Archive pour septembre, 2015

IL CULTO ALLA RELIQUIA DELLA CROCE E IL CULTO ALLE CROCI E AI CROCIFISSI

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IL CULTO ALLA RELIQUIA DELLA CROCE

e il culto alle croci e ai crocifissi

di Padre Felice Artuso

L’imperatore Costantino I, concessa ai cristiani la libertà del culto pubblico, invia a Gerusalemme i suoi architetti Gustato e Zenobio, incaricandoli di erigere un complesso di edifici sull’area del Calvario e della tomba di Gesù. Macario, vescovo di Gerusalemme, indica a loro e a Elena, madre dell’imperatore, i luoghi della passione e della sepoltura del Signore. Iniziati gli scavi di sterro, alcuni scritti leggendari attestano che comparve una croce, la quale su serio accertamento sarebbe appartenuta a Gesù. Arbitra del gioioso evento, Elena lascia un consistente reperto della Santa Croce alla chiesa madre, un altro se lo porta a Roma e un terzo lo dona al figlio Costantino. «Tutte le fonti coeve sottolineano come Elena facesse suddividere il reperto ritrovato poco prima di mettersi in viaggio per Roma: un terzo della croce rimase a Gerusalemme, un altro terzo lo portò con sé a Roma, l’ultimo terzo infine lo fece recapitare al figlio», residente a Costantinopoli, nuova capitale dell’impero . Il vescovo di Gerusalemme custodisce in un’apposita cassetta il reperto della croce, impreziosito di gemme e lo espone alla venerazione dei fedeli in queste tre ricorrenze annuali: il Venerdì Santo, il 3 maggio, giorno del prodigioso ritrovamento della reliquia ed il 14 settembre, giorno della consacrazione della basilica. Nelle prime ore del mattino egli sale sul Martirio (Calvario), accompagnato dal clero, pone il legno della croce di Gesù alla vista di tutti, lo incensa ed invoca il Signore con molti Kyrie Eleison. Presiede quindi la celebrazione eucaristica, conferendovi una caratteristica eminentemente pasquale in cui unisce il passato al presente, l’esodo degli ebrei all’esodo dei cristiani. Conclusa la celebrazione, lascia la reliquia alla venerazione dei devoti, i quali la baciano con affetto e la ornano di lumini, di verde e di fiori. Riconoscono con questi semplici gesti che il Signore se ne è servito per donare a tutti gli uomini la salvezza eterna. La pellegrina Egeria dà questa informazione su come si svolgeva il rito dell’ostensione della santa croce: «Il vescovo siede sulla cattedra, davanti a lui si mette un tavolo coperto da un telo di lino, i diaconi sono in piedi intorno al tavolo: viene portata una cassetta dorata in cui c’è il santo legno della croce, la si apre e la sia espone. Si mette sul tavolo il legno della croce e l’iscrizione» . Per soddisfare la richiesta delle chiese locali o delle singole persone, il legno della croce viene diviso e frammentato. San Cirillo di Gerusalemme durante una catechesi sul Calvario afferma, infatti, con un tono un po’ enfatico: «Del legno della croce ormai si trovano dei pezzettini in tutto il mondo» . In una successiva catechesi asserisce: «Il legno della croce da qui è stato distribuito in frammenti per tutto il mondo» . Nella Città Santa si conserva ovviamente il pezzo più ampio della santa croce.
Nelle guerre d’invasione i vincitori s’impossessano non solo dei beni immobili, ma anche dei preziosi dei perdenti. Nella Bibbia si narra che i filistei prevalgono sugli ebrei, ritirano l’arca santa, la collocano nel loro tempio e se la tengono per sette mesi (1Sam 5,1-2; 6,1). Nel 614 il re persiano Cosroe II occupa Gerusalemme, la saccheggia e massacra parecchi nemici. Cattura inoltre il vescovo Zaccaria e lo deporta nella sua capitale assieme a migliaia di cristiani. Prende anche la reliquia della croce, la trasporta in Persia e la colloca accanto al suo trono. Eraclio, imperatore bizantino, reagisce, organizzando un contrattacco. Nel 627 vince le truppe di Cosroe, ricupera il legno della croce e lo trasferisce a Gerusalemme. Gli islamici non tollerano lo smacco di Eraclio. Si organizzano, premono minacciosi sui confini dell’impero bizantino e riescono ad avanzare nel territorio nemico. Considerato il pericolo che i musulmani si impadroniscano del legno della croce, nel 635 l’imperatore lo trasporta a Costantinopoli.
Nei secoli successivi viene ancora ridotto in migliaia di frammenti, distribuiti in larga quantità alle cattedrali, alle pievi, alle parrocchie, ai monasteri e alle famiglie religiose. Le comunità cristiane, sparse nel mondo, imitano le forme di culto della chiesa madre, tributando alla reliquia una crescente venerazione. Gli armeni venerano un pezzo della croce nella ricorrenze festive del suo ritrovamento, del suo ricupero dai persiani, della sua esaltazione e della consacrazione della prima basilica, edificata sull’area del Golgota e della tomba di Gesù. Le chiese di rito bizantino espongono la reliquia alla pubblica venerazione il 3 maggio, durante tutta la Settimana Santa e il 14 settembre. Al primo di agosto il patriarca di Costantinopoli porta in processione il legno della croce. Le tributa onore per «tenere lontano le malattie, dovute al caldo dell’estate» e per essere «benedetti e custoditi da Dio le vie e i bastioni della città stessa» . Nel periodo delle lotte iconoclaste si allenta il culto alla reliquia. Superate le controversie, si rinnova e si rinvigorisce la devozione al sacro legno, Nel secolo XIII un anonimo di Costantinopoli attesta: «La Croce veneranda, che attualmente è conservata in sacrestia… la ornano di pietre preziose e d’argento e la rivestono d’oro. E fino ad oggi dona salute, scaccia i mali e i demoni» .
In Occidente la Chiesa amplifica il rito dell’ostensione e della venerazione della croce di Gesù, aggiungendo una pluralità di canti. Per onorare un frammento della croce, dono dell’imperatore Giustino II di Costantinopoli alla regina Radegonda, nel 570 Venanzio Fortunato compone a Poitiers gli inni “Vexilla regis prodeunt” (Procedono i vessilli del Re) e “Pange lingua gloriosi proelium certaminis” (Canta, o lingua la gloriosa battaglia). In queste composizioni liriche Venanzio attenua gli aspetti dolorosi della passione di Gesù, mentre esalta il suo battagliero eroismo e la sua trionfale vittoria sulla morte. Imprime agli inni un contenuto teologico, sacrale, poetico, ardente e retorico. Musicati e cantati nelle celebrazioni liturgiche della Settimana Santa, dell’Invenzione e dell’Esaltazione della Santa Croce, sono divenuti molto famosi, finché nella liturgia è prevalsa la lingua latina. Hanno anche avuto un grande influsso spirituale presso il popolo cristiano, bramoso di percorrere il cammino che immette nella gloria celeste.
La comunità cristiana di Roma tributa un particolare culto a questo legno, portato nell’Urbe da sant’Elena. Il papa Sergio I (687-701) d’origine orientale, verso le ore 14 del Venerdì Santo lascia il Laterano e, scalzo, si reca in processione nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, accompagnando il trasporto della reliquia, custodita in un contenitore d’oro. Giunto nella chiesa scopre il sacro reperto, lo bacia, lo posa sull’altare, lo venera assieme ai presenti, si pone con giusta umiltà dinanzi a Dio e lo ringrazia di aver scelto un atroce strumento di morte per manifestarci il suo amore per noi. Commemora quindi la passione di Gesù con l’ascolto delle letture, tratte dal vecchio Testamento e dal Vangelo di Giovanni. Terminata la funzione con un’esortazione a sperare nel Signore, datore di vita, rientra nel Laterano. I papi, successori di Sergio I, mantengono la tradizione. Cantando salmi e antifone, ogni Venerdì Santo si recano in processione alla detta basilica, dove svelano la reliquia e la espongono all’adorazione, mentre il popolo canta l’Ecce lignum crucis (Ecco il legno della croce). Conservano questo tipo di celebrazione fino all’esilio di Avignone (1305). A Roma durante l’assenza del papa rimane tuttavia l’usanza di venerare pubblicamente la reliquia ad ogni venerdì e nella celebrazione del Venerdì Santo si introduce il rito dell’adorare la croce. Nel 1629 due dei suoi grossi frammenti sono trasferiti dalla basilica della Santa Croce alla basilica di San Pietro. Qui il papa, rientrato nella sua residenza, presiede i riti del Venerdì Santo e impartisce la benedizione finale con la reliquia della croce.
Le parrocchie, che ne custodiscono un frammento, sogliono esporlo il 14 settembre e il Venerdì Santo, perché i fedeli lo venerino e preghino il Signore. Qualche comunità parrocchiale organizza una processione con il sacro reperto, per ravvivare nel paese la memoria delle volontarie e gratuite sofferenze di Gesù.
Alcuni teologi moderni consigliano di relativizzare questa forma di culto popolare, perché essa potrebbe fomentare atteggiamenti superstiziosi. Altri l’approvano, per mantenere la fedeltà e la vivacità della tradizione. San Giovanni Damasceno dà, infatti, questo consiglio: «Quando tu vedi i figli dei cristiani che venerano la croce, sappi che essi rivolgono la venerazione al Cristo crocifisso e non al legno…Quando tu vedi un cristiano che venera la croce, sappi che egli la venera a causa di Cristo crocifisso e non a causa della natura del legno» . I maestri di vita spirituale si conformano alla tradizione e ritengono utile conservarla. San Paolo della Croce offre questo consiglio, valido per ogni cristiano: «Poiché le feste si celebrano con allegrezza, così la festa della Croce degli amanti del Crocifisso si fa penando e tacendo con volto ilare e sereno, affinché tal festa sia più segreta alle creature e scoperta solamente al sommo Bene» .

