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OMELIA -19A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

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OMELIA -19A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

Per cominciare
Prosegue anche in questa domenica il dialogo tra Gesù e la folla che ha assistito alla grandiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il miracolo dà a Gesù l’occasione di far comprendere il senso di quel dono del Padre, che richiama il dono per eccellenza, quello del Figlio, pane che dà la vita. Chi va a lui non avrà più fame e chi crede il lui non avrà più sete.

La parola di Dio
1 Re 19,4-8. Elia ha avuto il coraggio di sfidare i 450 sacerdoti di Baal e ora è in fuga disperata. Sfinito dal viaggio si accascia, desiderando di morire. Ma l’angelo del Signore gli viene in soccorso. Elia mangia e beve e riprende il cammino verso il monte di Dio, l’Oreb.
Efesini 4,30-5,2. Continua la lettera agli Efesini. Paolo chiede loro di vivere una vita nuova, lasciandosi guidare dallo Spirito, vivendo l’amore con il quale il Cristo ci ha amati.
Giovanni 6,41-51. La folla dei giudei si sorprende delle affermazioni di Gesù, che dichiara di essere « il pane disceso dal cielo ». Ma Gesù insiste e rilancia il messaggio senza riduzioni e afferma: « Chi mangia di questo pane vivrà in eterno ».

Riflettere…

o La prima lettura ci propone ciò che segue alla sfida che Elia ha lanciato ai 450 sacerdoti di Baal, sostenuti da Acab e Gezabele, che ora vuole far uccidere Elia. Il profeta si sente braccato e fugge attraverso il deserto per raggiungere il monte di Dio, l’Oreb.
o Elia ha trionfato sui nemici del vero Dio, ma è una vittoria che sta pagando cara. Egli ripercorre il cammino del popolo ebraico in fuga dall’Egitto, ma l’aridità del deserto gli è fatale e desidera morire. Gli viene in soccorso un angelo, che gli porge per due volte una focaccia e un orcio d’acqua. Con la forza riacquistata, Elia cammina e giunge al monte dove parlerà con Dio.
o Nella lettera agli Efesini, Paolo ricorda ai cristiani di essere stati « segnati » dallo Spirito. Un po’ come si faceva con gli schiavi, che venivano marchiati a fuoco per indicare la perpetua appartenenza al loro padrone.
o È da questo battesimo nello Spirito che nasce la vita nuova che caratterizza un cristiano. Paolo elenca prima i difetti da evitare e poi, in forma positiva, le qualità che caratterizzano i battezzati. I vizi elencati sono sei: asprezza, sdegno, ira, grida, maldicenze e malignità. Tutti difetti che si riferiscono al parlare e che nascono dalla durezza verso gli altri, dalla mancanza di carità.
o Segue l’invito a imitare il comportamento di Dio e a vivere nella benevolenza, nella misericordia e nel perdono, camminando animati da carità, come ha fatto Cristo.
o Nel vangelo, i giudei mormorano. È un’abitudine antica quella di mormorare da parte di questo « popolo di Dio », che pure è stato assistito a lungo per preparare la strada al messia.
o Qui si parla di Giudei, in realtà Giovanni avrebbe dovuto dire Galilei, perché la gente proveniva da quella regione. Ma Giovanni li chiama « giudei » più che per una connotazione etnico-geografica, per una scelta teologica. Sono tali quelli che si oppongono a Gesù, che gli creano difficoltà e lo contestano.
o Gesù ha detto: « Io sono il pane disceso dal cielo », per questo non dovremmo meravigliarci troppo della reazione della folla. Essi hanno capito bene tutta la portata di quella frase e pensano che chi lo dice non può essere preso sul serio. O è un esaltato, o un essere superiore. Ma essi non avrebbero mai accettato una mescolanza della divinità con l’umano. Per loro la purezza della divinità è un valore assoluto.
o In questo caso la mormorazione indica che non vogliono credere. Non c’è apertura, volontà di accogliere la novità di Dio. E in questo sono supportati dal fatto che conoscono troppo bene Gesù e la sua famiglia: è uno di loro, è cresciuto nella loro terra.
o Per accogliere la parola di Gesù fino in fondo, ci vorrebbe già la fede, che è un dono del Padre. « Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre… « , dice Gesù (Gv 6,44).
o E qui per la prima volta compare in modo esplicito il verbo « mangiare », su cui si rifletterà a fondo la prossima domenica. Gesù dichiara che per avere la vita è necessario mangiare il pane che è la sua carne. La manna che gli ebrei hanno mangiato durante la loro fuga non li ha sottratti alla morte. Chi invece mangia questo pane, che è la sua carne, vivrà per sempre.
o Il termine « carne » usato da Giovanni (sin dal prologo), è più significativo di « corpo », preferito dagli evangelisti sinottici. La parola indica Gesù nella sua debolezza, negli aspetti più fragili assunti dal Dio fatto uomo. È l’incarnazione nel senso più pieno. « È stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato » (Eb 4,15).
o « Il pane che io darò », precisa Gesù. Ed è inevitabile il riferimento all’eucaristia, su cui ritorneremo la prossima domenica in modo esplicito. L’espressione indica da parte di Giovanni – che raccontando l’ultima cena non parla dell’istituzione dell’eucaristia – un’intenzione che acquista un senso proprio se letta in questa prospettiva.

