Archive pour le 7 décembre, 2015

La Porta Santa della Basilica di San Pietro.

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IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

 

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01051997_p-78_it.html

IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

Luciano Pacomio

Il profeta

Dopo l’amara esperienza dell’Esilio babilonese, in cui il popolo di Dio aveva avuto l’esperienza dell’essere privato della propria terra, del tempio, della sua stessa consistenza di popolo, si apre un orizzonte di speranza, di liberazione. La profezia interpreta il vissuto. E profezia è il prezioso servizio che un uomo fa ai propri fratelli, al proprio popolo, interpretando, con la potenza di Dio e con la sapienza dono di Dio, le vicende e gli accadimenti storici in cui si è coinvolti. «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece che un cuore mesto» (Isaia 61,1-3a). Il profeta si fa araldo di un « anno di misericordia » e non per una sua personale iniziativa, ma per una « unzione » operata dallo Spirito del Signore: è un dono divino. E questo anno si esprime in due direzioni vitali, altamente positive: la liberazione e la consolazione. La liberazione è dai mali fisici, dalle lacerazioni interiori, dalla condizione di schiavitù; la consolazione è una trasformazione del proprio sentire, del proprio modo di essere: dal lutto si passa alla gioia. Città, campagna, esperienze di lavoro pastorizio e agreste sono coinvolti in una novità di vita più umana e costruttiva. Il tempo è segnato dal dono del Signore.

Il Giubileo Il vocabolo « giubileo » deriva dal termine ebraico jobel che significa corno d’ariete; giacché proprio tale corno era adoperato come tromba, il cui suono indicava a tutti l’inizio dell’anno giubilare. Il libro del Levitico, nel codice di santità, è la fonte che ci avverte sulla portata dell’anno giubilare, anno per eccellenza di liberazione, che è al termine di sette settimane di anni: il cinquantesimo anno. «Conterai sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarate santo il cinquantesimo anno e proclamate la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia»(Levitico 25, 8-10). Ci sono nello stesso Levitico testi e modelli paralleli molto preziosi per comprendere quale carica di idealità e di progettazione aveva l’anno giubilare. Intanto è bene tener presente come nel vicino oriente, nelle culture antiche, il ciclo lunare fosse scelto come criterio per segnare il tempo: la settimana (sette giorni) assume, ancor prima della legislazione giudaica, un carattere spiccatamente religioso. Il Signore segna i tempi di lavoro e di riposo. Già il primo capitolo del primo libro della Scrittura, Genesi, interpreta l’agire creativo di Dio con la struttura dei sette giorni, pur nella lucida consapevolezza della trascendenza di Dio che « dice », e il suo dire è creativo, è « benedizione ». Anche le feste del calendario ebraico sono segnate dai sette giorni; tale è la durata sia della festa degli azzimi, sia quella dei tabernacoli. In particolare Pentecoste (cinquantesimo giorno) o festa delle settimane è celebrata sette settimane dopo il sabato della Pasqua. Fonte di queste leggi e notizie sono il capitolo 23 del libro del Levitico e, più antico, il capitolo 34 dell’Esodo e il capitolo 16 del quinto libro della Bibbia, il Deuteronomio.

La liberazione Si constata con gioia e con compiacimento come la fede in Dio porta anche la cultura di Israele a vivere un primato nel tempo, nel lavoro, nei rapporti. Alcune realtà che coinvolgono le persone, gli strumenti e i mezzi per vivere, non possono soggiacere all’egoismo sfrenato e all’arrivismo insaziabile di alcuni. Il credente non può tollerare le forme e la durata anche a vita della schiavitù, così come era praticata presso altri popoli. Così non è tollerabile che, per indebitamento e per povertà, una famiglia o un padre sia privato per sempre della sua terra, giacché la terra è di Dio ed è dono fruttificante per l’uomo. Di qui le puntuali « leggi divine » del libro del Levitico che utopisticamente intervengono a promuovere giustizia e speranza. L’utopia sta proprio nella distanza di un anno giubilare dall’altro e nella difficile praticabilità, ma l’orientamento è chiaro: interpella, sfida, sollecita ad accogliere il dono e a promuovere una cultura di liberazione. «Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In questo anno del Giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello» (Levitico 25,12-14).

