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OMELIA 23A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

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6 SETTEMBRE 2015 | 23A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

23A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

Per cominciare
Continuando nella lettura continua del vangelo di Marco, oggi ci viene proposto il racconto di un miracolo compiuto da Gesù in terra pagana. Miracolo che richiama le profezie, e che è segno della misericordia del messia verso le categorie più sventurate e umili.

La parola di Dio
Isaia 35,4-7a. Il testo di Isaia celebra il ritorno del popolo eletto dall’esilio di Babilonia. La strada è dura, il deserto infido, ma il Signore li incoraggia e assicura la bellezza del ritorno e della ricostruzione. È lui stesso il garante, che li consolerà per quanto in terra d’esilio hanno dovuto soffrire .
Giacomo 2,1-5. Giacomo, con la sua consueta schiettezza, questa volta esorta i cristiani a evitare favoritismi personali, a scegliere quelli che sono poveri agli occhi del mondo, ma che sono i prediletti di Dio e gli eredi del regno.
Marco 7,31-37. Marco racconta un miracolo singolare compiuto da Gesù nel territorio di Tiro e Sidone, in terra straniera. Gesù nei suoi gesti pare comportarsi come un comune guaritore, ma il miracolo si compie e la gente è presa dall’entusiasmo.

Riflettere…
o Il passo del secondo Isaia che ci viene presentato nella prima lettura, tocca il vertice della visione dei tempi messianici. Il redattore, pur vivendo lontano da Gerusalemme, in anni di esilio, proclama straordinarie parole di speranza. Dipinge coi colori più vivi la terra di Giuda e di Israele, che, grazie all’intervento di Dio, si trasforma nel più bello dei territori.
o In una visione ideale, Isaia profetizza che Dio aprirà agli occhi dei ciechi, schiuderà le orecchie dei sordi; lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Espressioni che si collegano esplicitamente al vangelo di oggi e che Gesù userà per affermare la sua messianicità. Agli inviati di Giovanni Battista dirà: « Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il vangelo » (Mt 11, 4-5).
o « Coraggio, non temete! », esclama Isaia, esprimendo la fede esplicita nel Dio delle promesse. Questa espressione di fede la si trova nella parola di Dio fino a 366 volte, una volta per ogni giorno dell’anno, compreso quello bisestile!
o Quanto alla pagina del vangelo, essa ci presenta la guarigione di un sordomuto, ed è il secondo miracolo compiuto da Gesù in terra pagana. Il primo miracolo è avvenuto nella regione di Tiro. Là Gesù ha guarito la figlia di una donna greca di origine siro-fenicia. Il miracolo si compie grazie all’insistenza e alla fede grande di questa donna pagana. Ora Gesù si trova nel territorio di Sidone, ancora una zona abitata da gentili, che gli ebrei disprezzavano.
o I due miracoli avvengono dopo la polemica con scribi e farisei, scandalizzati perché, come ricordavamo domenica scorsa, i discepoli di Gesù mangiano con mani immonde, cioè non lavate.
o A Gesù viene segnalato un sordomuto, uno sventurato condannato all’emarginazione. Il non poter comunicare rendeva difficile la sua vita sociale e probabilmente era costretto a elemosinare negli angoli delle strade.
o Il malato da guarire è un sordomuto o, probabilmente, un sordo che si esprime male. La parola greca moghilálos, con cui l’evangelista definisce la malattia di quest’uomo, è molto rara e nella Bibbia la si trova solo in questo racconto e nel brano di Isaia che viene proposto oggi. L’evangelista Marco usandolo potrebbe fare riferimento alla profezia e affermare che con Gesù si adempie.
o Sono innumerevoli le occasioni in cui Gesù restituisce salute e dignità a tanti sventurati: ciechi, paralitici, lebbrosi, epilettici… Al tempo di Gesù tutte le malattie erano considerate un castigo di Dio, ma la sordità era addirittura una maledizione, perché impediva di ascoltare la parola del Signore che veniva letta nelle sinagoghe.
o Gesù nell’operare miracoli evita sempre ogni apparenza di magia, sia nei gesti che nelle parole. In questa guarigione del sordomuto invece non si limita a imporre le mani, come gli propone qualcuno, ma si comporta come un taumaturgo classico: Gesù probabilmente si adegua alla mentalità dei pagani di quel territorio, e , compie i gesti usuali dei guaritori, ma conferisce a questi gesti un significato nuovo. Prende il sordomuto in disparte, gli mette le dita nelle orecchie, sputa e con la saliva gli tocca la lingua, alza gli occhi al cielo, emette un gemito, pronuncia una parola strana. Così appunto si comportavano i guaritori del tempo.
o Naturalmente, proprio perché il miracolo riguarda un sordomuto, ci si domanda come avrebbe potuto Gesù fargli capire qualcosa di quello che stava operando, senza comportarsi in questo modo. Per altri miracoli erano sufficienti le parole, per questo diventava indispensabile compiere dei gesti che lui potesse capire.
o Gesù pone le sue dita nelle orecchie del sordo, e ricorre all’antico gesto magico di toccare con la saliva la sua lingua: è questo il modo con cui gli fa capire che intende guarirlo e forse di sollecitarlo ad aprirsi in qualche modo alla fede.
o Gesù accompagna i gesti che compie con la parola effatà (apriti), che Marco riporta nell’originale aramaico, e che dà probabilmente autorevolezza storica all’episodio. La parola rimarrà nella tradizione ecclesiale ed entrerà nel rito del battesimo dei nuovi cristiani.
o Un altro particolare interessante è il fatto che il sordomuto non si presenta a Gesù da solo, ma viene accompagnato da alcune persone. Non era un cieco e avrebbe potuto presentarsi anche da solo. Marco aggiunge questo particolare forse per dire che per arrivare a incontrare Cristo e udire la sua parola che guarisce, bisogna essere accompagnati da qualcuno che lo ha già incontrato. Nella chiesa primitiva, i catecumeni che si prepareranno alla vita cristiana, verranno accompagnati da alcuni garanti del cammino di preparazione compiuto e che nel giorno del battesimo diventeranno per questo i « padrini » del nuovo cristiano.
o Come sappiamo, fa parte del cosiddetto « segreto messianico » la proibizione di divulgare la notizia del miracolo. Molte volte Gesù chiederà al miracolato e a agli apostoli che sono presenti di non spargere la notizia di questi fatti straordinari. Più che per modestia o per evitare esibizionismi, Gesù lo fa perché la gente avrebbe avuto in questo modo un’immagine del messia distorta, e che si sarebbe prestata a interpretazioni fuorvianti. Gesù evita attentamente l’immagine di un messianismo glorioso, potente, vittorioso, così come era nella mente di tanti del popolo, che vedevano il messia come il discendente di Davide, il nuovo Mosè.
o Tuttavia la gente non può non sottolineare la meraviglia di ciò che avviene e riconoscere spontaneamente in Gesù colui che deve venire, il messia che realizzerà il regno di Dio preannunciato da Isaia. Per questo, presa dalla meraviglia, esclama: « Fa bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti! ».
o Con i suoi miracoli, Gesù manifesta la sua vicinanza con coloro che soffrono e sono tenuti schiavi nel corpo. Così come moltiplica il pane e sfama le folle. Questo perché se l’annuncio della « buona notizia » ha sempre una componente spirituale, non sono meno importanti i risvolti sociali. Come a dire che il regno di Dio, che Gesù proclama e anticipa, è un processo di liberazione totale. Il vangelo investe tutto l’uomo, la società, il progresso.