Il culto alle croci e ai crocifissi
I cristiani delle prime generazioni veneravano privatamente i graffiti della croce di Gesù, provocando la meraviglia e la derisione dei pagani . Infatti, un graffito sul Palatino, scoperto nel secolo scorso, raffigura un crocifisso con la testa d’asino e accanto un devoto in atto di adorazione. Sotto il graffito c’è un’iscrizione, che spiega la sarcastica immagine: ”Alessandro adora il proprio dio”.
Nel 394 l’imperatore Teodosio emana un editto, in cui riconosce che il cristianesimo è l’unica religione di Stato. Per rafforzare la consapevolezza della loro identità, i cristiani installano pertanto una croce nei luoghi di culto e nei locali statali, Erigono in particolare una grande e preziosa croce sul Calvario. Nei giorni festivi salgono sull’altura e onorano questa croce, ornandola di lampade e di torce .
Per mantenersi sempre protesi verso il Signore, i Padri della Chiesa raccomandano ai cristiani di venerare la raffigurazione della croce, che ricorda il martirio di Gesù. Il vescovo Niceta in una catechesi battesimale argomenta: «Ti seducono i piaceri del mondo? Rivolgiti alla croce di Cristo con più slancio, per trovare sollievo nella dolcezza di quella Vita che pendette dalla croce» . «Volgi il tuo cuore sempre al cielo, spera nella risurrezione. Desidera che si compia la promessa. Orgoglioso e fiducioso nella croce di Cristo e nella sua gloriosa passione, risponderai al nemico fieramente esorcizzandolo, quando ti assale lo spirito incutendoti terrore…» . San Leone Magno esorta: «Ammaestrato dall’esperienza, ogni fedele si armi della croce, perché sia stimato degno di Cristo» . San Sofronio osserva: «Cristo riconosce come verissimo suo adoratore colui che si è crocifisso per il mondo e nei fatti si mostra vero amico della croce…La croce viene innalzata; e chi non si alzerà misticamente da terra? Dove il redentore viene innalzato, là va di slancio anche il redento, desiderando sempre essere con chi l’ha salvato e ricevere da lui imperitura difesa» .
I cristiani d’Oriente e d’Occidente di ogni etnia si abituano ad inchinarsi davanti ai crocifissi dipinti o a tutto tondo. Li baciano con fede, li ornano con fiori, addobbi e ceri. Elevano specialmente inni di lode e d’invocazione al Signore crocifisso e glorioso. In un’omelia Giorgio di Nicomedia del secolo IX asserisce: o Signore, «bacio le tue sofferenze, per mezzo delle quali sono stato liberato dalle mie ignominiose sofferenze. Bacio la tua croce, per mezzo della quale hai condannato il peccato e mi hai liberato da una condanna di morte. Bacio quei chiodi, per mezzo dei quali hai allontanato da me il castigo proveniente dalla maledizione. Bacio i fori delle tue membra, per mezzo dei quali sono state sanate le ferite della mia disobbedienza» .
San Francesco d’Assisi eleva questa preghiera al Crocifisso di san Damiano: «Altissimo e glorioso Dio, illumini el core mio. Dame fede diricta, speranza certa, carità perfecta e humiltà profonda, senno e cognoscimento che io servo i tuoi comandamenti» . Passando nei crocicchi delle strade, esorta i suoi frati, che vedono un crocifisso, di recitare questa preghiera: «Ti lodiamo, o Cristo, e ti benediciamo per tutte le chiese sparse nel mondo, perché le hai redente per mezzo della tua santa croce» . Se si togliessero i crocifissi dai luoghi pubblici, si distruggerebbe la tradizione cristiana, si creerebbe un impoverimento culturale e si smarrirebbe la caratteristica di un popolo.
I cristiani venerano principalmente la croce di Cristo ad ogni Venerdì Santo. Ad un’ora stabilita si radunano in chiesa, spoglia di fiori e di decorazioni. Durante la celebrazione della Liturgia della Parola riconoscono che le loro infedeltà sono state la causa della morte del Signore, rivivono le sue sofferenze e quelle dei propri fratelli, sparsi nel mondo. Partecipano poi all’austero rito dell’adorazione della croce, nel quale il celebrante in tre riprese e con voce sempre più sonora proclama: “Ecco il legno della croce a cui fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo” . Con lentezza e compostezza si avvicinano quindi alla croce, posta in un luogo accessibile, ponendovi un bacio affettuoso, mentre un coro canta quest’antifona, che unisce meravigliosamente i due aspetti del mistero pasquale: «Adoriamo la tua Croce, Signore, lodiamo e glorifichiamo la tua santa risurrezione. Dal legno della Croce è venuta la gioia in tutto il mondo». Il coro, se c’è, può proseguire il canto degli emozionanti improperi. Composti dalla chiesa bizantina, presentano Gesù che parla all’assemblea orante. Le ricorda di averle elargito una litania di benefici, ma essa si è mostrata irriconoscente e ingrata: «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho contristato? Rispondimi» .

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MESSA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II (1984)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1984/documents/hf_jp-ii_hom_19840914_messa-halifax.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN CANADA

MESSA DELLA ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Central Commons (Halifax)

Venerdì, 14 settembre 1984

Ti adoriamo o Cristo e ti lodiamo,
perché con la tua croce hai redento il mondo. Alleluia.

