Archive pour le 11 septembre, 2015

Martyrio SS. Petri, Filatelia sacra

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Publié dans:immagini sacre |on 11 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

ENZO BIANCHI : SANTITÀ E BELLEZZA

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ENZO BIANCHI : SANTITÀ E BELLEZZA

La tradizione cristiana, soprattutto occidentale, ha operato un’interpretazione essenzialmente morale della santità. Questa però non consiste propriamente nel non peccare, bensì nel fare affidamento sulla misericordia di Dio che è più forte dei nostri peccati e capace di rialzare il credente che è caduto. TI santo è il canto innalzato alla misericordia di Dio, è colui che testimonia la vittoria del Dio tre volte santo e tre volte misericordioso. La santità cioè è grazia, dono, e chiede all’uomo l’apertura fondamentale per lasciarsi invadere dal dono divino: la santità dunque testimonia anzitutto il carattere responsoriale dell’ esistenza cristiana, un carattere che afferma il primato dell’ essere sul fare, del dono sulla prestazione, della gratuità sulla legge. Possiamo dire che la santità cristiana, anche nella sua dimensione etica, non ha un carattere legale o giuridico, ma eucaristico: è risposta alla charis di Dio manifestata in Cristo Gesù. Ed è segnata perciò dalla gratitudine e dalla gioia; il santo è colui che dice a Dio: «Non io, ma Tu».
Questa ottica di grazia preveniente ci porta ad affermare che altro nome della santità è bellezza. Sì, nell’ottica cristiana la santità si declina anche come bellezza. Già il Nuovo Testamento associa queste due esortazioni ai cristiani: avere «una condotta santa» non è altro che avere «una condotta bella» (cfr. 1 Pietro l, l 5 – l 6 e 2,12). Articolata come bellezza, la santità appare anzitutto essere impresa non individualistica, non frutto dello sforzo, magari eroico, del singolo, ma evento di comunione. È la comunione raffigurata iconicamente in Mosè ed Elia «apparsi nella gloria» (Luca 9,3r) e nei discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni radunati attorno al Cristo splendente nella luce della trasfigurazione. È la communio sanctorum, la comunione dei santi, di coloro che partecipano alla vita divina communicantes in Unum, comunicando con Colui che è l’unica sorgente della santità (cfr. Ebrei 2,11). Come non ricordare la cattedrale di Chartres con le statue dei santi dell’ Antico e del Nuovo Testamento radunati attorno al Beau Dieu come tanti raggi che promanano dall’unico sole? La gloria di Colui che è «l’autore della bellezza» rifulge sul volto di Gesù, il Cristo (2 Corinti 4,6), il Messia cantato dal Salmista come «il più bello tra i figli dell’uomo» (Salmo 45,3), e si effonde nel cuore dei cristiani grazie all’azione dello Spirito santificato re, che plasma il loro volto a immagine e somiglianza del volto di Cristo, trasformando le loro individualità biologiche in eventi di relazione e comunione. E così la vita e la persona del cristiano possono conoscere qualcosa della bellezza della vita divina trinitaria, vita che è comunione, pericoresi di amore.
La santità è bellezza che contesta la bruttura della chiusura in sé, dell’ egocentrismo, della philautia. È gioia che contesta la tristezza di chi non si apre al dono di amore, come il giovane ricco che «se ne andò triste» (Matteo 19,22). Ha scritto Léon Bloy: «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi». Ecco la santità, e la bellezza, come dono e responsabilità del cristiano. All’interno di un mondo che «è cosa bella» – come scandisce il racconto della Genesi – l’uomo viene creato da Dio nella relazione di alterità maschio-femmina e stabilito come partner adeguato per Dio, capace di ricevere i doni del suo amore, e quest’ opera creazionale viene lodata come «molto bella» (Genesi 1,31). In un mondo chiamato alla bellezza, l’uomo, che è posto come responsabile del creato, ha la responsabilità della bellezza del mondo e della propria vita, di sé e degli altri. Se la bellezza è «una promessa di felicità» (Stendhal), allora ogni gesto, ogni parola, ogni azione ispirata a bellezza è profezia del mondo redento, dei cieli nuovi e della terra nuova, dell’umanità riunita nella Gerusalemme celeste in una comunione senza fine. La bellezza diviene profezia della salvezza: «è la bellezza» ha scritto Dostoevskij «che salverà il mondo».
Chiamati alla santità, i cristiani sono chiamati alla bellezza, ma allora noi ci possiamo porre questo interrogativo: che ne abbiamo fatto del mandato di custodire, creare e vivere la bellezza? Si tratta infatti di una bellezza da instaurare nelle relazioni, per fare della chiesa una comunità in cui si vivano realmente rapporti fraterni, ispirati a gratuità, misericordia e perdono; in cui nessuno dica all’ altro: «lo non ho bisogno di te» (1 Corinti 12,21), perché ogni ferita alla comunione sfigura anche la bellezza dell’unico Corpo di Cristo. È una bellezza che deve caratterizzare la chiesa come luogo di luminosità (cfr. Matteo 5,14-16), spazio di libertà e non di paura, di dilatazione e non di conculcamento dell’umano, di simpatia e non di contrapposizione con gli uomini, di condivisione e solidarietà soprattutto con i più poveri. È bellezza che deve pervadere gli spazi, le liturgie, gli ambienti, e soprattutto quel tempio vivente di Dio che sono le persone stesse. È la bellezza che emerge dalla sobrietà, dalla povertà, dalla lotta contro l’idolatria e contro la mondanità. È la bellezza che rifulge là dove si fa vincere la comunione invece del consumo, la contemplazione e la gratuità invece del possesso e della voracità. Sì, il cristianesimo è philocalia, via di amore del bello, e la vocazione cristiana alla santità racchiude una vocazione alla bellezza, a fare della propria vita un capolavoro di amore. TI comando «Siate santi perché io, il Signore, sono santo» (Levitico 19,2; I Pietro 1,16) è ormai inscindibile dall’ altro: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Giovanni 13,34). La bellezza cristiana non è un dato, ma un evento. Un evento di amore che narra sempre di nuovo, in maniera creativa e poetica, nella storia, la follia e la bellezza tragica dell’ amore con cui Dio ci ha amati donandoci suo Figlio, Gesù Cristo.