Attualizzare
* Isaia parla di un grandioso ritorno di Israele nella terra promessa. Nella sua piccola apocalisse (cc. 34, 35), presenta insieme il triste destino dei popoli pagani e quello gioioso del popolo di Israele. Presto, dice Isaia, apparirà la luce della salvezza e i deportati si incammineranno verso la terra dei loro padri; le loro ginocchia vacillanti saranno rinvigorite, ascolteranno e proclameranno le meraviglie del loro Dio. Le entusiastiche descrizioni di Isaia fanno pensare a quel regno di Dio che verrà annunciato da Gesù sin dalla sinagoga di Cafarnao, all’inizio della sua vita pubblica, e che comincia a realizzare ridando la salute a tanti sventurati, predicando l’amore e la fraternità universale.
* La guarigione del sordomuto, protagonista del miracolo di quest’oggi, ha sicuramente nelle intenzioni di Marco e nella tradizione della chiesa un significato simbolico-spirituale che supera la semplice guarigione della sventurato.
* « Ascolta Israele » (Dt 6,4) è il grande comandamento tramandato dai padri del popolo d’Israele. E nella storia del popolo della salvezza, l’essere sordi e muti è sovente una condizione di lontananza da Dio, esprime rifiuto dell’ascolto della sua parola e questo è il grande peccato. L’invito dei profeti al riguardo è insistente: « Udite la parola del Signore », dice Michea (2,4); e Zaccaria afferma: « Hanno indurito gli orecchi per non sentire, hanno indurito il cuore, come un diamante, per non udire » (7,11-12). Geremia dice che Israele è un « popolo stolto e privo di senno, che ha orecchi, ma non ode » (5,21); « Tu abiti in mezzo a una genìa di ribelli », conferma Ezechiele, « hanno orecchi per udire, ma non odono, perché sono una genìa di ribelli » (12,2).
* Gesù esclama, esprimendosi nella sua lingua, « effatà », che significa « apriti! ». La parola non è rivolta all’orecchio, ma a tutta la persona del sordomuto, che d’ora in poi potrà aprirsi all’ascolto. Ripetuto dalla chiesa nel battesimo, è un invito a spalancare il cuore e a lasciar entrare Cristo e il suo vangelo nella propria vita. La chiesa sente oggi l’effatà come rivolto a ogni cristiano, che deve farsi attento nell’ascolto della parola di Dio e deve aprire la bocca per proclamare apertamente la propria fede.
* Tutto l’episodio sembra dire: anche voi – religiosamente parlando – eravate sordi e muti. Ed è per grazia di Dio che avete avuto le orecchie aperte alla sua parola e potete lodare Dio.
* È per questo che nel rito del battesimo, dopo aver dato al nuovo cristiano la veste bianca e il cero acceso, gli si toccano le orecchie e le labbra, dicendo: « Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre ».
* L’episodio evangelico è anzitutto rivolto a ciascuno di noi perché non ci chiudiamo nel nostro guscio, ma restiamo disponibili e aperti nei confronti di chi ci parla e di chi ha bisogno di una nostra parola per sentirsi vivo.
* Infatti, se c’è chi è sordo o muto fisicamente, ed è una triste sventura, è molto più diffusa la categoria di chi fa il muto e si comporta da sordo per non comunicare. Viviamo nell’epoca dei telefoni cellulari, di internet, di facebook, ma sentiamo tutta la fatica di vivere in comunione tra di noi, in famiglia, perfino tra gli amici. Ognuno si chiude nella propria privata esperienza e ha paura di tessere relazioni che diventino significative e magari durino nel tempo.
* La capacità di ascoltare e quella di poter comunicare appare oggi quanto mai un dono di Dio, che passa attraverso la capacità taumaturgica di Gesù. Un dono che nasce più facilmente se ci lasciamo tirare in disparte da Gesù, se ci lasciamo toccare da lui per metterci nelle sue mani. L’esperienza ci dice che il miracolo avviene ogni volta, quando ci concediamo un po’ di silenzio per incontrarci con lui.
* Un altro discorso è la solidarietà verso chi è colpito da sordità o dalla incapacità di parlare. Più frequentemente sono i sordi che incontriamo nelle nostre strade. Verso di loro è così facile lasciarsi prendere dalla impazienza e dalla insensibilità. Essi hanno bisogno di attenzione e un pizzico di generosità: con loro si deve parlare a voce alta e chiara; ma non è detto che non prevalga da parte di molti una certa indifferenza, che può giungere fino allo scherno.
* In questi giorni sta cominciando il nuovo anno scolastico. All’inizio della scuola è importantissimo che questa istituzione si ponga l’obiettivo di assicurare a tutti gli allievi la capacità di ascolto e di parola, senza emarginare nessuno, anzi con il preciso intento di essere più attenti ai ragazzi in difficoltà, che meno hanno ricevuto e meno sono capaci di dare.
* La lettura di Giacomo ci richiama infine all’attenzione nei confronti di tante situazioni di emarginazione in cui si trovano alcune categorie di persone. « Il ricco commette ingiustizia e poi alza la voce, il povero subisce l’ingiustizia e deve anche chiedere scusa », dice il Siracide (13,3). È così facile trattare bene e addirittura mettere in situazione di privilegio chi è ben dotato; chi è simpatico e brillante. Nella nostra società questa discriminazione fra chi ha di più e chi è meno fortunato è accettata come normale; ma non dovrebbe essere così nella comunità cristiana. Vorrebbe dire adeguarsi allo spirito del mondo. La chiesa primitiva è stata scossa dalla parola di Giacomo e ha fatto largamente posto alle categorie più umili.
* Oggi nelle nostre chiese sono del tutto scomparse o stanno scomparendo le discriminazioni cui fa riferimento Giacomo. Chiunque prova ripugnanza se a qualche persona illustre viene ancora riservato un posto d’onore. Alcune scelte sono incompatibili con la fraternità espressa dall’eucaristia. È invece possibile però che queste discriminazioni siano presenti all’esterno, nella vita di ogni giorno.
Il vescovo può attendere
Un giorno a Torino si presentò alla porta della Casa della Divina Provvidenza l’arcivescovo di Vercelli. Don Giuseppe Cottolengo, avvertito, si fece scusare con l’illustre visitatore, e gli fece dire che non poteva presentarsi a riceverlo immediatamente perché stava giocando un’importante partita alle bocce con un caro amico, ospite della casa: un handicappato che si sarebbe facilmente offeso se avesse interrotto il gioco. L’arcivescovo accettò quella lezione di umanità e volle avere l’onore di fare da arbitro e contare i punti nella gara di quei due accaniti giocatori di bocce.

