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LA CHIESA, CASA DI DIO E DEGLI UOMINI – BENEDETTO XVI, OMELIA 2006

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/insegnamenti/documents/ns_lit_doc_chiesa-casa_bxvi_it.html

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE 

LA CHIESA, CASA DI DIO E DEGLI UOMINI

BENEDETTO XVI, OMELIA II DOMENICA DI AVVENTO, 10 DICEMBRE 2006

Cari fratelli e sorelle, stiamo dedicando una Chiesa -un edificio in cui Dio e l’uomo vogliono incontrarsi; una casa che ci riunisce, in cui si è attratti verso Dio, ed essere insieme con Dio ci unisce reciprocamente. Le tre letture di questa liturgia solenne vogliono mostrarci sotto aspetti molto diversi il significato di un edificio sacro come casa di Dio e come casa degli uomini. Tre grandi temi, in queste tre letture che abbiamo sentito, ci stanno davanti: la Parola di Dio che raccoglie gli uomini, nella prima lettura; la città di Dio che, al contempo, appare come sposa, nella seconda ed infine la confessione di Gesù Cristo come Figlio di Dio incarnato, espressa per primo da Pietro, che ha posto così l’inizio di quella Chiesa viva che si manifesta nell’edificio materiale di ogni chiesa. Ascoltiamo ora un po’ più da vicino che cosa ci dicono le tre letture. C’è innanzitutto il racconto della riedificazione del popolo di Israele, della città santa Gerusalemme e del tempio dopo il ritorno dall’esilio. Dopo il grande ottimismo del rimpatrio, il popolo -arrivato – si vede davanti a un paese deserto. Come riedificarlo? La ricostruzione esterna, così necessaria, non può progredire, se prima non viene ricostituito il popolo stesso come popolo -se non diventa operante un criterio comune di giustizia che unisca tutti e regoli la vita e l’attività di ciascuno. Il popolo ritornato ha bisogno, per così dire, di una « costituzione », di una legge fondamentale per la sua vita. E sa che questa costituzione, se deve essere giusta e duratura, se in definitiva deve portare alla giustizia, non può essere frutto di una sua autonoma invenzione. La vera giustizia non può essere inventata dall’uomo: essa deve piuttosto essere scoperta. Deve, in altre parole,  venire da Dio, che è la giustizia. La Parola di Dio, quindi, riedifica la città. Ciò che la lettura ci racconta, è un richiamare alla mente l’evento del Sinai. Un rendere presente l’avvenimento del Sinai: la santa Parola di Dio, che indica agli uomini la via della giustizia, viene solennemente letta e spiegata. Così essa si rende presente come una forza che, dal di dentro, edifica nuovamente il Paese. Questo avviene nel giorno di capodanno. La Parola di Dio inaugura un nuovo anno, inaugura una nuova ora della storia. Sempre la Parola di Dio è forza di rinnovamento che dà senso ed ordine al nostro tempo. Alla fine della lettura sta la gioia: gli uomini vengono invitati al banchetto solenne; vengono esortati a far dono a coloro che nulla hanno e ad unire così tutti nella comunione della gioia che si basa sulla Parola di Dio. L’ultima parola di questa lettura è la bella espressione: la gioia del Signore è la nostra forza. Credo che non sia difficile vedere come queste parole dell’Antico Testamento siano per noi ora una realtà. L’edificio della chiesa esiste perché la Parola di Dio possa essere ascoltata, spiegata e compresa in mezzo a noi; esiste, perché la Parola di Dio operi fra noi come forza che crea giustizia ed amore. Esiste, in particolare, perché in esso possa cominciare la festa a cui Dio vuol far partecipare l’umanità non solo alla fine dei tempi ma già ora. Esiste, perché venga destata in noi la conoscenza del giusto e del bene, e non c’è altra fonte per conoscere e dar forza a questa conoscenza del giusto e del bene se non la Parola di Dio. Esiste, perché noi impariamo a vivere la gioia del Signore che è la nostra forza. Preghiamo il Signore di renderci lieti della sua Parola; di renderci lieti della fede, perché questa gioia rinnovi noi stessi e il mondo! La lettura della Parola di Dio, il rinnovamento della rivelazione del Sinai dopo l’esilio, servì, quindi, allora alla comunione con Dio e fra gli uomini. Questa comunione si espresse nella riedificazione del tempio, della città e delle sue mura. Parola di Dio e edificazione della città, nel Libro di Neemia, sono in stretta relazione: da una parte, senza la Parola di Dio non c’è né città né comunità; dall’altra parte, la Parola di Dio non resta solo discorso, ma conduce ad edificare, è una Parola che costruisce. I testi seguenti nel libro di Neemia sulla costruzione delle mura della città appaiono, ad una prima lettura nei loro particolari, molto concreti e persino prosaici. Tuttavia costituiscono un tema veramente spirituale e teologico. Una parola profetica di quell’epoca dice che Dio stesso fa da muro di fuoco intorno a Gerusalemme (cfr Zc 2,8s). Dio stesso è la difesa vivente della città, non solo in quel tempo, ma sempre. Così il racconto anticotestamentario ci introduce nella visione dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato come seconda lettura. Vorrei mettere in luce solo due aspetti di questa visione. La città è sposa. Non è semplicemente un edificio di pietra. Tutto ciò che, in grandiose immagini, si dice sulla città rimanda a qualcosa di vivo: alla Chiesa di pietre vive, in cui già ora si forma la città futura. Rimanda al popolo nuovo che, nella frazione del pane, diventa un solo corpo con Cristo (cfr 1 Cor 10,16s). Come l’uomo e la donna nel loro amore diventano « una carne sola », così Cristo e l’umanità raccolta nella Chiesa diventano mediante l’amore di Cristo « un solo spirito » (cfr 1 Cor 6,17; Ef 5,29ss). Paolo chiama Cristo il nuovo, l’ultimo Adamo: l’uomo definitivo. E lo chiama « spirito datore di vita » (1 Cor 15,45). Con Lui diventiamo una cosa sola; insieme con Lui, la Chiesa diventa spirito datore di vita. La Città santa, in cui non esiste più un tempio perché è inabitata da Dio, è l’immagine di questa comunità che si forma a partire da Cristo. L’altro aspetto che vorrei menzionare sono i dodici basamenti della città, sopra i quali sono i nomi dei dodici Apostoli. I basamenti della città non sono pietre materiali, ma esseri umani -sono gli Apostoli con la testimonianza della loro fede. Gli Apostoli rimangono i fondamenti portanti della nuova città, della Chiesa, mediante il ministero della successione apostolica: mediante i Vescovi. Le candeline che accendiamo sulle pareti della chiesa nei luoghi dove saranno fatte le unzioni richiamano, appunto, gli Apostoli: la loro fede è la vera luce che illumina la Chiesa. E al contempo è il fondamento sul quale essa poggia. La fede degli Apostoli non è una cosa antiquata. Poiché è verità, è fondamento su cui stiamo, è luce per la quale vediamo. Veniamo al Vangelo. Quante volte l’abbiamo ascoltato! La professione di fede di Pietro è il fondamento incrollabile della Chiesa. Con Pietro diciamo a Gesù: « Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente ». La Parola di Dio non è soltanto parola. In Gesù Cristo essa è presente in mezzo a noi come Persona. Questo è lo scopo più profondo dell’esistenza di questo edificio sacro: la chiesa esiste perché in essa incontriamo Cristo, il Figlio del Dio vivente. Dio ha un volto. Dio ha un nome. In Cristo, Dio si è fatto carne e si dona a noi nel mistero della santissima Eucaristia. La Parola è carne. Si dona a noi sotto le apparenze del pane e diventa così veramente il Pane di cui viviamo. Noi uomini viviamo della Verità. Questa Verità è Persona: essa ci parla e noi parliamo ad essa. La chiesa è il luogo d’incontro con il Figlio del Dio vivente e così è il luogo d’incontro tra di noi. È questa la gioia che Dio ci dà: che Egli si è fatto uno di noi, che noi possiamo quasi toccarlo e che Egli vive con noi. La gioia di Dio realmente è la nostra forza. Così il Vangelo finalmente ci introduce nell’ora che stiamo oggi vivendo. Ci conduce verso Maria, che qui onoriamo come Stella dell’Evangelizzazione. Nell’ora decisiva della storia umana, Maria ha offerto a Dio se stessa, il suo corpo e la sua anima, come dimora. In lei e da lei il Figlio di Dio ha assunto la carne. Per mezzo di lei la Parola si è fatta carne (cfr Gv 1,14). Così Maria ci dice che cosa è l’Avvento: andare incontro al Signore che ci viene incontro. AspettarLo, ascoltarLo, guardarLo. Maria ci dice, per quale scopo esistono gli edifici delle chiese: esistono perché dentro di noi si faccia spazio alla Parola di Dio; perché dentro di noi e per mezzo di noi la Parola possa anche oggi farsi carne. Così la salutiamo come Stella dell’Evangelizzazione: Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi, affinché viviamo il Vangelo. Aiutaci a non nascondere la luce del Vangelo sotto il moggio della nostra poca fede. Aiutaci ad essere, in virtù del Vangelo, luce per il mondo, perché gli uomini possano vedere il bene e rendere gloria al Padre che è nei cieli (cfr Mt 5,14ss). Amen!

