Archive pour septembre, 2015

La guarigione del paralitico

La guarigione del paralitico dans immagini sacre 3

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VIVEVANO IN CATAPECCHIE, MA COSTRUIVANO CATTEDRALI – IL DUOMO DI MILANO

http://www.gliscritti.it/approf/2008/papers/guidi240108.htm

VIVEVANO IN CATAPECCHIE, MA COSTRUIVANO CATTEDRALI. IL FINANZIAMENTO DELLA COSTRUZIONE DEL DUOMO DI MILANO IN UNA RECENTE RICERCA DI MARTINA SALTAMACCHIA

di Silvia Guidi

(L’Osservatore Romano – 2-3 gennaio 2008)

Riprendiamo da L’Osservatore Romano (che ne detiene il copyright) del 2-3 gennaio 2008 questa recensione al volume di Martina Saltamacchia sulla costruzione del duomo di Milano. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Dinanzi a questa ricerca tornano in mente le parole che il grande regista Ingmar Bergman pronunciò durante una conferenza: «Secondo un’antica leggenda, la cattedrale di Chartres fu colpita dal fulmine e interamente bruciata. Migliaia di persone giunsero allora da tutte le parti della terra, come una gigantesca processione di formiche; e tutti insieme – architetti, artisti, operai, contadini, nobili, preti, borghesi – si misero a ricostruire la cattedrale dov’era prima, e lavorarono finché la costruzione non fu ultimata. Ma tutti rimasero anonimi, e oggi nessuno sa chi costruì la cattedrale di Chartres.
A parte le mie credenze e i miei dubbi personali, che a questo proposito sono irrilevanti, è mia opinione che l’arte perse il suo impulso creativo fondamentale al momento in cui fu separata dalla fede. Fu il taglio del cordone ombelicale, ed oggi essa vive la sua sterile vita, generandosi e degenerandosi. In altri tempi l’artista rimaneva sconosciuto, e la sua opera era dedicata alla gloria di Dio. Egli viveva e moriva senza essere né più né meno importante di altri artigiani; “valori eterni”, “immortalità”, “capolavoro” erano termini non applicabili al suo caso. La capacità di creare era un dono. In un mondo come quello fioriva una sicurezza invulnerabile e una naturale umiltà.
Oggi l’individuo è divenuto la forma più alta e la più grande rovina della creazione artistica. La più piccola offesa o il più piccolo odore dell’io vengono esaminati al microscopio come se fossero di un’importanza eterna. L’artista considera il suo isolamento, la sua soggettività, il suo individualismo, come cose quasi sacre. E così finiamo per ammassarci in un grande ovile, dove ce ne stiamo a belare sulla nostra solitudine, senza ascoltarci l’un l’altro, e senza renderci conto di soffocarci a vicenda. Gli individualisti si guardano negli occhi tra loro, e intanto negano la loro reciproca esistenza. Ci muoviamo in circolo, limitati a tal punto dalle nostre ansietà che non riusciamo più a distinguere il vero dal falso, il capriccio del gangster dal più puro ideale.
Così, se mi si chiede quale vorrei che fosse il fine generale dei miei film, risponderei che vorrei essere uno degli artisti della cattedrale di Chartres. Voglio trarre dalla pietra la testa di un drago, di un angelo, di un diavolo – o magari di un santo. Non importa che cosa; è il senso di soddisfazione che conta. Indipendentemente dal fatto che io creda o no, che io sia o no un cristiano, farei la mia parte nella costruzione collettiva della cattedrale».
Per una presentazione a bambini e ragazzi del lungo processo di costruzione di una cattedrale gotica, vedi D.Macaulay, La cattedrale, Nuove Edizioni Romane, Roma, 2006.
Furono le piccole offerte, donate dalla popolazione meno abbiente, la parte più cospicua delle entrate per l’edificazione della cattedrale milanese. È questa la rivelazione sorprendente che emerge da una ricerca di Martina Saltamacchia, della Rutgers University (New Jersey, Usa), che ha esaminato con attenzione i Registri delle offerte del Duomo di Milano. Davvero centrato, quindi, il titolo del volume scritto dalla studiosa: Milano, un popolo e il suo Duomo
E davvero la chiesa dedicata a Santa Maria Nascente fu l’opera di un popolo: principi, mercanti, uomini d’arme, ma anche, appunto, la folta schiera degli anonimi, con le loro offerte modeste ma frutto di sacrifici. Di questo popolo facevano parte anche strozzini e briganti e prostitute, che al termine dei loro giri notturni versavano una parte dei loro guadagni offrendoli alla Madonna (sui registri è annotato il loro nome elaloroprofessione).
« Un pomeriggio di due anni fa sento don Stefano Alberto esclamare: « La tua vita è fatta per fare cose grandi, come gli uomini del Medioevo che vivevano nelle catapecchie e costruivano le cattedrali ».
« L’entusiasmo sorto in me per quell’augurio è tale che la mattina successiva mi precipito dal mio professore di Storia economica, chiedendogli di poter fare una tesi a partire da quella frase. Così, inaspettatamente, è cominciato un viaggio di 18 mesi nella storia del Duomo di Milano e della sua Fabbrica nei primi 15 anni dalla sua fondazione (1387) » racconta Martina Saltamacchia sul mensile « Tracce ».
Prima ancora che maestoso esempio di architettura gotica lombarda, agli occhi del visitatore attento il Duomo di Milano appare innanzitutto come testimonianza di una devozione spettacolare, segno tangibile di una mentalità religiosa che nel Medioevo permeava profondamente la vita degli uomini: « Senza differenza di classe, tutti accorrevano – annotano gli Annali della Fabbrica del Duomo – a portare il proprio obolo per la grande impresa, con le materiali offerte di denaro e robe ».
Immediato, per chi si accosta a queste pietre con semplicità e sincera curiosità, porsi molteplici interrogativi: come e chi lo costruì? Chi lo finanziò? Quali motivazioni spinsero povera gente a innalzare un’imponente cattedrale di marmo, la più grande, per lunghezza, del mondo allora conosciuto? La mancanza di uno studio completo a partire dalla trascrizione e analisi della mole di manoscritti, registri e carteggi conservati nell’Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano ha aperto la strada a svariate interpretazioni storiche e suscitato numerosi dibattiti: mausoleo dinastico voluto da Gian Galeazzo Visconti per la sua stirpe o cattedrale cristiana voluta dal popolo? Progetto finanziato dai lasciti dei ricchi mercanti per celebrare il loro prestigio sociale o simbolo dell’orgoglio cittadino che ambiva a primeggiare sugli altri comuni italiani edificando una chiesa di proporzioni mai viste?
Dopo la lettura di opere di autorevoli storici che attribuivano arbitrariamente la paternità della costruzione al principe piuttosto che a nobili e ricchi mercanti, senza mai comprovare, però, le loro tesi con un riscontro effettivo numerico sulle fonti, la Saltamacchia ha intrapreso un’analisi quantitativa puntuale, mai effettuata prima, di manoscritti inediti dell’Archivio del Duomo, in modo da presentare un quadro dell’identità dei donatori e dell’entità delle donazioni in denaro e in natura, fonte principale di finanziamento del Duomo, e fornire al dibattito sul finanziamento della cattedrale un contributo originale, strettamente aderente ai contenuti numerici delle fonti. Particolarmente ricchi di notizie e informazioni si sono rivelati, da una parte, i Registri delle Oblazioni, in cui quotidianamente veniva annotata la descrizione di ciascun dono e del suo valore, insieme ad alcune note sintetiche sul suo offerente; dall’altra, è negli Annali che la studiosa ha potuto ritrovare, minuziosamente tratteggiati, i fatti, i personaggi e gli avvenimenti di un’immane costruzione durata ben sei secoli.
Il lavoro non è stato facile, ma « lo scoraggiamento iniziale per l’incomprensibilità delle scritture (in caratteri gotico lombardi) e la lunga e ripetitiva trascrizione di cifre (in lire-soldi-denari, ed espresse in sistemi differenti dal nostro, metrico decimale) si è presto trasformato in commozione man mano che da quegli inchiostri sbiaditi cominciavano a far capolino innumerevoli storie di uomini e donne mossi quotidianamente a piccoli grandi atti di carità ». È una full immersion documentaria in una mentalità molto lontana dalla nostra. « All’uomo medioevale è ben chiaro come tutto concorra alla Costruzione – spiega Saltamacchia – come ogni gesto, per quanto banale o umile, nell’offerta acquista un valore eterno, così ogni bene, anche il più insignificante, serve all’edificazione della cattedrale. Ogni cosa, dentro questa prospettiva, diventava occasione di dono: il fiorino d’oro come la monetina di rame, l’anello di diamanti come il bottone in madreperla, la botte di vino come il sacco di biada, la tovaglia ricamata come il drappo logoro. Ogni dono trovava poi prontamente il suo utilizzo nel cantiere (calce, ferro, utensili), nella chiesa (paramenti sacri, arazzi e cere), tra gli operai (pane e vino) o, ancora, veniva trasformato in denaro tramite vendita all’incanto, una pubblica asta organizzata ogni giorno presso il palazzo comune nella piazza adiacente al cantiere ».
Ogni circostanza partecipava di quest’opera, persino la morte. « Quando le epidemie di peste serpeggiavano per la città – continua la storica – deputati della Fabbrica si recavano presso i lazzaretti per spogliare i defunti delle loro vesti, che venivano rivendute dopo un anno di deposito precauzionale in un apposito magazzino, oppure, se eccessivamente deteriorate, se ne ricavavano bottoni e fili intessuti d’oro e d’argento da porre separatamente in commercio. Ciascuno, col suo tanto o col suo niente, concorreva alle necessità della costruzione. Notai, speziali, pescatori, orefici, fornai, mugnai, macellai prestavano gratuitamente le loro braccia per scavare le fondamenta. Ingegneri ed operai del cantiere devolvevano talvolta in offerta il loro salario, o vi rinunciavano in cambio di un’indulgenza per i loro peccati. Le prostitute, terminato il loro giro notturno, deponevano una parte del ricavato sull’altare. Lì, il vicario dell’Arcivescovo doveva provvedere affinché rimanesse sempre acceso un lume, così che a qualsiasi ora gli offerenti potessero versare il proprio obolo; la fioca luce della lampada permetteva all’incaricato, detto ebdomadale, di ricevere l’offerta mantenendo nella penombra il volto del donatore ».
Quando non era il fedele a recarsi alla Chiesa, era la Chiesa a bussare alla porta del fedele.
« Tutti desideravano partecipare alla costruzione della cattedrale, chi sgrossando un blocco di marmo, chi versando una moneta, chi mettendo da parte un po’ del suo raccolto per gli operai del cantiere, ma non sempre era possibile alla gente giungere nel centro di Milano dalle città e dalle campagne, assentandosi dalla bottega o dal campo per percorrere a piedi strade che il freddo, i briganti o le frequenti guerriglie rendevano spesso impervie. Per questo la Fabbrica, negli anni, aveva perfezionato, con notevole successo, un sistema capillare di raccolta delle offerte che raggiungesse ogni angolo del contado. Cassette e ceppi – tronconi di legno vuoto dove versare l’elemosina – venivano collocati in tutti i punti nevralgici e di maggior passaggio: presso le porte urbane, ai crocicchi delle strade principali, nelle chiese, nei palazzi comunali. Schiere di ragazze vestite di bianco sfilavano danzando e cantando nelle piazze e nei carrobi, chiedendo ai passanti offerte per la cattedrale. Sacerdoti, frati mendicanti e volontari laici venivano inviati, in squadre ordinate, nei villaggi più lontani. Lì celebravano la messa mattutina a cui tutto il popolo accorreva, e dopo una sentita omelia sulla virtù della carità veniva dato annuncio della grande impresa di costruzione. Quindi, il gruppo dei questuanti bussava a ogni porta per chiedere alle famiglie donazioni di qualunque forma ».
Anche il divertimento e il desiderio di far festa insieme erano vissuti per la cattedrale. « Spettacolari processioni, dette « trionfi », venivano organizzate annualmente dalle sei porte di Milano per portare solennemente in Duomo la propria offerta » spiega l’autrice dello studio, « ciascuna porta gareggiava per essere la più sfarzosa, inscenando drammi sacri o mitologici su carri allestiti da tutta la popolazione. All’arrivo sul sagrato, i cortei erano accolti da una folla capeggiata da duchi, cavalieri e dame, e a ciascuno veniva offerto un boccale di vino ».
« L’aspetto più impressionante di questa storia per me – ci tiene a precisare la Saltamacchia – è tuttavia da ricercarsi nei lunghi elenchi di cifre contenuti nei registri di donazioni. Se al nostro sguardo distratto appare uno stuolo di svettanti santi di marmo a ricordarci il Cielo, se l’abbraccio della Madonna ci coglie, alta sopra il caos delle nostre giornate, perché non dimentichiamo mai quanto siamo preferiti e amati, è per lo spettacolo della carità che, in anni segnati da guerre, vessazioni, carestie ed epidemie, si inscenò silenzioso per le strade e i vicoli di questa città. Solo nell’anno 1400 sono circa 8.000 le donazioni raccolte, in denaro o in natura, per un valore totale di oltre 42.000 lire dell’epoca. Cifra assai ragguardevole, se si pensa che, oltre a costituire poco meno di un terzo delle entrate (tra le altre forme di ricavo c’erano, ad esempio, eredità e possessi immobiliari), copre la quasi totalità delle ingenti spese per il gigantesco cantiere (pari a più di 49.000 lire per quell’anno), in cui gli operai ricevevano in media 3 lire al mese. L’entità delle singole donazioni varia, nell’anno 1400, da un minimo di qualche denaro (la 240 parte della lira) a un massimo di 1.500 lire, corrisposte da un anonimo benefattore che chiede di esser annotato sui registri come un devoto della Beatissima Vergine Maria, che dona i suoi cospicui averi perché sotto il suo nome sia riedificata la chiesa della città.
« Tra le offerte spicca il contributo del principe Gian Galeazzo Visconti, che corrisponde mensilmente alla Fabbrica 700-800 lire, somma davvero esorbitante rapportata alle 4-5 lire versate in media dal popolo. E ciononostante, il denaro principesco rappresenta solo il 16% della somma raccolta quell’anno, mentre l’ammontare complessivo di elemosine e doni del popolo corrisponde all’84%; in particolare, le donazioni più povere, di valore compreso tra 1 denaro e 10 lire, ne costituiscono ben il 28% ».
È dunque a una folla di gente comune che si deve l’edificazione del Duomo di Milano, uomini e donne ben lieti di dare tutto ciò che avevano per un’opera che, ben sapevano, mai i loro occhi avrebbero potuto contemplare ultimata. Uomini e donne ricchi soltanto di un’incrollabile fede, certi soltanto di dove fissare il proprio cuore. Come Caterina di Abbiateguazzone, una pauperrima, poverissima vecchietta che da tempo si adoperava per aiutare gli operai del cantiere, trasportando i materiali da costruzione nella gerla che portava sulle spalle. In una fredda mattina del novembre 1387 va a deporre come offerta, sull’altare, la sua unica, logora pelliccetta con cui si riparava dal gelo. Sopraggiunge di lì a poco un uomo, Manuele, che riconoscendo la pelliccia subito l’acquista, per poi deporgliela nuovamente sulle spalle. E l’amministrazione della Fabbrica, venuta a conoscenza del gesto di quella povera donna, la premia, dopo qualche mese, pagandolel’affittodellacasupolaincuiviveva.

