Archive pour le 11 décembre, 2015

Gaudete in Domino Semper – Introit

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Publié dans:Inni |on 11 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO XVI – ANGELUS – III DOMENICA DI AVVENTO « GAUDETE », 11 DICEMBRE 2011

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/angelus/2011/documents/hf_ben-xvi_ang_20111211.html

PAPA BENEDETTO XVI – ANGELUS – III DOMENICA DI AVVENTO « GAUDETE », 11 DICEMBRE 2011

Cari fratelli e sorelle!

I testi liturgici di questo periodo di Avvento ci rinnovano l’invito a vivere nell’attesa di Gesù, a non smettere di aspettare la sua venuta, così da mantenerci in un atteggiamento di apertura e di disponibilità all’incontro con Lui. La vigilanza del cuore, che il cristiano è chiamato ad esercitare sempre, nella vita di tutti i giorni, caratterizza in particolare questo tempo in cui ci prepariamo con gioia al mistero del Natale (cfr Prefazio dell’Avvento II). L’ambiente esterno propone i consueti messaggi di tipo commerciale, anche se forse in tono minore a causa della crisi economica. Il cristiano è invitato a vivere l’Avvento senza lasciarsi distrarre dalle luci, ma sapendo dare il giusto valore alle cose, per fissare lo sguardo interiore su Cristo. Se infatti perseveriamo “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (ibid.), i nostri occhi saranno in grado di riconoscere in Lui la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre. In particolare, la liturgia dell’odierna domenica, detta “Gaudéte”, ci invita alla gioia, ad una vigilanza non triste, ma lieta. “Gaudete in Domino semper” – scrive san Paolo: “Gioite sempre nel Signore” (Fil 4,4). La vera gioia non è frutto del divertirsi, inteso nel senso etimologico della parola di-vertere, cioè esulare dagli impegni della vita e dalle sue responsabilità. La vera gioia è legata a qualcosa di più profondo. Certo, nei ritmi quotidiani, spesso frenetici, è importante trovare spazi di tempo per il riposo, per la distensione, ma la gioia vera è legata al rapporto con Dio. Chi ha incontrato Cristo nella propria vita, sperimenta nel cuore una serenità e una gioia che nessuno e nessuna situazione possono togliere. Sant’Agostino lo aveva compreso molto bene; nella sua ricerca della verità, della pace, della gioia, dopo aver cercato invano in molteplici cose conclude con la celebre espressione che il cuore dell’uomo è inquieto, non trova serenità e pace finché non riposa in Dio (cfr Le Confessioni, I,1,1). La vera gioia non è un semplice stato d’animo passeggero, né qualcosa che si raggiunge con i propri sforzi, ma è un dono, nasce dall’incontro con la persona viva di Gesù, dal fargli spazio in noi, dall’accogliere lo Spirito Santo che guida la nostra vita. È l’invito che fa l’apostolo Paolo, che dice: “Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 5,23). In questo tempo di Avvento rafforziamo la certezza che il Signore è venuto in mezzo a noi e continuamente rinnova la sua presenza di consolazione, di amore e di gioia. Abbiamo fiducia in Lui; come ancora afferma sant’Agostino, alla luce della sua esperienza: il Signore è più vicino a noi di quanto noi lo siamo a noi stessi – “interior intimo meo et superior summo meo” (Le Confessioni, III,6,11).

Affidiamo il nostro cammino alla Vergine Immacolata, il cui spirito ha esultato in Dio Salvatore. Sia Lei a guidare i nostri cuori nell’attesa gioiosa della venuta di Gesù, un’attesa ricca di preghiera e di opere buone.

GIOITE NEL SIGNORE SEMPRE!

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GIOITE NEL SIGNORE SEMPRE!