 

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERNENSE – LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/1109letPage.htm

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERNENSE – LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Pietro, apostolo 2, 1-17
L’edificio spirituale fatto di pietre vive
Carissimi, deposta ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie, e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore (Sal 33, 9). Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso (Is 28,16).
Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo (Sal 117, 22; Is 8, 14).
Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati, Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce (Es 19, 6; Is 43, 20.21); voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia (Os 1,9.6).
Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima. La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere, giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio.
State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio.
Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re.

Responsorio Cfr. Tb 13, 17; Ap 21, 19-21
R. Le tua mura, Gerusalemme, saranno di pietre preziose, * le tue torri ornate di splendide gemme.
V. Le tue porte saranno ricostruite con zaffiro e smeraldo,
R. le tue torri ornate di splendide gemme.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Cesario di Arles, vescovo
(Disc. 229, 1-3; CCL 104,905-908)
Con il battesimo siamo tutti diventati tempio di Dio
Con gioia e letizia celebriamo oggi, fratelli carissimi, il giorno natalizio di questa chiesa: ma il tempio vivo e vero di Dio dobbiamo esserlo noi. Questo è vero senza dubbio. Tuttavia i popoli cristiani usano celebrare la solennità della chiesa matrice, poiché sanno che è proprio in essa che sono rinati spiritualmente.
Per la prima nascita noi eravamo coppe dell’ira di Dio; la seconda nascita ci ha resi calici del suo amore misericordioso. La prima nascita ci ha portati alla morte; la seconda ci ha richiamati alla vita. Prima del battesimo tutti noi eravamo, o carissimi, tempio del diavolo. Dopo il battesimo abbiamo meritato di diventare tempio di Cristo. Se rifletteremo un po’ più attentamente sulla salvezza della nostra anima, non avremo difficoltà a comprendere che siamo il vero e vivo tempio di Dio. «Dio non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo» (At 17, 24), o in case fatte di legno e di pietra, ma soprattutto nell’anima creata a sua immagine per mano dello stesso Autore delle cose. Il grande apostolo Paolo ha detto: «Santo è il tempio di Dio che siete voi» (1 Cor 3, 17). Poiché Cristo con la sua venuta ha cacciato il diavolo dal nostro cuore per prepararsi un tempio dentro di noi, cerchiamo di fare, col suo aiuto, quanto è in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Chiunque si comporta male, fa ingiuria a Cristo. Prima che Cristo ci redimesse, come ho già detto, noi eravamo abitazione del diavolo. In seguito abbiamo meritato di diventare la casa di Dio, solo perché egli si è degnato di fare di noi la sua dimora.
Se dunque, o carissimi, vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio. Parlerò in modo che tutti mi possano comprendere: tutte le volte che veniamo in chiesa, riordiniamo le nostre anime così come vorremmo trovare il tempio di Dio. Vuoi trovare una basilica tutta splendente? Non macchiare la tua anima con le sozzure del peccato. Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che, anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa’ piuttosto in modo che in essa, come dice il Signore, risplenda la luce, delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli. Come tu entri in questa chiesa, così Dio vuole entrare nella tua anima. Lo ha affermato egli stesso quando ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò (cfr. Lv 26, 11.12).