E a proposito delle persone. «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, un inquilino. Ti servirà fino all’anno del Giubileo; allora se ne andrà da te con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese di Egitto; non devono essere venduti come si vendono gli schiavi. Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio» (Levitico 25, 39-43).

La consolazione C’è una fondamentale espressione e proposta di esperienze nell’anno giubilare: il riposo. Un riposo carico di dono e di rapporto con Dio: tutto è dono suo e tutto possiamo riferirlo a Lui. La cultura del « sabato » cambia la qualità della vita; riconduce alle proprie radici, alla ragione del proprio esistere; e può aprire alla felicità possibile nella storia. «Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi»(Levitico 25,11-12). Questa « consolazione » risuonerà in modo imprevedibile e pieno nel rapporto con Gesù di Nazareth, il Signore, grazie al quale è possibile vivere il « riposo » e il « ristoro »; avere, contro ogni desolazione, l’esperienza della « consolazione ». «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero» (Matteo 21,28-30). La Lettera agli Ebrei, partendo dall’espressione del salmo 95 versetto 11 « giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo » e si riferiva ai quarant’anni di peregrinare dall’antico popolo di Israele nell’esodo, fa meditare in modo stupendo sul riposo cristiano. «Poiché dunque risulta che alcuni debbono ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la Buona Novella non entrarono a causa della loro disubbidienza, egli fissa di nuovo un giorno, un oggi, dicendo per mezzo di Davide (Salmo 95,8) dopo tanto tempo come è stato già riferito:

Oggi, se udite la sua voce non indurite i vostri cuori! Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato in seguito di un altro giorno. E’ dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa egli pure dalle sue opere, come Dio dalle proprie. Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza» (Ebrei 4, 6-11). Uno sguardo sul futuro La letteratura biblica anticotestamentaria tardiva, in una visione sul futuro escatologico, con il tipico linguaggio apocalittico annunzia la liberazione finale e definitiva del popolo di Dio. E’ la profezia di Daniele (9,24) delle settanta settimane, cioè di un calcolo convenzionale di dieci periodi giubilari.

«Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi».

Si tratta in ogni generazione di ravvivare l’attesa e la ricerca del Signore, del dono che fa di sé, di una novità di vita dove liberazione, consolazione, riposo che è da sempre e per sempre il disegno di misericordia e di bontà che Dio ha su ogni persona e su ogni popolo.

LA FORZA DELLA FEDE E DELLA DEVOZIONE POPOLARE MARIANA, L’MMACOLATA CONCEZIONE – STEFANO DE FIORES

http://www.stpauls.it/madre03/0205md/0205md12.htm

LA FORZA DELLA FEDE E DELLA DEVOZIONE POPOLARE MARIANA, L’MMACOLATA CONCEZIONE

 STEFANO DE FIORES

Giustamente si ritiene che il sensus fidelium, per il fatto di essere un elemento costitutivo del sensus Ecclesiae, viene ad assumere un ruolo di fondamentale importanza nella definizione dogmatica di una verità di fede. – Il caso dell’Immacolata concezione. Un fatto chiaro si evince dalla storia del dogma dell’Immacolata concezione: la precedenza del senso cristiano popolare, intuitivamente a favore del privilegio mariano, sulla teologia a lungo ondeggiante pro o contro di esso e sul Magistero che si pronuncia in forma definitiva solo nel 1854. Non è certo facile documentare la fede popolare in quanto essa non si è espressa con scritti, ma con fatti, attività e iniziative di ordine cultuale o artistico. Spesso dovremo accontentarci della testimonianza indiretta offertaci da teologi, siano essi favorevoli o critici nei riguardi della fede popolare. Noi vogliamo parlarne, anche per l’esigenza ecumenica che si avverte oggi di riaprire il dossier sull’Immacolata concezione. Dall’Oriente ortodosso e dall’Occidente evangelico, infatti, si auspica un dialogo tra le Chiese cristiane che conduca ad una migliore conoscenza reciproca e forse anche ad una formulazione migliore e senz’altro più condivisibile.

