Archive pour le 18 septembre, 2015

Angels

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Publié dans:immagini sacre |on 18 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli esseri umani di questo mondo e tutte le cose di questo mondo. San Francesco

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UMILTÀ

La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli esseri umani di questo mondo e tutte le cose di questo mondo. San Francesco

E’ umiltà nelle parole, nelle frasi, nei discorsi. E’ umiltà negli atteggiamenti, nelle espressioni, nei pensieri, nei gesti, nelle azioni. E cosa vuol dire essere umili? Innanzi tutto significa non pensare di avere già la risposta pronta a questa domanda. Mi ricordo che sto comunicando con te. Questo è il primo atto di umiltà. Non c’è divisione, non c’è separazione, non c’è chi sta sopra e chi sta sotto, chi ha di più e chi ha di meno, chi sa già tutto e chi non sa niente. Riconosco che ho sbagliato, m’inchino a te per questo. Umiltà è un atto di riconoscimento: riconoscere i propri errori, i propri sbagli, i propri limiti, chiedere scusa, riparare un danno, dare la precedenza, chiedere consiglio, chiedere aiuto, inginocchiarsi, mettersi all’ultimo posto in una fila per prendere da mangiare, lasciare subito spazio e lasciar passare in un sentiero stretto. Umiltà è servire con gioia e senza remore, senza esitazioni, sempre. Perché esistono i lavori umili? Cos’hanno di speciale? Lavare i vetri a un semaforo, lavorare la terra, fare le pulizie o il cameriere, lo spazzino o il muratore sono azioni e lavori che molti non farebbero: perché? C’è umiltà in chi sostiene sempre di avere ragione, di sapere o di conoscere tutto? C’è umiltà in chi vuole vincere o prevalere a tutti i costi su chiunque altro in un discorso, in una conversazione, in un affare, in una decisione?Se non c’è umiltà non c’è amore. Se un ladro entrasse in casa tua, non fare resistenza, quello che cerca e chiede daglielo, e anche di più. Lui si interessa solo di cose materiali, che si possono ricomprare o riguadagnare: di certo non può portarsi via qualsiasi altra cosa intangibile. Se riesci, accoglilo da amico, stringigli la mano, auguragli ogni bene. Dietro di lui c’è comunque un cuore, un’anima, una sensibilità e così facendo probabilmente in qualche modo l’avrai aiutato molto di più che con le cose che si è preso. E’ un gesto d’amore difficile, lo so, è un gesto di umiltà che appare contro natura, perché non ci siamo abituati, perché spesso si reagisce con resistenza, rabbia, violenza, imitando comportamenti altrui in casi simili. Se siamo capaci di amore lo vediamo nei momenti di difficoltà, ed è lì che veniamo messi alla prova. Le imprecazioni, l’augurare il male, qualsiasi pensiero, parola o atto violento vanno nella direzione opposta e contraria a ciò che potremmo chiamare amore il quale non dovrebbe esserci soltanto quando è comodo, conveniente, direttamente e prontamente vantaggioso, facile da essere od attivare. E’ nelle situazioni più difficili e delicate che abbiamo la possibilità di alimentare le trasformazioni, o contribuire a diminuire le divisioni, i muri, le barriere, gli attriti, ogni forma di violenza gli uni con gli altri. E tutto questo nasce da un semplice