Attualizzare

* Il brano di Elia è collocato in questa domenica per il suo riferimento al vangelo. Il pane che l’angelo dà a Elia è il simbolo del vero nutrimento che permette di giungere al monte di Dio. Ma la vicenda di Elia si presta a molte altre considerazioni.
* Vince la sfida con gli adoratori di Baal, ma il giorno dopo la sua vita continua, ed è di nuovo lotta, di nuovo sfida. Elia non ce la fa, ha paura e fugge nel deserto. Lì lo coglie la stanchezza della vita, il desiderio di morire. È un’esperienza umana che tutti almeno una volta potremmo fare nella vita. In suo soccorso viene l’angelo inviato da Dio. Un angelo che gli porta pane e acqua: in quel momento era indispensabile quel tipo di soccorso. E c’è da sperare che anche noi, trovandoci in situazioni difficili, possiamo trovare chi ci porge l’aiuto necessario, per trovare ancora la forza di camminare, di lottare, di faticare.
* In certi momenti ci vuole il pane, cioè un aiuto materiale, ma il senso della vita lo dà la parola di Gesù. Perché il pane sazia la fame di oggi, ma domani è un altro giorno e ciascuno dovrà trovare la forza di superare le nuove difficoltà con la giusta determinazione.
* Anche la lettera di Paolo agli Efesini si presta a molte riflessioni. Ad analizzare in dettaglio i singoli vizi si può concludere che l’asprezza nei rapporti in famiglia e nella vita professionale, la mancanza di misericordia e di benevolenza, minano ogni possibilità di condurre una serena vita sociale. Paolo invita gli Efesini all’attenzione all’altro, a « perdonarsi a vicenda », che è la premessa per vivere da cristiani a imitazione del Signore Gesù, che « ha dato se stesso, offrendosi in sacrificio » per noi.
a Gesù dice « Io sono il pane disceso dal cielo », e i giudei rispondono con lo stupore: « Come, disceso dal cielo? Ma se conosciamo benissimo tuo padre e tua madre! Chi credi di essere? ». Gesù li disorienta per la sua normalità, per la sua umanità.
* È lo scandalo della sua « incarnazione ». Egli si è fatto visibile nella carne per parlarci, per diventare trasparente di Dio, per diventare per noi uno strumento di salvezza, per darci la vita. « Vita » è la parola che ricorre più spesso in questo brano di vangelo. La si trova per ben sette volte in vari contesti.
* « Il pane che io vi darò è la mia carne per la vita del mondo », dice Gesù, che è ben di più di un pezzo di pane. Chi mangia di lui non avrà più fame, e chi crede in lui non avrà più sete. Gesù è colui di cui noi abbiamo bisogno più del pane: è lui il vero dono di Dio capace di colmare le nostre attese più profonde.
* È così facile, anche oggi, fermarsi al Gesù umanamente ricco, al profeta, all’uomo nuovo, al testimone. Ma Gesù afferma di essere il Figlio di Dio, l’unico in grado di sfamare il nostro cuore, di saziarci oggi e nell’eternità.
* Noi, come i giudei, preferiremmo forse messaggi meno impegnativi, ci basterebbe anche solo un tozzo di pane senza troppe pretese.
* In questo momento, che è per noi probabilmente tempo di ferie, ci basterebbe il miracolino di un po’ di serenità, una tavola imbandita, il trovarci bene tra amici. Ma dovremo invece approfittare proprio di questo tempo di vacanza per scoprire qualcosa che ci tocchi profondamente dentro. Non ci può bastare ciò che ogni giorno troviamo sulla nostra strada: siamo fatti per Dio e questo bisogno dobbiamo coltivarlo. È la nostalgia dell’altro pane che Gesù promette di donarci: pane che è la vita del mondo e che ci rende simili a lui.
* Di fatto noi, presenti qui alla celebrazione eucaristica, siamo in attesa di « mangiare » il pane che Gesù spezza per noi, per rimanere tra noi. Lo abbiamo seguito: venendo qui ci siamo messi all’ascolto di lui, della sua parola. Ora siamo affamati non tanto di pane materiale – anzi a volte ne abbiamo fin troppo e lo sprechiamo -; siamo affamati e assetati del cibo che non perisce, che dà la vita eterna.