Publié dans:Enzo Bianchi |on 11 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

OMELIA 24A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

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OMELIA 24A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

Per cominciare
Presso Cesarea di Filippo, a nord della Galilea, il vangelo di Marco ci mette di fronte a due domande cruciali che Gesù pone ai suoi apostoli per conoscere che cosa la gente e gli stessi apostoli pensano di lui. Poi fa riferimento alla croce che dovrà affrontare. E a Pietro che non capisce, e agli apostoli, dà una severa lezione di vita, per prepararli a scegliere fino in fondo la via evangelica.

La parola di Dio
Isaia 50,5-9a. Il terzo canto del Servo di Iahvè di Isaia presenta il profeta che non si sottrae all’umiliazione della persecuzione e della sofferenza. Egli ha una fiducia incrollabile nella vicinanza del Signore, che gli dà la forza di resistere e che gli renderà giustizia.
Giacomo 2,14-18. Se la fede non è seguita dalle opere, non può portare la salvezza, è una fede morta. Così dice Giacomo, che, pratico come sempre, invita a cristiani a rendere concreta la loro fede vivendo nell’amore fraterno.
Marco 8,27-35. Siamo a metà del vangelo di Marco, un vangelo che sin dall’inizio si domanda chi sia Gesù. In questo brano è lo stesso Gesù che invita gli apostoli a manifestare le proprie convinzioni. Ma poi sarà lui a parlare apertamente di sé e delle sue più profonde scelte di vita.