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

White Heaven (Lily-of-the-Nile)

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Publié dans:immagini |on 3 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

http://www.taize.fr/it_article3268.html

(dedicato al bambino morto sulla spiaggia in Turchia, io non mi sento di mettere la foto)

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

Un giorno, delle persone conducono da Gesù dei bambini affinché li benedica. I discepoli vi si oppongono. Gesù s’indigna e ingiunge loro di lasciare che i bambini vadano a lui. Poi disse loro: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Marco 10,13-16).
È utile ricordarsi che, un po’ prima, è a questi stessi discepoli che Gesù aveva detto: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio» (Marco 4,11). A causa del regno di Dio, hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Cercano la presenza di Dio, vogliono far parte del suo regno. Ed ecco che Gesù li avverte che respingendo i bambini, stanno giustamente per chiudere davanti a loro la sola porta d’ingresso a quel regno di Dio tanto desiderato!
Ma che significa «accogliere il regno di Dio come un bambino»? In generale si comprende così: «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino». Questo risponde ad una parola di Gesù che troviamo in Matteo: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). Un bambino si fida senza riflettere. Non può vivere senza fidarsi di chi lo circonda. La sua fiducia non ha nulla di una virtù, è una realtà vitale. Per incontrare Dio, ciò che abbiamo di meglio è il nostro cuore di bambino che è spontaneamente aperto, osa domandare con semplicità, vuole essere amato.
Però si può anche comprendere la frase così: «accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino». In effetti, il verbo greco ha in generale il senso concreto d’«accogliere qualcuno», come si può costatare qualche versetto prima dove Gesù parla d’«accogliere un bambino» (Marco 9,37). In questo caso, Gesù paragona all’accoglienza di un bambino l’accoglienza della presenza di Dio. C’è una connivenza segreta tra il regno di Dio e un bambino.
Accogliere un bambino vuol dire accogliere una promessa. Un bambino cresce e si sviluppa. È così che il regno di Dio non è mai sulla terra una realtà completa, ma piuttosto una promessa, una dinamica e una crescita incompiuta. Poi i bambini sono imprevedibili. Nel racconto del Vangelo, essi arrivano quando arrivano, e a quanto sembra non è al buon momento secondo i discepoli. Tuttavia Gesù insiste che, poiché sono lì, bisogna accoglierli. È così che dobbiamo accogliere la presenza di Dio quando si manifesta, che sia il buono o cattivo momento. Bisogna stare al gioco. Accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino significa vegliare e pregare per accoglierlo quando viene, sempre all’improvviso, a tempo e fuori tempo.
Perché Gesù ha mostrato un’attenzione particolare ai bambini?
Un giorno, i dodici apostoli discutono per sapere chi è il più grande (Marco 9,33-37). Gesù, che ha capito le loro riflessioni, dice loro una parola disorientante che sconvolge e scuote le loro categorie: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
Alla sua parola Gesù unisce il gesto. Egli va a prendere un bambino. È forse un bambino che trova abbandonato all’angolo di una strada di Cafàrnao? Lo prende, lo «pone in mezzo» a quella riunione di futuri responsabili della Chiesa e dice loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Gesù s’identifica con il bambino che ha appena abbracciato. Afferma che «uno di questi bambini» lo rappresenta il meglio, a tal punto che accoglierne uno di loro è come accogliere lui stesso, il Cristo.
Poco prima, Gesù aveva detto questa parola enigmatica: «Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini» (Marco 9,31). «Il figlio dell’uomo» è lui stesso, e allo stesso tempo sono tutti i figli d’uomo, cioè tutti gli esseri umani. La parola di Gesù può essere così compresa: «Gli esseri umani sono consegnati al potere dei loro simili». Durante l’arresto e nei maltrattamenti inflitti a Gesù, si verificherà una volta di più, e in maniera drammatica, che gli uomini fanno ciò che vogliono con i loro simili che sono senza difesa. Che Gesù si riconosca nel bambino che è andato a prendere, non è allora motivo di stupore, poiché, così spesso, anche i bambini sono consegnati senza difesa a coloro che hanno potere su di essi.
Gesù mostra un’attenzione particolare ai bambini perché vuole che i suoi abbiano un’attenzione prioritaria per quanti mancano del necessario. Fino alla fine dei tempi, saranno i suoi rappresentati sulla terra. Quel che si farà a loro, è a lui, il Cristo, che lo si farà (Matteo 25,40). I «più piccoli dei suoi fratelli», quelli che contano poco e che si trattano come si vuole perché non hanno potere né prestigio, sono la via, il passaggio obbligato, per vivere in comunione con lui.
Se Gesù ha posto un bambino in mezzo ai suoi discepoli riuniti, è anche affinché essi accettino d’essere piccoli. Lo spiega loro nell’insegnamento che segue: «Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Marco 9,41). Andando sulle strade per annunciare il regno di Dio, anche gli apostoli saranno «consegnati nelle mani degli uomini». Non sapranno mai prima come saranno accolti. Tuttavia anche per coloro che li accoglieranno con un semplice bicchiere d’acqua fresca, senza prenderli molto seriamente, saranno portatori di una presenza di Dio.

Lettera da Taizé: 2006/2

PAPA FRANCESCO – LA FAMIGLIA – 25. EVANGELIZZAZIONE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150902_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 2 settembre 2015