Cari fratelli e sorelle.
1. Come rappresentanti del popolo di Dio nell’arcidiocesi di Halifax, di Cap Breton, di tutta la Nuova Scozia e dell’Isola Principe Edward, siete riuniti in questa acclamazione della liturgia con l’arcivescovo Hayes, con gli altri vescovi e con la Chiesa in tutto il mondo. La Chiesa cattolica celebra oggi la festa dell’Esaltazione della croce di Cristo. Come il Cristo crocifisso è innalzato dalla fede nei cuori di tutti coloro che credono, così egli innalza quegli stessi cuori con una speranza che non può essere distrutta. Poiché la croce è il segno della redenzione, e nella redenzione è contenuta la promessa della risurrezione e l’inizio della nuova vita: l’elevazione dei cuori umani.
All’inizio del mio ufficio nella sede di san Pietro ho cercato di proclamare questa verità con l’enciclica Redemptor Hominis. In questa stessa verità desidero oggi essere unito a tutti voi nell’adorazione della croce di Cristo:
“Non dimenticate le opere di Dio” (cf. Sal 78, 7).
2. Per conformarci all’acclamazione dell’odierna liturgia, seguiamo attentamente il sentiero tracciato da queste sante parole nelle quali ci viene annunciato il mistero dell’Esaltazione della croce.
In primo luogo, in queste parole è contenuto il significato del Vecchio Testamento. Secondo sant’Agostino, il Vecchio Testamento contiene ciò che è pienamente rivelato nel nuovo. Qui abbiamo l’immagine del serpente di bronzo al quale si riferì Gesù nella sua conversazione con Nicodemo. Il Signore stesso ha rivelato il significato di quest’immagine dicendo: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15).
Durante il cammino del popolo di Israele dall’Egitto alla Terra Promessa – poiché la gente si lamentava – Dio mandò un’invasione di serpenti velenosi a causa della quale molti perirono. Quando i sopravvissuti compresero la loro colpa chiesero a Mosè di intercedere presso Dio: “Prega il Signore che allontani da noi questi serpenti” (Nm 21, 7).
Mosè pregò e ricevette dal Signore quest’ordine: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta. Chiunque dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita” (Nm 21, 8). Mosè obbedì all’ordine. Il serpente di bronzo posto sull’asta rappresentò la salvezza dalla morte per tutti coloro che venivano morsi dai serpenti.
Nel libro della Genesi il serpente era il simbolo dello spirito del male. Ma adesso, per una sorprendente inversione, il serpente di bronzo issato nel deserto diventa una raffigurazione del Cristo, issato sulla croce.
La festa dell’Esaltazione della croce richiama alle nostre menti e, in un certo senso, rende attuale, l’elevazione di Cristo sulla croce. La festa è l’elevazione del Cristo redentore: chiunque crede nel Cristo crocifisso avrà la vita eterna.
L’elevazione di Cristo sulla croce costituisce l’inizio dell’elevazione dell’umanità attraverso la croce. E il compimento ultimo dell’elevazione è la vita eterna.
3. Questo evento del Vecchio Testamento è richiamato nel tema centrale del Vangelo di san Giovanni.
Perché la croce e il Cristo crocifisso sono la porta alla vita eterna?
Perché in lui – nel Cristo crocifisso – è manifestato nella sua pienezza l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Nella stessa conversazione con Nicodemo Cristo dice: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3, 16-17).
La salvezza del Figlio di Dio attraverso l’elevazione sulla croce ha la sua sorgente eterna nell’amore. È l’amore del Padre che manda il Figlio; egli offre suo Figlio per la salvezza del mondo. Nello stesso tempo è l’amore del Figlio il quale non “giudica” il mondo, ma sacrifica se stesso per l’amore verso il Padre e per la salvezza del mondo. Dando se stesso al Padre per mezzo del sacrificio della croce egli offre al contempo se stesso al mondo: ad ogni singola persona e all’umanità intera.
La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8).
4. All’avvento del Vangelo di Giovanni la liturgia della festa di oggi aggiunge la presentazione fatta da Paolo nella sua lettera ai Filippesi. L’apostolo parla di uno svuotamento di Cristo attraverso la croce; e allo stesso tempo dell’elevazione di Cristo al di sopra di tutte le cose; e anche questo ha avuto il suo inizio nella stessa croce:
“Gesù Cristo . . . spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, e apparso in forma umana, umiliò se stesso ancora di più facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 6-11).
La croce è il segno della più profonda umiliazione di Cristo. Agli occhi del popolo di quel tempo costituiva il segno di una morte infamante. Solo gli schiavi potevano essere puniti con una morte simile, non gli uomini liberi. Cristo, invece, accetta volentieri questa morte, la morte sulla croce. Eppure questa morte diviene il principio della risurrezione. Nella risurrezione il servo crocifisso di Jahvè viene innalzato: egli viene innalzato su tutto il creato.
Nello stesso tempo anche la croce è innalzata. Essa cessa di essere il segno di una morte infamante e diventa il segno della risurrezione, cioè della vita. Attraverso il segno della croce, non è il servo o lo schiavo che parla, ma il Signore di tutta la creazione.
5. Questi tre elementi dell’odierna liturgia, il Vecchio Testamento, l’inno cristologico di Paolo e il Vangelo di Giovanni, formano assieme la grande ricchezza del mistero del trionfo della croce.
Trovandoci immersi in questo mistero con la Chiesa, che attraverso il mondo celebra oggi l’Esaltazione della santa croce, desidero dividere con voi, in una maniera speciale, le sue ricchezze, cari fratelli e sorelle dell’arcidiocesi di Halifax, caro popolo della Nuova Scozia, dell’Isola Edward e di tutto il Canada.
Sì, desidero dividere con voi tutte le ricchezze di quella croce santa – che, quale stendardo di salvezza – fu piantata sul vostro suolo 450 anni fa. Da allora la croce ha trionfato in questa terra e, attraverso la collaborazione di migliaia di canadesi, il messaggio di liberazione e di salvezza della croce, è stato diffuso ai confini della terra.
6. Nello stesso tempo desidero rendere omaggio al contributo missionario dei figli e delle figlie del Canada che hanno dato la loro vita così “perché la parola del Signore si diffonda, e sia glorificata come lo è anche tra voi” (2 Ts 3,1). Rendo omaggio alla fede e all’amore che li ha motivati, e al potere della croce che ha dato loro la forza di andare avanti ed eseguire il comando di Cristo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 20).
E nel rendere omaggio ai vostri missionari, rendo parimenti omaggio alle comunità sparse per il mondo che hanno accolto il loro messaggio e segnato le loro tombe con la croce di Cristo. La Chiesa è grata per l’ospitalità loro concessa di un luogo di sepoltura, da dove essi attendono la definitiva esaltazione della croce santa nella gloria della risurrezione e della vita eterna.
Esprimo profonda gratitudine per lo zelo che ha caratterizzato la Chiesa in Canada e vi ringrazio per le preghiere, i contributi e le varie attività attraverso le quali voi sorreggete la causa missionaria. In particolare vi ringrazio per la vostra generosità verso la missione di aiuto delle società da parte della Santa Sede.
7. L’evangelizzazione resta per sempre il sacro retaggio del Canada, che vanta realmente una storia gloriosa dell’attività missionaria in patria e all’estero. L’evangelizzazione deve continuare ad essere esercitata attraverso l’impegno personale, predicando la speranza nelle promesse di Gesù e con la proclamazione dell’amore fraterno. Sarà sempre connessa con l’impianto e l’edificazione della Chiesa e avrà una profonda relazione con lo sviluppo e la libertà come espressione del progresso umano. Al centro di questo messaggio, tuttavia, c’è un’esplicita proclamazione di salvezza in Gesù Cristo, quella salvezza determinata dalla croce. Ecco le parole di Paolo VI: “L’evangelizzazione conterrà sempre – anche come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo – una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso” (Pauli VI, Evangelii Nuntiandi, 27).
La Chiesa in Canada sarà se stessa se proclamerà fra tutti i suoi membri, con paole e fatti, l’esaltazione della croce, e sempre che, in patria e all’estero, essa sia una Chiesa evangelizzante.
Anche se queste parole vengono da me, c’è un altro che parla ovunque ai cuori dei giovani. È lo stesso Spirito Santo, ed è lui che fa pressione su ciascuno di noi, come membro di Cristo, per indurci ad abbracciare e a portare la buona novella dell’amore di Dio. Ma ad alcuni lo Spirito Santo sta proponendo il comando di Gesù nella sua forma specifica missionaria: andate a reclutare discepoli di tutte le nazioni. Dinanzi alla Chiesa intera, io, Giovanni Paolo II, proclamo ancora una volta l’assoluto valore della vocazione missionaria. E assicuro tutti i chiamati alla vita ecclesiastica e religiosa che nostro Signore Gesù Cristo è pronto ad accettare e rendere fruttuoso il sacrificio speciale delle loro vite, nel celibato, per l’esaltazione della croce.
8. Oggi la Chiesa, annunciando il Vangelo, rivive in un certo qual modo tutto il periodo che ha inizio il mercoledì delle Ceneri, raggiunge il suo apice durante la Settimana Santa e a Pasqua e prosegue nelle settimane successive fino alla Pentecoste. La festa dell’Esaltazione della santa croce è come il compendio di tutto il mistero pasquale di nostro Signore Gesù Cristo.
La croce è gloriosa perché su di essa il Cristo si è innalzato. Attraverso di essa, il Cristo ha innalzato l’uomo. Sulla croce ogni uomo è veramente elevato alla sua piena dignità, alla dignità del suo fine ultimo in Dio.
Attraverso la croce, inoltre, è rivelata la potenza dell’amore che eleva l’uomo, che lo esalta.
Veramente tutto il disegno di Dio sulla vita cristiana è condensato qui in un modo meraviglioso: il disegno di Dio e il suo senso! Diamo la nostra adesione al disegno di Dio e al suo senso! Ritroviamo il posto della croce nella nostra vita e nella nostra società.

