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fa sentire i sordi e fa parlare i muti

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ISAIA 35,1-6.8.10 COMMENTO BIBLICO

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ISAIA 35,1-6.8.10 COMMENTO BIBLICO

1 Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. 2 Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. 3 Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. 4 Dite agli smarriti di cuore: « Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi ». 5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. 6 Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto.
8 Ci sarà una strada appianata e la chiameranno « Via santa »; 10 su di essa ritorneranno i riscattati dai Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

COMMENTO
Isaia 35,1-6.8.10
La strada nel deserto
Il testo liturgico è tratto da una raccolta di oracoli chiamata «piccola apocalisse» (Is 34-35), l’ultima di quelle che costituiscono la prima parte del libro di Isaia, situata dopo la seconda raccolta di poemi su Giuda e Israele (Is 28-33) e prima dell’Appendice storica (Is 36-39). Questa raccolta, che fa da pendant alla grande apocalisse (Is 24-27), è certamente tardiva, come attesta il suo genere letterario. Essa abbraccia solo due oracoli: giudizio contro Edom (Is 34) e trionfo di Gerusalemme (Is 35). Questo secondo oracolo preannunzia la seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55) e soprattutto il suo carme iniziale (Is 40) di cui anticipa i temi principali. È probabile quindi che risalga all’epoca e all’ambiente del Deuteroisaia. Il testo liturgico si divide in cinque parti: trasformazione del deserto (vv. 1-2), venuta di JHWH (vv. 3-4), guarigione dei malati (vv. 5-6), la via sacra (v. 8), ritorno dei riscattati (v. 10).
L’oracolo inizia con un invito rivolto da Dio, per bocca del profeta, al deserto: «Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo» (vv. 1-2a). Questi versetti ricalcano un motivo attestato nel Deuteroisaia, dove si menziona l’abbondanza di acqua nel deserto e nella terra un tempo arida e senza vegetazione (Is 41,18). L’esultanza del deserto si manifesta attraverso la nascita improvvisa di fiori inconsueti in quella regione. Il deserto di cui si parla è quello che separa la Mesopotamia dalla Palestina: attraverso di esso gli esuli ritornano nella loro terra. Il rifiorire del deserto è un’immagine che viene usata non soltanto per indicare la facilità con cui il deserto viene percorso dagli esuli, ma anche per significa la trasformazione interiore degli esuli, che prendono coscienza di sé e della propria realtà di popolo. All’invito corrisponde una promessa: «Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio» (v. 2b). Il deserto sarà reso simile alle regioni più note per la loro fertilità e vegetazione. La promessa più grande consiste nel vedere la gloria di Dio. Sintatticamente chi avrà questa visione è il deserto, ma l’autore, usando il pronome di terza persona plurale maschile, dimostra di pensare già agli esuli che ritornano. Durante il viaggio nel deserto essi faranno una intensa esperienza di Dio, il quale li aiuterà a comprendere fino in fondo il senso della scelta fatta.
La venuta di JHWH viene nuovamente annunziata mediante un invito fatto a imprecisati ascoltatori: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (vv. 3-4). Dal contesto appare il messaggio è rivolto agli esuli che si sono messi in cammino. Essi sono ancora infiacchiti dal lungo periodo di esilio, non hanno fiducia in se stessi, e soprattutto non hanno la sicurezza di poter riuscire nella loro impresa. Perciò vengono incoraggiati con l’assicurazione della presenza di JHWH che li guida come aveva fatto un tempo con gli israeliti durante l’esodo dall’Egitto. Egli porta con sé da una parte la salvezza, riservata al suo popolo, e dall’altra il castigo per i loro nemici che sono anche i suoi nemici. La ricompensa divina non consiste in un premio guadagnato con le proprie opere buone, ma nella salvezza donata gratuitamente da Dio al suo popolo.
Alla venuta dio JHWH corrisponde la guarigione di persone afflitte da diverse malattie o disabilità: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa» (vv. 5-6). Gli esuli che si mettono in cammino sono paragonati a persone afflitte da mali che impediscono loro la possibilità stessa di fare un lungo cammino a piedi. Nonostante la loro inabilità, essi si mettono in cammino senza difficoltà per raggiungere la meta. La loro guarigione è il simbolo più chiaro della riuscita della loro impresa. La ripresa del tema iniziale del deserto che rifiorisce per l’abbondanza di acque indica nuovamente il successo del piano di Dio.
Dopo una nuova descrizione del deserto che rifiorisce (v. 7) viene annunziata la creazione di una grande strada: «Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa; nessun impuro la percorrerà. Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere e gli ignoranti non si smarriranno» (v. 8). L’immagine della strada è tipica del Deuteroisaia (cfr. Is 40,3; 43,19; 49,11). Essa partecipa della santità di Dio, perché è Dio stesso che la percorre a capo del suo popolo. Con la santità va di pari passo la purezza, che è una prerogativa del popolo rimasto fedele a Dio. Anche chi non conosce la strada, per ignoranza o cattiva volontà, non potrà smarrirsi perché è Dio che guida le carovane dei rimpatriati.
Dopo un ulteriore accenno alla trasformazione del deserto (v. 9) vengono descritti coloro che camminano nella grande strada: «Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (v. 10). A coloro che si mettono in cammino viene conferito l’appellativo di «riscattati», in quanto sono considerati come schiavi per la cui liberazione Dio stesso simbolicamente ha pagato un prezzo. Loro prerogativa è la felicità più piena.