LA FAMIGLIA – 25. EVANGELIZZAZIONE

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questo ultimo tratto del nostro cammino di catechesi sulla famiglia, apriamo lo sguardo sul modo in cui essa vive la responsabilità di comunicare la fede, di trasmettere la fede, sia al suo interno che all’esterno.
In un primo momento, ci possono venire alla mente alcune espressioni evangeliche che sembrano contrapporre i legami della famiglia e il seguire Gesù. Per esempio, quelle parole forti che tutti conosciamo e abbiamo sentito: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,37-38).
Naturalmente, con questo Gesù non vuole cancellare il quarto comandamento, che è il primo grande comandamento verso le persone. I primi tre sono in rapporto a Dio, questo in rapporto alle persone. E neppure possiamo pensare che il Signore, dopo aver compiuto il suo miracolo per gli sposi di Cana, dopo aver consacrato il legame coniugale tra l’uomo e la donna, dopo aver restituito figli e figlie alla vita famigliare, ci chieda di essere insensibili a questi legami! Questa non è la spiegazione. Al contrario, quando Gesù afferma il primato della fede in Dio, non trova un paragone più significativo degli affetti famigliari. E, d’altra parte, questi stessi legami familiari, all’interno dell’esperienza della fede e dell’amore di Dio, vengono trasformati, vengono “riempiti” di un senso più grande e diventano capaci di andare oltre sé stessi, per creare una paternità e una maternità più ampie, e per accogliere come fratelli e sorelle anche coloro che sono ai margini di ogni legame. Un giorno, a chi gli disse che fuori c’erano sua madre e i suoi fratelli che lo cercavano, Gesù rispose, indicando i suoi discepoli: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,34-35).
La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell’atmosfera di sapienza degli affetti. La loro “grammatica” si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti.
L’invito a mettere i legami famigliari nell’ambito dell’obbedienza della fede e dell’alleanza con il Signore non li mortifica; al contrario, li protegge, li svincola dall’egoismo, li custodisce dal degrado, li porta in salvo per la vita che non muore. La circolazione di uno stile famigliare nelle relazioni umane è una benedizione per i popoli: riporta la speranza sulla terra. Quando gli affetti famigliari si lasciano convertire alla testimonianza del Vangelo, diventano capaci di cose impensabili, che fanno toccare con mano le opere di Dio, quelle opere che Dio compie nella storia, come quelle che Gesù ha compiuto per gli uomini, le donne, i bambini che ha incontrato. Un solo sorriso miracolosamente strappato alla disperazione di un bambino abbandonato, che ricomincia a vivere, ci spiega l’agire di Dio nel mondo più di mille trattati teologici. Un solo uomo e una sola donna, capaci di rischiare e di sacrificarsi per un figlio d’altri, e non solo per il proprio, ci spiegano cose dell’amore che molti scienziati non comprendono più. E dove ci sono questi affetti famigliari, nascono questi gesti dal cuore che sono più eloquenti delle parole. Il gesto dell’amore….. Questo fa pensare.
La famiglia che risponde alla chiamata di Gesù riconsegna la regia del mondo all’alleanza dell’uomo e della donna con Dio. Pensate allo sviluppo di questa testimonianza, oggi. Immaginiamo che il timone della storia (della società, dell’economia, della politica) venga consegnato – finalmente! – all’alleanza dell’uomo e della donna, perché lo governino con lo sguardo rivolto alla generazione che viene. I temi della terra e della casa, dell’economia e del lavoro, suonerebbero una musica molto diversa!
Se ridaremo protagonismo – a partire dalla Chiesa – alla famiglia che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, diventeremo come il vino buono delle nozze di Cana, fermenteremo come il lievito di Dio!
In effetti, l’alleanza della famiglia con Dio è chiamata oggi a contrastare la desertificazione comunitaria della città moderna. Ma le nostre città sono diventate desertificate per mancanza d’amore, per mancanza di sorriso. Tanti divertimenti, tante cose per perdere tempo, per far ridere, ma l’amore manca. Il sorriso di una famiglia è capace di vincere questa desertificazione delle nostre città. E questa è la vittoria dell’amore della famiglia. Nessuna ingegneria economica e politica è in grado di sostituire questo apporto delle famiglie. Il progetto di Babele edifica grattacieli senza vita. Lo Spirito di Dio, invece, fa fiorire i deserti (cfr Is 32,15). Dobbiamo uscire dalle torri e dalle camere blindate delle élites, per frequentare di nuovo le case e gli spazi aperti delle moltitudini, aperti all’amore della famiglia.
La comunione dei carismi – quelli donati al Sacramento del matrimonio e quelli concessi alla consacrazione per il Regno di Dio – è destinata a trasformare la Chiesa in un luogo pienamente famigliare per l’incontro con Dio. Andiamo avanti su questa strada, non perdiamo la speranza. Dove c’è una famiglia con amore, quella famiglia è capace di riscaldare il cuore di tutta una città con la sua testimonianza d’amore.
Pregate per me, preghiamo gli uni per gli altri, perché diventiamo capaci di riconoscere e di sostenere le visite di Dio. Lo Spirito porterà lieto scompiglio nelle famiglie cristiane, e la città dell’uomo uscirà dalla depressione!

Publié dans:famiglia, PAPA FRANCESCO |on 3 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

I am the goog shepherd

I am the goog shepherd dans immagini sacre i-am-the-good-shepherd

https://friarmusings.wordpress.com/2014/05/page/2/

Publié dans:immagini sacre |on 2 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

DIO È VERITÀ – AGOSTINO, LA TRINITÀ, 8,2

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020924_agostino-trinity_it.html

DIO È VERITÀ – AGOSTINO, LA TRINITÀ, 8,2

« Questo Dio, se ci sforziamo di pensarlo, nella misura in cui ce lo concede e permette, non pensiamolo in contatto con lo spazio, abbracciante lo spazio, come una specie di essere costituito da tre corpi. Non si ha da immaginare in lui nessuna unione di parti congiunte, come in quel Gerione [nella mitologia greca, figlio di Crisaore e Callinoe, dotato di tre corpi uniti per il ventre; Dante ne farà il simbolo della frode (Inferno XVI e XVII)] dai tre corpi, di cui parlano le favole; ogni immagine per cui tre sarebbero più grandi di uno solo, uno più piccolo di due, cacciamola senza esitazione dalla nostra anima: così infatti respingiamo ogni elemento corporeo. Nell’ordine spirituale, nulla di ciò che ci si presenta come sottoposto al mutamento, dobbiamo ritenere che sia Dio.
Non è una piccola conoscenza quando, da questo abisso, elevandoci a quella vetta riprendiamo lena, il poter conoscere che cosa Dio non è, prima di sapere che cosa è. Egli non è certamente né terra né cielo; nulla che assomigli alla terra o al cielo, nulla di uguale a ciò che vediamo in cielo, nulla di uguale a ciò che in cielo non vediamo e forse vi si trova. Tu potrai accrescere con l’immaginazione la luce del sole quanto ti sarà possibile, sia in volume, sia in splendore, mille volte di più o all’infinito, nemmeno questo sarà Dio. E se ci rappresentassimo gli angeli, puri spiriti che animano i corpi celesti, li muovono e li dirigono secondo un volere che è al servizio di Dio; anche se questi angeli, che sono migliaia di migliaia, venissero riuniti tutti per formare un solo essere, Dio non sarebbe nulla di simile. E lo stesso discorso varrebbe anche se si giungesse a rappresentarsi questi spiriti senza corpi, cosa assai difficile per il nostro pensiero carnale.
Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità. È scritto infatti che Dio è luce (1Gv 1,5), non la luce che vedono i nostri occhi, ma quella che vede il cuore, quando sente dire: è la Verità. Non cercare di sapere cos’è la verità, perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza, che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta, se puoi, nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore che ti abbaglia, quando si dice: Verità. Ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene. Qual è dunque, ti chiedo, il peso che ti fa ricadere, se non quello delle immondezze che ti hanno fatto contrarre il glutine della passione e gli sviamenti della tua peregrinazione? »

BEATI I MITI – (GIANFRANCO RAVASI)

http://www.gesusacerdote.org/index.php?option=com_content&view=article&id=492:beati-i-miti-gianfranco-ravasi&catid=45:spiritualita&Itemid=81

BEATI I MITI – (GIANFRANCO RAVASI)