 

PECCATO E PERDONO SALMO 51(50) GIANFRANCO RAVASI

http://gesuveraluce.altervista.org/ravasi8.htm

PECCATO E PERDONO SALMO 51(50) GIANFRANCO RAVASI

(Il prossimo 28 febbraio entreremo nel tempo liturgico della Quaresima con la celebrazione delle Ceneri. [non conosco l'anno])

Noi ora ci accostiamo leggendo insieme una delle pagine più celebri della Bibbia, così ripetuta nei secoli da essere persino imparata da molti a memoria. Intendiamo riferirci al Salmo 51 (50), chiamato il Miserere dalla prima parola della versione latina del testo, eseguita da san Girolamo, parola che significa « Abbi pietà! ». Charles de Foucauld, il fondatore dei Piccoli Fratelli di Gesù, esclamava: «Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere, la nostra preghiera quotidiana! Diciamo spesso questo Salmo, facciamone spesso la nostra preghiera! Esso racchiude il compendio di ogni nostra preghiera: adorazione, amore, offerta, ringraziamento, pentimento, domanda». La cellula poetica e spirituale da cui sboccia questa supplica salmica – che è stata persino « dipinta » in ben 58 incisiom’ eseguite tra il 1917 e il 1927 da G. Rouault e messa in musica da Bach, LuHi, Donizetti, Honegger e altri ancora – è nell’appassionato versetto 6: «Contro te, contro te solo ho peccato!». La tradizione giudaica, proprio sulla base di questa confessione, ha attribuito il Salmo a Davide adultero con Betsabea e assassino del marito della donna, Uria (si legga 2 Samuele 1 1 -1 2). Questo canto del peccatore pentito che è stato l’ossatura ideale delle Confessioni di sant’Agostino (II, 7), che è stato adottato come preghiera personale da santa Giovanna d’Arco e che è stato commentato in pagine altissime da Lutero – traccia innanzitutto i confini della regione oscura del peccato (versetti 3-1 1). Se l’uomo confessa la sua colpa, la giustizia salvifica di Dio riesce a purificare anche la creatura umana che è radicalmente peccatrice (versetto 7: «Nella colpa sono stato generato, peccatore mi concepì mia madre»). Si apre, allora, la regione luminosa della grazia (versetti 12-2 1). Dio non opera solo negativamente « guarendo » l’uomo peccatore, ma lo « ricrea » attraverso il suo spirito vivificante dandogli un « cuore » nuovo, cioè una nuova coscienza, schiudendogli gli orizzonti di un culto interiore e di una fede pura. Come commentava l’Imitazione di Cristo, «l’umile contrizione dei peccati è per te, o Signore, il sacrificio gradito, un profumo molto più soave del fumo dell’incenso» (III, 52,4). Il Salmo 51 è la testimonianza limpidissima di quel senso vivo del peccato che pervade tutta la Bibbia. Una percezione che, però, non approda mai alla disperazione e all’impotenza, ma è sempre aperta alla fiducia, alla speranza, alla grazia divina che solleva il colpevole dal gorgo oscuro del male. Girolamo Savonarola in un’omelia dedicata al Miserere esprimeva bene questo duplice aspetto del peccato e del perdono: «Ora la paura dei peccati che scopro in me stesso mi dispera, ora la speranza della sua misericordia mi sostiene. Ma perché la tua misericordia è più grande della mia miseria, io non cesserò mai di sperare».     

Elie et la pauvre veuve

Elie et la pauvre veuve dans immagini sacre 19%20BIBLE%20REVIVAL%20ELIJAH%20AND%20THE%20WOMAN%20WHO%20SHARE

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GESÙ INCONTRA DELLE DONNE: GESÙ E IL GESTO DELLA VEDOVA

 http://www.cenacoloitalia.it/fermarsi_ripartire/Gesuelavedovaaltempio.html

GESÙ INCONTRA DELLE DONNE: GESÙ E IL GESTO DELLA VEDOVA  

di Giuliana Babini  

Gesù stesso insegna ai suoi discepoli a rileggere le Scritture alla luce degli eventi e a comprendere gli eventi alla luce delle Scritture (cf  Lc 24): invochiamo lo Spirito perché ci aiuti a “vedere” e a “compiere” gesti che  sono  segni di un autentico vissuto, forse anche  inconsapevole, profondamente evangelico.  