Parliamo della croce in modo particolare a tutti coloro che soffrono, e trasmettiamo il suo messaggio di speranza ai giovani. Continuiamo a proclamare fino ai confini della terra il suo potere salvifico: “Exaltatio Crucis!”: la gloria della santa croce!
Fratelli e sorelle: “Non dimenticate mai le opere del Signore”! Amen.

LA NASCITA DELLA MADRE DI DIO NELLA TRADIZIONE BIZANTINA – DI MANUEL NIN

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/comments/2012/documents/206q01b1.html

LA NASCITA DELLA MADRE DI DIO NELLA TRADIZIONE BIZANTINA

ECCO LA REGINA CHE GERMOGLIA DA IESSE

DI MANUEL NIN

Come prima grande festa dell’anno liturgico, l’8 settembre la tradizione bizantina celebra la Nascita della Madre di Dio, con un giorno di prefesta e quattro di ottava (solo quattro per la vicinanza con la seconda delle grandi feste, quella dell’Esaltazione della santa Croce il 14 dello stesso mese). L’icona della festa è molto simile a quelle della nascita di Giovanni Battista e nascita di Cristo: Anna sdraiata al centro della scena iconografica e accudita da tre donne, guarda Gioacchino oppure la neonata, che viene lavata e curata dalle levatrici. A un lato dell’icona troviamo Gioacchino che guarda la moglie e la bimba.
L’amore sponsale dei due anziani è sottolineato dal loro sguardo tenero e sereno. Due donne lavano Maria, avvolta in fasce come Cristo nell’icona di Natale e come l’anima di Maria accolta in cielo da Cristo stesso nell’icona della Dormizione della Madre di Dio. Come se il ciclo liturgico, in questa sua prima grande festa, volesse ricordarci attraverso l’icona l’ultima delle grandi feste, quella appunto della Dormizione: il mistero della nascita della Madre di Dio e quello della sua glorificazione in cielo.
Nell’ufficiatura, tema di sottofondo è la gioia che la nascita di Maria porta a tutto il mondo, per la sua nascita, ma anche perché questa preannuncia quella di colui che da lei si incarna per opera della Spirito Santo: « Con la tua natività, o immacolata, sono sorti sul mondo i raggi spirituali della gioia universale, che a tutti preannunciano il sole della gloria, Cristo Dio perché sei tu che ci procuri la presente letizia, sei tu la causa della gioia futura, tu il gaudio della divina beatitudine ».
Riprendendo poi il saluto angelico del vangelo di Luca e sul modello dell’inno Akàthistos, Maria stessa è invitata alla gioia: « Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti ».
La liturgia sottolinea come Anna genera colei che a sua volta genererà la salvezza del genere umano: « Perché ecco, la regina, l’immacolata sposa del Padre, è germogliata dalla radice di Iesse ». Dal parto di Anna scaturisce quindi la gioia: « Non partoriranno più figli nel dolore le donne, perché è fiorita la gioia, e la vita degli uomini abita nel mondo. Non saranno più rifiutati i doni di Gioacchino, perché il lamento di Anna si è mutato in gioia ed essa dice: Rallegratevi con me, tutti voi del popolo eletto Israele: poiché ecco, il Signore mi ha donato la reggia vivente della sua divina gloria, per la comune letizia, gioia e salvezza delle anime nostre ».
In un tropario sono ben dieci i titoli cristologici dati alla Madre di Dio, conclusi da una professione di fede nel mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio: « Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, perché ecco, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata a essere madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne, che spunta dalla radice di Iesse, l’annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l’immacolata nascita della Vergine ».
Diversi testi presentano il contrasto tra la sterilità di Anna e il parto verginale e divino di Maria, come quello che segue: « Oggi è il preludio della gioia universale. Oggi cominciano a spirare le aure che preannunciano la salvezza. La sterilità della nostra natura è finita, perché la sterile diventa madre di colei che resta vergine dopo aver partorito il Creatore, di colei dalla quale colui che è Dio per natura assume ciò che gli è estraneo, e, con la carne, per gli sviati opera la salvezza. Oggi la sterile Anna partorisce la Madre di Dio, prescelta fra tutte le generazioni per essere dimora del Re universale e Creatore, il Cristo Dio, a compimento della divina economia ».
Un tropario del vespro, infine, mette in luce il mistero del Verbo di Dio incarnato: « Colui che ha consolidati i cieli con sapienza, nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente ».

Publié dans:feste di Maria |on 12 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

Martyrio SS. Petri, Filatelia sacra

Martyrio SS. Petri, Filatelia sacra dans immagini sacre VATICANO1967_San+Pietro

http://filateliasacra.blogspot.it/2014_06_01_archive.html

Publié dans:immagini sacre |on 11 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

ENZO BIANCHI : SANTITÀ E BELLEZZA

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/bianchi_lessicointeriore1.htm