Epoca patristica La prima indicazione circa l’origine straordinaria e santa di Maria si trova nel Protovangelo di Giacomo o Natività di Maria (II secolo), che racconta come Anna l’abbia concepita senza intervento di uomo essendo Gioacchino ancora nel deserto. Non si ha qui un dato storico attendibile, poiché l’autore dell’apocrifo non conosce bene la tradizione ebraica e scrive probabilmente in Egitto in un genere letterario chiaramente popolare e fantasioso che eserciterà molto influsso sulla gente e sugli artisti. Epifanio e, più tardi, Bernardo rigetteranno la versione della concezione verginale da parte di Anna. Tuttavia tale racconto, sorto in ambiente popolare, contiene certamente delle istanze teologiche e, pur non specificando l’assenza di peccato originale in Maria, rappresenta «una prima presa di coscienza intuitiva e mitica della santità perfetta e originale di Maria nella sua stessa concezione». Fino al Concilio di Nicea (325) non si hanno determinazioni particolari circa l’assenza di peccato ab initio in Maria, ma i Padri abbondano nell’esaltare la Tuttasanta con «epiteti ornanti», confermando l’alta idea che il popolo si era fatta di lei. Nella polemica pelagiana tale perfezione e dignità di Maria diviene un presupposto su cui puntano Pelagio (+ ca. 422) e Giuliano di Eclano (+ 454) e che lo stesso Agostino (+430) riferisce e condivide: cioè, che la Madre del Signore «va riconosciuta senza peccato dal nostro senso religioso». Di fronte ai due assertori dell’Immacolata concezione, che non la proponevano però in un contesto di dipendenza salvifica da Cristo, Agostino protesta: «Escludiamo dunque la santa Vergine Maria, nei riguardi della quale, per l’onore del Signore, non voglio si faccia questione alcuna di peccato». D’altra parte, il suo « traducianesimo » e il giusto principio della necessità della Redenzione gli impediscono di ammettere per Maria un’eccezione. Comunque egli respinge l’accusa di assoggettare Maria al diavolo – ciò che ripugnava alla coscienza cristiana – ricorrendo alla grazia della rigenerazione in un’espressione famosa, ma non priva di ambiguità: «Quanto a Maria, non la consegniamo affatto in potere al diavolo in conseguenza della sua nascita; tutt’altro, perché sosteniamo che questa conseguenza viene cancellata dalla grazia della rinascita». Nella posizione agostiniana negativa circa l’Immacolata concezione per motivi teologici, e tuttavia attenta alla pietà popolare, si intravede il contrasto tra dottrina dei colti e intuito del popolo, contrasto che si risolverà con la vittoria di quest’ultimo.

Medioevo Il ruolo trainante del popolo cristiano nella maturazione della teologia dell’Immacolata concezione è testimoniato espressamente da alcuni teologi a partire dal secolo XI. Si evidenzia un crescendo nel comportamento del popolo, che in un primo momento celebra senza problemi la festa della Concezione, poi si scandalizza allorché viene negato il privilegio mariano, infine reagisce anche violentemente contro gli assertori del peccato originale in Maria. Il benedettino Eadmero (+ ca. 1134), discepolo di Sant’Anselmo, nel suo Trattato sulla concezione della B. Maria Vergine oppone «la pura semplicità e l’umile devozione» dei poveri, i quali celebrano la festa della Concezione della Madre di Dio, alla «scienza superiore e disquisizione valente» dei ricchi ecclesiastici o secolari, che aboliscono la festa dichiarandola priva di fondamento. Eadmero opta senz’altro per i semplici, perché a loro e non ai superbi Dio si comunica, e «mosso dall’affetto della pietà e della sincera devozione per la Madre di Dio» si pronuncia per la concezione di Maria libera da ogni peccato. Nel 1435, durante il Concilio di Basilea, il canonico Giovanni di Romiroy si appella alla devozione popolare come al primo motivo che deve indurre i Padri conciliari a porre fine alla controversia circa l’Immacolata concezione. Si toglierebbe così l’occasione di scandalizzare il popolo cristiano, che viene offeso quando sente affermare che Maria è stata macchiata dal peccato originale.          