Marco 12, 41-44  Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Nel Vangelo di Marco (e  anche in quello di Luca) la visita finale di Gesù al tempio, dopo le dispute con i “grandi” che vi si sentono a casa (farisei, sadducei, scribi), si conclude con Gesù che si siede di fronte alle cassette in cui coloro che si recavano al tempio facevano le loro offerte per il mantenimento del tempio stesso e per i poveri (almeno così doveva essere !). Immaginiamo di essere anche noi lì ad osservare con Gesù chi passa e getta monete. Mostrare di essere generosi è da sempre un piacere  per uomini e donne, ma Gesù, come sempre, non si lascia ingannare dall’esterno, dalla quantità, e guarda all’intimo del cuore, al centro della persona: per lui è questo il vero tempio in cui il Signore viene riconosciuto o ridotto a cosa di poca importanza, a oggetto di ostentazione e mercato. Il tempio di pietre era un  segno come  luogo di preghiera per tutte le genti, luogo di aggregazione, di convergenza sulla Signoria di Dio, ma era diventato un mercato e Gesù aveva cercato di farlo capire (Mc 11,15s). Ma anche il cuore dell’uomo può diventare un mercato ed essere uno spazio in cui passano una infinità di pensieri, sentimenti, illusioni, emozioni  che lo inquinano. Ecco che Gesù vede una persona dal  cuore integro che dona al tempio del Signore, sua roccia, tutto ciò che ha per vivere. Sono due spiccioli, pochissima cosa,  potrebbe calcolare  “uno per me e uno per l’altro (il Signore o il povero)”, invece si affida totalmente nella sua mancanza assoluta di possibilità per il futuro.  Questa persona è una  “vedova”, e una vedova  sola, come appare questa donna, era in Israele figura massima di povertà, di mendicità, anche se la comunità, forse il tempio stesso, avrebbe dovuto soccorrerla, ma non vi era  mai certezza che questo accadesse. Questa vedova, che si ritrova queste due monetine, forse ricevute in offerta, come unica sicurezza per il domani, le “getta” senza che ne abbia l’obbligo, senza che le sia richiesto, le dona ben sapendo che nessuno ci farà caso: la casa del Signore  è la sua casa, il suo baluardo, non vuole altro: è tutta lì nel suo gesto. E Gesù fa notare ai suoi, e a noi lì con Lui nella preghiera, la portata della sua offerta; lei non lo sa, ma Gesù se ne serve per indicare ai discepoli con quale cuore dovrebbero affrontare la prova che li attende, con quale atteggiamento di offerta e affidamento dovrebbero porsi di fronte al nuovo tempio che è Gesù stesso, che sta per consegnarsi   totalmente, quale  seme gettato  in terra per portare frutto di redenzione per tutti (cf Mc 14,35; Lc 13,19; Gv 12,24). Il tutto è troppo duro per i discepoli che restano legati al tempio di pietra, di cui  Gesù annuncerà subito dopo  la distruzione. Si può essere “vuoti”, “mancanti”, ma sempre resteranno due spiccioli di possibilità di relazione che, offerti senza riserva e senza paura dell’insicurezza, faranno fiorire  comunione. La comunione con il Signore e con gli altri poveri è per questa vedova essenziale più del pane. E per noi è forse troppo alto il prezzo?  Quante e quali riserve abbiamo pronti? Maria ai piedi della Croce, “vedova e ormai sola”  getta nelle mani del Signore suo Dio tutto quanto ha per vivere, come un giorno aveva fatto dei suoi sogni di fanciulla. La sua è adesione totale,  integra, al mistero del Figlio nuovo tempio del Signore. Pare che sia lui, il nuovo tempio distrutto e non l’antico, ma Maria con la sua presenza mostra che ha vissuto nella fedeltà, affidata all’unica certezza che quel Figlio gli era stato dato da quel  Dio, a cui lei aveva affidato  gli spiccioli che erano la  sua piccola vita di donna di un oscuro paese di Palestina. In lei anche la Chiesa tutta e ciascuno di noi è chiamato a questo nascosto offrirsi  con cuore integro (solo il Signore lo saprà!) al di là della situazione di vita in cui si ritrova a vivere: solo in offerte così  rifiorisce la speranza e il futuro.  La generosità si misura più da ciò che non si vede che da quello che si vede, è presenza, adesione interiore con il cuore “vedovo”, vuoto di sé e di ogni altro possibile progetto che non sia il gettare tutto nel tempio del Signore che siamo noi stessi, in quella parola che Lui ha pronunciato chiamandoci alla vita. Il Signore ci conduca!

“Signore nelle tue mani è la mia vita e la mia morte” (cf Sl 15,5) 

OMELIA XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – DARE DALLA NOSTRA POVERTÀ

http://www.comboni.org/contenuti/106238-xxxii-domenica-del-tempo-ordinario-anno-b

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

DARE DALLA NOSTRA POVERTÀ: UN CRITERIO MISSIONARIO

P. Romeo Ballan, mccj

1Re  17,10-16 Salmo  145 Ebrei  9,24-28 Marco  12,38-44

Riflessioni Nella selva del Brasile, un missionario chiese un giorno a un indio della etnia Yanomami: “Chi è buono?” E l’indio gli rispose: “Buono è colui che condivide”. Una risposta in sintonia con il Vangelo di Gesù! Ne danno testimonianza le due donne, vedove e povere, ambedue esperte nella fatica per vivere, protagoniste del messaggio biblico e missionario di questa domenica. In terra di pagani, a nord della Palestina, la vedova di Sarepta (I lettura), nonostante la scarsità di viveri in epoca di siccità, condivide acqua e pane con il profeta Elia, che sta fuggendo dalla persecuzione del re Acab e della regina Gezabele. Quella vedova, ormai stremata (v. 12), si è fidata della parola dell’uomo di Dio e Dio non le fece mancare il necessario per vivere lei, suo figlio e altri familiari (v. 15-16). A dispetto della malvagità della coppia reale, la protezione di Dio si manifesta a favore del suo inviato (Elia) e dei poveri.