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LA PROFETESSA ANNA – LE DONNE NELLA BIBBIA

http://www.fmboschetto.it/religione/Pellegrini/frame.htm

LA PROFETESSA ANNA – LE DONNE NELLA BIBBIA

La sua scelta fondamentale è quella di vivere la
relazione, l’incontro, la presenza del suo Signore

L’evangelista Luca, in appena tre versetti del suo Vangelo, ci propone la figura di una donna profetessa, vedova, orante, penitente, missionaria. Siamo nel contesto dell’infanzia di Gesù, proprio ai suoi primi giorni di vita, ma già la forza del vangelo ci pone davanti la luce sfolgorante del mistero di salvezza che è Cristo Signore: conforto, salvezza, gloria e redenzione di tutti gli uomini. Maria, Giuseppe e Gesù si trovano al Tempio di Gerusalemme per il rito che, dopo la circoncisione, serve ad offrire il primogenito della famiglia al Signore e a « purificare » la madre che ha partorito, come prescrive la legge di Mosè. Oltre a Simeone « c’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ore aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme » (Lc 2, 36-38). Questa donna, descritta dall’evangelista Luca con alcuni tocchi essenziali, appare subito una persona speciale anche se vecchia e vedova e, come tale, costituente l’anello debole di una società come l’ebrea di quel tempo. È discendente della tribù di Aser, la tribù di Israele, alla quale, all’ingresso nella terra promessa, fu destinata la porzione di territorio che va dal monte Carmelo fino alle città di Tiro e Sidone, lungo la fascia costiera della Galilea. Aser abita dunque una terra pagana, ed è proprio qui che nasce Anna, figlia di Fanuele, cioè di colui che ha visto Dio faccia a faccia, secondo il significato del suo nome. E lei non si allontana da Dio, anzi vive una esperienza cosi viva di fede e di amore al Dio di Israele da lasciare, alla morte del marito, ogni cosa per raggiungere la terra benedetta e sacra, la città della Presenza, il luogo mirabile della discesa di Dio, Gerusalemme. La vita passata servendo Dio, giorno e notte, per tanti anni, è una continua assidua preghiera che la colloca tra gli « anawim », i poveri del Signore, coloro che sanno di aver ricevuto tutto dalle mani del loro Dio. Ha la tenacia di chi sa attendere e sperare. Anna serve il suo Signore giorno e notte, da lunghissimo tempo, perché ha fatto di questa missione la sua vita: non si è rifugiata nel Tempio perché non aveva altra alternativa, è li da quando le sue forze le avrebbero permesso ben altre scelte. Ella ha scelto di consacrare la sua esistenza attraverso una preghiera ininterrotta che valorizza il tempo, il quale non le sfugge come sabbia tra le mani o come foglie secche di ricordi senza consistenza. Nemmeno si perde in rimpianti per una giovinezza remota. In questo senso, Anna incarna la verità delle parole del Salmo 92: « Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio. Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi, per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità. »

Quella di Anna è certamente una scelta estrema, particolarissima: vive, infatti, in continua preghiera, tra digiuni e penitenze, sempre chiusa nel Tempio. Ma tutto questo non è altro che l’immagine, il segno evidente della sua scelta fondamentale, quella di vivere la relazione, l’incontro, la presenza del suo Signore. Non è una visitatrice occasionale del Tempio, ella non abbandona mai questo luogo, giorno e notte lo abita, lo vive facendone la sua casa di preghiera nell’offerta continua ed incessante di tutto il suo essere al Signore e servendolo con cuore indiviso. Nello svuotamento di se stessa, è così libera interiormente da acquisire un nuovo volto, capace di conoscere e riconoscere Dio nel figlio di Maria e Giuseppe, quel Bambino che, agli occhi di tutti gli altri, invece, è un comune neonato. Anna è chiamata dall’evangelista « profetessa » proprio per il suo particolare intuito, quello di riconoscere l’arrivo del Salvatore, di un Dio che è venuto a portare al mondo la salvezza. L’attesa è finita: è questo l’annuncio carico di lode che la donna, profetessa e testimone, rivolge « finalmente » a tutti coloro che incontra e la incontrano lì, nel tempio di Gerusalemme. La sua lode diventa quindi accettazione, accoglienza, sintonia piena con il pensiero e la proposta di Dio, e tutto quello che ha ricevuto, vissuto, sperimentato nella vita, ora vuole trasmetterlo anche agli altri: è una donna che non si chiude, non si nasconde ma si apre al Dono e nel dono. Anna non parla di sé, non offre semplicemente se stessa, con la sua esperienza e la sua saggezza; lei dona ciò che ha di più caro e prezioso, proprio ciò che l’ha fatta rinascere, che ha ridato speranza alla sua vita. Loda Dio e parla di Lui, di quel Bambino lì presente, che è la redenzione, la liberazione, la rinascita di chiunque voglia accoglierlo, riceverlo, attenderlo, ieri come oggi.