Linee interpretative
L’immagine del deserto che rifiorisce al passaggio degli esuli dà l’idea di un rinnovamento che, partendo dal cuore umano, si estende a tutto il creato. I giudei esuli in Babilonia hanno visto nel loro ritorno nella terra dei loro padri un dono meraviglioso di Dio, che ha adempiuto le sue promesse. Per loro è stato il momento di rifondare il loro stato teocratico, pur sotto la dominazione degli imperi stranieri. Un popolo che ritrova la sua identità e si pone al servizio di tutta l’umanità rappresenta un’enorme spinta verso un progresso in campo non solo spirituale ma anche economico e politico.
Nella realtà però il ritorno dall’esilio non ha comportato l’adempimento delle attese dei rimpatriati, i quali si sono trovati di nuovo immersi nei problemi di sempre. Inoltre essi non hanno saputo superare la tentazione dell’esclusivismo, che li ha portati tendenzialmente a chiudersi in se stessi, difendendosi dagli influssi esterni. Essi così sono stati costretti a proiettare in un futuro imprecisato quella pienezza che avevano atteso per la fine dell’esilio. Essi hanno dovuto capire a loro spese che il regno di Dio non è una realtà che si attua nella storia, ma una meta a cui tendere, mantenendo vivi i valori in cui si crede e cercando continuamente di incarnarli nell’oggi.

 

OMELIA 23A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/23a-Domenica-B-2015/10-23a-Domenica-B-2015-UD.htm

6 SETTEMBRE 2015 | 23A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

23A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

Per cominciare
Continuando nella lettura continua del vangelo di Marco, oggi ci viene proposto il racconto di un miracolo compiuto da Gesù in terra pagana. Miracolo che richiama le profezie, e che è segno della misericordia del messia verso le categorie più sventurate e umili.

La parola di Dio
Isaia 35,4-7a. Il testo di Isaia celebra il ritorno del popolo eletto dall’esilio di Babilonia. La strada è dura, il deserto infido, ma il Signore li incoraggia e assicura la bellezza del ritorno e della ricostruzione. È lui stesso il garante, che li consolerà per quanto in terra d’esilio hanno dovuto soffrire .
Giacomo 2,1-5. Giacomo, con la sua consueta schiettezza, questa volta esorta i cristiani a evitare favoritismi personali, a scegliere quelli che sono poveri agli occhi del mondo, ma che sono i prediletti di Dio e gli eredi del regno.
Marco 7,31-37. Marco racconta un miracolo singolare compiuto da Gesù nel territorio di Tiro e Sidone, in terra straniera. Gesù nei suoi gesti pare comportarsi come un comune guaritore, ma il miracolo si compie e la gente è presa dall’entusiasmo.