La scena si ripete sulla spianata del tempio di Gerusalemme, luogo ufficiale del culto, dove Marco (Vangelo) presenta due scene contrastanti. Da un lato, gli scribi: i presunti sapienti della legge, gonfi di vanità fino all’ostentazione (fanno sfoggio di vestiti lussuosi, cercano i saluti e i primi posti), presuntuosi fino a manipolare Dio con lunghe preghiere, e persino voraci divoratori delle case delle vedove (v. 40). Dall’altro lato, Gesù mette in evidenza il gesto furtivo di una vedova povera che, con la massima discrezione, senza farsi notare, getta nel tesoro del tempio due monetine, che era “tutto quanto aveva per vivere” (v. 44). Sono pochi centesimi, ma di valore immenso. Lei non dà molte cose, come i ricchi, ma dà molto, tutto, come dice il testo greco: “tutta la sua vita”. “Il discepolo è colui che dà al Signore il necessario e non il superfluo. Dio non ama vivere di briciole. Non si può imparare a dare tutto se non attraverso la frequentazione assidua, perseverante e quotidiana di Colui che si è consegnato totalmente per noi” (p. Fidèle Katsan, mccj). Il profitto e la gratuità sono messi a confronto. Gli scribi ostentano una religiosità per profitto personale: anche nel fare opere buone cercano il loro interesse, sono vittime della cultura dell’apparire. Gesù, al contrario, esalta nella vedova la gratuità, umiltà e distacco: essa si fida di Dio e a Lui si abbandona. Ritorna qui l’insegnamento radicale del Vangelo di Marco nelle domeniche precedenti: il vero discepolo di Gesù vende tutto, lo da ai poveri, offre la vita come ha fatto il Maestro in riscatto per tutti (II lettura, v. 26), ama Dio e il prossimo con tutto il cuore. Per lei, questo duplice amore è più importante della sua stessa sopravvivenza (*). Per il Regno di Dio no è importante dare molto o poco; l’importante è dare tutto. Già il Papa S. Gregorio Magno affermava: “Il Regno di Dio non ha prezzo; vale tutto ciò che si possiede”. Bastano anche due spiccioli, o “anche un solo bicchiere d’acqua fresca” (Mt 10,42). Il dono offerto dalla propria povertà è espressione di fede, di amore, di missione. Così si sono espressi i vescovi della Chiesa latinoamericana nella Conferenza di Puebla (Messico, 1979), parlando dell’impegno per la missione universale: “Finalmente è arrivata l’ora, per l’America Latina, di… proiettarsi al di là delle proprie frontiere, ad gentes. È vero che noi stessi abbiamo bisogno di missionari; ma dobbiamo dare dalla nostra povertà” (Puebla n. 368). L’impegno per la missione, dentro e fuori del proprio Paese, è concreto ed esigente: occorrono mezzi materiali e spirituali, ma soprattutto persone disponibili a partire e a offrire la propria vita. Per il Regno di Dio! La povera di Sarepta e la vedova del Vangelo ripropongono oggi la sfida di una missione vissuta con scelte di povertà, nell’uso di mezzi poveri, fondata sulla forza della Parola, libera dai condizionamenti del potere, in mezzo agli ultimi della terra, in situazioni di fragilità, nella debolezza propria e dei collaboratori, nella solitudine, nell’ostilità… Paolo, Saverio, Comboni, Teresa di Calcutta e tanti altri missionari, hanno vissuto la loro vocazione all’insegna della Croce, affrontando sofferenze, ostacoli e incomprensioni, nella convinzione che “le opere di Dio devono nascere e crescere ai piedi del Calvario” (San Daniele Comboni). Il missionario pone al centro della sua vita il Signore crocifisso, risorto e vivente, perché ritiene che la potenza di Cristo e del Vangelo si rivela nella debolezza dell’apostolo e nella precarietà dei mezzi umani (cf Paolo). Nelle situazioni di povertà, abbandono e morte, il missionario scopre in Cristo crocifisso la presenza efficace del Dio della Vita e scopre una moltitudine di fratelli da amare e da valorizzare, portando loro il Vangelo, messaggio di vita e di speranza.

Parola del Papa (*)  “Il gesto della vedova povera, grazie allo sguardo attento di Gesù, è diventato proverbiale: «l’obolo della vedova», infatti, è sinonimo della generosità di chi dà senza riserve il poco che possiede. La vedova del Vangelo, come anche quella dell’Antico Testamento, dà tutto, dà se stessa, e si mette nelle mani di Dio, per gli altri. È questo il significato perenne dell’offerta della vedova povera, che Gesù esalta perché ha dato più dei ricchi, i quali offrono parte del loro superfluo, mentre lei ha dato tutto ciò che aveva per vivere (cf Mc 12,44), e così ha dato se stessa”. Benedetto XVI Omelia a Brescia, 8.XI.2009

18th-century painting, « The Song of Miriam, » by Paulo Malteis, Italy. Celebration after crossing the Red Sea from Egypt

18th-century painting,

https://en.wikipedia.org/wiki/History_of_music_in_the_biblical_period

Publié dans:immagini sacre |on 5 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

MARIA, FONTE PERENNE D’ISPIRAZIONE PER LA MUSICA (PRIMI SECOLI)

http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=print&sid=572

MARIA, FONTE PERENNE D’ISPIRAZIONE PER LA MUSICA (PRIMI SECOLI)

di Angelo M. Gila osm, in Santa Maria « regina martyrum », Anno XIV – n. 1 – 2011, pp. 38-44.

La salmodia e l’innodia sono le prime arcaiche espressioni del canto cristiano antico. La Vergine Maria, in ragione e in dipendenza di Cristo, vi occupa un posto indicativo. Tra i primi cantori di Maria spiccano Efrem ed Ambrogio, due innografi del IV secolo, altamente rappresentativi dell’Oriente e dell’Occidente. Quello degli inizi è il momento più difficile da studiare sotto l’aspetto musicale, ma anche il più suggestivo per le prime testimonianze che lascia trasparire. Se l’età dei Padri della Chiesa non deve essere mitizzata per quanto concerne il canto, è tuttavia significativo prendere atto che dovunque germinò il Vangelo fiorì il canto del Popolo di Dio « coro del Signore »1. Sotto l’aspetto mariano, i testi probabilmente o certamente destinati al canto, che ci sono pervenuti, di ogni area ecclesiale dell’Oriente e dell’Occidente, sono inizialmente limitati ma densi di contenuto e di afflato poetico e lirico2.

