge (…) Noi siamo gregge del suo pascolo (…) Radunerò io stesso le mie pecore dalle regioni dove erano state cacciate e le farò tornare ai loro pascoli (…) Ricondurrò Israele nel suo pascolo, pascolerà sul Carmelo, e sui monti di Basan, di Efraim e di Galaad si sazierà ». Ma il passo più importante è l’intero capitolo 34 di Ezechiele in cui ai falsi pastori, cioè ai re, ai magistrati e ai sacerdoti d’Israele che hanno sfruttato il gregge di Dio e non l’hanno curato quando era ferito e sbandato, si oppone il nuovo e perfetto pastore, Davide, simbolo del Messia: « Susciterò loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo ». Anche un altro profeta, Zaccaria, nel capitolo 11 del suo libro verrà invitato da Dio a « sceneggiare » nella sua persona la figura del buon pastore e del pastore mercenario. In questo orizzonte segnato dalla luce si colloca soprattutto la figura del Cristo pastore, dipinta in una celebre pagina di Giovanni (10,1-21). Gesù sta parlando forse nel cortile ove si levano le monumentali costruzioni del Tempio erodiano, la sede del Pastore di Israele, il Signore. A fianco si erge la cosiddetta Porta delle Pecore (o Porta Probatica), attraverso la quale i fedeli, il gregge di Dio, accedono all’incontro cultuale col loro Pastore. Sulle labbra di Gesù affiorano quelle parole considerate blasfeme dai suoi ascoltatori: « Io sono il buon pastore (…) Io sono la Porta delle pecore (…) Le pecore mi seguono e conoscono la mia voce e io offro la mia vita per le pecore. Il mercenario, invece, quando vede venire il lupo abbandona le pecore e fugge ». Appare, così, un ritratto di Gesù che già Matteo e Luca avevano abbozzato nella parabola della pecora smarrita (Matteo, 18,12-14 e Luca, 15,1-7). Su questo ritratto del « pastore grande delle pecore » (Ebrei, 13,20) si modella anche la fisionomia dei pastori da lui inviati. Agli apostoli Gesù dice: « Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele ». A Pietro sul litorale del lago di Tiberiade per tre volte Gesù ripete: « Pasci le mie pecorelle » (Giovanni, 21,15-17). Nel testamento di Paolo ai responsabili della Chiesa di Efeso leggiamo: « Vegliate su tutto il gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come custodi a pascere la Chiesa di Dio » (Atti, 20,28). E Pietro ai capi delle Chiese del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia Minore e della Bitinia scrive: « Pascete il gregge di Dio che vi è stato affidato (…) non spadroneggiando sulle persone a voi affidate ma facendovi modelli del gregge » (1Pietro, 5,2-3). È su questa base che il simbolo del Buon Pastore entra nell’arte cristiana: ben 120 affreschi dei cimiteri cristiani romani dei primi secoli e 150 sculture adottano questa immagine. Ma questa simbologia pastorale lentamente ci ha portato lontano da quella vita dura che il pastore palestinese conduce e che abbiamo tratteggiato in apertura. Eppure nel Vangelo c’è un passo, l’unico del Nuovo Testamento, in cui di scena sono ancora pastori autentici e non pastori simbolici (Luca, 2,1-19). È quel celebre racconto che ascoltiamo ogni anno nella liturgia della notte di Natale. Un racconto notturno che la tradizione ha cercato di strappare al suo realismo quotidiano. L’ha infatti immerso in un’atmosfera tenera, sentimentale e oleografica; l’ha affidato alle statuine, ai muschi, alle stagnole di quel presepe che era sorto proprio in una fredda notte di Natale del 1223 a Greccio ad opera di Francesco, un uomo che era però realmente povero come quei pastori che raffigurava nel suo primo presepe. Questo racconto evangelico è stato anche avvolto nei fili musicali delle dolci « pastorali », spesso straordinarie come lo stupendo Concerto grosso n. 8 per la Notte di Natale di Corelli o la sinfonia dell’Oratorio di Natale di Bach (1734) o come la mirabile pagina natalizia del Messia di Haendel (1742) o ancora come la famosa pastorale di Couperin, oppure come l’ »adorazione dei pastori » presente nel Christus, oratorio di Liszt, o l’Enfance du Christ di Berlioz (1850-54) e soprattutto i mille e mille Gloria in excelsis delle messe cantate. Un racconto che è diventato pittura nelle infinite tele che nei secoli hanno riproposto l’adorazione dei pastori a Gesù bambino. In realtà, uno studio più accurato del contesto storico e culturale della vita d’Israele durante quegli anni cancellerebbe buona parte di questo alone pur suggestivo. Dal paragrafo 25b del trattato Sanhedrin del Talmud, il più famoso documento delle tradizioni giudaiche, apprendiamo, ad esempio, che i pastori non potevano essere eletti giudici e neppure potevano essere addotti come testimoni in un processo perché considerati impuri a causa della loro convivenza con animali e disonesti a causa delle loro violazioni dei confini territoriali. Le loro condizioni di vita erano molto meno « georgiche » e idilliache di quanto ci abbia abituato a pensare Virgilio; la loro esistenza era precaria e anche in quella notte decisiva per l’umanità è probabile che il gelo notturno fosse solo l’ultimo degli incubi di una giornata sempre dura. Ma cerchiamo per un istante di ricomporre l’orizzonte topografico di quella notte. Siamo nella campagna di Betlemme, la città del pastore Davide, posta a 777 metri di altezza e stretta attorno dal deserto di Giuda. « C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge », così scrive, in apertura al suo racconto, Luca (2,1-20). La tradizione cristiana attuale ci conduce a tre chilometri da Betlemme nel villaggio arabo di Bet-Sahur. L’archeologo francescano Virgilio Corbo ha messo in luce in questa località un monastero bizantino del IV-V secolo che aveva inglobato alcune grotte anticamente usate dai pastori per le loro veglie notturne. Ora, accanto ad esse, si erge una chiesa moderna, eretta nel 1953: in essa l’architetto Antonio Barluzzi, che ha edificato la maggior parte dei santuari francescani di Terrasanta, ha voluto imitare la forma della tenda del beduino e ha tracciato una cupola che lascia filtrare la luce del cielo quasi in un gioco di stelle. L’altare sorretto da quattro pastori oranti è opera di artisti cristiani betlemiti. Ritorniamo, però, alla pagina lucana. Si tratta di una narrazione raffinatamente costruita. Lo schema è quello, classico nella Bibbia, delle annunciazioni (nel primo capitolo del suo vangelo Luca aveva già introdotto due annunciazioni, quella a Zaccaria, il padre del Battista, e quella a Maria). Il primo elemento è rappresentato dall’apparizione angelica, segno di una rivelazione divina che squarcia quella povera quotidianità (v. 9). L’angelo, la luce, la gloria di Dio, il timore sono le componenti tipiche dell’incontro col mistero divino. Il messaggio (vv. 10-11) è il secondo dato. Luca nel testo originale greco lo chiama « evangelo », un termine particolarmente significativo per i connotati cristologici che evoca. È il cuore teologico della scena. Esso si apre con un « oggi », un presente che è cronologico ma che si apre alla salvezza permanentemente offerta da Dio all’umanità: « Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore ». Del neonato si professano tre titoli che rappresentano una specie di piccolo Credo: Salvatore, Cristo (= Messia), Signore (= Dio). Anche Paolo, scrivendo ai cristiani di Filippi, cita questo Credo: « Aspettiamo il Salvatore, il Signore Gesù Cristo » (3,20). Nel bambino si intravede già il glorioso « Signore » risorto, proclamato dalla fede pasquale della Chiesa.