 

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Sant’Anna e Maria bambina

Sant'Anna e Maria bambina dans immagini sacre stannbvm

https://frjeromeosjv.wordpress.com/2015/09/15/carissimi-todays-mass-octave-day-of-the-nativity-of-our-lady-2/

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PERCHÉ SONO PASSATI TRE GIORNI TRA LA MORTE E LA RESURREZIONE?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Perche-sono-passati-tre-giorni-tra-la-morte-e-la-Resurrezione

PERCHÉ SONO PASSATI TRE GIORNI TRA LA MORTE E LA RESURREZIONE?

Questa settimana padre Filippo Belli, docente di Teologia biblica alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, risponde sul significato dei «tre giorni» tra la morte e la Resurrezione di Gesù.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
03/07/2013 di Redazione Toscana Oggi

Nei Vangeli si legge che Gesù Cristo è resuscitato il terzo giorno dopo la morte. Così pure è scritto nel Credo «apostolico» e in quello «niceno-costantinopolitano» che recitiamo nelle Messe festive. Qual è l’interpretazione teologica su questo lasso di tempo fra i due eventi, morte e resurrezione?
Franco Contè

Il Nuovo Testamento più volte riferisce della risurrezione di Gesù dai morti al «terzo giorno». L’espressione è diventata quindi normativa per indicare non solo il tempo cronologico, ma anche l’unicità di quell’evento in tutto il suo significato.
Ci sono diversi livelli in cui l’espressione può essere compresa, senza tuttavia che si escludano.
Il primo, il più naturale, è quello cronologico. In effetti le narrazioni dei vangeli ci indicano il terzo giorno dopo la morte come il momento in cui i discepoli (per prime le donne) hanno ricevuto l’annuncio della risurrezione come appena avvenuto, e come comprova l’apparizione del Risorto stesso. L’affermazione della risurrezione dei morti al terzo giorno ha dunque valore innanzitutto di testimonianza del fatto reale, tanto che se ne può indicare precisamente il momento in cui è accertato tale fatto. La memoria cristiana è ancorata e ben salda su questo dato, tanto da stabilire il primo giorno dopo il sabato (il terzo giorno, appunto) come il giorno proprio del Signore, il dies Domini, la Domenica.
Un secondo livello di comprensione è legato a quello che potremmo chiamare la proverbialità dell’espressione ad indicare un breve lasso di tempo, un momento passeggero. Ci sono diversi episodi biblici in cui i tre giorni indicano il tempo in cui si compie qualcosa di importante ma anche passeggero. Per ricordarne uno, i tre giorni (di peste) sono il tempo proposto da Dio a Davide come una delle prove da scegliere dopo il suo peccato per aver voluto fare un censimento del popolo (2Sam 24,10-17). Da questo genere di testi (cf. ancora Gen 40,12; 2Re 20,5.8; Gn 2,1) nasce la concezione secondo la quale Dio non permette al giusto di soffrire oltre il terzo giorno. Lo stesso Gesù utilizza tale espressione in questo modo nei suoi annunci della passione e risurrezione ai discepoli, segnalando nei «tre giorni» il momento di passaggio dalla morte alla risurrezione.
Ci sono poi altri testi biblici interessanti a riguardo, perché segnalano il terzo giorno come il momento di un intervento decisivo da parte di Dio per la storia del suo popolo. In particolare occorre ricordare la manifestazione del Signore al Monte Sinai durante il cammino del popolo nel deserto (Es 19). Similmente è al terzo giorno che Abramo arriva al luogo dove deve sacrificare Isacco (Gen 22).
Non si può, infine, ignorare alcune profezie che vedono nel terzo giorno il momento di risollevamento da una situazione penosa. I tre giorni nel ventre del pesce della profezia di Giona, che Gesù utilizza espressamente (Mt 12,40), sono il momento buio e misterioso da dove invece riparte la vita. Così anche la profezia di Os 6,2 che giustamente i Padri della Chiesa hanno applicato alla Pasqua di Cristo. Essa afferma che il Signore «in due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci rimetterà in piedi e noi staremo alla sua presenza». Se in Osea questa indicazione era un auspicio per incitare il popolo a convertirsi, in Gesù si è realizzata pienamente e concretamente. In Lui davvero il Signore ci ha rimesso in piedi il terzo giorno risuscitandolo dai morti e inaugurando una nuova era in cui noi stiamo alla sua presenza.
Una tradizione rabbinica ben attestata riteneva che la corruzione della morte iniziasse a essere effettiva sui cadaveri dopo il terzo giorno. Ecco, il Signore non ha permesso, come dice il salmo, che Gesù vedesse la corruzione (Sal 16,9-11) per essere il principio di una vita nuova nella quale la morte (col suo potere corrosivo e distruttivo) non avesse più potere.
Il terzo giorno allora segnala il momento storico in cui Dio, oltre l’apparente inevitabilità della morte, ha iniziato quella vita nuova risorgendo Gesù dai morti.
Per noi rimane un richiamo della speranza cristiana oltre e attraverso tutte le vicissitudini brutte della vita. C’è sempre un terzo giorno, Dio c’è lo assicura in Gesù morto e risorto, una speranza certa.

Filippo BellI

PAPA FRANCESCO – LA FAMIGLIA – 27. POPOLI

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150916_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 16 settembre 2015

LA FAMIGLIA – 27. POPOLI

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Questa è la nostra riflessione conclusiva sul tema del matrimonio e della famiglia. Siamo alla vigilia di eventi belli e impegnativi, che sono direttamente legati a questo grande tema: l’Incontro Mondiale delle Famiglie a Filadelfia e il Sinodo dei Vescovi qui a Roma. Entrambi hanno un respiro mondiale, che corrisponde alla dimensione universale del cristianesimo, ma anche alla portata universale di questa comunità umana fondamentale e insostituibile che è appunto la famiglia.
L’attuale passaggio di civiltà appare segnato dagli effetti a lungo termine di una società amministrata dalla tecnocrazia economica. La subordinazione dell’etica alla logica del profitto dispone di mezzi ingenti e di appoggio mediatico enorme. In questo scenario, una nuova alleanza dell’uomo e della donna diventa non solo necessaria, anche strategica per l’emancipazione dei popoli dalla colonizzazione del denaro. Questa alleanza deve ritornare ad orientare la politica, l’economia e la convivenza civile! Essa decide l’abitabilità della terra, la trasmissione del sentimento della vita, i legami della memoria e della speranza.
Di questa alleanza, la comunità coniugale-famigliare dell’uomo e della donna è la grammatica generativa, il “nodo d’oro”, potremmo dire. La fede la attinge dalla sapienza della creazione di Dio: che ha affidato alla famiglia non la cura di un’intimità fine a sé stessa, bensì l’emozionante progetto di rendere “domestico” il mondo. Proprio la famiglia è all’inizio, alla base di questa cultura mondiale che ci salva; ci salva da tanti, tanti attacchi, tante distruzioni, da tante colonizzazioni, come quella del denaro o delle ideologie che minacciano tanto il mondo. La famiglia è la base per difendersi!
Proprio dalla Parola biblica della creazione abbiamo preso la nostra ispirazione fondamentale, nelle nostre brevi meditazioni del mercoledì sulla famiglia. A questa Parola possiamo e dobbiamo nuovamente attingere con ampiezza e profondità. E’ un grande lavoro, quello che ci aspetta, ma anche molto entusiasmante. La creazione di Dio non è una semplice premessa filosofica: è l’orizzonte universale della vita e della fede! Non c’è un disegno divino diverso dalla creazione e dalla sua salvezza. E’ per la salvezza della creatura – di ogni creatura – che Dio si è fatto uomo: «per noi uomini e per la nostra salvezza», come dice il Credo. E Gesù risorto è «primogenito di ogni creatura» (Col 1,15).
Il mondo creato è affidato all’uomo e alla donna: quello che accade tra loro dà l’impronta a tutto. Il loro rifiuto della benedizione di Dio approda fatalmente ad un delirio di onnipotenza che rovina ogni cosa. E’ ciò che chiamiamo “peccato originale”. E tutti veniamo al mondo nell’eredità di questa malattia.
Nonostante ciò, non siamo maledetti, né abbandonati a noi stessi. L’antico racconto del primo amore di Dio per l’uomo e la donna, aveva già pagine scritte col fuoco, a questo riguardo! «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe» (Gn 3,15a). Sono le parole che Dio rivolge al serpente ingannatore, incantatore. Mediante queste parole Dio segna la donna con una barriera protettiva contro il male, alla quale essa può ricorrere – se vuole – per ogni generazione. Vuol dire che la donna porta una segreta e speciale benedizione, per la difesa della sua creatura dal Maligno! Come la Donna dell’Apocalisse, che corre a nascondere il figlio dal Drago. E Dio la protegge (cfr Ap 12,6).
Pensate quale profondità si apre qui! Esistono molti luoghi comuni, a volte persino offensivi, sulla donna tentatrice che ispira al male. Invece c’è spazio per una teologia della donna che sia all’altezza di questa benedizione di Dio per lei e per la generazione!
La misericordiosa protezione di Dio nei confronti dell’uomo e della donna, in ogni caso, non viene mai meno per entrambi. Non dimentichiamo questo! Il linguaggio simbolico della Bibbia ci dice che prima di allontanarli dal giardino dell’Eden, Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelle e li vestì (cfr Gn 3, 21). Questo gesto di tenerezza significa che anche nelle dolorose conseguenze del nostro peccato, Dio non vuole che rimaniamo nudi e abbandonati al nostro destino di peccatori. Questa tenerezza divina, questa cura per noi, la vediamo incarnata in Gesù di Nazaret, figlio di Dio «nato da donna» (Gal 4,4). E sempre san Paolo dice ancora: «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Cristo, nato da donna, da una donna. È la carezza di Dio sulle nostre piaghe, sui nostri sbagli, sui nostri peccati. Ma Dio ci ama come siamo e vuole portarci avanti con questo progetto, e la donna è quella più forte che porta avanti questo progetto.
La promessa che Dio fa all’uomo e alla donna, all’origine della storia, include tutti gli esseri umani, sino alla fine della storia. Se abbiamo fede sufficiente, le famiglie dei popoli della terra si riconosceranno in questa benedizione. In ogni modo, chiunque si lascia commuovere da questa visione, a qualunque popolo, nazione, religione appartenga, si metta in cammino con noi. Sarà nostro fratello e nostra sorella, senza fare proselitismo. Camminiamo insieme sotto questa benedizione e sotto questo scopo di Dio di farci tutti fratelli nella vita in un mondo che va avanti e che nasce proprio dalla famiglia, dall’unione dell’uomo e la donna.
Dio vi benedica, famiglie di ogni angolo della terra! Dio vi benedica tutti!