Il lampione o la stella?
« Perché alcuni uomini non amano Dio? », chiede Valentina, con gli occhi sereni sgranati. « Perché… perché… come faccio a spiegartelo? Ascolta. Ti ricordi quella notte, in montagna, quando abbiamo guardato il cielo? Era tutto buio intorno a noi, e le stelle lassù brillavano, tantissime. Il cielo era quasi bianco – ricordi? – e ogni cosa sembrava illuminata. Ma hai provato a guardare il cielo di notte, da una piazza di città illuminata da lampioni, luci al neon, pubblicità? La luce artificiale è troppo forte e le stelle quasi spariscono. Ma chi ha più luce: il lampione o la stella? E così anche per noi. Abbiamo attorno tante cose che ci sembrano importanti: i soldi, una vita comoda, il lavoro, la politica, i divertimenti… Queste cose ci sono attorno, ci bombardano, ci soffocano, vicinissime, insistenti… E la loro misera luce sembra più forte di quella immensa di Dio ».

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA:

The Transfiguration of Christ (Sir Edward Burne Jones)

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http://stcuthbertslytham.org/history/

Publié dans:immagini sacre |on 6 août, 2015 |Pas de commentaires »

IL VOLTO NASCOSTO E TRASFIGURATO DI CRISTO

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/TEOLOGIA%20SIMBOLICA/VoltonascostoetrasfiguratodiCristo-Vcongresso.htm

IL VOLTO NASCOSTO E TRASFIGURATO DI CRISTO

Atti dal V Congresso Internazionale sul Volto di Cristo

Pontificia Università Urbaniana
Roma 20-21 OTTOBRE 2001

Il Volto Santo di Manoppello

Questo quinto Congresso internazionale sul Volto dei Volti, Cristo si propone di incentrare le sue lezioni sul tema Il volto nascosto a trasfigurato di Gesù.
La parte dedicata al Volto nascosto intende richiamare l’attenzione su alcuni degli innumerevoli modi nei quali la riflessione può individuare il Volto di Cristo nell’uomo; la seconda parte, invece, dedicata al Volto trasfigurato di Cristo, con esplicito riferimento all’episodio evangelico della trasfigurazione sul Tabor, si prefigge di illustrare, dal punto di vista teologico, della tradizione, del magistero della Chiesa, della liturgia, della letteratura, dell’arte figurativa, della musica a della pietà cristiana la bimillenaria contemplazione del Volto trasfigurato di Cristo.
Riconoscere Cristo nell’uomo è impulso alla fede, motivo di speranza, anima della carità soltanto se attraverso questa immagine umanizzata si risale al Volto divino della Persona di Gesù: quel Volto che fece dire ad uno dei testimoni della trasfigurazione: « Ciò che era fin da principio, ciò che non abbiamo udito, ciò che non abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che non abbiamo contemplato a ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita … di ciò rendiamo testimonianza e questo vi annunziamo… » (1 Gv 1,1-3).
Le lezioni che saranno tenute a questo Congresso – come già avvenuto per quelle dei precedenti Congressi celebrati – saranno raccolte in un volume d’arte arricchito di una ricca galleria di mirabili illustrazioni tutte incentrate sul tema del Volto di Cristo. Card. Fiorenzo Angelini

APERTURA DEL CONGRESSO
Card. Fiorenzo Angelini

Aprendo il V Congresso, il Card. Fiorenzo Angelini, ha ricordato che l’intuizione che fu all’origine della creazione dell’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo fu quella di ricuperare, in un mondo massimamente visualizzato, una presentazione di Cristo incentrata sulla riflessione sul Suo Volto. Quindi ha aggiunto che il Santo Padre, sensibilissimo al potere dei mezzi di comunicazione di massa, salutò subito con grande favore questa nostra iniziativa. Lo fece inviando un messaggio indimenticabile al IV Congresso e lo ha fatto, all’inizio di quest’anno, con la Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte – che ha il suo nucleo nell’invito a « far risplendere il Volto di Cristo davanti alle generazioni del terzo millennio » (n.16). In questo impegno di « far vedere » il Volto di Cristo il Papa ha ravvisato l’eredità più vera e più feconda del grande Giubileo dell’anno Duemila.
Negli interventi del Santo Padre vanno moltiplicandosi i richiami al Volto di Cristo. E quanto sia inesauribile questo tema lo hanno dimostrato le molte iniziative sorte sotto l’impulso dato dall’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo. Come segnalato dalla rivista Il Volto dei Volti, il tema del Volto di Cristo è stato oggetto di mostre, di Convegni internazionali, nazionali e regionali; sono sempre più numerose le riviste scientifiche e divulgative che affrontano questo argomento. Con le oltre 100 lezioni che, nell’arco di cinque anni, sono state dedicate al tema del Volto dei Volti e con la ricca galleria iconografica riunita nei cinque volumi che raccolgono gli Atti dei Congressi, noi abbiamo la fierezza – ha concluso il cardinale – di offrire un contributo di grande rilevanza a quella nuova evangelizzazione che riconduce al Volto di Gesù la presentazione del suo messaggio.