quanto inizialmente difficile atto di umiltà: inchinarsi all’altro e tendergli la mano. Nella nostra vita ci sono varie occasioni per poter far questo: ad esempio quando si vorrebbe recuperare un’amicizia o un rapporto deteriorato e trasformatosi in gelido silenzio, rancore od indifferenza. Non ci sono muri di cemento armato, non c’è un muro di Berlino in mezzo: basta un semplice gesto di umiltà, una telefonata, una parola, un chiarimento, chiedere scusa, fare autocritica. E’ tanto difficile? Esigere di essere chiamato ingegnere, avvocato, giudice, onorevole, ha a che vedere con l’umiltà? Chi è umile si pone all’ultimo posto, chiede quasi di passare inosservato, di essere trasparente, invisibile, cammina per il mondo in punta di piedi, e teme persino di calpestare una formica. Spesso è pure silenzioso, non ha opinioni, non esprime giudizi, non si schiera, tende all’equilibrio. Non spreca energie, non chiede mai nulla, interagisce col mondo per il piacere di farlo, senza mai pensare ad alcun tornaconto. Come fa una persona a crescere senza voler cambiare? Non può perché la crescita implica un cambiamento. E’ impossibile. E’ come immaginarsi che un bambino, con la crescita rimanga identico sia nel corpo che nella mente. Non è per niente cresciuto. Allora come si fa a cambiare? Per cambiare serve l’umiltà. Umiltà è pure la disposizione verso il proprio cambiamento, è un abbandono della presunzione di non dover cambiare. Collegandoci con la teoria del caos, e con l’insegnamento di Eraclito, nel processo del divenire cambiamo continuamente, ci modifichiamo continuamente, in accordo con le leggi della natura. Se c’è rigidità, se ci sono orgoglio e presunzione, se c’è durezza nel cuore ed in tutti i sensi, se c’è resistenza, se c’è superbia, se c’è immobilità e fermezza estrema nelle proprie posizioni, il movimento, il cambiamento, la crescita, l’evoluzione non vengono agevolati. Il miglioramento nasce grazie alla nostra flessibilità, adattabilità, ricettività, sensibilità, elasticità, malleabilità, versatilità; in una parola la nostra crescita ed evoluzione è collegata alla nostra umiltà, e nell’umiltà siamo nell’amore. Quando c’è umiltà forgiamo continuamente il nostro meraviglioso attrattore strano, mentre nella rigidità e nella superbia tendiamo al ciclo limite e al punto fisso. L’umiltà è quel segno di forza che ci permette di danzare nel mondo senza mai competere con nessuno, e per mezzo del quale diventiamo noi stessi altamente riconosciuti. Si chiude il circolo: da umiltà come atto di riconoscimento, ad ottenere un riconoscimento inaspettato ed eccelso per questa nostra qualità, se siamo in grado di farla nostra. Chiaramente non è mirata al riconoscimento, ma esso giunge naturale, perché tutto alla fine, ritorna. E nell’umiltà non ci vergogniamo di mostrarci come siamo, con tutta la nostra fragilità e debolezza. Andiamo per il mondo in punta di piedi, e senza vergogna. E nell’umiltà siamo sempre nuovi, nasciamo nuovi ogni giorno, ad ogni istante, dimentichi delle nostre opere e delle nostre azioni e delle nostre conquiste. Nell’umiltà torniamo quindi continuamente bambini, non sappiamo nulla, e ci accostiamo prudentemente al mondo, con gli occhi pieni di stupore, curiosità e meraviglia. Ecco