(L’Osservatore Romano 25 dicembre 2011)

 

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BENEDETTO XVI – ANGELUS III DOMENICA DI AVVENTO – IL PRESEPIO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/angelus/2005/documents/hf_ben-xvi_ang_20051211.html

BENEDETTO XVI – ANGELUS III DOMENICA DI AVVENTO – IL PRESEPIO

ANGELUS

Piazza San Pietro

III Domenica d’Avvento, 11 dicembre 2005

Cari fratelli e sorelle!

Dopo aver celebrato la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, entriamo in questi giorni nel clima suggestivo della preparazione prossima al Santo Natale. Nell’odierna società dei consumi, questo periodo subisce purtroppo una sorta di « inquinamento » commerciale, che rischia di alterarne l’autentico spirito, caratterizzato dal raccoglimento, dalla sobrietà, da una gioia non esteriore ma intima. E’ dunque provvidenziale che, quasi come una porta d’ingresso al Natale, vi sia la festa di Colei che è la Madre di Gesù, e che meglio di chiunque altro può guidarci a conoscere, amare, adorare il Figlio di Dio fatto uomo. Lasciamo dunque che sia Lei ad accompagnarci; siano i suoi sentimenti ad animarci, perché ci predisponiamo con sincerità di cuore e apertura di spirito a riconoscere nel Bambino di Betlemme il Figlio di Dio venuto sulla terra per la nostra redenzione. Camminiamo insieme a Lei nella preghiera, e accogliamo il ripetuto invito che la liturgia dell’Avvento ci rivolge a restare nell’attesa, un’attesa vigilante e gioiosa perché il Signore non tarderà: Egli viene a liberare il suo popolo dal peccato. In tante famiglie, seguendo una bella e consolidata tradizione, subito dopo la festa dell’Immacolata si inizia ad allestire il Presepe, quasi per rivivere insieme a Maria quei giorni pieni di trepidazione che precedettero la nascita di Gesù. Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli. Il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme. San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione. Il Presepe può infatti aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale « da ricco che era, si è fatto povero » (2 Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi la abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: « Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia » (Lc 2,12). Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila. Non c’è altro Natale. Come faceva l’amato Giovanni Paolo II, tra poco anch’io benedirò i Bambinelli che i ragazzi di Roma collocheranno nel Presepe delle loro case. Con questo gesto vorrei invocare l’aiuto del Signore perché tutte le famiglie cristiane si preparino a celebrare con fede le prossime feste natalizie. Ci aiuti Maria ad entrare nel vero spirito del Natale.

Jesus is mercy

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http://blogs.nd.edu/fullofgrace/2013/03/31/what-do-you-see/

 

Publié dans:immagini sacre |on 16 décembre, 2015 |Pas de commentaires »
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