Riflettere…

o La domanda che Gesù pone ai suoi apostoli a Cesarea di Filippo viene riportata da tutti e tre i vangeli sinottici. La chiesa ci propone questa lettura nei tre cicli dell’anno liturgico, quasi a sottolinearne la centralità e anche l’importanza di un nostro coinvolgimento.
o Il vangelo di Marco, dopo aver dichiarato sin dal primo versetto di essere il « vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio » (Mc 1,1), poi pare dimenticarlo ed è tutto un interrogarsi su Gesù: « Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono! »" (Mc 1,27); « Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono? » (Mc 4,41); « Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? » (Mc 6,2).
o Qui siamo al capitolo ottavo e ci troviamo non solo a metà del vangelo di Marco (che, come si sa, è di 16 capitoli…), ma in qualche modo a una prima svolta sul riconoscimento della vera identità di Gesù. Pietro dice di lui: « Tu sei il Cristo », ma si ferma qui nella sua dichiarazione. Sarà soltanto il Padre che proclamerà subito dopo solennemente nel momento della trasfigurazione « Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo » (Mc 9,7). Non sarà comunque dagli apostoli, ma dalla bocca di un centurione romano, che – vedendolo spirare in quel modo sulla croce – uscirà nell’espressione della fede più matura: « Davvero quest’uomo era Figlio di Dio! » (Mc 15,39).
o Non c’è dubbio che gli apostoli, che condividono da vicino l’esperienza di Gesù, vengono coinvolti nei suoi successi e se ne compiacciono. Chissà se nel momento in cui sono stati invitati a seguirlo, abbandonando tutto subito – casa, famiglia e reti – si sono posto il problema di cosa avrebbero affrontato mettendosi al suo seguito… Certo, da buoni ebrei, sono rimasti impressionati dai miracoli, dalle sue parole, dalla fama che si è conquistata, e probabilmente si sono convinti che seguendo quest’uomo speciale sarebbero andati incontro a un sicuro successo. Non per niente, proprio domenica prossima ricorderemo che, mentre Gesù parla della sua passione, essi discutono tra di loro su chi sia il più grande tra di loro » (Mc 9,34).
o Questo potrebbe forse spiegare la loro delusione e l’abbandono nel momento della prova, quando al posto di vedere il trionfo di Gesù, si dovettero confrontare con un uomo che si arrende a chi lo manda in prigione e lo tortura, e non reagisce davanti a chi lo appende a una croce.
o In qualche misura già nell’antico testamento si può trovare qualche traccia di questo modo di proporsi di Gesù. Quanti personaggi minori e scartati o perseguitati dai potenti trovano nella Bibbia la loro difesa in Dio. L’affermazione più limpida al riguardo la si trova sicuramente nel terzo canto del libro di Isaia (prima lettura), in cui un misterioso profeta, che la chiesa nei secoli ha sempre riconosciuto come figura di Gesù, viene perseguitato, umiliato, flagellato, ma non è abbandonato da Dio, che lo libera dalle mani dei nemici e lo glorifica, dichiarandolo giusto e portando a compimento la sua missione.
o È comunque a questi apostoli, con gli occhi pieni di ciò che vedono e ambiziosi, che Gesù pone una doppia domanda a bruciapelo: « La gente, chi dice che io sia? ». Ed ecco che gli apostoli si fanno interpreti della gente e dicono che egli è visto come un grande profeta del passato; oppure come un nuovo Giovanni Battista. Sembrano dichiarazioni importanti, in realtà Gesù è più di un profeta, ben più grande del Battista. Lo stesso Marco afferma che la gente lo ammira, perché « sono stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegna loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi » (Mc 1,27). Eppure non mancherà chi lo definirà un esaltato, un bestemmiatore, un irriverente verso la tradizione…
o Gesù non si ferma, e volendo educare i suoi a vedere la persona del messia come la vede lui, continua: « Ma voi, chi dite che io sia? ».
o Risponde Pietro a nome di tutti e manifesta l’opinione che si è fatta nelle lunghe giornate passate accanto a lui: « Tu sei il Cristo ». Difficilmente si potrebbe trovare un risposta più corretta di questa, e più centrata. Nel vangelo di Matteo viene addirittura ricordato l’elogio che ne fa Gesù: « Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli » (Mt 16,17).
o Eppure, chissà che cosa gira nella testa di Pietro quando afferma che Gesù è il messia. È facile immaginarlo: pensa ciò che pensano un po’ tutti: che Gesù è la speranza di Israele, l’atteso liberatore, colui avrebbe rimesso le cose a posto, e che avrebbe ridato a Israele tutta la grandezza promessa dall’alleanza con Dio.
o È a questo punto che il racconto cambia registro. Gesù sa che è scontato – così come è sempre stato nella storia ebraica – che un profeta sia perseguitato: è stato così per Isaia, per Geremia; è stato così, e lo denuncia Gesù stesso, per « Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario » (Lc 11,51). Già si accorge che l’atteggiamento della chiesa ebraica si fa sempre più minaccioso nei suoi confronti e vuole preparare i suoi amici a quella che apparirà come una tragica sconfitta. « Il figlio dell’uomo dovrà soffrire molto », dice. E le sue parole sono una doccia fredda per Pietro e gli altri.
o È sempre Pietro che prende la parola, il generoso e l’entusiasta Pietro: prende Gesù in disparte e si mette rimproverarlo con tutta la carica di amicizia e di affetto di cui è capace.
o Gesù non coglie però gli aspetti apparentemente positivi dell’invito di Pietro e ha verso di lui parole durissime:  » Va’ dietro a me, Satana! « . Gesù lo invita a tornare al suo posto, a stargli dietro, a seguire i suoi passi. Lo chiama satana perché gli suggerisce scelte in linea con chi, tentandolo nel deserto, lo ha già invitato a un messianismo diverso (Mt 4,1-11).
o Gesù sa che la croce per lui sarà l’occasione per portare a termine fino in fondo il piano di Dio, e dimostrerà la serietà di quanto ha predicato. Egli non ama la croce, ha paura della croce, Pietro glielo ricorda e gli si pone come tentazione in questo momento, con i suoi ragionamenti umani. Ma sa anche che se vorrà essere fedele fino in fondo dovrà inevitabilmente giungere a quella tragica conclusione