perché i bambini sono disarmanti: perché nella loro sincerità, nella loro freschezza, nella loro genuinità, nella loro spontaneità, nella loro immediatezza, nella loro semplicità, nella loro innocenza, sono estremamente umili (magari senza saperlo, perché tutto sorge naturale). Nell’umiltà c’è la predisposizione ad imparare sempre, nella scuola della vita, anche se avessimo cent’anni o un bagaglio enorme di esperienza alle spalle. Nell’umiltà quindi non c’è l’esercizio di alcun potere (anche se fosse disponibile), non c’è alcun abuso o atto di superiorità: semplicemente si danza per il mondo in puro spirito di servizio ed amore, con un senso di gratitudine immenso, silenzioso o manifesto, per tutto ciò che ci circonda. L’umiltà non può nascere che dal cuore, e se dovessimo disegnarla a pennello non può essere altro, come un cuore sano, che uno splendido meraviglioso attrattore « strano », estremamente malleabile, flessibile, adattativo, mutevole ad ogni perturbazione o modificazione, ma conservativo, senza mai perdere la sua caoticità e complessità, in caso la perseveranza e la costanza di atteggiamento e comportamento vi si accompagnino. Perché Francesco dice che la semplicità e l’umiltà confondono? Forse intuiva già la ri-scoperta della teoria dei quanti e della teoria del caos, perché esattamente così è la nostra prima impressione quando ci troviamo davanti ai fenomeni sub-atomici, o ad un attrattore caotico: essi confondono. Confondono tutte le nostre false certezze, tutte le presunte verità acquisite, confonde tutta la sapienza dell’uomo, che non è per nulla sapienza divina, è ben lontana dall’esserlo. La teoria del caos è intrisa di umiltà, perché giunge in punta di piedi a darci qualche frammento od intuizione di verità con la v minuscola, verità locali, che possano soddisfare la nostra limitata mente umana e umana comprensione, ben conscia che non si può andare oltre. Essa fa un bagno di umiltà a se stessa e a tutti coloro che volessero abbracciarla. E allo stesso tempo confonde i superbi ed i sapienti. La semplicità e la complessità sono così strettamente legate, sono due facce della stessa medaglia, e l’umiltà, volendo personificarla, neppure se ne cura. La sapienza è dell’umile, che neppure sa di averla. Non è sua, non se ne appropria. Nel caso se ne appropriasse, perderebbe l’umiltà. E’ paradossale, ma è così. Inoltrandoci e comprendendo profondamente teoria dei quanti e teoria del caos arriviamo ad imbatterci in una moltitudine di paradossi, in una moltitudine di koan, e a quel punto che facciamo? Lasciamo perdere la mente, i ragionamenti, la logica, la scienza, Euclide, i pensieri e le parole. E’ meglio farci prendere per mano, e farci guidare. Da chi? Da che cosa? Ognuno trovi da sé la sua risposta e il suo cammino.
S: Non trovo nulla da aggiungere od obiettare; per quanta riguarda la Semeiotica Biofisica Quantistica e l’Amore, vorrei dire che essa spiega come nella realtà non-locale tutti siamo una realtà unica, ed il tutto contiene le singole parti e viceversa: certo, ognuno è « Individuata Substantia Rationabilis Natura » (Anicio Manlio Severino Boezio), ma immerso in una EI che ci tiene uniti in una sola realtà, mediante la componente onda fluttuante nell’Universo.