Riflettere…
o Il passo del secondo Isaia che ci viene presentato nella prima lettura, tocca il vertice della visione dei tempi messianici. Il redattore, pur vivendo lontano da Gerusalemme, in anni di esilio, proclama straordinarie parole di speranza. Dipinge coi colori più vivi la terra di Giuda e di Israele, che, grazie all’intervento di Dio, si trasforma nel più bello dei territori.
o In una visione ideale, Isaia profetizza che Dio aprirà agli occhi dei ciechi, schiuderà le orecchie dei sordi; lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Espressioni che si collegano esplicitamente al vangelo di oggi e che Gesù userà per affermare la sua messianicità. Agli inviati di Giovanni Battista dirà: « Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il vangelo » (Mt 11, 4-5).
o « Coraggio, non temete! », esclama Isaia, esprimendo la fede esplicita nel Dio delle promesse. Questa espressione di fede la si trova nella parola di Dio fino a 366 volte, una volta per ogni giorno dell’anno, compreso quello bisestile!
o Quanto alla pagina del vangelo, essa ci presenta la guarigione di un sordomuto, ed è il secondo miracolo compiuto da Gesù in terra pagana. Il primo miracolo è avvenuto nella regione di Tiro. Là Gesù ha guarito la figlia di una donna greca di origine siro-fenicia. Il miracolo si compie grazie all’insistenza e alla fede grande di questa donna pagana. Ora Gesù si trova nel territorio di Sidone, ancora una zona abitata da gentili, che gli ebrei disprezzavano.
o I due miracoli avvengono dopo la polemica con scribi e farisei, scandalizzati perché, come ricordavamo domenica scorsa, i discepoli di Gesù mangiano con mani immonde, cioè non lavate.
o A Gesù viene segnalato un sordomuto, uno sventurato condannato all’emarginazione. Il non poter comunicare rendeva difficile la sua vita sociale e probabilmente era costretto a elemosinare negli angoli delle strade.
o Il malato da guarire è un sordomuto o, probabilmente, un sordo che si esprime male. La parola greca moghilálos, con cui l’evangelista definisce la malattia di quest’uomo, è molto rara e nella Bibbia la si trova solo in questo racconto e nel brano di Isaia che viene proposto oggi. L’evangelista Marco usandolo potrebbe fare riferimento alla profezia e affermare che con Gesù si adempie.
o Sono innumerevoli le occasioni in cui Gesù restituisce salute e dignità a tanti sventurati: ciechi, paralitici, lebbrosi, epilettici… Al tempo di Gesù tutte le malattie erano considerate un castigo di Dio, ma la sordità era addirittura una maledizione, perché impediva di ascoltare la parola del Signore che veniva letta nelle sinagoghe.
o Gesù nell’operare miracoli evita sempre ogni apparenza di magia, sia nei gesti che nelle parole. In questa guarigione del sordomuto invece non si limita a imporre le mani, come gli propone qualcuno, ma si comporta come un taumaturgo classico: Gesù probabilmente si adegua alla mentalità dei pagani di quel territorio, e , compie i gesti usuali dei guaritori, ma conferisce a questi gesti un significato nuovo. Prende il sordomuto in disparte, gli mette le dita nelle orecchie, sputa e con la saliva gli tocca la lingua, alza gli occhi al cielo, emette un gemito, pronuncia una parola strana. Così appunto si comportavano i guaritori del tempo.
o Naturalmente, proprio perché il miracolo riguarda un sordomuto, ci si domanda come avrebbe potuto Gesù fargli capire qualcosa di quello che stava operando, senza comportarsi in questo modo. Per altri miracoli erano sufficienti le parole, per questo diventava indispensabile compiere dei gesti che lui potesse capire.
o Gesù pone le sue dita nelle orecchie del sordo, e ricorre all’antico gesto magico di toccare con la saliva la sua lingua: è questo il modo con cui gli fa capire che intende guarirlo e forse di sollecitarlo ad aprirsi in qualche modo alla fede.
o Gesù accompagna i gesti che compie con la parola effatà (apriti), che Marco riporta nell’originale aramaico, e che dà probabilmente autorevolezza storica all’episodio. La parola rimarrà nella tradizione ecclesiale ed entrerà nel rito del battesimo dei nuovi cristiani.
o Un altro particolare interessante è il fatto che il sordomuto non si presenta a Gesù da solo, ma viene accompagnato da alcune persone. Non era un cieco e avrebbe potuto presentarsi anche da solo. Marco aggiunge questo particolare forse per dire che per arrivare a incontrare Cristo e udire la sua parola che guarisce, bisogna essere accompagnati da qualcuno che lo ha già incontrato. Nella chiesa primitiva, i catecumeni che si prepareranno alla vita cristiana, verranno accompagnati da alcuni garanti del cammino di preparazione compiuto e che nel giorno del battesimo diventeranno per questo i « padrini » del nuovo cristiano.
o Come sappiamo, fa parte del cosiddetto « segreto messianico » la proibizione di divulgare la notizia del miracolo. Molte volte Gesù chiederà al miracolato e a agli apostoli che sono presenti di non spargere la notizia di questi fatti straordinari. Più che per modestia o per evitare esibizionismi, Gesù lo fa perché la gente avrebbe avuto in questo modo un’immagine del messia distorta, e che si sarebbe prestata a interpretazioni fuorvianti. Gesù evita attentamente l’immagine di un messianismo glorioso, potente, vittorioso, così come era nella mente di tanti del popolo, che vedevano il messia come il discendente di Davide, il nuovo Mosè.
o Tuttavia la gente non può non sottolineare la meraviglia di ciò che avviene e riconoscere spontaneamente in Gesù colui che deve venire, il messia che realizzerà il regno di Dio preannunciato da Isaia. Per questo, presa dalla meraviglia, esclama: « Fa bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti! ».
o Con i suoi miracoli, Gesù manifesta la sua vicinanza con coloro che soffrono e sono tenuti schiavi nel corpo. Così come moltiplica il pane e sfama le folle. Questo perché se l’annuncio della « buona notizia » ha sempre una componente spirituale, non sono meno importanti i risvolti sociali. Come a dire che il regno di Dio, che Gesù proclama e anticipa, è un processo di liberazione totale. Il vangelo investe tutto l’uomo, la società, il progresso.