Il canto sacro nei primi secoli Il Salterio, paradigma della vita di ogni essere umano – con la sua potenza lirica e profetica – è stato, come per gli ebrei così anche per le prime generazioni cristiane che si sentivano il compimento del Popolo ebraico, motore di sviluppo e nutrimento del canto sacro orante dei primi secoli. Come risulta dai vari inni neotestamentari il Magnificat (Lc 1, 46-55), il Benedictus (Lc 1, 68-79), ecc., accanto alla salmodia sinagogale si affiancò l’innodia (componimento poetico cantato) tipicamente cristiana, quale libera espressione dello Spirito. In questo contesto Paolo invitava gli Efesini ad intrattenersi con salmi, inni, cantici spirituali, cantando ed inneggiando al Signore con tutto il cuore (cf. Ef 5,19; At 1, 16). Poiché gli eretici avevano trasformato gli inni in strumento di propaganda teologica, l’innologia cristiana fu nei secoli II e III molto limitata e guardata con sospetto soprattutto in Occidente3. Tertulliano nel 160 scriveva: « Noi desideriamo che si canti [...] non il genere di salmo degli eretici e degli apostati, e di Valentino il platonico, ma quelli di Davide, che sono molto santi e del tutto ammessi, classici »4. In seguito, come vedremo, superato il pericolo dell’inquinamento eretico, l’innodia acquisterà un suo statuto liturgico in pienezza. Nei confronti della musica che oggi diremmo « musica leggera » o « mondo delle canzonette » c’è un’indicazione saggia da parte di Clemente di Alessandria: « Si scelgano musiche dignitose, allontanando il più possibile le musiche di effetto svenevole»5. Numerose sono le testimonianze sulla pratica, del canto nelle origini cristiane. Ricordiamo oltre a Paolo (Ef. 5,19), i passi della lettera di Plinio il Giovane all’imperatore Traiano: « In un giorno determinato, prima dell’alba, [i cristiani] sogliono adunarsi e cantare a Cristo come a un Dio »6. Sant’Atanasio nella lettera a Marcellino insegna sapientemente con quale spirito bisogna cantare gli inni e i salmi, affinché questi siano accetti a Dio, di giovamento allo spirito e di edificazione ai fedeli che ascoltano . E’ storica l’impressione profonda, che produsse la massa popolare inneggiante al Signore, sui soldati satelliti di Ario, accorsi in Chiesa per arrestare Atanasio. La viva passione e il profondo sentimento con cui i fedeli accompagnavano il salmo, colpirono talmente i soldati, che questi ne rimasero commossi e non ebbero l’ardire di mettere le mani sul vescovo Atanasio8. S. Sant’Agostino rileverà la bellezza ed importanza del canto nella liturgia cristiana con queste parole « Non si vede cosa possa esistere di meglio, di più utile, di più santo che cantare le lodi sacre »9. Giustamente lo studioso K. H. Bartels ha potuto rilevare che « il canto è senza dubbio parte integrante della liturgia protocristiana »10. Nei confronti dell’uso degli strumenti musicali, sia si tratti di quelli usati nei loro ambienti sociali che di quelli documentati dalla Bibbia per la preghiera dell’AT, i Padri mostrano atteggiamenti diversi e poco entusiasti11. C’è invece un’idea insistente e comune a tutti i Padri: è l’uomo il vero strumento, è la persona l’organo perfetto. Affrontare i] discorso delle « forme musicali » nei primi secoli è cosa ardua poiché nessuna melodia ci è giunta, se non un frammento di un inno cristiano, scoperto ad Ossirinco, recante una notazione musicale risalente al III secolo. E’ questo il primo testo cristiano con indicazioni musicali: la notazione è in forma letterale, secondo la scala diatonica ipolidia12. Sembra che questo fosse il tono musicale preferito dai primi cristiani e che la declamazione (recitazione in tono solenne) e la cantillazione(declamazione propriamente ritmica e intonata) fossero le tecniche dei primi cristiani. Comunque prendiamo atto che l’inno è ed era la forma più popolare e accessibile al canto. La salmodia doveva essere di tipo responsoriale: il cantore declamava il salmo e il popolo, a intervalli regolari, rispondeva con un ritornello13. E’ scontato che sotto l’aspetto tecnicamente melodico, gli inizi del canto cristiano sono avari di notizie concrete e i rilievi sono in gran parte ipotetici ed approssimativi. E’ invece significativo prendere atto che numerose sono le testimonianze sulla pratica del canto nelle origini e sulla conoscenza dei testi cantati quali il Salterio ebraico e gli inni ecclesiali. In altri termini i primi cristiani vivevano il canto come espressione cristiana e nutrivano il canto con la Parola di Dio e la parola della Chiesa. In questo contesto di salmodia e di innodia di alto contenuto biblico ed ecclesiale, troviamo i primi segni della presenza di Maria nel canto cristiano.

Presenza della Vergine nel canto dei Salmi Le prime testimonianze della presenza della Vergine Maria nel canto sacro dei primi secoli, fioriscono all’interno dei Salmi dell’AT amorosamente riletti, sapientemente attualizzati alla luce del mistero di Cristo, pregati coralmente in sintonia con la liturgia ebraica matrice di quella cristiana. Il Salterio, uno dei libri de]l’A.T che più spesso appare citato nel N.T., era considerato tra i più validi testimoni della rivelazione. Questo spiega perché i Padri, « Evangelisti del Salterio » fin dal secolo II, « cristologizzarono » il Salterio poiché Gesù aveva insegnato: « Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi » (Lc 24, 44). Pertanto i salmi furono celebrati quale profezia su Cristo14. In questo contesto in alcuni versetti salmici accanto alla figura di Cristo, si riconobbe profetizzata anche la Vergine Maria sempre legata a Cristo e al suo mistero15. Pertanto in ragione di Cristo, anche Maria entrò nel canto profetico dei salmi quale, per fare qualche esempio dell’ampio patrimonio profetico – mariano, « tabernacolo » dal quale uscì Cristo vero sole di giustizia e luce del mondo (Sal 19,6)16; la nuova « terra vergine » dalla quale fu plasmato Cristo (Sal 67, 6)17; « grembo » nel quale fiorì il frutto Cristo (Sal 22,10-11)18. E’ importante prendere atto dello stabilirsi e diffondersi della «lettura mariologica dei salmi» fin dai primissimi secoli dal momento che il salterio era ritenuto dappertutto libro profetico ed era generalmente usato quale « libro celebrato e cantato » negli incontri cultuali della Chiesa primitiva.

Presenza della Vergine nella prima innografia cristiana I primi segni della presenza di Maria nel canto cristiano fioriscono anche all’interno della prima innodia cristiana che si affianca, all’inizio cautamente, alla salmodia ebraica quale « lode divina » e libera espressione dello spirito. L’area geografica è orientale e le testimonianze sono poche ma ricche di contenuto. Tra i documenti di una arcaica innodia, ricordiamo, in quanto contenenti elementi mariani, le Odi di Salomone (dal sec II al IV), l’inno dell’ascensione – glorificazione di All-Moâllakah (sec. IV) e il tropario Sub tuum praesidium ( sec. III-IV ). La XIX Ode di Salomone sottolinea la parte attiva della Vergine Maria nell’evento dell’incarnazione; il parto indolore di Maria in antitesi con la pena del « dolore del parto » di Eva19; il testo doll’inno di All-Moallakah presenta Maria al momento dell’ascensione e sottolinea il potere intercessivo della Madre di Dio21. Nella stupenda preghiera del Sub tuum praesidium si invocano la protezione e la custodia della Madre di Dio21. Possiamo solo immaginare le forme musicali di questi inni con elementi mariani. Facilmente si trattava della cosiddetta « cantillazione »22. Una cosa comunque merita attenzione sotto l’aspetto mariano: l’antica innografia, anche a motivo del potere della musica e della popolarità degli inni, ha contribuito alla diffusione della dottrina mariana23.