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OMELIA 20 SETTEMBRE 2015 | 25A DOMENICA T.O.

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20 SETTEMBRE 2015 | 25A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

Per cominciare
« Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti », dice Gesù agli apostoli, in cerca di posti di prestigio e che ancora non comprendono le parole di Gesù. Poi, quasi a sorpresa, propone loro di accogliere la vita come l’accoglie un bambino e aggiunge: « Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me ».

La parola di Dio
Sapienza 2,12.17-20. Contro il giusto si accaniscono i superficiali, gli empi, gli edonisti, disposti a tormentarlo e addirittura a condannarlo a una morte infame. Ma il giusto è nelle mani di Dio: sarà Dio a dire l’ultima parola e il soccorso gli verrà.
Giacomo 3,16-4,3. Continua la lettera di Giacomo, concreto come sempre. « Dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni », dice, perché è da qui che nascono le cattive azioni, le liti, le guerre.
Marco 9,30-37. Ancora una volta Gesù fa riferimento alla sua passione, morte e risurrezione. Ma gli apostoli non capiscono. Anzi, lungo la strada discutono su chi tra di loro occuperà i posti di maggior prestigio nel futuro regno predicato da Gesù.

Riflettere…
o Il libro della Sapienza nasce in ambiente greco, dove gli ebrei rischiavano di subire il fascino della cultura pagana ed edonistica. Preoccupato per il pericolo di subire una vera e propria contaminazione, l’autore mette sulla bocca degli empi proposte di vita inaccettabili per un vero ebreo. Particolarmente significativi i versetti che precedono il testo che ci viene proposto oggi: « Dicono gli empi fra loro sragionando: « La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati… Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Saziamoci di vino pregiato e di profumi, nessuno di noi sia escluso dalle nostre dissolutezze. Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere, perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. Spadroneggiamo sul giusto, che è povero, non risparmiamo le vedove, né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato. La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile »" (Sap 2,1-11 passim).
o Come sempre il testo della prima lettura si collega al vangelo, dove Gesù parla di se stesso proprio come il giusto che viene perseguitato, condannato e messo a morte come un infame.
o Per la seconda volta Gesù ritorna nel vangelo di Marco sulla passione e morte che lo aspetta. Solo domenica scorsa ricordavamo Pietro che reagiva a queste parole e veniva rimproverato: « Tu non pensi secondo Dio ». Nello stesso vangelo di Marco Gesù parlerà ancora una terza volta della sua Pasqua. Sono in viaggio verso Gerusalemme, Gesù cammina davanti a tutti, i discepoli lo seguono, ma alcuni hanno paura. Gesù li prende in disparte e li prepara con grande realismo a ciò che lo aspetta: « Il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà » (Mc 10,33-34).
o Gesù parla dunque di questi argomenti, ma gli apostoli pensano a tutt’altro. E si domandano per via chi tra di loro « è il più grande ». Essi vivono in una società in cui il fariseismo ha messo radici: i titoli onorifici hanno grande importanza, si dà la caccia alle cariche e ai primi posti… La questione dei posti di onore coinvolgeva regolarmente il quotidiano di tutti: a tavola, nelle sinagoghe, per strada, nelle assemblee.
o Su questi argomenti Gesù interverrà più volte (cf Mt 23,5-7). E in questa circostanza si siede, assumendo la posizione del rabbino che dà lezione, e dice loro le parole che difficilmente adesso possono comprendere, ma che non dimenticheranno: « Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti ». Se le ricorderanno così bene, che verranno riportate nei vangeli, con sfumature diverse, per altre sei volte: « Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato » (Mt 23,11-12). Fino a proporre se stesso come modello: « Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve » (Lc 22,27).
o In questo episodio Gesù dà il suo insegnamento accompagnando le sue parole con un fatto a sorpresa, alla maniera dei profeti dell’antico testamento. Chiama un bambino, uno a caso tra quelli che gironzolavano lì attorno, e lo mette in mezzo al gruppo degli apostoli.
o Davanti a quel bambino si sentono imbarazzati e anche un po’ buffi quegli uomini fatti, che lentamente stanno prendendo coscienza della propria dignità e dei propri compiti. Ma il contrasto serve bene a Gesù per trasmettere un messaggio accompagnandolo con una immagine di particolare plasticità. Gesù, posando la sua mano sulla spalla di quel bambino, dice: « Se ci tenete tanto a diventare grandi agli occhi di Dio e a occupare i primi posti nel regno, dovete diventare come questo bambino ».
o Gesù non dice agli apostoli che devono ripercorrere all’indietro i loro anni: chiede a loro di cambiare dentro, di operare una conversione, di acquistare la mentalità senza calcoli dei bambini, di abbandonare quel desiderio di superare gli altri che li sta prendendo: non amare di farsi chiamare « rabbi », « padri » o « guide » (cf Mt 23,8-11), non voler vivere di ambizione, non cercare di mettersi a un gradino più alto rispetto agli altri…
o Il bambino è anche uno che dipende docilmente e spesso interamente dagli altri. Anche da questo punto di vista diventa un modello per i discepoli, perché essi nel loro rapporto con Dio devono acquistare questa dipendenza docile e spontanea, che li fa vivere lasciandosi condurre per mano da lui.
o Gesù conclude le sue parole dicendo che chi accoglie un bambino per amor suo accoglie lui in persona. Questo immedesimarsi di Gesù nel bambino, ribadisce ancora una volta l’efficacia del modello proposto: il bambino, proprio perché indifeso, docile e incapace di ambizione, diventa una bella immagine di Gesù: egli che pur essendo Dio si è fatto piccolo, umile, per incontrare l’uomo, affinché nessuno avesse paura di lui.