ENZO BIANCHI : SANTITÀ E BELLEZZA

La tradizione cristiana, soprattutto occidentale, ha operato un’interpretazione essenzialmente morale della santità. Questa però non consiste propriamente nel non peccare, bensì nel fare affidamento sulla misericordia di Dio che è più forte dei nostri peccati e capace di rialzare il credente che è caduto. TI santo è il canto innalzato alla misericordia di Dio, è colui che testimonia la vittoria del Dio tre volte santo e tre volte misericordioso. La santità cioè è grazia, dono, e chiede all’uomo l’apertura fondamentale per lasciarsi invadere dal dono divino: la santità dunque testimonia anzitutto il carattere responsoriale dell’ esistenza cristiana, un carattere che afferma il primato dell’ essere sul fare, del dono sulla prestazione, della gratuità sulla legge. Possiamo dire che la santità cristiana, anche nella sua dimensione etica, non ha un carattere legale o giuridico, ma eucaristico: è risposta alla charis di Dio manifestata in Cristo Gesù. Ed è segnata perciò dalla gratitudine e dalla gioia; il santo è colui che dice a Dio: «Non io, ma Tu».
Questa ottica di grazia preveniente ci porta ad affermare che altro nome della santità è bellezza. Sì, nell’ottica cristiana la santità si declina anche come bellezza. Già il Nuovo Testamento associa queste due esortazioni ai cristiani: avere «una condotta santa» non è altro che avere «una condotta bella» (cfr. 1 Pietro l, l 5 – l 6 e 2,12). Articolata come bellezza, la santità appare anzitutto essere impresa non individualistica, non frutto dello sforzo, magari eroico, del singolo, ma evento di comunione. È la comunione raffigurata iconicamente in Mosè ed Elia «apparsi nella gloria» (Luca 9,3r) e nei discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni radunati attorno al Cristo splendente nella luce della trasfigurazione. È la communio sanctorum, la comunione dei santi, di coloro che partecipano alla vita divina communicantes in Unum, comunicando con Colui che è l’unica sorgente della santità (cfr. Ebrei 2,11). Come non ricordare la cattedrale di Chartres con le statue dei santi dell’ Antico e del Nuovo Testamento radunati attorno al Beau Dieu come tanti raggi che promanano dall’unico sole? La gloria di Colui che è «l’autore della bellezza» rifulge sul volto di Gesù, il Cristo (2 Corinti 4,6), il Messia cantato dal Salmista come «il più bello tra i figli dell’uomo» (Salmo 45,3), e si effonde nel cuore dei cristiani grazie all’azione dello Spirito santificato re, che plasma il loro volto a immagine e somiglianza del volto di Cristo, trasformando le loro individualità biologiche in eventi di relazione e comunione. E così la vita e la persona del cristiano possono conoscere qualcosa della bellezza della vita divina trinitaria, vita che è comunione, pericoresi di amore.
La santità è bellezza che contesta la bruttura della chiusura in sé, dell’ egocentrismo, della philautia. È gioia che contesta la tristezza di chi non si apre al dono di amore, come il giovane ricco che «se ne andò triste» (Matteo 19,22). Ha scritto Léon Bloy: «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi». Ecco la santità, e la bellezza, come dono e responsabilità del cristiano. All’interno di un mondo che «è cosa bella» – come scandisce il racconto della Genesi – l’uomo viene creato da Dio nella relazione di alterità maschio-femmina e stabilito come partner adeguato per Dio, capace di ricevere i doni del suo amore, e quest’ opera creazionale viene lodata come «molto bella» (Genesi 1,31). In un mondo chiamato alla bellezza, l’uomo, che è posto come responsabile del creato, ha la responsabilità della bellezza del mondo e della propria vita, di sé e degli altri. Se la bellezza è «una promessa di felicità» (Stendhal), allora ogni gesto, ogni parola, ogni azione ispirata a bellezza è profezia del mondo redento, dei cieli nuovi e della terra nuova, dell’umanità riunita nella Gerusalemme celeste in una comunione senza fine. La bellezza diviene profezia della salvezza: «è la bellezza» ha scritto Dostoevskij «che salverà il mondo».
Chiamati alla santità, i cristiani sono chiamati alla bellezza, ma allora noi ci possiamo porre questo interrogativo: che ne abbiamo fatto del mandato di custodire, creare e vivere la bellezza? Si tratta infatti di una bellezza da instaurare nelle relazioni, per fare della chiesa una comunità in cui si vivano realmente rapporti fraterni, ispirati a gratuità, misericordia e perdono; in cui nessuno dica all’ altro: «lo non ho bisogno di te» (1 Corinti 12,21), perché ogni ferita alla comunione sfigura anche la bellezza dell’unico Corpo di Cristo. È una bellezza che deve caratterizzare la chiesa come luogo di luminosità (cfr. Matteo 5,14-16), spazio di libertà e non di paura, di dilatazione e non di conculcamento dell’umano, di simpatia e non di contrapposizione con gli uomini, di condivisione e solidarietà soprattutto con i più poveri. È bellezza che deve pervadere gli spazi, le liturgie, gli ambienti, e soprattutto quel tempio vivente di Dio che sono le persone stesse. È la bellezza che emerge dalla sobrietà, dalla povertà, dalla lotta contro l’idolatria e contro la mondanità. È la bellezza che rifulge là dove si fa vincere la comunione invece del consumo, la contemplazione e la gratuità invece del possesso e della voracità. Sì, il cristianesimo è philocalia, via di amore del bello, e la vocazione cristiana alla santità racchiude una vocazione alla bellezza, a fare della propria vita un capolavoro di amore. TI comando «Siate santi perché io, il Signore, sono santo» (Levitico 19,2; I Pietro 1,16) è ormai inscindibile dall’ altro: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Giovanni 13,34). La bellezza cristiana non è un dato, ma un evento. Un evento di amore che narra sempre di nuovo, in maniera creativa e poetica, nella storia, la follia e la bellezza tragica dell’ amore con cui Dio ci ha amati donandoci suo Figlio, Gesù Cristo.

Publié dans:Enzo Bianchi |on 11 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

OMELIA 24A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

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OMELIA 24A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

Per cominciare
Presso Cesarea di Filippo, a nord della Galilea, il vangelo di Marco ci mette di fronte a due domande cruciali che Gesù pone ai suoi apostoli per conoscere che cosa la gente e gli stessi apostoli pensano di lui. Poi fa riferimento alla croce che dovrà affrontare. E a Pietro che non capisce, e agli apostoli, dà una severa lezione di vita, per prepararli a scegliere fino in fondo la via evangelica.

La parola di Dio
Isaia 50,5-9a. Il terzo canto del Servo di Iahvè di Isaia presenta il profeta che non si sottrae all’umiliazione della persecuzione e della sofferenza. Egli ha una fiducia incrollabile nella vicinanza del Signore, che gli dà la forza di resistere e che gli renderà giustizia.
Giacomo 2,14-18. Se la fede non è seguita dalle opere, non può portare la salvezza, è una fede morta. Così dice Giacomo, che, pratico come sempre, invita a cristiani a rendere concreta la loro fede vivendo nell’amore fraterno.
Marco 8,27-35. Siamo a metà del vangelo di Marco, un vangelo che sin dall’inizio si domanda chi sia Gesù. In questo brano è lo stesso Gesù che invita gli apostoli a manifestare le proprie convinzioni. Ma poi sarà lui a parlare apertamente di sé e delle sue più profonde scelte di vita.