Parole per la felicità/4. Beati i miti

Il filosofo Norberto Bobbio nel suo Elogio della mitezza (1993) aveva celebrato questa virtù come la più «impolitica» e si può comprendere questa sua posizione nel contesto della gestione della politica che ignora ogni compassione e si fonda sul potere e spesso sull’arroganza. In una visione più alta della politica la mitezza avrebbe invece uno spazio rilevante. Essa, infatti, non è né codardia né mera remissività, come osservava lo stesso filosofo: «La mitezza non rinuncia alla lotta per debolezza o per paura o per rassegnazione». Anzi, essa vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza. Noi, però, ci interessiamo ora della mitezza evangelica, presente nella terza beatitudine (Mt 5,5), una virtù che non ha solo una dimensione etica, come accadeva nel mondo greco, ma che si rivela come un dono divino, capace di fiorire nel cuore del credente come amore per l’altro, perdono, rigetto della violenza, fiducia nel giudizio di Dio.
Si possono, quindi, assumere tutti i sinonimi che accompagnano la mitezza nel nostro vocabolario per cui la persona mite è paziente, benigna, benevola, docile, buona, dolce, mansueta, clemente, affabile, umana e gentile all’interno di una società crudele, dura, spietata. Tuttavia la mitezza evangelica altro non è che la «povertà nello spirito» della prima delle Beatitudini, colta nella sua connotazione di adesione gioiosa alla volontà e alla legge divina.
Il modello rimane lo stesso Cristo che delinea proprio la mitezza come sua qualità distintiva e fonte di imitazione per il discepolo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). E continua con una citazione del profeta Geremia (6,6): «Così troverete riposo per le vostre anime». L’autoritratto di Gesù si ripresenta nell’evento messianico dell’ingresso a Gerusalemme ove si rimanda al profeta Zaccaria (9,9): «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma» (Mt 21,5).
In questo passo divenuto celebre il Messia è tratteggiato dal profeta non come un guerriero vittorioso né come un condottiero regale lanciato alla conquista, bensì come il Servo obbediente a Dio e misericordioso verso gli uomini. Cristo non assume, dunque, le vesti di un dominatore e neppure quelle di un sacerdote aristocratico e glorioso, né il suo è il profilo di un profeta incendiario.
I suoi concittadini rimarranno, anzi, sconcertati, ricordando la sua modesta anagrafe sociale: «Non è costui il figlio del carpentiere? E sua madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi?» (Mt 13,55-56).
Il premio destinato ai miti è espresso attraverso il ricorso a un passo salmico secondo il quale «i poveri erediteranno la terra e godranno di una grande pace» (Sal 37,11): «Beati i miti, perché erediteranno la terra». È curioso notare che questo passo biblico è ripreso anche nel Corano quando Dio afferma: «Noi abbiamo scritto nei Salmi… che la terra l’avrebbero ereditata i miei servi buoni» (XXI,105).
Il tema dell’“eredità” ha nell’Antico Testamento un grande rilievo e prevalentemente esso si raccorda, come nel nostro caso, al tema della terra promessa. Nel Nuovo Testamento l’“eredità” e l’“ereditare” acquistano prevalentemente il significato metaforico che, ad esempio, pone come oggetto di questa eredità il Regno di Dio (Mt 25,34; 1Cor 15,50), oppure la vita eterna (ad esempio, Mt 19,29).
Il simbolo dell’eredità della “terra” è normalmente applicato alla terra d’Israele, la terra promessa, sede della storia e della vita libera del popolo ebraico biblico. Questa realtà, infatti, era molto più di una semplice espressione topografica.
Come si diceva, era già per l’Antico Testamento un simbolo di pienezza, tant’è vero che riceveva descrizioni destinate a superare il mero dato geopolitico: «Terra buona e bella, terra di torrenti, di fonti e di acque sotterranee, sgorganti nella pianura e dalla montagna, terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni, terra di ulivi, di olio e di miele, terra dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla, terra dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame» (Dt 8,7-9).
Per questo possiamo dire che Gesù pensava alla terra biblica ma ovviamente nel suo valore di simbolo di pienezza. La Terra Santa geografica acquista, così, un valore trascendente, affacciato su un futuro perfetto ove lo spazio territoriale della Gerusalemme celeste sarà incastonato nella «terra nuova, perché il cielo e la terra di prima sono scomparsi» (Ap 21,1).
Mentre i potenti allargano con la violenza e la sopraffazione il loro possesso ereditario «aggiungendo casa a casa, unendo campo a campo, così che non vi sia più spazio e restino solo loro ad abitare la terra» (Is 5,8), i miti, che non prevaricano e non pretendono spazi grandiosi sgomitando, saranno da Dio accolti nella terra rinnovata che è sua creazione e suo legittimo possesso.
Purtroppo, in contrasto con la mitezza, rimane l’oscuro fascino che il mostro della violenza esercita sull’uomo, anche nella forma di quel vizio capitale che è l’ira. È ciò che rappresentava in modo brillante un autore ironico come Achille Campanile, nelle sue Vite degli uomini illustri (1975).
Egli metteva in bocca a un Socrate immaginario questo consiglio malizioso, ma anche molto seguito: «Chi ha ragione di solito non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la ragione s’imponga da sé… Ci scherzate, invece, coi risultati che ottiene uno il quale, sapendo di aver torto e non potendo ricorrere ad altri argomenti, scaraventa oggetti in terra, urla, minaccia, poi sbatacchia la porta e se ne va? Rispettatissimo. Temutissimo».
A tutti è accaduto di imbattersi in scenate analoghe a quella tratteggiata dallo scrittore romano, messe in atto da persone prepotenti e in palese torto: si deve con amarezza ammettere che costoro riescono a generare rispetto e persino a lasciare il sospetto che, in fondo in fondo, un pizzico di ragione forse ce l’abbiano…
La persona mite, calma e pacata, schierata dalla parte del vero e del giusto è, invece, convinta che basti la forza della ragione e della pazienza. Ma il risultato è spesso quello di essere sbeffeggiata o ritenuta poco convincente. L’appello della nostra beatitudine si trasforma, allora, anche in un impegno a resistere serenamente e coraggiosamente di fronte alla tentazione della violenza.
Proprio per questo i “miti”, che le tre religioni monoteistiche esaltano come gli eredi della terra promessa – la quale è, come si è detto, il Regno di Dio nella sua attuazione piena – hanno molteplici lineamenti, morali e spirituali. C’è chi vede in essi appunto i non violenti, gli oppressi che non ricorrono alla forza, coloro che non scelgono il possesso e l’auto-affermazione così da non dominare sugli altri.
C’è chi intuisce in essi il profilo dei mansueti, dei diseredati e degli espropriati; c’è chi pensa agli umili e agli inoffensivi, fiduciosi nella volontà di Dio. C’è chi li considera interiormente forti e, per questo, pazienti, dolci, generosi. In ultima analisi, attraverso questa molteplicità di virtù, nei miti scopriamo in filigrana il volto del vero discepolo di Cristo.

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GIOVANNI PAOLO II – SALMO 71,1-11 – IL POTERE REGALE DEL MESSIA

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2004/documents/hf_jp-ii_aud_20041201.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° dicembre 2004

SALMO 71,1-11 – IL POTERE REGALE DEL MESSIA

Vespri del Giovedì della 2a settimana (Lettura: Sal 71,1-3.7.10-11)