I primi cantori di Maria Nel IV secolo sotto l’aspetto liturgico – musicale sia in Oriente che in Occidente registriamo un notevole sviluppo dell’innodia. In Oriente occupa un posto di primo piano il poeta lirico Efrem il Siro. In Occidente è stato Ilario di Poitiers (†367) il primo appassionato Padre della Chiesa a tentare la via della lirica religiosa latina. Seguito da Eusebio di Vercelli e, soprattutto, da Ambrogio di Milano che si può definire il padre dell’innodia occidentale. Efrem Siro (†373), massimo poeta dell’era patristica, nacque in Mesopotamia a Nisibi (l’attuale Nusaybin in Turchia). Svolse una intensa attività pastorale attraverso la poesia e il canto. Compose dei Memra, poemi destinati alla recitazione e dei Madrasha, inni da cantare, spesso parafrasi di citazioni bibliche, introducendo tecniche metriche nuove, quali l’isosillabismo dei versi e le formule abecedarie (acrostici). Si trattava di espedienti che servivano alle assemblee per facilitare la memorizzazione. In maniera suggestiva un biografo ci racconta la pedagogia religiosa del diacono Efrem, maestro di coro: «Quando Sant’Efrem vide la passione degli abitanti di Edessa per il canto, istituì la contropartita dei giochi e delle danze dei giovani. Formò cori di religiose a cui insegnò gli inni divisi in strofe con ritornelli. Mise in questi inni pensieri delicati e istruzioni spirituali sulla Natività, la Passione, la Resurrezione e l’Ascensione, come anche sui confessori, la penitenza e i defunti. Le vergini si riunivano la domenica, nelle grandi feste e nei giorni commemorativi dei martiri; ed egli, come un padre, stava in mezzo a loro e le accompagnava con l’arpa. Le suddivise in cori per canti alternati, ed insegnò loro le diverse arie musicali, in guisa che tutta la città gli si riunì attorno e gli avversari furono coperti di vergogna e dovettero sparire»25. E’ passato alla storia ed è stato giustamente definito « Cetra dello Spirito Santo ». Per un teologo poeta come lui, Maria diventa oggetto di particolare attenzione ed i suoi misteri sono espressi con simboli lirici di indescrivibile bellezza. Definisce Maria: L’occhio illuminato e luminoso del mondo26; l’orecchio nuovo attraverso il quale è germogliata la Vita27; icona della kenosi del Verbo28. Presenta nel canto poetico note teologiche originali come il paragonare la Vergine Maria al monte Sinai29, «colei che ci ha dato il pane di conforto al posto del pane di fatica che diede Eva»30. Canta Cristo risorto apparso a Maria sua madre31. Ilario di Poitiers (†363) merita molta attenzione perché, sull’esempio di Efrem tentò per primo in Occidente di inserire gli inni nella liturgia per familiarizzare i fedeli con la teologia, proteggere la loro ortodossia e associarli più intimamente alle celebrazioni liturgiche. Il suo sforzo non fu un successo. Era troppo uomo di pensiero per trovare la vena popolare e lirica. Nell’Inno a Cristo e nell’Inno al Natale canta la «Vergine puerpera», segno vivente della divinità di Cristo32. Ambrogio di Milano (†397): a questo grande vescovo si deve il merito storico indiscusso della diffusione degli inni nel culto liturgico delle Chiese Occidentali. Oltre che squisito omileta, Ambrogio è stato anche un valente compositore di inni, scritti per educare il popolo alla fede. Agostino ricorda con struggente nostalgia la melodia e le parole degli inni di Ambrogio: «Non da molto tempo la Chiesa milanese aveva introdotto questa pratica consolante e incoraggiante, di cantare affratellati, all’unisono delle voci e dei cuori, con grande fervore»33. Effettivamente questi inni si presentano in una piacevole forma artistica. La poesia è piena di eleganza, di gravità romana, di fede sentita. La forma scelta da Ambrogio per i suoi inni è quella del dimetro giambico acatalettico: esso è semplice, fluido, musicale. Dall’Oriente egli deve avere tratto l’uso del canto alternato e forse anche il modo melodico. In essi Ambrogio, riferendosi ad At 2,15, parla di «sobria ebrezza». In due inni, entrati nella liturgia, accosta la Madre del Signore in una teologia altamente ispirata35. Ambrogio anche nell’innodia si dimostra abile nel mantenere alto il livello teologico ed insieme riesce ad abbinarlo alla vena poetica. Incisive e solenni le sue affermazioni: «Tutti i tempi ammirino: un tale parto si addice a Dio. . .Dio dimora nel tempio»36.

«Psalmus responsorius»: un inno alla Vergine Maria (prima metà sec. IV). L’anonimo autore di questa composizione poetica in 12 strofe (altre mancano), ritrovata in un papiro latino a Barcellona, chiama la sua composizione Psalmus responsorius. Questo testo è stato pubblicato da Ramón RocaPuig nel 196537. Il genere poetico è quello della responsio: «I cui elementi sono il « cursus », l’armonia dei suoni e la distribuzione dei termini similari, un abbozzo di rima, in varia proporzione, alla formazione dei versi e delle strofe. E’ notevole l’influsso esercitato dal cursus e dall’armonia dei suoni, meno quello dei termini similari. Con ciò non si dice che l’autore proceda rigidamente, ma che, contro una certa unità, combina liberamente versi e strofe, senza altra restrizione all’infuori di quella che gli impongono il suo estro poetico e la padronanza della lingua latina»38. Sotto l’aspetto musicale si può supporre, a giudicare dal titolo « Psalmus responsorius », che la tecnica innologica fosse quella di tipo responsoriale. Il poemetto esalta alcuni eventi che ebbero la Vergine come protagonista: nascita, presentazione al tempio, sposalizio con Giuseppe, annunciazione, nascita di Gesù, fuga in Egitto, miracolo di Cana. Le fonti principali sono il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo di Matteo e il Vangelo di Giovanni. A conclusione di queste Veloci note ricordiamo un celebre testo agostiniano che presenta il canto quale profezia di speranza: «Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente angustiata, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speranza, lassù nel reale possesso; qui in via, lassù in patria. Cantiamolo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere il gaudio del riposo ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta e cammina» (Sermo 256). In questo contesto di speranza i nostri antichi progenitori di fede hanno voluto si facesse anche memoria di colei che sulla terra ha cantato il Magnificat e ora lo canta nella gioia dell’eternità.