Riflettere…

o La domanda che Gesù pone ai suoi apostoli a Cesarea di Filippo viene riportata da tutti e tre i vangeli sinottici. La chiesa ci propone questa lettura nei tre cicli dell’anno liturgico, quasi a sottolinearne la centralità e anche l’importanza di un nostro coinvolgimento.
o Il vangelo di Marco, dopo aver dichiarato sin dal primo versetto di essere il « vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio » (Mc 1,1), poi pare dimenticarlo ed è tutto un interrogarsi su Gesù: « Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono! »" (Mc 1,27); « Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono? » (Mc 4,41); « Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? » (Mc 6,2).
o Qui siamo al capitolo ottavo e ci troviamo non solo a metà del vangelo di Marco (che, come si sa, è di 16 capitoli…), ma in qualche modo a una prima svolta sul riconoscimento della vera identità di Gesù. Pietro dice di lui: « Tu sei il Cristo », ma si ferma qui nella sua dichiarazione. Sarà soltanto il Padre che proclamerà subito dopo solennemente nel momento della trasfigurazione « Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo » (Mc 9,7). Non sarà comunque dagli apostoli, ma dalla bocca di un centurione romano, che – vedendolo spirare in quel modo sulla croce – uscirà nell’espressione della fede più matura: « Davvero quest’uomo era Figlio di Dio! » (Mc 15,39).
o Non c’è dubbio che gli apostoli, che condividono da vicino l’esperienza di Gesù, vengono coinvolti nei suoi successi e se ne compiacciono. Chissà se nel momento in cui sono stati invitati a seguirlo, abbandonando tutto subito – casa, famiglia e reti – si sono posto il problema di cosa avrebbero affrontato mettendosi al suo seguito… Certo, da buoni ebrei, sono rimasti impressionati dai miracoli, dalle sue parole, dalla fama che si è conquistata, e probabilmente si sono convinti che seguendo quest’uomo speciale sarebbero andati incontro a un sicuro successo. Non per niente, proprio domenica prossima ricorderemo che, mentre Gesù parla della sua passione, essi discutono tra di loro su chi sia il più grande tra di loro » (Mc 9,34).
o Questo potrebbe forse spiegare la loro delusione e l’abbandono nel momento della prova, quando al posto di vedere il trionfo di Gesù, si dovettero confrontare con un uomo che si arrende a chi lo manda in prigione e lo tortura, e non reagisce davanti a chi lo appende a una croce.
o In qualche misura già nell’antico testamento si può trovare qualche traccia di questo modo di proporsi di Gesù. Quanti personaggi minori e scartati o perseguitati dai potenti trovano nella Bibbia la loro difesa in Dio. L’affermazione più limpida al riguardo la si trova sicuramente nel terzo canto del libro di Isaia (prima lettura), in cui un misterioso profeta, che la chiesa nei secoli ha sempre riconosciuto come figura di Gesù, viene perseguitato, umiliato, flagellato, ma non è abbandonato da Dio, che lo libera dalle mani dei nemici e lo glorifica, dichiarandolo giusto e portando a compimento la sua missione.
o È comunque a questi apostoli, con gli occhi pieni di ciò che vedono e ambiziosi, che Gesù pone una doppia domanda a bruciapelo: « La gente, chi dice che io sia? ». Ed ecco che gli apostoli si fanno interpreti della gente e dicono che egli è visto come un grande profeta del passato; oppure come un nuovo Giovanni Battista. Sembrano dichiarazioni importanti, in realtà Gesù è più di un profeta, ben più grande del Battista. Lo stesso Marco afferma che la gente lo ammira, perché « sono stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegna loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi » (Mc 1,27). Eppure non mancherà chi lo definirà un esaltato, un bestemmiatore, un irriverente verso la tradizione…
o Gesù non si ferma, e volendo educare i suoi a vedere la persona del messia come la vede lui, continua: « Ma voi, chi dite che io sia? ».
o Risponde Pietro a nome di tutti e manifesta l’opinione che si è fatta nelle lunghe giornate passate accanto a lui: « Tu sei il Cristo ». Difficilmente si potrebbe trovare un risposta più corretta di questa, e più centrata. Nel vangelo di Matteo viene addirittura ricordato l’elogio che ne fa Gesù: « Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli » (Mt 16,17).
o Eppure, chissà che cosa gira nella testa di Pietro quando afferma che Gesù è il messia. È facile immaginarlo: pensa ciò che pensano un po’ tutti: che Gesù è la speranza di Israele, l’atteso liberatore, colui avrebbe rimesso le cose a posto, e che avrebbe ridato a Israele tutta la grandezza promessa dall’alleanza con Dio.
o È a questo punto che il racconto cambia registro. Gesù sa che è scontato – così come è sempre stato nella storia ebraica – che un profeta sia perseguitato: è stato così per Isaia, per Geremia; è stato così, e lo denuncia Gesù stesso, per « Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario » (Lc 11,51). Già si accorge che l’atteggiamento della chiesa ebraica si fa sempre più minaccioso nei suoi confronti e vuole preparare i suoi amici a quella che apparirà come una tragica sconfitta. « Il figlio dell’uomo dovrà soffrire molto », dice. E le sue parole sono una doccia fredda per Pietro e gli altri.
o È sempre Pietro che prende la parola, il generoso e l’entusiasta Pietro: prende Gesù in disparte e si mette rimproverarlo con tutta la carica di amicizia e di affetto di cui è capace.
o Gesù non coglie però gli aspetti apparentemente positivi dell’invito di Pietro e ha verso di lui parole durissime:  » Va’ dietro a me, Satana! « . Gesù lo invita a tornare al suo posto, a stargli dietro, a seguire i suoi passi. Lo chiama satana perché gli suggerisce scelte in linea con chi, tentandolo nel deserto, lo ha già invitato a un messianismo diverso (Mt 4,1-11).
o Gesù sa che la croce per lui sarà l’occasione per portare a termine fino in fondo il piano di Dio, e dimostrerà la serietà di quanto ha predicato. Egli non ama la croce, ha paura della croce, Pietro glielo ricorda e gli si pone come tentazione in questo momento, con i suoi ragionamenti umani. Ma sa anche che se vorrà essere fedele fino in fondo dovrà inevitabilmente giungere a quella tragica conclusione

Attualizzare

* Che cosa pensiamo di Gesù? Siamo a messa, dunque si direbbe una domanda provocatoria e politicamente scorretta. Eppure, come dicevamo, la chiesa ce la ripropone ogni anno.
* « Di Gesù non si parla, tra persone educate », dice Vittorio Messori. Infatti è ancora tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Si direbbe che sia rimasto l’ultimo tabù. E afferma che anche i preti non ne parlano troppo: « È vero: ogni domenica accennano a lui in qualche milione di prediche… Ma sembra che la fede in lui non costituisca un problema ». Ma conclude: « Che lo si voglia o no, da secoli in Europa, nelle Americhe, in Oceania, in Africa, in parte dell’Asia, quelle due sillabe (Gesù) sono legate al senso del nostro destino ».
* Lo confermano molti testimoni che si sono lasciati prendere dalla persona di Gesù. Fëdor Dostoevskij dice: « Il mio credo è molto semplice. Eccolo: credo che non esista niente di più bello, di più profondo, di più simpatico, di più virile e di più perfetto del Cristo; e io lo dico a me con un amore geloso, che non esiste e non può esistere ». Così il cardinal Carlo Maria Martini: « Ho conosciuto Gesù sin dalla mia prima adolescenza e ne sono stato grandemente affascinato, me ne sono innamorato. Ho avvertito subito che con una figura così non è possibile scherzare: o si prende tutto o si rifiuta tutto ».
* Se infatti sono tanti che vivono con distacco il rapporto con la propria fede, altri, anche tra i giovani, sentono tutto il fascino che si sprigiona dalla persona di Gesù. Un giovane, che si era trovato con altre centinaia di giovani a pregare a Taizé, aveva percorso la strada del ritorno scrivendo sulla sua macchina con la vernice bianca le parole Christ is the answer (Cristo è la risposta).
* Oggi siamo chiamati a riconoscere l’assoluta unicità della persona di Gesù. Questa è la vera risposta alle due domande poste a Cesarea di Filippo. Noi sicuramente siamo in grado di rispondere in modo più pieno, rispetto a Pietro, che non aveva ancora fatto l’esperienza della Pasqua. Duemila anni di cristianesimo dovrebbero averci insegnato qualcosa.
* In ogni caso, le stesse domande oggi la chiesa le propone a tutte le comunità cristiane del mondo. E l’intenzione è chiara: sollecitare i cristiani a intraprendere un rapporto diverso con Gesù, capire che fare amicizia con lui non è solo qualcosa di speciale, è entrare in rapporto con chi può dettarmi le regole che danno un senso pieno alla vita. Perché se Gesù non è questo non è nulla. Non basta portare un crocifisso al collo, segnarsi prima di iniziare la partita o averne un bel dipinto in casa: sono espressione di una religiosità popolare, a volte sincera, ma ambigua e superficiale.
* Nella seconda parte del vangelo di oggi, potremmo dire che è Gesù stesso a dare la risposta alle sue domande. In pratica è lui a dire apertamente qual è la sua identità di messia, quali sono le sue scelte di vita.
* Gesù accetta la risposta di Pietro e la fa sua, ma subito si premura di raccomandare severamente di non parlarne con nessuno. È il famoso « segreto messianico », la scelta di Gesù di non rivelarsi se non attraverso la predicazione e i miracoli, per evitare di dare spago a chi attendeva il messia e lo pensava diverso da come lui intendeva essere e presentarsi.
* Gesù ha scelto sin dall’inizio gli ultimi e si è collocato egli stesso tra di loro, dalla loro parte. Ha scelto povertà e croce ben prima di consumarla sul Golgota, e ora propone lo stesso modello di vita ai suoi discepoli. « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua », dice, cogliendo tutti di sorpresa, primo tra tutti Pietro, che lo rimprovera.
* Per chi ha fede sul serio, la croce è la conseguenza di una donazione a Dio senza riserve: non l’accetta quindi come una eventualità indesiderata, ma come lo strumento, il segno di una fedeltà. È stato così per i tanti cattolici solidali, da mons. Romero a Madre Teresa, da san Francesco a padre Kolbe. È stato così per chi ha scelto la solidarietà e il vivere in comunione con i fratelli da cristiani, come Bonhoeffer e Luther King; o da altre sponde, come Gandhi.
* Seguire Cristo ha questo significato. Seguire Cristo può voler dire essere disposti a perdere umanamente tutto. E i nostri ragionamenti umani possono diventare di inciampo agli altri: ogni volta che come Pietro consideriamo la sofferenza e la morte come un pericolo da evitare, diventiamo di scandalo, impediamo agli altri di realizzare il piano di Dio nella loro vita.
* La logica di Gesù è senza dubbio una logica vincente, ma solo nella prospettiva della fede. La risurrezione, che è una realtà esaltante, passa attraverso la croce. Non si arriva alla risurrezione scavalcando la sofferenza, ma accettandola.
* La croce, che era il supplizio degli schiavi, cioè di coloro che non appartenevano a se stessi, ma erano proprietà di un altro, è diventata il simbolo di chi si fa servo degli altri, così come ha fatto Gesù. Portarla dietro a Gesù significa unirsi a lui per rendersi disponibili agli altri, fino al sacrificio.