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III Domenica di Avvento (Anno C) – Gaudete (13/12/2009) Vangelo: Lc 3,10-18 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

L’Antifona d’ingresso di questa domenica recita in latino: « Gaudete in Domino semper ». Da questa prima parola, « Gaudete », prende nome – per antica tradizione – questa terza domenica d’Avvento. Oggi celebriamo, perciò, la domenica Gaudete, la domenica della gioia! Anticamente questa domenica doveva dare ai fedeli un po’ di respiro dalle rinunce e penitenze, che venivano praticate in Avvento così come in Quaresima. Oggi, però, l’Avvento è stato riscoperto come tempo di attesa e non più come tempo penitenziale: non si tratta più perciò di dare sollievo ai fedeli gravati da chissà quali penitenze, ma di dare all’attesa il colore della gioia anziché quello della mestizia. L’invito alla gioia ritorna incalzante nella Seconda Lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi. Paolo, prigioniero ed in catene, scrive agli abitanti di Filippi invitandoli ad avere gli stessi sentimenti di Gesù Cristo ed esortandoli, ripetutamente, a rallegrarsi ed a « gioire nel Signore »! È straordinario pensare come un uomo in catene, in catene per Cristo, possa invitare altri a rallegrarsi in questi termini! Mentre rileggevo queste pagine, mi risuonavano nel cuore le parole della nota « predica della perfetta letizia » di San Francesco d’Assisi. Perfetta letizia, perfetta felicità, gioia vera si ha quando nonostante le prove più terribili non cediamo alla disperazione e alla depressione più profonda, ma restiamo ancorati a Cristo, perché nessuno mai potrà separarci da Lui e dal Suo Amore! Cristo è la fonte della vera gioia, che nessuno potrà mai toglierci! Infatti, se ritorniamo al testo della Lettera ai Filippesi, al testo originale, il testo greco, vediamo che la parola (rallegratevi) ha la stessa radice di (grazia). La gioia, dunque, è strettamente legata alla grazia e la grazia è l’effetto della vicinanza del Signore. La vicinanza del Signore, dunque, è il vero motivo della nostra gioia! Se già il popolo di Israele poteva vantare davanti a tutti gli altri popoli « la prossimità di Dio », ancor più noi, popolo della Nuova Alleanza, dobbiamo esultare di gioia indicibile perché proprio quel Dio, che allo sforzo della ricerca umana si rivela « fascinoso e tremendo », si è abbassato, per sua libera scelta, fino ad assumere la nostra natura, la carne di peccato, e ci ha resi partecipi della sua intimità, della vita trinitaria. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio! Lo stesso motivo di gioia è racchiuso anche nel racconto dell’Annunciazione che abbiamo ascoltato pochi giorni fa’, nella solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. L’Angelo si rivolge a Maria con il saluto: « Gioisci, rallegrati, ricolmata di grazia, il Signore è con te »… il motivo dell’invito alla gioia, dunque, è la prossimità di Dio, e l’effetto di questa vicinanza è la sovrabbondanza della grazia. La gioia è, perciò, essenziale all’annuncio cristiano, è l’anima stessa di questo annuncio. Il Vangelo non è forse « buona notizia », notizia di gioia? Domandiamoci perciò se viviamo il nostro essere cristiani, il nostro essere « il popolo del Dio vicino », con questa gioia, la gioia che traboccando dalla pienezza del nostro cuore straripa e coinvolge il mondo intero. Essere « sale della terra » significa dare a questa terra, dare a questo mondo, la gioia vera, quella che proviene da Gesù nostro Signore. Lui solo può appagare i desideri più nascosti del nostro cuore. Lui solo può trasformare la tristezza dipinta sui volti degli uomini in vera gioia, gioia che nessuno potrà mai strappare. La gioia vera, poi, è più eloquente di qualsiasi altra parola, dice molto, molto più di qualsiasi discorso, di qualsiasi predica. La gioia che dalla pienezza del nostro cuore straripa sui nostri volti e permea le nostre relazioni, rendendole fraterne, sarà la testimonianza più credibile del mistero dell’Incarnazione che celebreremo nei giorni del Natale. « Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae »… Chiediamo al Signore che i nostri giorni, le nostre ore, siano liete perché sovrabbondanti del Suo Amore Trinitario che ci è stato rivelato nel mistero del Verbo fatto carne. Amen. Maranathà! Commento a cura di don Michele Munno