1. La Liturgia dei Vespri, di cui stiamo progressivamente commentando i testi salmici e i cantici, propone in due tappe uno dei Salmi più cari alla tradizione giudaica e cristiana, il Salmo 71, un canto regale che i Padri della Chiesa hanno meditato e reinterpretato in chiave messianica.
Noi ora abbiamo ascoltato il primo grande movimento di questa solenne preghiera (cfr vv. 1-11). Esso è aperto da una intensa invocazione corale a Dio perché conceda al sovrano quel dono che è fondamentale per il buon governo, la giustizia. Essa si esplica soprattutto nei confronti dei poveri che di solito sono invece le vittime del potere.
Si noterà la particolare insistenza con la quale il Salmista pone l’accento sull’impegno morale di reggere il popolo secondo giustizia e diritto: «Dio, da’ al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia; regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine. Ai miseri del suo popolo renderà giustizia» (vv. 1-2.4).
Come il Signore regge il mondo secondo giustizia (cfr Sal 35,7), così il re che è il suo rappresentante visibile sulla terra – secondo l’antica concezione biblica – deve uniformarsi all’azione del suo Dio.
2. Se si violano i diritti dei poveri, non si compie solo un atto politicamente scorretto e moralmente iniquo. Per la Bibbia si perpetra anche un atto contro Dio, un delitto religioso, perché il Signore è il tutore e il difensore dei miseri e degli oppressi, delle vedove e degli orfani (cfr Sal 67,6), cioè di coloro che non hanno protettori umani.
È facile intuire come alla figura spesso deludente del re davidico la tradizione abbia sostituito – già a partire dal crollo della monarchia di Giuda (VI sec. a.C.) – la fisionomia luminosa e gloriosa del Messia, nella linea della speranza profetica espressa da Isaia: «Egli giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese» (11,4). O, secondo l’annunzio di Geremia, «Ecco, verranno giorni – dice il Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra» (23,5).
3. Dopo questa viva e appassionata implorazione del dono della giustizia, il Salmo allarga l’orizzonte e contempla il regno messianico-regale nel suo dispiegarsi lungo le due coordinate, quelle del tempo e quelle dello spazio. Da un lato, infatti, si esalta il suo perdurare nella storia (cfr Sal 71,5.7). Le immagini di tipo cosmico sono vivaci: si ha, infatti, lo scorrere dei giorni ritmati dal sole e dalla luna, ma anche quello delle stagioni con la pioggia e la fioritura.
Un regno fecondo e sereno, quindi, ma sempre posto all’insegna di quei valori che sono capitali: la giustizia e la pace (cfr v. 7). Sono questi i segni dell’ingresso del Messia nella nostra storia. In questa prospettiva è illuminante il commento dei Padri della Chiesa, che vedono in quel re-Messia il volto di Cristo, re eterno e universale.
4. Così san Cirillo d’Alessandria nella sua Explanatio in Psalmos osserva che il giudizio, che Dio dà al re, è quello di cui parla san Paolo, «il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10). Infatti «nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace», come a dire che «nei giorni di Cristo per mezzo della fede sorgerà per noi la giustizia, e nel nostro volgerci verso Dio sorgerà per noi l’abbondanza della pace». Del resto, proprio noi siamo i «miseri» e i «figli dei poveri» che questo re soccorre e salva: e se anzitutto «chiama « miseri » i santi apostoli, perché erano poveri in spirito, noi dunque egli ha salvato in quanto « figli dei poveri », giustificandoci e santificandoci nella fede per mezzo dello Spirito» (PG LXIX, 1180).
5. D’altro lato, il Salmista delinea anche l’ambito spaziale entro cui si colloca la regalità di giustizia e di pace del re-Messia (cfr Sal 71,8-11). Qui entra in scena una dimensione universalistica che va dal Mar Rosso o dal Mar Morto fino al Mediterraneo, dall’Eufrate, il grande «fiume» orientale, fino agli estremi confini della terra (cfr v. 8), evocati anche da Tarsis e dalle isole, i territori occidentali più remoti secondo l’antica geografia biblica (cfr v. 10). È uno sguardo che si distende su tutta la mappa del mondo allora conosciuto, che coinvolge Arabi e nomadi, sovrani di stati remoti e persino i nemici, in un abbraccio universale non di rado cantato dai Salmi (cfr Sal 46,10; 86,1-7) e dai profeti (cfr Is 2,1-5; 60,1-22; Ml 1,11).
L’ideale suggello a questa visione potrebbe, allora, essere formulato proprio con le parole di un profeta, Zaccaria, parole che i Vangeli applicheranno a Cristo: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto… Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra» (Zc 9,9-10; cfr Mt 21,5).

LESSICO DELLA VITA INTERIORE, TEMI – Enzo Bianchi

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/bianchi_lessicointeriore4.htm

LESSICO DELLA VITA INTERIORE

Enzo Bianchi

(metto i primi tre, gli altri, bellissimi, sul sito)

TEMI:
Prima 1′ascolto
Preghiera e immagine di Dio
Preghiera di intercessione
Pregare nella storia
Preghiera di domanda
Preghiera di lode
Preghiera di ringraziamento
Silenzio