Un uomo da osservare
« Anche Cristo non è stato sempre compreso, persino dai suoi stessi discepoli. Chi riesce a capire Cristo? Impossibile racchiuderlo nel semplicismo di uno slogan! Impossibile descriverlo con una sola pennellata o in un’unica frase! Ecco un uomo da osservare a lungo e da amare; un uomo con cui ci si può di sicuro confrontare nei momenti di dubbio. Egli dice con forza « vieni e seguimi », senza dare spiegazioni, eppure non obbliga nessuno… » (Gódfried Doracele).

Ricominciare da Gesù
« Gesù non rimane nella sua Nazaret ad aspettare le folle che sarebbero accorse al primo miracolo, ma scende a Cafarnao a cercare quelli che mai sarebbero saliti da lui. Egli sceglie e chiama i discepoli, sfama le folle, guarisce gli ammalati, consola gli afflitti, perdona i peccatori. È sempre lui a fare il primo passo, a provocare il dialogo, a smentire le menzogne, a cacciare i mercanti dalla casa del Padre, ad annunciare la Verità e ad accogliere i fanciulli. È sempre sua l’iniziativa di aprire gli occhi ai ciechi per costruire sulla terra il Regno di Dio » (mons. Salvatore Boccaccio).

Credere
« Nelle parole di Cristo c’è più luce che in nessun’altra parola d’uomo. Questo tuttavia non è sufficiente per essere un cristiano. Al di là di questo bisogna ancora « credere ». Ora io non credo » (André Gide).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

PSA 123 01 RICHES HEURES PRAYER FOR MERCY

 PSA 123 01 RICHES HEURES PRAYER FOR MERCY dans immagini sacre 15%20PSA%20123%2001%20RICHES%20HEURES%20PRAYER%20FOR%20MERCY
http://www.artbible.net/1T/Psa0000_Eventsportraits/pages/15%20PSA%20123%2001%20RICHES%20HEURES%20PRAYER%20FOR%20MERCY.htm

Publié dans:immagini sacre |on 10 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

LA BELLEZZA DELLA POESIA NELLA BIBBIA – Rav Alberto Sermoneta

http://www.lacittaonline.com/index.php?q=node/346

LA BELLEZZA DELLA POESIA NELLA BIBBIA

di Alberto Sermoneta
rabbino capo della Comunità ebraica di Bologna

È molto difficile parlare del rapporto che c’è tra l’uomo in generale, l’ebreo in particolare e Dio. Sin dai primissimi capitoli della Torah – la parte fondamentale dell’Antico Testamento – si narra dell’istituzione del rapporto tra l’uomo e Dio. Cercherò di trovare una spiegazione dal punto di vista rabbinico, poiché il contenuto del libro di Bloch mi tocca particolarmente da vicino, in quanto studioso del testo della Torah, della Bibbia, dei testi rabbinici e di ciò che riguarda lo scibile ebraico.
Nella Torah troviamo raccontato, sin dalla vita dei primi uomini, il rapporto di amore e timore o terrore nei confronti di Dio da parte degli esseri umani. Analizzando il titolo stesso del libro di Bloch, Dio e la poesia, mi vengono in mente quei brani che si trovano all’interno del testo biblico che sono parte integrante della Bibbia e che l’arricchiscono ancora di più del rapporto già marcato tra Dio e l’oggetto del suo creato, l’essere umano. I brani poetici per eccellenza si distinguono nel testo – dalla metrica, dalla composizione linguistica – rispetto a quelli in prosa.
Il primo esempio di poesia è il racconto che la Torah ci propone, riguardo la Creazione, nel primo capitolo del Genesi. La Creazione, nella sua lettura più poetica, ci fa notare quanto è grande lo sforzo che Dio fa per raggiungere quello scopo che egli stesso si era prefisso prima ancora d’iniziare l’opera creativa. Nel testo di Bloch, troviamo a un certo punto una domanda a proposito del verbo usato per la creazione. Sono le parole con cui comincia il testo biblico: “In principio, Dio ha creato il cielo e la terra”. Fanno molto bene gli esegeti a cercare l’origine più profonda sia delle parole sia dei verbi. Qual è il verbo della creazione? “Creò”: Dio creò il cielo e la terra. Nessuno di noi è in grado di capire se “creò” è la traduzione precisa di quanto dice la Bibbia in ebraico. Infatti, non è la traduzione precisa. I miei maestri mi hanno insegnato che tradurre è tradire. Il testo viene tradito nel momento in cui viene tradotto. Barah significa creare da una materia non esistente, cioè dal nulla. Questa è una caratteristica esclusivamente divina. Poi, andando avanti, troviamo altri verbi che ci fanno pensare alla creazione più umana, quella che noi conosciamo con il termine “creazione”: iozzer, che significa creare da una materia che non ha forma e, quindi, plasmare una figura. L’ultimo verbo della creazione che si trova nel secondo verso del secondo capitolo è asah, che significa fare, portare a termine qualcosa, completare. Questi sono i tre verbi della creazione. Se noi traduciamo tutti e tre con il termine “creare” commettiamo un errore. Dio ha una caratteristica superiore rispetto all’essere umano, cioè quella di creare qualcosa da ciò che non esiste. Questa è poesia, perché noi vediamo come viene scritta e descritta umanamente un’opera che è umanamente impossibile portare a termine. Continuare una certa opera è dato all’uomo come precetto fondamentale per proseguire la creazione ma, nonostante l’inumanità dell’opera, il testo dà un senso umano a questo compito. L’uomo e la donna si sposano per creare una famiglia, costituiscono una casa in funzione dei bisogni di coloro che verranno dopo il matrimonio, cioè i figli. Dio si prefigge di creare il mondo in funzione dell’essere umano. C’è una teoria cabalistica ebraica in cui si suppone che Dio, dopo aver completato la creazione, avesse bisogno di far posto all’uomo per vivere sulla terra e, quindi, si è ritratto da quella che è la sua onnipotenza. Dio non ha una stasi, può essere immanente e trascendente, può essere presente e può essere presente non essendo presente. Sono tante le caratteristiche, ma non è il caso di soffermarsi su di esse, in questa occasione.
Un’altra grande testimonianza della presenza divina nella poesia la troviamo in quella che è considerata la “poesia” per eccellenza. Nell’ebraico biblico, per tradurre il termine poesia, si usa il termine scir o scirah, molto bello anche come assonanza: ricorda un canto, più che una poesia. In fondo, non dimentichiamo che le poesie sono considerate canti per la loro bellezza lirica. La scirah per eccellenza è quella che il popolo ebraico intonò dopo aver attraversato il mar Rosso e che si trova raccontata nel capitolo XV dell’Esodo. Dopo aver definitivamente abbandonato la schiavitù, una schiavitù che non permetteva di dimostrare le proprie ragioni, di mettere in pratica le proprie tradizioni, dopo aver abbandonato tutto ciò, Mosè e i figli d’Israele intonarono questa cantica. Gli esegeti sostengono che la predisposizione alla cantica è qualcosa che viene naturalmente nell’uomo, in una condizione però diversa da quella che egli vive di consueto. Sostengono che le parole dette nel testo biblico, e che iniziano con il verso precedente all’inizio del capitolo XV, si concludono poi con la cantica in questione: “E il popolo ebbe timore del Signore ed ebbe fiducia nel Signore e in Mosè”. La fiducia in Dio e in colui che è stato scelto per essere il suo condottiero provoca al popolo un’ispirazione particolare, divina.
Un’altra scirah la troviamo nel Libro dei Giudici, intonata dal popolo quando sconfigge finalmente, dopo anni di guerre, i Filistei; è la stessa cantica pronunciata da re David nel Libro di Samuele, nel capitolo XXII, quando sconfigge definitivamente i suoi nemici e riesce a scappare dalle mani di Saul che voleva ucciderlo. Vediamo così che nella cantica all’interno del testo biblico c’è sempre un rapporto con Dio, ma è un rapporto indiretto. Dio non è la causa della cantica, è forse qualcosa che sta all’esterno. Non è Dio, ma l’uomo che combatte la guerra e la vince, può essere una guerra fisica ma anche morale, psicologica, e la vince grazie alla fiducia in se stesso e in Dio. O viceversa: avendo fiducia in Dio ritrova la fiducia in se stesso. C’è un bellissimo episodio, che non è di poesia, della guerra contro Amaleck, che ci fa riflettere. Nel capitolo XVII dell’Esodo, il popolo ebraico viene attaccato da questo esercito, è in una condizione particolare, è stanco, ha appena lasciato l’Egitto. Questo esercito attacca il popolo nelle retrovie, dove ci sono donne, bambini e persone malate. Il popolo comincia a perdere la speranza di vincere questo esercito, di vincere Amaleck, il nemico per eccellenza del popolo ebraico. Poi troviamo una cosa strana, che ha quasi dell’inverosimile: Dio comanda a Mosè di salire in cima a una collina per sorreggergli le braccia tenendole con le sue mani. Quando il popolo, alzando gli occhi, vedeva Mosè con le braccia in alto, sconfiggeva Amaleck; viceversa, quando le braccia di Mosè cadevano per la stanchezza, il popolo perdeva. Non è che le braccia di Mosè avessero una forza particolare. Che cosa significa aver le braccia in alto? Le braccia in alto sono il simbolo della presenza: “Io ci sono, sono presente”. E, quindi, gli uomini ritrovano la fiducia in se stessi attraverso la fiducia in Dio, la fiducia in qualcosa che, anche se non si vede, si percepisce. La presenza di Dio all’interno della vita dell’essere umano fa sì che egli possa acquisire la fiducia in se stesso. Questa fiducia ritrovata viene poi espressa nel migliore dei mezzi che l’uomo possa adottare, quello dello studio, della cultura e, quindi, della poesia. La poesia è il mezzo più bello che si possa comprendere per uno studio, una discussione e tutto ciò che può essere cultura e tradizione.
L’espressione divina all’interno della poesia non è altro che un riconoscimento di colui che imprime la fiducia in noi stessi. Se manca la fiducia in noi stessi non possiamo avere nessun tipo di contatto con la società che ci circonda.
In questo libro ci sarebbero molte altre cose su cui ragionare, cose che possono andare, apparentemente, in contrasto con la tradizione ebraica, ma c’è altrettanto della tradizione biblica, rabbinica, cabalistica all’interno di questa espressione poetica del ritrovare il simbolismo della divinità nella poesia stessa.