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MUSICA E CULTO CRISTIANO

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MUSICA E CULTO CRISTIANO

Con l’articolarsi e il successivo sfaldarsi dell’Impero Romano in zone amministrative, centri di attività diplomatica e regioni di supremazia politico-territoriale, le concentrazioni etnico-linguistiche che si vennero a creare ebbero ripercussioni anche sulla vita della Chiesa, favorendone specifici sviluppi liturgici. La liturgia, cioè l’esercizio al culto divino, venne così ad articolarsi secondo distinte famiglie e in primo luogo secondo due sfaccettati raggruppamenti: famiglie orientali (antiochena e bizantina) e famiglie occidentali (liturgia africana; liturgie galliche, ispanica e gallicana; liturgia insulare: celtica, irlandese e bretone; famiglie italiche: milanese e romana). Va tenuto però presente che la distinzione non implicò mai assoluta separazione. Fino al III secolo, infatti, i cristiani cantarono in greco, e ciò spiega altresì la permanenza di alcune forme lessicali greche anche nella liturgia in lingua latina: basti pensare al Ky´rie eleíson adottato permanentemente nell’Ordinarium Missae, cioè fra i testi invariabili dei canti della messa romana. Il latino si impose come lingua ufficiale di Roma solamente verso la metà del III secolo, dopo una sua prima comparsa nelle province africane, ma fin oltre il IV secolo si prolungò una fase di bilinguismo liturgico.

Influenze dalla musica ebraica Come l’Antico Testamento biblico informa circa la musica ebraica, così gli scritti neotestamentari e dell’età apostolica offrono i primi documenti dell’innodia cristiana. Fra i due ceppi, l’ebraico e il cristiano, vi è distinzione e continuità. La musica cristiana certo deve riconoscere in quella ebraica la provenienza di alcuni condizionamenti genetici che non poté evitare. È possibile asserire con certezza che nei primi due secoli dopo Cristo la tradizione ebraica pose le basi strutturali (formule di benedizione, celebrazioni di memorie, uso della Sacra Scrittura e sua proclamazione tramite le complesse norme della cantillazione) della liturgia e del canto cristiano. Lo studio filologico delle fonti orali e letterarie dei Vangeli permette di arretrare l’analisi a strati assai profondi, senza che però sia possibile attingere un’unica fonte da cui si origini la tradizione orale dei primi repertori musicali liturgici. Sulla base di frammenti rinvenuti, sono in ogni caso documentabili coincidenze di alcune melodie di canti ebraici concorrispondenti melodie cristiane, così come, inversamente, pur al cospetto di linee melodiche differenti, l’analisi etnomusicologica ha permesso di verificare un’identità di forme.

Le prime forme della liturgia cristiana: il canto Dei primi due secoli, quando le liturgie erano ancora assai condizionate dalla prassi ebraica, sono pervenuti unicamente alcuni moduli di cantillazione. Va ribadito, però, che le prime manifestazioni del canto liturgico risentirono anche degli influssi greci e orientali. L’intreccio di questi influssi si faceva sentire nell’esecuzione dei canti attuata con una nota costante, intervallata da cadenze melodiche alle interpunzioni. In un processo temporale che investì anche i due secoli successivi (III-IV), il canto s’impreziosì di tutta una gamma di ornamentazioni, in cui regnava sovrano il vocalizzo: anzi, in alcuni canti, specialmente d’origine orientale o africana, il vocalizzo formava tutta la sostanza musicale. Intanto si assistette a una maggiore definizione del ricorso alla musica all’interno delle liturgie cristiane e si costituirono i primi repertori con fisionomie particolari, sia geograficamente, sia culturalmente e musicalmente. A tale scopo presero corpo alcuni generi musicali, quali la salmodia direttanea (costituita dal canto di un salmo non incorniciato o suddiviso da un brano molto breve chiamato antifona), il canto responsoriale (costituito da acclamazioni eseguite da tutto il popolo e da una parte solistica) e l’innodia, che si affermerà definitivamente in Occidente con il vescovo Ambrogio di Milano.

L’innodia cristiana Fra gli elementi caratterizzanti le prime forme del culto cristiano, una collocazione di tutto riguardo viene solitamente assegnata all’innodia. Le sue origini riconducono, sulla scorta delle indicazioni neotestamentarie, alle prime comunità cristiane riunite per render lode a Dio con « salmi, inni e cantici spirituali » (San Paolo). Derivati direttamente o soltanto ispirati dal modello della salmodia ebraica, dal punto di vista formale questi inni non presentano, differentemente, per esempio, dagli inni omerici, né una metrica quantitativa, né una precisa strutturazione strofica. I loro contenuti, espressi in lingua greca, erano o di genere dogmatico, morale o, più direttamente funzionali alla liturgia, motivati dalle intenzioni di glorificazione (dossologia) e di preghiera (eucologia). Di fatto, l’inno entra ovunque nella prassi liturgica dell’Europa latina, tranne che a Roma: qui imperava, infatti, una rigida logica canonica, alla quale difficilmente si sarebbero potuti assoggettare testi dal linguaggio molto sfumato. D’altra parte, proprio questa mentalità marcatamente razionale avrebbe contribuito in seguito alla redazione magistrale del canto gregoriano.

Publié dans:musica (la), musica sacra, MUSICA SACRA |on 5 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

Gli « anziani » di Gerusalemme (First-century governing body)

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http://www.jw.org/en/publications/books/jehovahs-will/jehovahs-witnesses-governing-body/

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