PRIMA L’ASCOLTO
«Parla, Signore, che il tuo servo ascolta» (I Samuele 3,10): queste parole esprimono bene il fatto che l’ascolto, secondo la, rivelazione ebraico-cristiana, è l’atteggiamento fondamentale della preghiera. E contestano un nostro frequente atteggiamento che si vuole di preghiera ma che riduce al silenzio Dio per lasciar sfogare le nostre parole. Dunque la preghiera cristiana è anzitutto ascolto: essa infatti non è tanto espressione dell’umano desiderio di autotrascendimento, quanto piuttosto accoglienza di una presenza, relazione con un Altro che ci precede e ci fonda.
Per la Bibbia, Dio non è definito in termini astratti di essenza, ma in termini relazionali e dialogici: egli è anzitutto colui che parla, e questo parlare originario di Dio fa del credente un chiamato ad ascoltare. È emblematico il racconto dell’incontro di Dio con Mosè al roveto ardente (cfr. Esodo 3,1 e sgg.): Mosè si avvicina per vedere lo strano spettacolo del roveto che brucia senza consumarsi, ma Dio vede che si era avvicinato per vedere e lo chiama dal roveto interrompendo il suo avvicinarsi. Il regime della visione è quello dell’iniziativa umana che porta l’uomo a ridurre la distanza da Dio, è il regime del protagonismo umano, è scalata dell’uomo verso Dio, invece il Dio che si rivela fa entrare Mosè nel regime dell’ascolto e conserva la distanza tra Dio e uomo che non può essere valicata affinché possa esservi relazione: «Non avvicinarti!» (Esodo 3,5). E ciò che era uno strano spettacolo diviene per Mosè presenza familiare: «lo sono il Dio di tuo padre» (Esodo 3,6). A Prometeo che sale l’Olimpo per rubare il fuoco si oppone Mosè che si ferma di fronte al fuoco divino e ascolta la Parola. A partire da quell’ascolto originario e generante, la vita e la preghiera di Mosè saranno due aspetti inscindibili dell’unica responsabilità di realizzare la parola ascoltata.
Nell’ascolto Dio si rivela a noi come presenza antecedente ogni nostro sforzo di comprenderla e di coglierla. Dunque il vero orante è colui che ascolta. Per questo «ascoltare è meglio dei sacrifici» (1 Samuele 15,22), è cioè meglio di ogni altro rapporto tra Dio e uomo che si fondi sul fragile fondamento dell’iniziativa umana. Se la preghiera è un dialogo che esprime la relazione tra Dio e l’uomo, l’ascolto è ciò che immette l’uomo nella relazione, nell’ alleanza, nella reciproca appartenenza: «Ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» (Geremia 7,23). Capiamo allora perché tutta la Scrittura sia attraversata dal comando dell’ ascolto: è grazie all’ ascolto che noi entriamo nella vita di Dio, anzi, consentiamo a Dio di entrare nella nostra vita. Il grande comando dello Shema’ Israel (Deuteronomio 6,4 e sgg.), confermato da Gesù come centrale nelle Scritture (Marco 12,28-30), svela che dall’ascolto («Ascolta, Israele») nasce la conoscenza di Dio («Il Signore è uno») e dalla conoscenza l’amore («amerai il Signore»).
L’ascolto perciò è una matrice generante, è la radice della preghiera e della vita in relazione con il Signore, è il momento aurorale della fede (fides ex auditu: Romani 10,17), e dunque anche dell’amore e della speranza. L’ascolto è generante: noi nasciamo dall’ ascolto. È P ascolto che immette nella relazione di filialità con il Padre, e non a caso il Nuovo Testamento indica che è Gesù, il Figlio, Parola fatta carne, che deve essere ascoltato: «Ascoltate lui!» dice la voce dalla nube sul monte della Trasfigurazione indicando Gesù (Marco 9,7). Ascoltando il Figlio noi entriamo nella relazione con Dio e possiamo nella fede rivolgerci a Lui dicendo: «Abba» (Romani 8,15; Galati 4,6), «Padre nostro» (Matteo 6,9). Ascoltando il Figlio veniamo generati a figli. Con l’ascolto la Parola efficace e lo Spirito ricreatore di Dio penetrano nel credente divenendo in lui principio di trasfigurazione, di conformazione al Cristo.
Ecco perché essenziale al credente è avere «Un cuore che ascolta» (1 Re 3,9). È il cuore che ascolta attraverso l’orecchio! Cioè l’orecchio non è semplicemente, secondo la Bibbia, l’organo dell’udito, ma la sede della conoscenza, dell’intelletto, dunque si trova in rapporto strettissimo con il cuore, il centro unificante che abbraccia la sfera affettiva, razionale e volitiva della persona. Ascoltare significa pertanto avere «sapienza e intelligenza» (1 Re 3,12), discernimento («Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese», Apocalisse 2,7). Se l’ascolto è così centrale nella vita di fede, esso allora necessita di vigilanza: occorre fare attenzione a ciò che si ascolta (Marco 4,24), a chi si ascolta (Geremia 23,16; Matteo 24,4-6.23; 2 Timoteo 4′}-4), a come si ascolta (Luca 8,18). Occorre cioè dare un primato alla Parola sulle parole, alla Parola di Dio sulle molteplici parole umane, e occorre ascoltare con «cuore buono e largo» (Luca 8,15). Come ascoltare la Parola? La spiegazione della parabola del seminatore (Marco 4,13-20; Luca 8,II-15) ce lo indica. Occorre saper interiorizzare, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della fede (Marco 4,15; Luca 8,12); occorre dare tempo all’ ascolto, occorre perseverare in esso, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della saldezza, della fermezza e della profondità della fede personale (Marco 4,16-17; Luca 8,13); occorre lottare contro le tentazioni, contro le altre «parole» e i «messaggi» seducenti della mondanità, altrimenti la Parola viene soffocata, resta infeconda e non perviene a portare il frutto della maturità di fede del credente (Marco 4,18-19; Luca 8,14). E se non vi sarà questo ascolto non vi sarà neppure preghiera!

PREGHIERA E IMMAGINE DI DIO
L’uomo che prega si rivolge a Dio «che non si vede» (cfr. I Giovanni 4,20). E tuttavia nella preghiera è implicata necessariamente una certa immagine di Dio da parte dell’uomo. È evidente allora come sia facile il rischio della menzogna e dell’idolatria: il rischio è quello di forgiarsi un Dio a propria immagine e somiglianza e rendere la preghiera un atto autogiustificatorio, autistico, rassicurante. L’esempio della preghiera del fariseo e del pubblicano al Tempio .nella parabola lucana (Luca 18,9-14) è significativo. I due diversi atteggiamenti di preghiera esprimono due differenti immagini di Dio relative a due differenti immagini che i due uomini hanno di sé. In particolare, la preghiera del fariseo manifesta l’atteggiamento di chi «si sente a posto con Dio»; ai suoi occhi il suo Dio non può che confermare il suo agire, eppure la frase finale della narrazione sconfessa l’immagine di Dio che quest’uomo aveva: egli non tornò a casa sua giustificato! Mentre il pubblicano si espone radicalmente all’alterità di Dio entrando così nel rapporto giusto con Dio, il fariseo sovrappone il suo «ego» all’immagine di Dio: nella sua preghiera c’è (con)fusione tra il suo «io» e «Dio». Rischio, questo, molto frequente presso gli uomini religiosi!
Ora, il primato dell’ascolto nella preghiera cristiana indica che essa è lo spazio in cui le immagini di Dio che noi forgiamo vengono spezzate, purificate, convertite. La preghiera, infatti, è ricerca di un incontro fra due libertà, quella dell’uomo e quella di Dio. In questa ricerca la distanza fra immagine di Dio forgiata dall’uomo e alterità rivelata di Dio diviene lo scarto fra la domanda e l’esaudimento, fra l’attesa e la realizzazione. Ecco perché al cuore della preghiera cristiana c’è l’invocazione: «Sia fatta la tua volontà» (Matteo 6,10). Nello scarto fra volontà dell’uomo e volontà di Dio la preghiera agisce come spazio di conversione e accettazione della volontà di Dio. È lo scarto, ed è la preghiera, che ha vissuto Gesù stesso al Getsemani: «Abba, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi» (Marco 14,36). È lo scarto, ed è la preghiera, che Paolo ha vissuto con particolare drammaticità: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza »» (2 Corinti 12,7-9). Paolo accetta la contraddizione portata alla sua richiesta che non viene esaudita e così la sua preghiera lo porta a riflettere esistenzialmente l’immagine del Dio che non l’esaudisce, ma che gli resta accanto nella sua debolezza. Paolo deve accettare la modificazione della sua, pur corretta e rispettosa, immagine di Dio. Così la sua vita si conforma sempre più all’immagine rivelata di Dio: quella del Cristo crocifisso.
La preghiera cristiana conforma l’orante all’immagine del Cristo crocifisso. E il Crocifisso nel suo grido sulla croce ha accettato l’assenza assoluta di immagini di Dio. Il grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15,34) denuncia la distanza fra l’immagine conosciuta del volto di Dio e la realtà presente. E dopo il grido dell’ abbandono, secondo Marco, c’è solo un urlo inarticolato: «Gesù, dando un forte grido, spirò» (Marco 15,37). Non c’è più parola, non c’è più immagine; non c’è più teo-logia, non c’è più parola su Dio; non c’è più rappresentazione di Dio. Dunque, non c’è più riduzione di Dio a idolo! Il silenzio e il buio delle tre ore dall’ora sesta all’ ora nona sono il sigillo di questo indicibile e invisibile di Dio che salvaguarda il suo mistero e la sua alterità.
Ma proprio quel radicale annichilimento di immagini di Dio (chi mai ha raffigurato Dio in un condannato a morte?) e di parole su Dio (il Dio crocifisso non spezza forse ogni 16 gos?) è l’abolizione radicale dell’ idolatria, della riduzione di Dio a immagine dell’uomo. La presenza di Dio, l’immagine di Dio ormai va vista lì, nel Cristo crocifisso: «Egli è l’immagine del Dio invisibile» (Colossesi 1,15). Sì, il Cristo crocifisso annichilisce Dio come immagine dell’uomo e ci presenta un uomo come immagine (eikon) di Dio. Il Cristo crocifisso è l’immagine di Dio che spezza le nostre immagini di Dio. Il Crocifisso è anche l’immagine di fronte alla quale noi preghiamo, ma che deve spezzare le immagini che, volenti o nolenti, proiettiamo su Dio. L’immagine di Dio manifestata dal Cristo crocifisso smentisce l’immagine di Dio «professata» dal fariseo al Tempio, immagine connessa a una certa considerazione di sé supportata da un’immagine – spregiativa – degli altri. La preghiera è dunque composizione attorno al Cristo crocifisso delle immagini di sé, degli altri e di Dio. L’immagine di Dio che è il Cristo crocifisso custodisce Paolo dalla tentazione dell’orgoglio, del «super-io» (il «montare in superbia», hyper-airomai, 2 Corinti 12,7, convertito nel porre il proprio vanto nelle sofferenze patite «per Cristo», hypèr Christou, 2 Corinti 12,10) e lo conduce, grazie alla preghiera, a parteciparla nella sua vita: «lo porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Galati 6,17; cfr. Colossesi 1,24). Così la preghiera, conformando al Cristo crocifisso, diviene anche promessa di resurrezione, spazio di trasfigurazione nell’immagine gloriosa del Signore (cfr. 2 Corinti 3,18).