Publié dans:famiglia, PAPA FRANCESCO |on 16 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

B.V. Maria Addolorata, 15 Settembre

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Publié dans:immagini sacre |on 15 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

UN SILENZIO ABITATO DA DIO

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UN SILENZIO ABITATO DA DIO

È un fatto da tutti constatabile che il bisogno di silenzio è ormai una esigenza imprescindibile di ogni uomo. Le grandi città raggiungono momenti di parossistica eccitazione e si avverte un crescente bisogno di calma.
D’altra parte uno dei più gravi pericoli che corre il cristiano d’oggi è lo svuotamento e l’inaridimento dello spirito, la perdita della dimensione interiore e personale della fede, della vita cristiana, quindi l’annebbiamento delle realtà spirituali. Dio, la vita interiore, la preghiera, l’unione con Dio, rischiano oggi di perdere consistenza e spessore, di diventare evanescenti e marginali. A ciò contribuisce enormemente il modo di pensare, di sentire e di vivere proprio del nostro tempo.
La civiltà industriale, della tecnica, dell’elettronica è ormai definita come la civiltà del rumore. È difficile ormai fare silenzio, trovare il silenzio, abituarsi alle pause di silenzio quando si riesce a trovarne. I fine settimana diventano momenti di fatica e di rumore invece di salutari pause di riflessione.
Passando per le nostre affollate città si avverte un eccesso di suoni in disarmonia, ripetuti con insistenza e ossessione, che colpiscono l’orecchio e il sistema nervoso e come conseguenza danneggiano lo stesso equilibrio psichico. Non solo, ma questo sistema di esistenza, spesso subìto inconsciamente, è venuto anche a rompere i ritmi biologici umani più profondi. Non fosse altro che per questo, il silenzio oggi, si pone come un bisogno all’interno delle situazioni di crisi che investono il pianeta a tutti i livelli, da quello umano a quello ecologico. Dobbiamo ancora ripetere che questo frenetico sistema di vita non lascia spazio nemmeno a Dio e, come si accennava, alle realtà spirituali. L’uomo ha paura del silenzio perché, inconsciamente o no, ha eliminato la fonte del proprio silenzio, che è Dio.
Se so da dove proviene il silenzio, lo accetto. È possibile accettare il silenzio soltanto se si conosce la fonte da cui proviene. Avendo eliminato Dio, il silenzio è diventato inaccettabile. Se Dio esiste, deve darsi da fare, altrimenti è un falso Dio. Anche noi, oggi, percepiamo il silenzio come un’assenza, come un vuoto. Non riusciamo a concepire un silenzio «abitato» da Qualcuno.
Noi cerchiamo sempre di spiegare, mai di rispondere con il silenzio. Nel silenzio, l’uomo si sente solo. Non accettiamo il silenzio e non riusciamo a fare silenzio perché abbiamo paura della solitudine. Per accettare il silenzio, bisogna essere in compagnia di qualcuno. Per non essere costretto ad affrontare il silenzio, l’uomo cerca di riempire ogni angolo di tempo e di spazio: «Dove mi trovo?… a che punto sono?… che ora è… cosa sto facendo?». È il terrore di non sapere dove si è, quale posto si occupa, quale ruolo si svolge.
L’esperienza contemplativa insegna la disciplina del silenzio come esclusione di ogni essere rumoroso e di ogni chiacchiera inutile che ne violerebbe gli spazi. Il vero saggio si esprime in poche parole, e nello stesso tempo la sua parola è silenzio, ciò che egli dice viene dal cuore e non soltanto dalla punta della lingua. Le sue parole scaturiscono da una profonda meditazione.
Solo chi è sceso in profondità nella propria solitudine e vi ha incontrato Dio è veramente capace di comunione anche con gli uomini, con tutti, senza discriminazioni. È stata l’intuizione anche di Bonhoeffer: solo chi è capace di solitudine è capace di comunione e dunque può contribuire davvero a costruire la comunità, e solo chi è capace di comunione può vivere una solitudine che non uccida. La ricerca della comunità e degli altri, se non si è arrivati a riconoscere e accettare la propria solitudine esistenziale, è fuga da se stessi; e la solitudine, magari per dedicarsi alla preghiera, che rifiuta gli altri e la comunità non porta ad alcun incontro, neanche con Dio: è una solitudine che uccide.
Il vero, profondo e vissuto silenzio rende possibile la presenza e la trasparenza di una persona; silenzio inteso e visto non solo e semplicemente come mezzo, strumento, ma come pienezza di vita. Il silenzio è il dono dell’eternità, è una profonda realtà, è sorgente di vita.
Il silenzio è una eredità che ci viene da Dio stesso. La vita esce da una realtà silenziosa; nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa… «il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale» (Sap 18,14-15).
Un uomo come Lanza del Vasto proponeva questa massima: «Taci molto per avere qualcosa da dire che valga la pena di essere sentita. Ma ancora taci, per ascoltare te stesso».
La bontà di ogni parola detta è proporzionata alla maturazione avvenuta nel silenzio meditativo.

Le «ragioni» del silenzio

L’uomo di natura espansiva, abituato alla più cordiale comunicativa con il mondo esterno, aperto con i propri simili, si chiede: perché tacere? Non si deve essere comunicativi? Come può effettuarsi il contatto con gli altri se non con le parole? Perché essere chiusi? Quando seguendo l’esperienza monastica si consiglia di parlare meno, di parlare poco, o di tacere del tutto, di dominare la lingua, non si vuole affatto consigliare di diventare tipi chiusi, non comunicativi, solitari, o, peggio, complessati, contorti, complicati, pieni di sottintesi; no davvero! I grandi uomini furono e sono tutti silenziosi. Anche quelli di cui si dice che parlarono molto, che furono sommi oratori; tutti maturarono in lunghi silenzi quello che poi dissero agli uomini.
La parola è grande cosa, ma non è ciò che vi è di più grande. «Se essa è argento, il silenzio è oro», afferma un antico proverbio. Quegli stessi che sanno meglio parlare sentono più degli altri che le parole non esprimono mai le reali e speciali relazioni esistenti tra due esseri.
Rimangono sempre delle verità che nessuno crede di poter esprimere con la parola. Sono verità che si percepiscono nel silenzio e restano inespresse.
Il silenzio è come l’aprirsi di altre porte, di altri canali, per i quali arriva all’uomo un’altra voce. Chi tende a mete di vita più elevata dal punto di vista dello spirito, ha bisogno di silenzio, per ristoro e ripresa di energie, come ha bisogno di pane quotidiano e di riposo del corpo.
Nell’usura di ogni giorno, la mente si svuota, le energie si logorano e la vita si appesantisce di infinite scorie. Chi voglia realizzare una vita interiore profonda, sappia circondarsi di silenzio, di quiete, di pace, per frapporre tra se e le cose esteriori una fascia in cui le onde turbolente del fragore umano vadano ad infrangersi e a spegnersi, prima di giungere a lui.
L’uomo cerca il silenzio per un bisogno di vita più alta. La ricerca si impone per una spinta che viene dal proprio intimo e alla quale non si può disobbedire.

È naturale allora constatare come in questi ultimi anni i monasteri siano sempre più meta di ospiti, giovani soprattutto, alla ricerca di una dimensione di vita più autentica e più vera, attraverso il dialogo orante col Padre, con lunghi spazi di silenzio e nel confronto con la vita della comunità.
L’esperienza monastica aiuta l’ospite a ritrovare il senso della vita e a dare una risposta alla sua ricerca di significati: in quasi lutti gli ospiti si avverte il desiderio di sperimentare giornate in piena solitudine, per ascoltare in profondità la voce di Dio, per far sì che la sua Parola diventi ancora un annuncio di vita. Una volta gustato il valore del silenzio, si riesce a cogliere in esso momenti di verità e sincerità con se stessi, con Dio e con i fratelli.
In definitiva, lo spazio di silenzio e di deserto che il monastero offre all’uomo di oggi, alle prese con le sue disperazioni e i suoi non sensi della vita, aiuta l’ospite a riscoprire nella sua storia il giusto posto, la sua responsabilità corrispondente a quel piano di amore che Dio ha su ciascun uomo. Abitualmente sono molti i fratelli che frequentano i monasteri ritornando a ripetere la loro esperienza di silenzio; in questi spazi di «deserto» ritrovano la speranza che li spinge a superare momenti di stanchezza e di sfiducia; ritrovano in essi la forza dello Spirito che li ricolloca continuamente al loro giusto posto nel piano della salvezza.