N. 12 – Dic. 2004

PAPA FRANCESCO – CONTEMPLARE GESÙ MITE E SOFFERENTE (2013)

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20130912_contemplare-cristo.html

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

CONTEMPLARE GESÙ MITE E SOFFERENTE

Giovedì, 12 settembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 209, Ven. 13/09/2013)

Non è facile per i cristiani vivere secondo i principi e le virtù ispirati da Gesù. «Non è facile, ma — ha detto Papa Francesco durante la messa celebrata giovedì mattina, 12 settembre, nella cappella di Santa Marta — è possibile»: basta «contemplare Gesù sofferente e l’umanità sofferente» e vivere «una vita nascosta in Dio con Gesù».
La riflessione del Santo Padre è stata ispirata dalla ricorrenza della memoria liturgica del nome di Maria. «Oggi — ha esordito — festeggiamo l’onomastico della Madonna. Il santo nome di Maria. Una volta questa festa si chiamava il dolce nome di Maria e oggi nella preghiera abbiamo chiesto la grazia di sperimentare la forza e la dolcezza di Maria. Poi è cambiato, ma nella preghiera è rimasta questa dolcezza del suo nome. Abbiamo bisogno oggi della dolcezza della Madonna per capire queste cose che Gesù ci chiede. È un elenco non facile da vivere: amate i nemici, fate del bene, prestate senza sperare nulla, a chi ti percuote sulla guancia offri anche l’altra, a chi ti strappa il mantello non rifiutare anche la tunica. Sono cose forti. Ma tutto questo, a suo modo, è stato vissuto dalla Madonna: la grazia della mansuetudine, la grazia della mitezza».
«L’apostolo Paolo — ha proseguito — insiste sullo stesso tema: “Fratelli, scelti da Dio, santi e amati. Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri” se qualcuno avesse di che lamentarsi nei confronti di un altro. Come il Signore vi ha perdonato così fate anche voi (Colossesi 3, 12-17)». Certo, ha notato il Pontefice, ci viene chiesto molto e per questo la prima domanda che sorge spontanea è: «Ma come posso fare questo? Come mi preparo per fare questo? Cosa devo studiare per fare questo?». La risposta per il Papa è chiara: «Noi, con il nostro sforzo, non possiamo farlo. Soltanto una grazia può farlo in noi. Il nostro sforzo aiuterà; è necessario ma non sufficiente».
«L’apostolo Paolo In questi giorni — ha proseguito il Pontefice — ci ha parlato spesso di Gesù. Gesù come la totalità del cristiano, Gesù come il centro del cristiano, Gesù come la speranza del cristiano, perché è lo sposo della Chiesa e porta speranza per andare avanti; Gesù come vincitore sul peccato, sulla morte. Gesù vince ed è andato in cielo con la sua vittoria». A questo proposito l’apostolo ci insegna qualcosa, «ci dice: “Fratelli, se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù dove è Cristo trionfatore; è là, seduto alla destra di Dio. Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra… Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”».
È questa «la strada per fare quello che il Signore ci chiede: nascondere la nostra vita con Cristo in Dio» ha ripetuto il Papa. E ciò deve rinnovarsi in ognuno dei nostri atteggiamenti quotidiani, poiché, ha spiegato il Vescovo di Roma, solo se abbiamo il cuore e la mente rivolti al Signore, «trionfatore sul peccato e sulla morte», possiamo fare quello che egli ci chiede.
Mitezza, umiltà, bontà, tenerezza, mansuetudine, magnanimità sono tutte virtù che servono per seguire la strada indicata da Cristo. Riceverle è «una grazia. Una grazia — ha specificato il Santo Padre — che viene dalla contemplazione di Gesù». Non a caso, ha ricordato ancora, i nostri padri e le nostre madri spirituali ci hanno insegnato quanto sia importante guardare alla passione del Signore.«Solo contemplando l’umanità sofferente di Gesù — ha ripetuto il Pontefice — possiamo diventare miti, umili, teneri così come lui. Non c’è altra strada». Certo, dovremo fare lo sforzo di «cercare Gesù; di pensare alla sua passione, a quanto ha sofferto; di pensare al suo silenzio mite». Questo, ha ribadito, sarà il nostro sforzo; poi «al resto ci pensa lui, e farà tutto quello che manca. Ma tu devi fare questo: nascondere la tua vita in Dio con Cristo».
Dunque per essere buoni cristiani è necessario contemplare sempre l’umanità di Gesù e l’umanità sofferente. «Per rendere testimonianza? Contempla Gesù. Per perdonare? Contempla Gesù sofferente. Per non odiare il prossimo? Contempla Gesù sofferente. Per non chiacchierare contro il prossimo? Contempla Gesù sofferente. Non c’è altra strada» ha ripetuto il Papa ricordando poi che queste virtù sono le stesse del Padre, «che è buono, mite e magnanimo, che ci perdona sempre», e le stesse della Madonna nostra madre. Non è facile ma è possibile. «Affidiamoci alla Madonna. E quando oggi — ha concluso — le diamo gli auguri per il suo onomastico, chiediamole che ci dia la grazia di sperimentare la sua dolcezza».

The Cappadocia; Haçli Kilise, the Church of the Cross, is on the north rim of Red Valley.

The Cappadocia; Haçli Kilise, the Church of the Cross, is on the north rim of Red Valley.  dans immagini sacre goreme-cappadocia-015

http://cromwell-intl.com/travel/turkey/goreme/

Publié dans:immagini sacre |on 9 septembre, 2015 |Pas de commentaires »
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