PREGHIERA DI INTERCESSIONE
Nella preghiera noi portiamo l’interezza della nostra vita. E noi siamo esseri-in-relazione con altri uomini: gli altri fanno parte di noi, le relazioni con loro contribuiscono a determinare ciò che noi siamo e diventiamo. Nella preghiera dunque, rivolgendo ci da figli al Dio Padre, noi siamo anche confermati nella fraternità che ei lega agli altri uomini. Ed è l’intercessione la preghiera in cui con più evidenza si manifesta la pienezza del nostro essere come relazione con Dio e con gli uomini. E l’intercessione mostra anche l’unità profonda fra responsabilità, impegno storico, carità, giustizia, solidarietà da un lato, e preghiera dall’ altro. Che cosa vuoI dire infatti intercedere? Etimologicamente inter-cedere significa «fare un passo tra», «interporsi» fra due parti, indicando così una compromissione attiva, un prender sul serio tanto la relazione con Dio, quanto quella con gli altri uomini. In particolare, è fare un passo presso qualcuno a favore di qualcun altro. Parafrasando il Salmo 85,11 potremmo dire che nell’intercessione «si incontrano fede e amore», «si abbracciano fede in Dio e amore per l’uomo». L’intercessione non ci porta a ricordare a Dio i bisogni degli uomini, egli infatti «sa di che cosa abbiamo bisogno» (cfr. Matteo 6,32), ma porta noi ad aprirci al bisogno dell’altro facendone memoria davanti a Dio e ricevendo nuovamente l’altro da Dio, illuminato dalla luce della volontà divina.
Questo duplice movimento, questo camminare tra Dio e l’uomo, stretti fra l’obbedienza alla volontà di Dio su di sé, sugli altri e sulla storia, e la misericordia per l’uomo, la compassione per gli uomini nelle situazioni del loro peccato, del loro bisogno, della loro miseria, spiega perché l’intercessione, nella Bibbia, sia più che mai il compito del pastore del popolo, del re, del sacerdote, del profeta, e trovi la sua raffigurazione piena e totale nel Cristo «unico mediatore fra Dio e gli uomini» (I Timoteo 2,5). Sì, è con il Cristo e questi crocifisso che trova realizzazione l’anelito di Giobbe: «Ci fosse tra me e te, Signore, uno che mette la sua mano su di me e su di te, sulla mia spalla e sulla tua spalla» (cfr. Giobbe 9,33). Qui Giobbe chiede un intercessore! Se nell’Antico Testamento l’icona dell’intercessore la troviamo in Mosè che, ritto sul monte fra Aronne e Cur che lo sostengono, alza le braccia al cielo assicurando la vittoria al popolo che combatte nella pianura (Esodo 17,8-16), nel Nuovo Testamento l’icona è quella del Cristo crocifisso che stende le sue braccia sulla croce per portare a Dio tutti gli uomini. Il Cristo crocifisso pone una mano sulla spalla di Dio e una sulla spalla dell’uomo. Il limite dell’intercessione è dunque il dono della vita, la sostituzione vicaria, la croce! Lo esprime bene Mosè nella sua intercessione per i figli d’Israele: «Signore, se tu perdonassi il loro peccato. Se no, cancellami dal libro che hai scritto» (Esodo 32,32). Nell’intercessione si impara a offrirsi a Dio per gli altri e a vivere concretamente nel quotidiano questa offerta.
L’intercessione ci conduce al cuore della vita responsabile cristiana: nella piena solidarietà con gli uomini peccatori e bisognosi, essendo anche noi peccatori e bisognosi, facciamo un passo, entriamo in una situazione umana in comunione con Dio che in Cristo ha fatto il passo decisivo per la salvezza degli uomini. Il Servo del Signore intercede per i peccatori assumendo il loro peccato, il castigo loro destinato, portando le loro infermità e debolezze (Isaia 53,12). Il Cristo, dunque, con l’incarnazione e la morte di croce ha compiuto l’intercessione radicale, il passo decisivo tra Dio e l’uomo, e ora, Vivente per sempre presso Dio, continua a intercedere per noi quale grande sacerdote misericordioso (Ebrei 7,25). La sua mano sulla nostra spalla fonda la nostra fiducia e audacia, la nostra parresia: «Chi condannerà? Cristo Gesù che è morto, anzi, che è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi?» (Romani 8,34). Il dono dello Spirito ci rende partecipi dell’intercessione di Cristo: lo Spirito ci guida a pregare «secondo i disegni di Dio» (cfr. Romani 8,26-27), conformando cioè la nostra preghiera e la nostra vita a quella del Cristo. Solo nello Spirito che ci strappa alla nostra individualità chiusa noi possiamo pregare per gli altri, far inabitare in noi gli altri e portarli davanti a Dio, arrivando addirittura a pregare per i nemici, passo essenziale da fare per poter arrivare ad amare i nemici (Matteo 5,44).
C’è stretta reciprocità fra preghiera per l’altro e amore per l’altro. Anzi, potremmo dire che il culmine dell’intercessione non consiste tanto in parole pronunciate davanti a Dio, ma in un vivere davanti a Dio nella posizione del crocifisso, a braccia stese, nella fedeltà a Dio e nella solidarietà con gli uomini. E a volte non possiamo fare assolutamente altro, per conservare una relazione con l’altro uomo, se non custodirla nella preghiera, nell’intercessione. A quel punto è chiaro che l’intercessione non è una funzione, un dovere, qualcosa che si fa, ma l’essenza stessa di una vita divorata dall’ amore di Dio e degli uomini. La chiesa dovrebbe ricordare tutto questo: che altro essa è infatti se non intercessione presso Dio per gli uomini tutti? Questo il servizio veramente potente che essa è chiamata a svolgere nel mondo. Un servizio che la colloca nel mondo non da crociata, ma da segnata dalla croce!

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