Attualizzare
* Qual è la persona più importante della nostra città? E di tutta l’Italia? E del mondo? Le risposte si sprecano. È la televisione che lo stabilisce, sono i giornali, le riviste. Sarà il sindaco, un dirigente industriale, un cantante famoso, un giocatore di calcio, una velina… Insomma, uno che conta secondo l’opinione pubblica.
* Qual è l’opinione di Gesù al riguardo? Chi è la persona più importante secondo lui? La risposta ci viene nel modo più chiaro dalla parola di Dio di quest’oggi.
* Siamo in Galilea, Gesù è in viaggio verso Gerusalemme. A Cafarnao si confida con gli apostoli. Li ha scelti lui come amici, li tratta da amici. Non può nascondere loro il termine della sua vita, l’atroce esperienza della croce, la sua Pasqua. Una prima volta Pietro si è ribellato alle parole di Gesù. Questa volta invece tace, come gli altri. Non capiscono. Eppure l’antico testamento è zeppo di citazioni che presentano il messia come un « servo sofferente ». La prima lettura, tratta dalla Sapienza, ne è un esempio. Si parla dell’ebreo giusto, la cui vita è di rimprovero per i malvagi. E allora congiurano di ucciderlo, e questa sua morte è una sfida a Dio, perché se davvero è giusto verrà a salvarlo.
* Gli apostoli non capiscono e discutono di tutt’altro. Essi aspettano che Gesù dia inizio al suo regno. Sono in viaggio verso Gerusalemme e lì si aspettano un ministero o qualcosa del genere. Il dialogo con Gesù ha qualcosa di buffo e di umiliante.
* Gesù domanda: « Di che cosa stavate discutendo per la strada? ». Gli apostoli tacciono, si vergognano. Perché discutevano tra loro chi fosse il più importante. Insomma, gli apostoli sono persone come noi, come la maggior parte della gente di ieri e di oggi. Di che cosa parliamo noi? Quali sono i nostri pensieri, i nostri progetti? Non assomigliamo forse e parecchio a ciò che scrive Giacomo: « Siete invidiosi, pieni di desideri e non riuscite a ottenere; combattete, uccidete e fate guerra! »?
* L’ambizione può essere un sentimento giusto e legittimo se ci mette in condizione di servire meglio i fratelli. Altrimenti è fonte di guai, di gelosia, di avidità (seconda lettura). Tanto più in un apostolo, in un vescovo, in un prete, in un cristiano. Le comunità cristiane lungo i secoli non hanno dato sempre buon esempio. Nella chiesa, chi occupa i primi posti deve lasciare ogni desiderio di grandezza, non deve usarla come trampolino di lancio per raggiungere posizioni di potere, contare di più e dominare sugli altri.
* Anche nella società « non si deve avere paura di piegarci per lavare i piedi del mondo. La chiesa deve giocare come serva, non come riserva del mondo. La chiesa non vuole mai fare il braccio di ferro con il mondo… perché se mena vanto della propria bravura, tristi tempi verranno » (mons. Tonino Bello). I cristiani « entrano nel mondo non con la forza delle armi, il prestigio della finanza o le macchinazioni della politica, ma con lo spirito di colui che è « venuto a servire »" (Gianfranco Ravasi). aPer questo sono tantissimi tra i cristiani coloro che a ogni livello si sono presentati al mondo come modelli di umiltà: papa Giovanni, papa Luciani, san Francesco, don Bosco, Piergiorgio Frassati, tanti altri cristiani anonimi che sono vissuti nella disponibilità, nella semplicità, senza ambizioni e calcoli.
* Chi è il più grande? Chi è il più importante? Nel passo parallelo di Matteo, Gesù prende un bambino, lo pone in mezzo e dice: « In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli » (Mt 18,3-5).