Attualizzare

* Che cosa pensiamo di Gesù? Siamo a messa, dunque si direbbe una domanda provocatoria e politicamente scorretta. Eppure, come dicevamo, la chiesa ce la ripropone ogni anno.
* « Di Gesù non si parla, tra persone educate », dice Vittorio Messori. Infatti è ancora tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Si direbbe che sia rimasto l’ultimo tabù. E afferma che anche i preti non ne parlano troppo: « È vero: ogni domenica accennano a lui in qualche milione di prediche… Ma sembra che la fede in lui non costituisca un problema ». Ma conclude: « Che lo si voglia o no, da secoli in Europa, nelle Americhe, in Oceania, in Africa, in parte dell’Asia, quelle due sillabe (Gesù) sono legate al senso del nostro destino ».
* Lo confermano molti testimoni che si sono lasciati prendere dalla persona di Gesù. Fëdor Dostoevskij dice: « Il mio credo è molto semplice. Eccolo: credo che non esista niente di più bello, di più profondo, di più simpatico, di più virile e di più perfetto del Cristo; e io lo dico a me con un amore geloso, che non esiste e non può esistere ». Così il cardinal Carlo Maria Martini: « Ho conosciuto Gesù sin dalla mia prima adolescenza e ne sono stato grandemente affascinato, me ne sono innamorato. Ho avvertito subito che con una figura così non è possibile scherzare: o si prende tutto o si rifiuta tutto ».
* Se infatti sono tanti che vivono con distacco il rapporto con la propria fede, altri, anche tra i giovani, sentono tutto il fascino che si sprigiona dalla persona di Gesù. Un giovane, che si era trovato con altre centinaia di giovani a pregare a Taizé, aveva percorso la strada del ritorno scrivendo sulla sua macchina con la vernice bianca le parole Christ is the answer (Cristo è la risposta).
* Oggi siamo chiamati a riconoscere l’assoluta unicità della persona di Gesù. Questa è la vera risposta alle due domande poste a Cesarea di Filippo. Noi sicuramente siamo in grado di rispondere in modo più pieno, rispetto a Pietro, che non aveva ancora fatto l’esperienza della Pasqua. Duemila anni di cristianesimo dovrebbero averci insegnato qualcosa.
* In ogni caso, le stesse domande oggi la chiesa le propone a tutte le comunità cristiane del mondo. E l’intenzione è chiara: sollecitare i cristiani a intraprendere un rapporto diverso con Gesù, capire che fare amicizia con lui non è solo qualcosa di speciale, è entrare in rapporto con chi può dettarmi le regole che danno un senso pieno alla vita. Perché se Gesù non è questo non è nulla. Non basta portare un crocifisso al collo, segnarsi prima di iniziare la partita o averne un bel dipinto in casa: sono espressione di una religiosità popolare, a volte sincera, ma ambigua e superficiale.
* Nella seconda parte del vangelo di oggi, potremmo dire che è Gesù stesso a dare la risposta alle sue domande. In pratica è lui a dire apertamente qual è la sua identità di messia, quali sono le sue scelte di vita.
* Gesù accetta la risposta di Pietro e la fa sua, ma subito si premura di raccomandare severamente di non parlarne con nessuno. È il famoso « segreto messianico », la scelta di Gesù di non rivelarsi se non attraverso la predicazione e i miracoli, per evitare di dare spago a chi attendeva il messia e lo pensava diverso da come lui intendeva essere e presentarsi.