Attualizzare
* Isaia parla di un grandioso ritorno di Israele nella terra promessa. Nella sua piccola apocalisse (cc. 34, 35), presenta insieme il triste destino dei popoli pagani e quello gioioso del popolo di Israele. Presto, dice Isaia, apparirà la luce della salvezza e i deportati si incammineranno verso la terra dei loro padri; le loro ginocchia vacillanti saranno rinvigorite, ascolteranno e proclameranno le meraviglie del loro Dio. Le entusiastiche descrizioni di Isaia fanno pensare a quel regno di Dio che verrà annunciato da Gesù sin dalla sinagoga di Cafarnao, all’inizio della sua vita pubblica, e che comincia a realizzare ridando la salute a tanti sventurati, predicando l’amore e la fraternità universale.
* La guarigione del sordomuto, protagonista del miracolo di quest’oggi, ha sicuramente nelle intenzioni di Marco e nella tradizione della chiesa un significato simbolico-spirituale che supera la semplice guarigione della sventurato.
* « Ascolta Israele » (Dt 6,4) è il grande comandamento tramandato dai padri del popolo d’Israele. E nella storia del popolo della salvezza, l’essere sordi e muti è sovente una condizione di lontananza da Dio, esprime rifiuto dell’ascolto della sua parola e questo è il grande peccato. L’invito dei profeti al riguardo è insistente: « Udite la parola del Signore », dice Michea (2,4); e Zaccaria afferma: « Hanno indurito gli orecchi per non sentire, hanno indurito il cuore, come un diamante, per non udire » (7,11-12). Geremia dice che Israele è un « popolo stolto e privo di senno, che ha orecchi, ma non ode » (5,21); « Tu abiti in mezzo a una genìa di ribelli », conferma Ezechiele, « hanno orecchi per udire, ma non odono, perché sono una genìa di ribelli » (12,2).
* Gesù esclama, esprimendosi nella sua lingua, « effatà », che significa « apriti! ». La parola non è rivolta all’orecchio, ma a tutta la persona del sordomuto, che d’ora in poi potrà aprirsi all’ascolto. Ripetuto dalla chiesa nel battesimo, è un invito a spalancare il cuore e a lasciar entrare Cristo e il suo vangelo nella propria vita. La chiesa sente oggi l’effatà come rivolto a ogni cristiano, che deve farsi attento nell’ascolto della parola di Dio e deve aprire la bocca per proclamare apertamente la propria fede.
* Tutto l’episodio sembra dire: anche voi – religiosamente parlando – eravate sordi e muti. Ed è per grazia di Dio che avete avuto le orecchie aperte alla sua parola e potete lodare Dio.
* È per questo che nel rito del battesimo, dopo aver dato al nuovo cristiano la veste bianca e il cero acceso, gli si toccano le orecchie e le labbra, dicendo: « Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre ».
* L’episodio evangelico è anzitutto rivolto a ciascuno di noi perché non ci chiudiamo nel nostro guscio, ma restiamo disponibili e aperti nei confronti di chi ci parla e di chi ha bisogno di una nostra parola per sentirsi vivo.
* Infatti, se c’è chi è sordo o muto fisicamente, ed è una triste sventura, è molto più diffusa la categoria di chi fa il muto e si comporta da sordo per non comunicare. Viviamo nell’epoca dei telefoni cellulari, di internet, di facebook, ma sentiamo tutta la fatica di vivere in comunione tra di noi, in famiglia, perfino tra gli amici. Ognuno si chiude nella propria privata esperienza e ha paura di tessere relazioni che diventino significative e magari durino nel tempo.