* Oggi i bambini sono vezzeggiati, coccolati, viziati, al centro delle attenzioni di nonni e di parenti. Al tempo di Gesù invece erano tra coloro che non contavano nulla nella società. Ma Gesù si identifica con loro: « Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me ».
* Gesù nella sua vita non ha cercato per sé cariche pubbliche e posti di prestigio, né si è lasciato impressionare dai titoli onorifici di chi gli stava davanti, dalla loro esperienza, dagli anni e dai capelli bianchi: guardava ogni uomo negli occhi senza alcuna timidezza, gli leggeva sin nel fondo i pensieri e le intenzioni.
aNon si deve quindi confondere il dovere di diventare bambini e di farsi piccoli come un invito alla timidezza, a vivere da « imbranati », incapaci di responsabilità. Non si tratta di ridiventare o di rimanere bambini, di operare cioè un processo involutivo nella propria vita, ma di « diventare » bambini. Cioè di porsi questo obiettivo come oggetto di conquista, come un cammino di conversione verso un modo di vivere più vero, libero, meno complicato.
* Il bambino si fida, non teme « imbrogli », non fa calcoli, non si domanda se e quanto ci guadagnerà. La virtù della « prudenza » è invece un difetto proprio di chi ha già vissuto ed è diventato vecchio, di chi ha raggiunto l’immobilità della sapienza. aDiventare bambini è un invito a dimenticare quel che si è fatto e si è sofferto, non chiudersi in se stessi con risentimento o incupirsi per le amarezze trangugiate. Ogni giorno il bambino si apre con una disponibilità sempre fresca per le nuove esperienze.
* Farsi il cuore, la mente, gli occhi di un bambino diventa realmente una conquista; ed è vissuta indubbiamente in modo più consapevole e pieno proprio da chi più ha vissuto, si è donato, ha sofferto.
* Nella chiesa in ogni tempo i bambini hanno avuto accoglienza, rispetto, venerazione. Alcuni santi sociali si sono distinti proprio per aver dedicato l’intera loro vita ai piccoli. Talvolta qualcuno, anche tra i cristiani, guarda con sufficienza a chi come Gesù ama e si prende cura dei bambini. Invece proprio perché « piccoli », essi sono spesso indifesi, oggetto di strumentalizzazioni, incapaci di ribattere, di far riconoscere i propri diritti di persone. Non a caso il vangelo ci ricorda ancora oggi che chi tra noi accoglie i più piccoli è come se accogliesse lo stesso Gesù, equiparando questo servizio pastorale a quello dei predicatori del vangelo e dei profeti.

San Francesco o un ricco sceicco?
« Mi incontrai un giorno con una scuola media per un botta e risposta spontaneo che svelasse ciò che quegli adolescenti pensavano della vita, della fede, di tutto. Erano ragazzi e ragazze che nulla facevano per nascondere il loro culto del benessere. Forse erano figli di persone importanti. Il dialogo si avviò con difficoltà anche perché i ragazzi non sapevano cosa chiedere a un vescovo, per di più a un vescovo che stava sempre con i poveri, amava i poveri e anche lui se la passava da « povero Cristo ». Tentai allora di avviare un dialogo e a bruciapelo feci questa domanda: « Chi vorreste essere nella vita quando sarete grandi? ». In coro fecero il nome di una persona ricca e importante. Credendo di non essere stato capito formulai in altra maniera la domanda: « Ammettiamo che voi desideriate veramente la vostra felicità, la felicità dei figli di Dio: vorreste essere come san Francesco, che da ricco si fece povero? O come uno sceicco d’Arabia, che da povero diviene ricchissimo? ». E anche questa volta la risposta fu fulminea: « Lo sceicco »" (mons. Antonio Riboldi).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

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