Franco Mosconi – Eremo San Giorgio

Publié dans:meditazioni |on 15 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

LA SPERANZA NELLA BIBBIA

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LA SPERANZA NELLA BIBBIA

Riportiamo una relazione dello scomparso sacerdote e biblista Prof. Giuseppe Barbaglio, datata nel tempo,(tenuta a Verbania Pallanza nel 1974) ma che conserva una impressionante attualità; la statura morale intellettuale e spirituale dell’autore sono garanzia non solo della modernità del testo, ma anche della sua efficacia per una lettura che aiuti il nostro cammino di fede.
Riportiamo una relazione dello scomparso sacerdote e biblista Prof. Giuseppe Barbaglio, datata nel tempo,(tenuta a Verbania Pallanza nel 1974) ma che conserva una impressionante attualità; la statura morale intellettuale e spirituale dell’autore sono garanzia non solo della modernità del testo, ma anche della sua efficacia per una lettura che aiuti il nostro cammino di fede.
Ripercorrendo la virtù della Speranza come delineata dalla Scrittura, l’autore lascia emergere il suo personale rapporto con la Speranza e si apre ad un colloquio senza reticenze e senza veli.
“Le speranze del postconcilio, anni 60-68, sono nate all’ombra sul terreno delle speranze entusiastiche. Il risultato delle speranze entusiastiche è sempre la delusione.
Noi oggi paghiamo nella Chiesa, per aver voluto sperare a basso prezzo, senza pagare molto di persona. La croce dice che la speranza costa, non esiste nella chiarezza, nella sicurezza e neppure nella tranquillità psicologica. A volte ci confessiamo di avere dei dubbi contro la fede, ma non è peccato averne, semmai sarebbe peccato il non averne o pretendere di non averne. La croce di Cristo ci dice che la speranza cristiana è una speranza debole. Il poeta francese Peguy dice che la speranza è come una bambina che ha bisogno di essere tenuta per mano, è fragile, debole.”
Ringraziamo il Signore per aver donato alla Chiesa tale personalità, al quale riconoscenti e oranti rendiamo grata memoria.
* * * * *
Per evitare di dire delle cose già scritte in modo tecnico, scelgo una pista di riflessione che mi occupa un po’ in questi ultimi tempi e mi interessa, non tanto come uno che « legge » la Bibbia, ma come uomo e come persona.
Pensavo una volta che Gesù amasse solamente, ma che non credesse, perché aveva naturalmente tutto chiaro, e che non sperasse, perché Egli possedeva tutto. Invece sembra che Gesù pure sperasse.
Puntiamo allora la riflessione su di un punto che è particolarmente interessante: il discorso della speranza cristiana legata al mistero della morte e della risurrezione, questo grande tema prediletto da S. Paolo: la croce (1Cor 1,18-25, ed eventualmente i primi quattro capitoli). Da alcuni anni, non solo ho scritto qualcosa, ma dentro di me questa realtà della speranza ha avuto un forte significato: è avvenuta in me una certa trasformazione. Se, all’inizio, preso da un grande entusiasmo, vedevo il tema della speranza in una determinata prospettiva, quella del Cristo risorto, prospettiva molto giovanile, ottimistica, un po’ pazza; ultimamente sto misurando come questa speranza cristiana non sembra abbia molto da condividere con delle attese entusiastiche, con desideri molto facili, con ottimismi umani estremamente diffusi, almeno in certi ambienti. Sarei arrivato ad una convinzione, non solo di studio, ma anche di esperienza: c’è una speranza che vive all’ombra della croce.
S. Paolo, parlando della croce, non intendeva la sofferenza in senso dolorifico. La croce è una sigla, un simbolo che indica il vero volto di Dio. Il vero volto di Dio si manifesta nella croce di Cristo e il vero volto nostro si manifesta nella croce di Cristo.
La croce come luogo dove il vero Dio mostra la sua carta di identità… e dove pure l’uomo è chiamato a mostrare la sua carta di identità… la vera carta di identità, non quelle tessere fasulle, che ci costruiamo facilmente. Un discorso sulla speranza cristiana dovrebbe misurarsi con quella realtà. Vorrei tentare con voi questo passaggio da una interpretazione un po’ ottimistica, un po’ giovanile della speranza cristiana ad una interpretazione che, mi sembrerebbe, allo stato attuale delle cose, più consona alla realtà cristiana: una speranza che vive all’ombra della croce.

Tre punti:
1. la croce esclude una speranza entusiastica;
2. la croce esclude una speranza di tipo titanico o prometeico;
3. la croce esclude una speranza di tipo spiritualistico.
Il mio discorso è limitato, è un tentativo di riflessione e di interpretazione. Ad ogni punto farò emergere un tipo di speranza.

1. La croce di Cristo esclude una speranza entusiastica
La croce di Cristo esclude prima di tutto la speranza entusiastica, anche una speranza cristiana entusiastica. San Paolo si è scontrato a Corinto con una speranza cristiana entusiastica che si riteneva cristiana, ma che lui non ha ritenuto cristiana.
La speranza cristiana entusiastica è quella che suppone il futuro sufficientemente facile: la speranza che si possa, con buona volontà o anche con qualche sforzo, ottenere dei risultati, anche a breve scadenza, e dei risultati importanti. La convinzione illusoria che si possa andare verso il futuro non pagando un prezzo alto. Per esempio la speranza che l’incontro di due persone nell’amore possa essere un incontro facile, una realtà splendida, radiosa, senza ombre, una realtà perseguibile e da vivere nella gioia più pura; un incontro fra due persone a livello molto profondo, ma con prospettive facili; da pagare, sì, ma a piccolo prezzo; comunque con la prospettiva di una vita di gioia grande, di esaltazione.
Se passiamo dal campo interpersonale a quello sociale: ritenere che con alcune tecniche, mettendoci anche un po’ di buona volontà, si possa anche in breve tempo cambiare il volto all’ambiente, alla società d’oggi, senza dover pagare un prezzo alto di delusioni, di fallimenti, di dubbi, di angosce. La speranza entusiastica: credere in un futuro a portata di mano, che riservi all’uomo solo le grandi gioie, le grandi soddisfazioni, il successo, la conquista. È una speranza entusiastica propria di certi cristiani poco realistici, di persone che non guardano in faccia al mondo così terribile in alcuni aspetti; persone che cercano di evadere dalla realtà. Una speranza entusiastica cristiana che si appoggia su un certo modo di vedere Dio, che pensa che Dio risparmi all’uomo la croce e la morte; la croce non in senso dolorifico (che non è nemmeno l’aspetto principale), ma la croce come dubbio, come angoscia, fallimento, smarrimento; speranza cristiana come fiducia rosea in un Dio potentissimo, capace di risparmiarci le difficoltà, la croce, la morte. Se leggiamo attentamente la Bibbia, il Dio che ha tirato fuori la sua vera carta di identità nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, è un Dio che non risparmia, non ha risparmiato a Gesù la croce e la morte, la sofferenza del fallimento generale di tutta la sua vita. Il Padre che si compiaceva in Gesù, suo Figlio, non l’ha risparmiato, non l’ha amnistiato. E non poteva neppure risparmiarlo. Mi rifiuto di pensare a Dio Padre che, potendo risparmiare a Gesù la morte e la sofferenza, non l’abbia fatto.
La speranza cristiana entusiastica è la speranza che poggia su un Dio troppo potente o potente in una certa direzione, potente per risparmiare a noi la via stretta, l’angoscia, la morte; questo Dio potente da spianarci la strada davanti non esiste: è un idolo che ci fa comodo e per questo l’abbiamo creato. Il vero Dio è quello che ha tirato fuori la sua carta di identità sulla croce, Dio che non ha risparmiato la croce a Gesù e non la risparmia neppure a noi e non può risparmiarcela, altrimenti negherebbe se stesso. Il Dio cristiano è un Dio che non può salvarci dalla morte, non può evitarcela.
La speranza cristiana entusiastica è in un Dio potente, Deus ex machina nel mondo, pronto a spianarci la strada. La croce di Cristo ci dice che questa speranza entusiastica è un’illusione, una pura utopia, un sogno. La psicologia ci parla di una estrapolazione dei nostri desideri; cioè coviamo dentro di noi dei desideri e li buttiamo fuori ed in avanti, ma tutta la realtà della speranza in questo senso è la realtà di un desiderio che abbiamo dentro, una realtà effimera; è solo il prodotto artificiale dei nostri desideri. La croce annulla questa speranza entusiastica facile. La croce dice che non possiamo sperare a basso prezzo, l’unica speranza vera è quella ad alto prezzo, al prezzo della croce; non la si vive entusiasticamente, ma si paga a duro prezzo e la persona deve passare attraverso il dubbio, l’angoscia, l’incertezza. L’unica speranza vera ed autentica è la speranza ad alto prezzo: la speranza di una comunità cristiana (non è solo discorso del singolo ma anche delle comunità) che non si sente una comunità che possiede la verità, la sicurezza, la tranquillità psicologica, la sicurezza dell’onestà, della morale, della fede; la speranza di una comunità cristiana che cerca, attraverso il dubbio, l’angoscia, non sapendo che pesci pigliare in tanti casi.
Le speranze del postconcilio, anni 60-68, sono nate all’ombra sul terreno delle speranze entusiastiche. Il risultato delle speranze entusiastiche è sempre la delusione.
Noi oggi paghiamo nella Chiesa, per aver voluto sperare a basso prezzo, senza pagare molto di persona. La croce dice che la speranza costa, non esiste nella chiarezza, nella sicurezza e neppure nella tranquillità psicologica. A volte ci confessiamo di avere dei dubbi contro la fede, ma non è peccato averne, semmai sarebbe peccato il non averne o pretendere di non averne. La croce di Cristo ci dice che la speranza cristiana è una speranza debole. Il poeta francese Peguy dice che la speranza è come una bambina che ha bisogno di essere tenuta per mano, è fragile, debole.
Il mistero della croce è il mistero della debolezza, della precarietà, della provvisorietà. La croce cristiana annulla una speranza entusiastica e ci presenta, come unica possibilità, una speranza ad altissimo prezzo, difficile, dura, da difendere a denti stretti, contro tutto e contro tutti., non facilitata dall’esperienza, in opposizione all’esperienza, la speranza di chi deve salire la croce. Cristo ha sperato sulla croce, in un momento in cui non poteva sperare più niente. E questo Dio, fonte della nostra speranza, non è capace di amnistiarci, di fronte alla morte, al dubbio, all’angoscia della croce. Intesa la croce di Cristo nel senso più completo: morte e risurrezione, secondo S. Paolo.