Epoca moderna Nel corso dei secoli la fede popolare si conferma a favore dell’Immacolata concezione, nonostante l’opposizione di una parte della teologia dotta. Nel Quattrocento la controversia sull’Immacolata concezione si acuisce soprattutto in occasione di dispute organizzate in cui intervengono i fautori delle due posizioni pro o contro. I fedeli che assistono reagiscono in genere a favore del privilegio mariano. Sono note la disputa di Imola (1474-75) da cui uscì vittorioso il domenicano Vincenzo Bandello, quella di Roma (1477) indetta da Sisto IV tra Bandello e il Ministro generale dei Minori Francesco Sanson che riportò la vittoria, quelle di Brescia, Ferrara, Firenze…, tutte della seconda metà del secolo. Tali dispute, e altrettanto si dica della predicazione, sono cause di scandalo o di violenze da parte dei fedeli, che per esempio rumoreggiano e vogliono lapidare il predicatore Battista da Levanto che si rifiuta di asserire apertamente il privilegio, o costringono alla prova del fuoco… Ma qui il senso dei fedeli non può essere preso in considerazione perché appare troppo diviso per l’una o l’altra sentenza. Progressivamente la posizione immacolista guadagna spazi sempre più vasti. Nel Cinquecento il domenicano Melchior Cano rivendica ai teologi saggi e competenti (e non al volgo) la facoltà di discernere la verità o falsità delle proposizioni in materia di fede. Egli infatti deve riconoscere che se questo compito appartenesse al popolo la questione circa l’Immacolata concezione sarebbe risolta, in quanto appena il volgo sente affermare che la Beata Vergine ha contratto il peccato originale, subito esso si sente «turbato, percosso, torturato». Anzi, anche in Spagna si rivela impossibile sostenere dal pulpito tale opinione, poiché il popolo reagisce contro i predicatori con mormorii, clamore e perfino violenze. Se Dionigi Certosino (+1471) pronuncia la parola «horremus» («inorridiamo») dinanzi all’attribuzione del peccato originale a Maria, G. Vasquez (+1604) riconosce che la credenza nell’Immacolata concezione è divenuta un fatto universale e profondamente radicato: «Essa è talmente cresciuta e inveterata con i secoli, da far sì che nessun uomo possa esserne staccato o smosso». Questa fede popolare si esprime nel secolo XVII con l’istituzione di varie Confraternite sotto il titolo dell’Immacolata concezione, con preghiere come l’aggiunta in qualche litania dell’invocazione «sancta Virgo praeservata» (Parigi 1586), con la dedica di cappelle o altari all’Immacolata, con numerose espressioni artistiche, quali 25 tele dedicate alla Purísima dal Murillo (+1685).

Il « Voto del sangue »Un movimento promozionale senza analogie si determina nel Seicento a partire dalle Università: quello includente il giuramento di difendere l’Immacolata concezione fino all’effusione del sangue. Ad emettere nel 1617 il votum sanguinis è l’Università di Granada, preceduta da quella di Siviglia e seguita dalle altre spagnole e da alcune italiane. Tale gesto si diffuse presto tra gli Ordini religiosi, i Santi, le Confraternite e i fedeli. Esso provocò pure una lunga controversia, iniziata con l’opposizione di L. A. Muratori (+1750) al cosiddetto «voto sanguinario». In varie opere pseudonime il celebre erudito ha attaccato questo voto bollandolo come imprudente, gravemente colpevole e ispirato da pietà non illuminata. Infatti, per lui non è lecito esporre la propria vita per un’opinione qual è appunto l’Immacolata concezione, non dichiarata di fede dal Magistero. La tesi muratoriana ha suscitato una levata di scudi in varie nazioni dell’Europa; la più efficace apologia resta quella di Sant’ Alfonso de Liguori (+1787). Questi ha contestato che affermare l’Immacolata concezione sia opinabile, in quanto esistono due motivi che garantiscono come certa questa dottrina: il consenso dei fedeli e la celebrazione universale della festa dell’Immacolata. Cade pertanto l’argomento del Muratori. Tra le risposte all’opera di Muratori è da ricordare quella del sacerdote ascolano Francesco Antonio Marcucci, fondatore delle Pie Operaie dell’Immacolata concezione, poi Vescovo di Montalto e Vicegerente di Roma (+1798). Nello scritto latino Causa Immaculatae Conceptionis (1743) a noi non pervenuto ma riassunto dallo stesso Marcucci nell’Orazione dell’Immacolata, sotto lo pseudonimo di Syllepsio Picentino, egli prende posizione nei confronti delle opere di Muratori De ingeniorum moderatione in religioso negotio (1714) e De superstitione vitanda sive censura voti sanguinarii in honorem Immaculatae Conceptionis (1740) in cui il grande erudito riteneva dell’Immacolata concezione un’opinione potenzialmente falsa e condannava il «voto di sangue».

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 7 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

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