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13 DICEMBRE 2015 | 3A DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/01-Avvento_C/Omelie-2015/3a-Domenica/12-03a-Domenica-C_2015-UD.htm

13 DICEMBRE 2015 | 3A DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C | OMELIA

Per cominciare Come la terza domenica di Quaresima, anche la terza domenica di Avvento è segnata dalla gioia (domenica « gaudete »). « Il Signore è vicino, non angustiatevi, siate sempre lieti », dicono il profeta Sofonia e Paolo. Giovanni Battista invece esorta ad attendere il messia con uno stile di vita che ci prepari alla sua venuta.

La parola di Dio Sofonia 3,14-17. Il profeta Sofonia è vissuto in un tempo in cui il popolo d’Israele, stato vassallo dell’Assiria, era colpito dall’infedeltà a tutti i livelli, sociale, politico e religioso. Eppure Sofonia annuncia parole di speranza e assicura una trasformazione radicale della situazione. Per questo invita la popolazione a non avere paura, perché il Signore si rende presente e vivo in mezzo a loro. Filippesi 4,4-7. Anche Paolo parla di vicinanza del Signore e soprattutto di gioia, di letizia e invita gli abitanti di Filippi a vivere nella amabilità e nella preghiera. Sono le parole di Paolo e di Sofonia a dare una tonalità di gioia e di letizia a questa terza domenica di Avvento. Luca 3,10-18. Giovanni Battista è ancora protagonista di questa domenica. Egli invita il popolo, perfino i pubblicani e i soldati, a cambiare vita e a vivere nella solidarietà e nella giustizia. In questo modo esorta chi lo ascolta ad attendere l’arrivo imminente del messia

Riflettere Dio s’interessa degli uomini? È lui che guida la storia? Perché allora il popolo di Israele è caduto così in basso? Questo è l’interrogativo che gli scettici pongono a Sofonia in un tempo particolarmente difficile, intessuto di drammi eccezionali. Il profeta accusa la corruzione delle autorità politiche e religiose, se la prende con quelli che si sottomettono allo straniero seguendone le mode nel vestire e le pratiche religiose. Il giorno del Signore è imminente, dice Sofonia, giunge il momento in cui Dio vendica il suo popolo. L’ira di Dio si manifesterà in un vero cataclisma cosmico senza precedenti (il Dies irae sembra essersi ispirato alle terribili parole del profeta). Il giorno del Signore non appare tuttavia per Sofonia come la fine del mondo e della storia, ma come una metamorfosi e una rigenerazione del popolo di Dio, la fine di un’età di peccato. E tutto sfocia nei canti di gioia del « resto » di Israele. Dio salverà un « resto », come al tempo dell’esodo. Gli umili possono sperare. Le parole del profeta cambiano improvvisamente tono e hanno accenti di tenerezza proprio per i piccoli che mettono in pratica la volontà del Signore. « Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! ». Sono questi « umili » che possono sperare di sfuggire al cataclisma dell’ira divina. Saranno il nuovo popolo di Dio. Dio radunerà questo nuovo Israele, questo « resto », e lo onorerà davanti ai popoli, in una Gerusalemme festante, libera e santa dove lui stesso risiederà come sovrano: « Il Signore tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia ». Anche la lettera di Paolo ai cristiani di Filippi contiene un invito alla gioia. Anzi, sono proprio le parole di Paolo a dare a questa domenica di Avvento un tono di gioia con l’antifona di inizio. Quando Paolo scrive a questa comunità si trova a Efeso ed è in carcere a causa del vangelo. Per questo avrebbe tutte le carte in regola per sentirsi infelice e sconfitto. Invece nelle sue parole ritorna, come un ritornello, l’invito alla gioia. Paolo è consapevole del periodo difficile che sta vivendo, sa che forse dovrà aggiungere il sacrificio della sua vita a quello della loro fedeltà, ma invita i filippesi a rallegrarsi con lui (Fil 2,17-18). Scrive Paolo: « Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti ». Perché i filippesi (e anche noi) dovremmo vivere nella gioia? Non tanto perché le cose della nostra vita ci vanno straordinariamente bene, ma perché « Il Signore è vicino! », e con lui ogni certezza diventa possibile. Di qui l’invito a « non angustiarsi » a vivere nella « amabilità » propria di chi si sente nelle braccia dei Dio e lo rende visibile con il proprio comportamento. Il brano del vangelo ci propone il seguito del capitolo 3° di Luca che ci è stato proposto domenica scorsa. Luca dice che la gente, ascoltandolo il Battista parlare e vedendo il suo stile di vita, si domanda se non sia lui il messia atteso. Ma Giovanni annuncia invece uno più grande di lui, « più forte » di lui, al quale non è degno di slegare i lacci dei sandali. Uno che battezzerà non solo con acqua, come fa lui, ma « in Spirito Santo e fuoco ». Parole che creano un’attesa anche più viva nella popolazione. Ma, proprio per sentirsi a posto nel momento della sua venuta, la gente gli chiede: « Che cosa dobbiamo fare? ». Una domanda che gli pongono addirittura anche i pubblicani e i soldati. E il Battista dà la sua ricetta semplice, ma nello stesso tempo che profuma già di vangelo, perché è segnata dalla solidarietà e dall’amore verso i fratelli.