2. La croce di Cristo esclude una speranza titanica o prometeica
La speranza titanica è la speranza dell’uomo che si ritiene forte, potente. I titani erano uomini, eroi leggendari, mitologici, che tentarono la scalata del mondo degli dei per appropriarsene: la loro impresa finì col fallimento. Prometeo rappresenta l’uomo che tenta di impadronirsi di una realtà divina: il fuoco. La speranza titanica è la speranza dell’uomo che si sente un titano, forte, potente, che confida nelle sue capacità, nelle sue risorse. L’uomo titanico è l’opposto dell’entusiasta, il quale non vede nessuna difficoltà, che immagina di poter camminare su « l’autostrada dei fiori ». Il titano vede gli ostacoli: ma lui è l’uomo-Ercole delle grandi fatiche, che ha fiducia assoluta di abbattere tutti gli ostacoli e di raggiungere mete impossibili.
Al tempo di S. Paolo, la speranza titanica era quella dei giudei. Il giudeo si sentiva forte: credeva di costruire un’umanità nuova, basandosi sui suoi mezzi. Tipico il fariseo che confida nelle proprie opere buone, nell’osservanza della legge. Altro titano era l’uomo greco che credeva di salvarsi, di costruirsi, di salvare la storia, di rifare il mondo con la conoscenza religiosa, la gnosi. Oggi il titano è l’uomo tecnologico, che ha fatto conquiste enormi nel campo della scienza, della tecnologia, capace di dominare le forze della natura, di imbrigliarle e se ce ne fosse ancora qualcuna che possa sfuggirgli, si tratta solo di anni. L’uomo tecnologico è l’uomo potentissimo, che ha in mano il mondo. Pensiamo allo sviluppo delle scienze umane che oggi misurano il presente, il passato ed il futuro, per prevedere e programmare al millesimo.
La speranza dell’uomo titanico odierno è quella di salvarsi, di costruire l’umanità nuova, la società nuova, il mondo nuovo, basandosi sulle proprie forze, possibilità illimitate: salvare l’uomo, liberare l’umanità e la società da ogni alienazione. È l’uomo che crede di farcela, di avere le carte in regola, il giocatore fortunatissimo che ha sempre la carta decisiva per risolvere tutti i problemi dell’uomo, della società, dell’umanità, della storia; che crede di avere in tasca, per la prima volta, la soluzione dei problemi dell’oppressione e dell’ingiustizia, dell’odio, dell’inimicizia.
La croce giudica questa speranza titanica e non solo sul versante profano, ma anche su quello religioso, come è la convinzione di salvarsi con le nostre forze, con la nostra religione, con i nostri sacramenti, con la nostra morale ineccepibile: anche questa è una speranza titanica. Ma la croce (questo mistero che sembra sempre di più il centro di tutto il cristianesimo, e non per niente abbiamo la croce come segno e distintivo) giudica questa speranza titanica e la condanna. È il tentativo dei titani di scalare il cielo, di Prometeo di rubare il fuoco agli dei.
Come fallace, se entriamo nella mitologia orientale, è la avventura di Gilgamesh. È l’uomo di ogni tempo, l’eroe leggendario che arriva fino al mondo degli dei e prende la piantina della vita ed è ormai sulla strada del ritorno, sicuro di avercela fatta, e si ferma alla fontana a rinfrescarsi, ormai in vista della sua città di Uruk. Ma mentre si disseta lascia la piantina della vita sull’orlo della fontana e il serpente gliela rapisce.
La croce insegna che l’uomo, con le sole sue possibilità, non può liberarsi. L’impresa enorme di lanciarsi nell’avventura di liberazione radicale, di salvezza radicale, è destinata al fallimento. Sulla croce muoiono tutte le speranze umane fondate sull’uomo e sulle sue risorse. Muoiono tutte le speranze dell’uomo tecnologico, onnipotente. Non c’è mai stato nella storia umana un tempo così potente, nel dominare il mondo, da poter fare a meno di Dio. Ma la croce dice che quest’uomo, che ha in mano tante possibilità, non è capace di salvarsi da solo e di salvare la storia, di liberare l’umanità.
È il vecchio discorso dei profeti che ci hanno donato delle rivelazioni impressionanti sul senso dell’avventura umana.
Geremia si chiede: « Un etiope (era ai suoi tempi l’uomo nero, dalla pelle scura) potrebbe forse, per quanto si sforzasse, cambiare il colore della sua pelle? e la pantera può forse cambiare il suo pelo? ». Geremia ed Ezechiele ci dicono che il cuore dell’uomo, il centro decisionale dell’uomo, è stato posseduto dagli idoli: gli idoli sono penetrati nella profondità dell’essere dell’uomo: gli idoli del denaro, del successo, della potenza, del prepotere. Dice ancora che l’idolatria è stata scolpita nel cuore dell’uomo con la punta di diamante.
La speranza cristiana è assolutamente contraria alle speranze titaniche: è la speranza dell’uomo che si riconosce fallimentare per se stesso, fallimentare nelle sue risorse autosufficienti ed indipendenti per salvare la storia e se stesso. Cristo in croce era fallito, come uomo, una volta per sempre, non aveva più nemmeno uno spicciolo da spendere, totalmente finito; non pensate nemmeno all’anima di Gesù che andava chissà dove; di Gesù non restava più se non un cadavere. La croce dice che la speranza poggia sulla capacità di Dio di risuscitare i morti, è la speranza dei morti, dei crocifissi. Il crocifisso è l’uomo più impotente che esista, non può più muovere neppure le braccia: può solo attendere la morte.
La speranza cristiana giudica la speranza titanica, la speranza che sia fiducia in se stessi, nelle risorse, possibilità, capacità, forze umane e contrappone la speranza cristiana che è pura speranza nell’impossibile, nella resurrezione, come impossibile era il sogno dei titani, di Prometeo, di Gilgamesh. Ma l’impossibile della speranza cristiana è il possibile di Dio. La croce è il luogo, dice Paolo, dove si è manifestata la potenza di Dio che risuscita i morti. Dio non ha risparmiato la morte a Gesù né agli uomini; Dio è incapace di risparmiarci la morte, ma il Dio cristiano è il Dio che risuscita i morti. Meditate Romani 4: Dio è colui che risuscita i morti, che chiama le cose che non sono all’essere, che chiama la nostra impotenza radicale di salvarci a salvarci. Nel cap. 37 di Ezechiele, c’è la bellissima visione di Dio che scopre i sepolcri del suo popolo: era ridotto alla morte, ad una distesa di ossa aride. E la parola di Dio su queste ossa aride è: « Profetizza, figlio dell’uomo » ed Ezechiele dice la parola di Dio e quelle ossa incominciano a rianimarsi e a ricongiungersi, a crescere e a ricoprirsi di carne. E si alzano in piedi, tutti. Però non possono ancora camminare e bisogna dire la parola dello Spirito, soffiare lo Spirito di Dio, la potenza creatrice di Dio. Allora il profeta in nome di Dio soffia lo Spirito e questi si mettono in cammino. Alla fine del cap. 37, Ezechiele spiega la parabola. Il popolo si trovava in esilio, aveva perduto tutto: il re, la tenda, il tempio, la legge, il sacerdozio; il popolo era disperato, ma proprio su questa disperazione delle proprie possibilità di salvarsi, si ricostruisce un futuro, scende la parola di Dio che scoperchia i sepolcri del suo popolo.
Il Dio, che non è capace di risparmiarci la morte, è capace di risuscitarci: sono due cose ben diverse. La resurrezione suppone la croce, la morte, il coraggio di entrare nella via della croce, la decisione di pagare di tasca propria durissimamente, sapendo però che questa croce e questa morte non sono l’ultima parola, perché l’ultima parola è la risurrezione dalla morte. La speranza cristiana è la speranza nell’impossibile: l’impossibile della salvezza dell’uomo, della liberazione dell’uomo, della costruzione di una società e di un mondo diverso. Il deutero-Isaia ha una bellissima promessa di Dio: « Ecco io faccio nuove tutte le cose ». È l’ampiezza e l’enormità della speranza cristiana, la novità assoluta: che Dio crea risuscitando i morti. Naturalmente questo Dio che risuscita i morti non risuscita un qualsiasi morto: risuscita Cristo morto. Tanti erano morti come Cristo e anche crocifissi, ma Dio ha risuscitato Cristo, cioè ha risuscitato colui che è andato incontro alla morte ed alla croce, nella speranza, nella fiducia: non speranza in se stesso, né nelle sue risorse (perché le aveva prese tutte sulla croce), ma nella fiducia in Dio che risuscita i morti. La risurrezione è per chi affronta la croce, per chi affronta il fallimento, l’angoscia, il dubbio, l’incertezza, l’insicurezza, la sofferenza nella fiducia.
A questo punto S. Paolo chiama in causa Abramo che ha sperato contro ogni speranza umana, ma sulla parola di Dio. Lui che non poteva avere figli, perché diceva che era morto nella sua forza generatrice (come pure Sara sua moglie), ha sperato nella vita, lui che era il morto.