* La capacità di ascoltare e quella di poter comunicare appare oggi quanto mai un dono di Dio, che passa attraverso la capacità taumaturgica di Gesù. Un dono che nasce più facilmente se ci lasciamo tirare in disparte da Gesù, se ci lasciamo toccare da lui per metterci nelle sue mani. L’esperienza ci dice che il miracolo avviene ogni volta, quando ci concediamo un po’ di silenzio per incontrarci con lui.
* Un altro discorso è la solidarietà verso chi è colpito da sordità o dalla incapacità di parlare. Più frequentemente sono i sordi che incontriamo nelle nostre strade. Verso di loro è così facile lasciarsi prendere dalla impazienza e dalla insensibilità. Essi hanno bisogno di attenzione e un pizzico di generosità: con loro si deve parlare a voce alta e chiara; ma non è detto che non prevalga da parte di molti una certa indifferenza, che può giungere fino allo scherno.
* In questi giorni sta cominciando il nuovo anno scolastico. All’inizio della scuola è importantissimo che questa istituzione si ponga l’obiettivo di assicurare a tutti gli allievi la capacità di ascolto e di parola, senza emarginare nessuno, anzi con il preciso intento di essere più attenti ai ragazzi in difficoltà, che meno hanno ricevuto e meno sono capaci di dare.
* La lettura di Giacomo ci richiama infine all’attenzione nei confronti di tante situazioni di emarginazione in cui si trovano alcune categorie di persone. « Il ricco commette ingiustizia e poi alza la voce, il povero subisce l’ingiustizia e deve anche chiedere scusa », dice il Siracide (13,3). È così facile trattare bene e addirittura mettere in situazione di privilegio chi è ben dotato; chi è simpatico e brillante. Nella nostra società questa discriminazione fra chi ha di più e chi è meno fortunato è accettata come normale; ma non dovrebbe essere così nella comunità cristiana. Vorrebbe dire adeguarsi allo spirito del mondo. La chiesa primitiva è stata scossa dalla parola di Giacomo e ha fatto largamente posto alle categorie più umili.
* Oggi nelle nostre chiese sono del tutto scomparse o stanno scomparendo le discriminazioni cui fa riferimento Giacomo. Chiunque prova ripugnanza se a qualche persona illustre viene ancora riservato un posto d’onore. Alcune scelte sono incompatibili con la fraternità espressa dall’eucaristia. È invece possibile però che queste discriminazioni siano presenti all’esterno, nella vita di ogni giorno.
Il vescovo può attendere
Un giorno a Torino si presentò alla porta della Casa della Divina Provvidenza l’arcivescovo di Vercelli. Don Giuseppe Cottolengo, avvertito, si fece scusare con l’illustre visitatore, e gli fece dire che non poteva presentarsi a riceverlo immediatamente perché stava giocando un’importante partita alle bocce con un caro amico, ospite della casa: un handicappato che si sarebbe facilmente offeso se avesse interrotto il gioco. L’arcivescovo accettò quella lezione di umanità e volle avere l’onore di fare da arbitro e contare i punti nella gara di quei due accaniti giocatori di bocce.

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

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