Attualizzare Si direbbe che la nostra società sia sistematicamente attraversata da periodi di crisi. Di che ci sarebbe da rallegrarsi? I giornali sono pieni di notizie negative, e le nostre vicende personali ci dicono che non è il caso di stare troppo allegri. Eppure i motivi per gioire sono tanti, molti di più di quanto siamo soliti pensare. Anzitutto perché siamo vivi e possiamo parlare della nostra situazione così come la viviamo. Sarà magari difficile, ma la possiamo raccontare. Al riguardo, voglio rifarmi a un PowerPoint davvero simpatico, che circola nelle reti di internet e che dice: « Io mi considero tutto sommato un privilegiato, perché se devo pagare le tasse, significa che ho un lavoro o un’attività; se devo fare le pulizie dopo una festa, vuol dire che ho delle persone amiche che stanno volentieri con me; se i vestiti mi vanno stretti e sto ingrassando, significa che ho da mangiare; se i muri della mia casa hanno bisogno di essere ripuliti, vuol dire che ho una casa; se non trovo un posto per parcheggiare, vuol dire che ho un mezzo di trasporto e che sono anche in grado di camminare; se mi sento disturbato da una persona stonata, vuol dire che ho le orecchie per udirla; se alla sera sono stanco morto, vuol dire che ho la salute per lavorare; se al mattino salto nel letto, perché la sveglia suona di brutto, vuol dire che sono vivo! ». E concludeva: « Sorridi, tutto ti sembrerà più facile! ». Un altro motivo di gioia è che guardandoci attorno, guardando al nostro passato, a tutto ciò che abbiamo vissuto, possiamo riconoscere di essere come delle persone scampate a un grande naufragio: quante ne abbiamo viste! Eppure siamo tuttora qui, tutto sommato decentemente vivi. Ma questi sono ragionamenti puramente umani e direi anche quasi superficiali. Perché il fondo della nostra gioia viene dalla nostra fede. La parola di Dio di quest’oggi ci dice che « il Signore è vicino », e se è così, perché dovremmo lasciarci prendere dal pessimismo e dalla tristezza? La parola di Dio è zeppa di espressioni piene di consolazione e di certezza che ci assicurano che il Signore si prende cura di noi. Un solo esempio, tratto dal vangelo di Matteo: « Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E per il vestito, perché vi preoccupate? Se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? » (6,26-30). Infine, un motivo di grande gioia viene dallo stesso Natale, a cui ci stiamo preparando. Il Natale ci ricorda che Dio ci cerca e si fa vicino, si fa bambino per non farci paura e parlarci dei progetti di amore di Dio nei nostri confronti. Dio ci ama come nessun altro e vuole essere amato da noi. Si direbbe che Dio non sarà contento fino a quando noi non risponderemo a questo amore. Di qui un atteggiamento di stupore che dovrebbe prenderci in questi giorni. Secondo il vescovo Tonino Bello, la mancanza di stupore è il grande peccato del nostro tempo. Eppure non riusciamo più a vedere nello scorrere del tempo e delle stagioni, nella nascita di una nuova vita, nemmeno nell’incarnazione del Figlio di Dio qualcosa che ci sorprenda e ci faccia esplodere di meraviglia. È questo probabilmente che intende dire Giovanni quando parla del messia che verrà « In Spirito