3. La croce di Cristo esclude la speranza di tipo spiritualistico
Il terzo tipo di speranza che la croce di Cristo annulla è la speranza disincarnata, di tipo spiritualistico. Era, per esempio, la speranza dei cristiani di Corinto, che dicevano: il mondo, la storia, il tempo, il corpo, la nostra realtà sensibile sono da buttare via; non si possono redimere, sono una realtà malvagia da cui bisogna liberarsi. Perciò la nostra speranza consiste nella salvezza dell’anima. Salvarci l’anima! Il mondo, la storia si perdano pure. La speranza di tipo spiritualistico è dualista, di tipo gnostico: non esprime il mondo e la storia e ritiene che la carne, il corpo, la visibilità siano una realtà irredimibile e quindi l’abbandona. Salviamo il salvabile: l’anima, lo spirito! La croce di Cristo annulla questa speranza di tipo riduttivo che dice di lasciare andare il mondo, il corpo, la storia, il tempo, e di salvare l’anima.
La croce di Gesù vuol dire risurrezione dei corpi, dice Paolo nella lettera ai Corinti, cap. 15. La risurrezione cristiana non è la risurrezione dell’anima, la salvezza dell’anima, cioè solo della parte spirituale dell’uomo: la risurrezione è la salvezza dell’uomo integrale, è la salvezza del corpo, della storia, di questo mondo che deve essere salvato e non buttato a mare.
I cristiani di Corinto ritenevano che Gesù fosse risuscitato nell’anima. Quindi anche loro si ritenevano risuscitati nell’anima ed avevano anch’essi una speranza spiritualistica. Ma la speranza della croce è la speranza dell’uomo salvato in quanto corpo. E il corpo, secondo S. Paolo, non è la parte materiale dell’uomo, ma è tutto l’uomo in quanto si esprime all’esterno, si vede, si tocca, entra in rapporto con gli altri, si apre a Dio, si apre al mondo, è nel mondo. Questo è l’uomo in quanto corpo. La speranza cristiana è la speranza della salvezza non di un « io » interiore, spirituale, ma di questo uomo che è un essere al mondo, perché aperto a Dio. Quindi è la speranza nella salvezza del mondo, del tempo, della carne, della materialità. Non è una speranza disincarnata, dunque, non spiritualistica, ma la speranza nella risurrezione dei corpi, del mondo. In Romani 8, questo mondo è come una donna che sta per partorire il nuovo mondo e geme i gemiti del parto, avendo da partorire un uomo nuovo, un nuovo corpo. Non è una speranza avulsa dalla terra. L’Antico Testamento ha dei testi che richiamano questo legame fondamentale dell’uomo alla terra, al mondo, all’universo che gli ebrei chiamavano terra (adam = uomo, adamà = terra): l’uomo è il terrestre, il figlio della terra, il figlio di questo mondo. La speranza dell’uomo è la speranza del mondo, per la storia, per il nostro tempo, per questa esteriorità, per questa carnalità che è il nostro essere ed è la speranza integrale della salute, una speranza mondana, per questo mondo che deve nascere nuovo pur restando sempre mondo in tutta la sua visibilità.
La speranza cristiana vive all’ombra della croce, ma anche nella luce della croce. La speranza cristiana, non quella entusiastica, ma quella ad altissimo prezzo è una lotta contro ostacoli enormi, una lotta a sangue. Una speranza cristiana negazione della speranza titanica, cioè di una fiducia totale dell’uomo nelle sue risorse.
Alla luce della croce la speranza cristiana è una fiducia. È l’abbandono da parte dell’uomo al Dio che crea, che scoperchia i sepolcri, che risuscita quelli che sono morti per sempre.
Una fiducia operosa, non una attesa pigra, ma un poggiare su di Lui, sulla forza del suo Spirito, perché è quello Spirito che riesce, secondo l’immagine di Geremia, a cambiare il pelo della pantera ed il colore della pelle dell’etiope, a scrivere la legge nei cuori, a togliere il cuore di pietra e mettervi il cuore di carne, come dice Ezechiele.
Finalmente la speranza cristiana, all’ombra e alla luce della croce, giudica e condanna la speranza spiritualistica, una speranza non mondana, una speranza di evasione e di fuga ignobile da questo mondo. Dice invece una speranza mondana, la speranza di un nuovo mondo, di una nuova storia, di nuovi corpi, di nuove persone integrali, di nuove società umane.

Interventi e risposte
Int: Con il tipo di religiosità che ci siamo fatti, è ancora possibile avere una speranza?
Risp: Alle tre speranze che ho tentato di uccidere, ho opposto in senso alternativo tre speranze risorte: la speranza ad altissimo prezzo contro la speranza entusiastica, la speranza del Dio creatore contro l’esagerata fiducia nelle nostre risorse come autosufficienti, la speranza nella risurrezione dei corpi contro la speranza spiritualistica. Non resta che la speranza all’ombra della croce, dal momento che croce vuol dire risurrezione dalla morte. Dio non ci risparmia la morte, perché non ci può evitare la morte, ma ci può risuscitare da morte. Come Cristo non ha potuto evitare la morte, ma è risorto. La morte è la realtà da fronteggiare, non da evitare. Sempre intendo morte nel senso più vasto della parola. La Chiesa che vive oggi nell’incertezza e noi che non sappiamo cosa fare… Questa è morte… Per questo ci ribelliamo, perché vorremmo possedere la verità, presentare al mondo la soluzione dei problemi. È la speranza all’ombra della croce, contro ogni speranza (Rom 4).
Pensate per esempio a quanti gruppi giovanili pieni di entusiasmo (e l’entusiasmo non è un fenomeno deteriore) davanti all’ondata del Concilio: che cosa rimane di quei gruppi? Forse perché proprio speravano senza essere pronti a pagare molto. La speranza di accorciare le distanze, di avere dei risultati tangibili. E il fatto di non volere questi risultati non significa non agire, ma agire senza la pretesa di quei risultati. Si tratta di vivere la speranza nonostante dubbi, difficoltà, angosce ecc…