* Gesù ha scelto sin dall’inizio gli ultimi e si è collocato egli stesso tra di loro, dalla loro parte. Ha scelto povertà e croce ben prima di consumarla sul Golgota, e ora propone lo stesso modello di vita ai suoi discepoli. « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua », dice, cogliendo tutti di sorpresa, primo tra tutti Pietro, che lo rimprovera.
* Per chi ha fede sul serio, la croce è la conseguenza di una donazione a Dio senza riserve: non l’accetta quindi come una eventualità indesiderata, ma come lo strumento, il segno di una fedeltà. È stato così per i tanti cattolici solidali, da mons. Romero a Madre Teresa, da san Francesco a padre Kolbe. È stato così per chi ha scelto la solidarietà e il vivere in comunione con i fratelli da cristiani, come Bonhoeffer e Luther King; o da altre sponde, come Gandhi.
* Seguire Cristo ha questo significato. Seguire Cristo può voler dire essere disposti a perdere umanamente tutto. E i nostri ragionamenti umani possono diventare di inciampo agli altri: ogni volta che come Pietro consideriamo la sofferenza e la morte come un pericolo da evitare, diventiamo di scandalo, impediamo agli altri di realizzare il piano di Dio nella loro vita.
* La logica di Gesù è senza dubbio una logica vincente, ma solo nella prospettiva della fede. La risurrezione, che è una realtà esaltante, passa attraverso la croce. Non si arriva alla risurrezione scavalcando la sofferenza, ma accettandola.
* La croce, che era il supplizio degli schiavi, cioè di coloro che non appartenevano a se stessi, ma erano proprietà di un altro, è diventata il simbolo di chi si fa servo degli altri, così come ha fatto Gesù. Portarla dietro a Gesù significa unirsi a lui per rendersi disponibili agli altri, fino al sacrificio.

Un uomo da osservare
« Anche Cristo non è stato sempre compreso, persino dai suoi stessi discepoli. Chi riesce a capire Cristo? Impossibile racchiuderlo nel semplicismo di uno slogan! Impossibile descriverlo con una sola pennellata o in un’unica frase! Ecco un uomo da osservare a lungo e da amare; un uomo con cui ci si può di sicuro confrontare nei momenti di dubbio. Egli dice con forza « vieni e seguimi », senza dare spiegazioni, eppure non obbliga nessuno… » (Gódfried Doracele).

Ricominciare da Gesù
« Gesù non rimane nella sua Nazaret ad aspettare le folle che sarebbero accorse al primo miracolo, ma scende a Cafarnao a cercare quelli che mai sarebbero saliti da lui. Egli sceglie e chiama i discepoli, sfama le folle, guarisce gli ammalati, consola gli afflitti, perdona i peccatori. È sempre lui a fare il primo passo, a provocare il dialogo, a smentire le menzogne, a cacciare i mercanti dalla casa del Padre, ad annunciare la Verità e ad accogliere i fanciulli. È sempre sua l’iniziativa di aprire gli occhi ai ciechi per costruire sulla terra il Regno di Dio » (mons. Salvatore Boccaccio).

Credere
« Nelle parole di Cristo c’è più luce che in nessun’altra parola d’uomo. Questo tuttavia non è sufficiente per essere un cristiano. Al di là di questo bisogna ancora « credere ». Ora io non credo » (André Gide).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

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