Santo e fuoco ». Dovremmo lasciarci sorprendere in questo tempo dalla sua venuta, lasciarci avvolgere dal fuoco della meraviglia e dello stupore. Se sarà così, sarà inevitabile per ogni cristiano, come dice Paolo ai filippesi, rendere visibile questa gioia nel modo di rapportarsi quotidiano, diventando amabili, aperti, cordiali verso le persone che vivono con noi o che incontriamo. Il diventare amabili è certamente una delle cose che ci viene chiesto di fare in questo periodo di attesa dell’Avvento del Signore. « Un cuore contento è il risultato normale di un cuore che brucia d’amore », diceva madre Teresa di Calcutta. Ma il Battista, a chi gli domanda che cosa deve fare per essere pronto alla venuta del messia, risponde con suggerimenti ugualmente concreti. Alle folle Giovanni dice: « Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto ». La straordinarietà sta tutto nella normalità di ciò che Giovanni propone. E un poco si rimane stupiti, perché a differenza di altri interventi del Battista, pieni di rigore e di severità, qui ci troviamo di fronte a qualcosa di genuinamente evangelico. Così pure ai pubblicani, Giovanni dice: « Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato ». Un invito che può sembrare normale, ma che è invece qualcosa di non comune, perché era una tentazione quasi scontata per gli esattori delle tasse approfittare del loro ufficio per arricchirsi alle spalle di chi doveva pagare. Infine ai soldati, abituati a varie forme di prepotenza e di saccheggio, il Battista chiede qualcosa di semplicemente inaudito per quel tempo: di non maltrattare e di non estorcere niente a nessuno, ma di accontentarsi delle loro paghe. Di questi inviti del Battista mi sembra si debbano sottolineare anzitutto la concretezza e la quotidianità. È la vita quotidiana che entra in gioco nella sua normalità. Non quindi proposte di vita altisonanti e utopiche, proposte ideali irrealizzabili, ma amore fraterno vissuto. Ripetiamo, è la vita che entra in gioco, la vita vera, quella della gente, dei pubblicani e dei soldati al tempo del Battista, e la vita che viviamo noi ogni giorno. Perché essere cristiani non vuol dire fare un mestiere comunque, approfittando e servendosi degli altri a proprio vantaggio, magari pensando che mandare avanti un mestiere vuol dire esattamente « fare così », perché così fanno tutti. Ma vuol dire servire i fratelli e cercare il loro bene, venire in loro aiuto dove e per quanto è possibile. Questo in altre parole vuol dire non considerare il proprio cristianesimo come una parentesi da vivere esclusivamente in chiesa, ma introdurla nel proprio vissuto, esprimendo la nostra fede nelle scelte che siamo chiamati a fare.

La gioia di chi brucia di amore « La gioia è preghiera, la gioia è fortezza, la gioia è amore, la gioia è una rete d’amore, con la quale voi potete arrivare alle anime. Dio ama chi dona con gioia. Dona di più chi dona con gioia. La miglior via per mostrare la nostra gratitudine a Dio e alla gente è di accettare tutte le cose con gioia. Un cuore contento è il risultato normale di un cuore che brucia d’amore » (madre Teresa di Calcutta).

Umberto DE VANNA sdb 

 

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