Int: Un parroco, che parla di provvidenza e di preghiera, come le presenta sulla linea di queste riflessioni?
Risp: È la provvidenza di Dio che risuscita i morti e basta. Non un’altra provvidenza. Non ci sono difficoltà teoriche, ma semmai pratiche. È una provvidenza da non pensare come azione di Dio che risparmia la malattia, come un Dio super-collocatore del lavoro, un super-vigile urbano che misura il traffico in modo perfetto da evitare gli incidenti… Questo Dio non esiste. È un idolo, una maschera: l’unico Dio che esiste è quello della croce; il Dio incapace di salvare Gesù dalla croce, di salvare noi dalla croce, ma capace di risuscitare. La provvidenza è quella del Dio che risuscita dai morti e che non fa amnistia a nessuno della morte. Provvidenza facile quella di Renzo Tramaglino che, varcata l’Adda, dice « là c’è la provvidenza! ». Però anche Renzo ha avuto una speranza all’ombra della croce. Non è stata la storia di due innamorati che vanno fino all’altare tenendosi per mano… C’è un lieto fine, perché anche nella speranza cristiana c’è un lieto fine della resurrezione, ma attraverso la croce.
Int: Richiesta di spiegazioni sulla risurrezione dei corpi.
Risp: La risurrezione dei corpi è in opposizione all’immortalità dell’anima. Quando diciamo « anima » secondo la nostra tradizione, intendiamo la parte spirituale dell’uomo: l’uomo in quanto pensa, decide, sceglie. Questa è l’anima spirituale, intellettiva, volitiva.
Paolo non dice che la speranza nostra è nella salvezza dell’anima: dice « nella risurrezione dei corpi ». I corpi sono non solo la parte materiale dell’uomo, ma tutto l’uomo: l’integralità dell’uomo come persona che decide, sceglie e vuole, ma che si esteriorizza, si oggettivizza nel mondo e nella storia e che si apre anche a Dio. Questo è l’uomo come corpo. Quindi dire la risurrezione dell’uomo vuol dire la salvezza dell’uomo, del mondo, della storia, perché l’uomo è un essere al mondo. È una soluzione estremamente originale questa, in confronto con le utopie, le speranze dei popoli vicini alla Bibbia, presso i quali al massimo si aspettava una salvezza dell’anima. Su questa linea, del resto, si è disegnata tutta una morale ed una ascetica cristiana. Il mondo ed il corpo è come zavorra da gettare a mare. La speranza cristiana nella risurrezione di Gesù è lo scoperchiamento del suo sepolcro: presenta un Dio che vuol salvare questo mondo, questa storia, questo tempo, questo nostro essere come carne ed ossa. Salvare solo l’anima è un salvare solo una parte minima, questo io spirituale. E allora il mondo è la palestra dove le anime devono esercitarsi nella virtù. Visione strumentale del mondo.
E quando le anime sono bene esercitate, lasciano la palestra e volano via nel mondo di Dio. E la palestra? Non serve più e la si getta via. Ma il mondo non è la palestra dell’anima e nemmeno di tutto l’uomo: il mondo è una dimensione dell’uomo, è un corpo diffuso dell’uomo. Quindi la salvezza dell’uomo è anche salvezza del mondo, e la risurrezione dell’uomo è anche la risurrezione del mondo. S. Paolo nella lettera ai Romani dice che l’universo geme in attesa di questa nascita nuova. È importante, perché allora questa speranza diventa lotta durissima a caro prezzo, non solo per la salvezza dell’anima, ma per tutto il mondo, la storia, il tempo, la carnalità che sono da salvare.
Int: Nel vangelo si parla della gioia cristiana. « La mia gioia sia in voi, la vostra gioia sia piena ». Si riferisce solo a questa terra od anche all’aldilà? Ed in quale rapporto si trova la gioia con la croce?
Risp: La gioia non è solo dell’aldilà. È il dono del Cristo risorto ai suoi. San Paolo ripete: « Godete, ve lo ripeto: godete… Io sono ripieno di gioia… » Ma non è la gioia entusiastica, facile. Paolo è ripieno di gioia, ma è in carcere ad Efeso, quando scrive ai Filippesi: « Vi raccomando, siate continuamente nella gioia! » È in carcere. Allora non è che ci sia una gioia da aspettare dall’aldilà: in questa visione non c’è problema di aldilà o di aldiquà. È la gioia del Cristo, non la gioia a buon mercato, come spensieratezza, come chiusura degli occhi sui drammi dell’umanità. È la gioia come possesso pieno di una speranza contro ogni speranza. È la gioia di chi dice : « Va bene, questo sentiero si inerpica, è durissimo, ma alla fine arriverò ». È la gioia del cammino. Paolo è ripieno di speranza nonostante la sofferenza e la croce e la morte. Proprio perché è un cammino verso la risurrezione.
Come il Cristo sulla croce è morto in una fondamentale gioia. San Luca non dice che Gesù sulla croce fosse pieno di gioia. Ma dice: « Signore, affido la mia vita nelle tue mani ». Molto sereno.
Questo discorso giudica una gioia troppo chiassosa e soprattutto un gioia miope: la gioia di chi chiude gli occhi su questa realtà tremenda e drammatica che ci circonda. Quindi cantiamo la gioia, cantiamola pure, ma la gioia all’ombra della croce, nelle difficoltà, nelle lotte, nel sangue, ma nella fiducia.
Int: Intendiamo normalmente una gioia sentimentale, di tipo psicologico, al massimo intellettuale. Allora la gioia cristiana è una gioia che va un po’ al di là…
Risp: Certo. S. Paolo la chiama « il dono dello Spirito ». La gioia cristiana è la tranquillità dell’ultimo metro di acqua in un pozzo profondo. Poi il penultimo è più mosso e su, su, l’acqua diventa sempre più mossa. Ma l’ultimo metro della nostra anima, il più profondo riposa nella calma della fiducia, nella gioia. I primi metri sono pieni di cavalloni. Ecco perché mi preoccupano questi gruppi di giovanissimi che cantano così spensierati questa gioia… Poi sappiamo come vanno a finire queste gioie. Alle prime difficoltà, quella gioia non c’è più… e non ci sono più neppure i gruppi. Perché il gruppo deve costruirsi su questo senso realistico, ludico. Così come il rapporto tra due che si sposano. Ferrarotti dice: « L’incontro di due persone è uno scontro, una lotta a sangue ». Apparentemente sbalorditiva, ma è veramente realistica! Una lotta a sangue, lotta con speranza, con fiducia, di chi non si lascia nonostante tutto.
Int: Questa speranza non deve essere entusiastica, deve cioè riconoscere la presenza di ostacoli; non titanica, in quanto deve rendersi conto che queste difficoltà possono essere anche più grosse dell’uomo, deve essere una speranza alla luce della croce, cioè deve riconoscere anche la potenza di Dio che risuscita, che ci dà una mano. Però la speranza dell’uomo che è conscio delle difficoltà a cui va incontro e che può non superare per se stesso e crede nella potenza di Dio non mi sembra una bambina da tener per mano. Proprio perché carica della potenza del Dio che risuscita, sembra piuttosto una speranza potente e molto forte, se può sostenere uno che ha rinunciato all’entusiasmo e al titanismo ed è cosciente della propria nullità ed inefficienza.
Risp: È certamente una speranza robusta, più che maschia, non facile, ma anche bambina, perché se guardiamo a noi, la speranza che abbiamo è una bambina che ha bisogno di essere tenuta per mano. In sé è robusta, ma bambina perché in noi è sempre precaria, così difficile. Quella titanica è più facile di quella cristiana, quella spiritualistica poi è facilissima; è uno scappare dalla storia, dai drammi. La speranza cristiana è sostenuta dalla fede. I rapporti fra speranza e fede… Non esiste una speranza se non esiste una fede nel Cristo risorto dalla morte, nel Padre che ci ama. San Paolo ci chiede: « Chi ci potrà vincere? La nudità, la spada, la morte? L’amore di Dio è più forte di tutto ». È la fede nella presenza dello Spirito che ha risuscitato Gesù e che risusciterà anche noi. C’è un rapporto fondamentale fra speranza cristiana e fede. La speranza cristiane è una speranza di fede contro la speranza titanica che è una fede in noi stessi. Guillaume Apollinaire parla di una speranza « violenta »… Jean Cayrol: la speranza è bruciante… Di Charles Peguy è l’immagine della bambina… Tagore dice: « Sono uscito nella notte, sotto la pioggia, in cerca dell’amico. Nella notte scura di vento e di pioggia in cerca della speranza… ».
Int: La speranza entusiastica sembra essere una delle forme più condizionanti, pericolose, perché impedisce al cristiano di rimboccarsi le maniche e di immergersi nella realtà. Poi è una speranza discriminante della comunità cristiana di fronte al mondo. Anche oggi assistiamo alla tentazione, di molte comunità di credenti, di rinchiudersi ancora una volta in certezze cristiane, garanzie, speranze, rivolte che impediscono l’immergersi nella realtà, nel confronto con gli altri, nel riconoscersi non più avanti degli altri. Inoltre gli stessi sacramenti percepiti dalla gente come certezze garantite, acquisite, operanti per se stesse. In fondo impediscono che ci si senta salvati da Dio. Ancora una volta questo contribuisce a darci quelle certezze rassicuranti che non dovrebbero esserci. Perché la certezza rassicurante non è acquisibile attraverso dei gesti, anche se sono sacramenti. Il sacramento dovrebbe essere visto come speranza che stimola.
Risp: Sul problema della Chiesa aggiungerò che la Chiesa potrà sperare nel Signore e non in una speranza titanica, quando si sottometterà alla croce. Allora non si appoggerà (come dice Isaia) alla canna fessa dell’Egitto, che significa cadere. Allora si appoggerà al suo Signore, non si appoggerà alle leggi.
La speranza entusiastica che si può chiudere. Ed ecco i piccoli gruppi di amici nei quali regna l’amore, l’amicizia; dove non ci sono drammi, tensioni, conflitti. A questo proposito Kessman, esegeta protestante, dice in una osservazione sul cap. 8 della lettera ai Romani: « Paolo dice – noi gemiamo in attesa della risurrezione e con noi geme la creazione. Vedete la solidarietà della chiesa con il mondo nel gemere ». La chiesa non è la comunità di quelli ai quali Dio risparmia i gemiti, mentre il mondo è lasciato nel gemito; la Chiesa come comunità di quelli che sono nella luce, mentre il mondo resta nelle tenebre; la Chiesa comunità di quelli che sono nella sicurezza mentre il mondo lo è di quelli che brancolano nell’incertezza. La Chiesa è solidale con il mondo nel dubbio, nell’incertezza, nella ricerca, nella speranza all’ombra della croce e se non è il mondo nel senso deteriore della parola è perché spera nonostante tutto. Ecco perché bisogna ricuperare questo senso centrale della croce e non nel senso dolorifico della parola, ma questo è il punto decisivo del fatto cristiano e ciò che veramente dà una carta di identità ad un atteggiamento nostro. Il mistero della croce che è il mistero della morte e risurrezione. Dio incapace di salvare dalla morte, ma capace di salvare i morti. Anche nel credo degli apostoli che Paolo apostolo aveva ricevuto e trasmesso a quelli di Corinto è scritto: « Cristo morì per i nostri peccati e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, e apparve a Cefa ed agli altri… ». Tutto il credo cristiano vedetelo qui: quello che poi Paolo, nella prima lettera ai Corinti, chiama « il mistero della croce » e la predicazione della croce oppure Cristo crocifisso. E sulla croce dobbiamo rompere tutte le altre carte di identità…
Int: Si demolisce la speranza titanica, ma l’uomo non è il luogo della manifestazione di Dio?
Risp: La speranza titanica non è l’affermazione dell’uomo. È la speranza di un uomo che si crede titano, cioè alienato, per un complesso di inferiorità o di superiorità, non fa differenza. L’uomo alienato, cioè diverso da se stesso. La speranza titanica è quella dell’uomo che vuol fare a meno di Dio, che crede di avere in se stesso, in modo autosufficiente, le risorse per salvarsi e che quindi crede di poter fare a meno di Dio. L’uomo di oggi fa questo; ed è dentro di noi: l’uomo tecnologico e titanico siamo noi.
La speranza che vi si oppone non è una speranza di un uomo ridotto all’impotenza, all’ignavia, alla pigrizia, al disinteresse. È una speranza operativa nella storia, ma non chiusa nella propria autosufficienza. A questo punto il problema è che tutta la responsabilità della storia è sulle spalle dell’uomo, ma l’uomo è nelle mani di Dio: questo è decisivo. Perché altrimenti l’esito finale sarebbe la morte e non la risurrezione, la chiusura dei sepolcri e non il loro scoperchiamento. Bloch (Ateismo nel cristianesimo) dice: « La grande alienazione che colpisce l’uomo è la morte. Dobbiamo fare di tutto per liberare l’uomo, ma non sappiamo come fare ». Ed è una grande critica contro il comunismo ufficiale (Bloch è comunista eterodosso). « Finché non liberiamo l’uomo dalla morte, resterà l’alienazione fondamentale ». La speranza cristiana all’ombra della croce è la speranza della liberazione dell’uomo dalla morte, non del risparmio dalla croce.
La speranza cristiana è un prodigio, la speranza nel prodigio, nell’impossibile. C’è una rassomiglianza fra la speranza cristiana e quella titanica: l’una e l’altra sperano nell’impossibile, ma il cristiano fidando in Dio, il titano fidando in sé. Ed il fidarsi di Dio non esenta il cristiano dall’operosità, non lo libera dall’assenteismo e dalla pigrizia, lo libera dall’autosufficienza. Ci sarebbe da fare un discorso su come il dono di Dio non annulli l’operosità dell’uomo, ma sta alla radice della sua operosità.
Es. il giocatore di carte che fa la sua partita. Aveva in mano dieci carte e le ha giocate tutte con estrema tensione. Ha giocato la decima carta, come la carta sua ultima ed ha perso la partita. Questo uomo non ha più nessuna carta, la partita è persa irrimediabilmente. Se avesse ancora una carta, forse potrebbe rimediare alla mossa dell’avversario. È l’uomo concreto. E Dio è presente nella partita. Il giocatore senza carte è l’uomo nel sepolcro. Dio non si sostituisce all’uomo nel giocare la partita, come se dicesse: « Lascia fare a me, gioco io per te. Ti faccio vedere come si fa a giocare! ».
Dio dà invece al giocatore altre dieci carte ed il giocatore è responsabilizzato a giocare bene. Le dieci carte gliele ha date Dio: senza di esse l’uomo sarebbe ridotto all’impotenza. Con le dieci carte può giocare ancora, ma le gioca lui con tutta la sua responsabilità. E gioca le dieci carte ed alla fine della partita perde ancora. E Dio gli dà ancora dieci carte e si ritorna daccapo…
Il dono delle carte non esime il giocatore dal giocarle, ma gli rende possibile una nuova giocata, una nuova attività, una nuova responsabilità piena. Però senza Dio le carte per giocare non le avrebbe avute più...

L’EXALTATION DE LA SAINTE ET VIVIFIANTE CROIX

 L’EXALTATION DE LA SAINTE ET VIVIFIANTE CROIX dans immagini sacre La-croix-Louveciennes

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Publié dans:immagini sacre |on 14 septembre, 2015 |Pas de commentaires »
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