PROLUSIONE

« CHI HA VISTO ME HA VISTO IL PADRE » (Gv 14,9).IL VOLTO DI CRISTO NELLA SACRA SCRITTURA
Card. Joseph Ratzinger
L’antico desiderio dell’uomo di vedere Dio aveva assunto nell’AT la forma di « ricerca del Volto di Dio ». I discepoli di Gesù sono uomini che cercano il Volto di Dio. Filippo espone questo desiderio al Signore e ne riceve una risposta sorprendente, nella quale la novità del NT, il nuovo che fa irruzione in Cristo appare concentrato come in un cristallo: Sì, si può vedere Dio. Chi vede Cristo, vede Lui. Un testo centrale dell’AT, Es 32-34, ripreso da Paolo in 2 Cor 3,4-4,6.32-34, mostra un legame tra i due Testamenti sul tema del « vedere Dio ». Mosé parla « faccia a faccia con Dio », ma non può vedere Suo volto altrimenti ne morrebbe. Questo testo dell’AT introduce al NT, la cui novità non è un’idea, ma è un fatto, meglio: una persona, Gesù Cristo. A partire da lui si riorganizzano i molteplici motivi della pietà veterotestamentaria ed acquisiscono, proprio anche dopo la fine del tempio, una nuova concretezza. Da questa consapevolezza è nata la grande arte delle icone che certamente non possono pretendere di essere il punto finale della nostra ricerca del volto di Cristo.
Possiamo distinguere tre punti nodali nella pietà cristiana, fondata sul NT, della ricerca del Volto di Cristo e del Volto di Dio. Innanzitutto la sequela, cioè l’orientamento di tutta quanta l’esistenza all’incontro con Gesù. In questa sequela, un posto centrale spetta all’amore del prossimo. Noi tuttavia (secondo elemento) possiamo sempre solo riconoscere Gesù stesso nei poveri e nei sofferenti se il suo volto diviene a noi vicino soprattutto nel mistero dell’Eucaristia, in cui il chicco di grano che muore diventa pane della vita. Così l’Eucaristia diviene un vedere, come era avvenuto con i discepoli di Emmaus. Il terzo elemento è quello escatologico. Come la contemplazione dell’icona rinvia al di là di essa, così la celebrazione eucaristica ha in sé questa dinamica: essa è un andare verso il Cristo che viene, verso quel « risveglio » nel quale egli stesso ci sazierà con il suo Volto, con il Volto del Dio trinitario.

Il Volto Nascosto di Cristo
DALLA SINDONE ALLA FIGURA UMANA DI GESU’
Prof. Luigi E. Mattei
Il noto scultore Prof. Luigi Mattei ha illustrato la realizzazione de Il Corpo dei corpi, statua bronzea da lui ricavata dalla trasposizione tridimensionale della figura corporea tramamdata dalla Sindone di Torino. L’opera ha impressionato ed attratto folle di visitatori, pellegrini e fedeli, dall’anno 2000 nella Santa Gerusalemme di Bologna ? la Basilica di Santo Stefano – e nel Museo della Sindone a Torino. Nel descrivere il suo lavoro, il Prof. Mattei ha rilevato che l’attuazione di un’opera scultorea, che rispetti i valori tridimensionali insiti nell’immagine dell’Uomo che fu avvolto nella Sindone, consente nuovi percorsi nell’ambito semiotico, geometrico, iconologico ed estetico. La restituzione fisica del Volto dei volti permette una più profonda visibilità dei significati, consegnando alla verità del corpo la sacralità dello spirito. L’opera plastica ottenuta sembra così aver assunto una forza propria, tendente a trasmettere un nuovo, per ora quasi impercettibile messaggio. Tale vero e proprio identikit del Cristo, ha dato risultati sorprendenti, il Corpo sembra animarsi nella vitalità e nella forza espressa. La ricostruzione tridimensionale del Corpo dell’Uomo della Sindone è parsa allo scultore la più umana, la più doverosa delle risposte al messaggio « divino » contenuto nel telo; il Corpo ottenuto permette una lettura pacata e completa, consentendo il rapporto diretto, immediato, con la figura di un uomo crocifisso che subì la flagellazione ed a cui una lancia trapassò il costato dopo la morte.
Per ottenere la fusione a cera persa sono stati realizzati gli stampi presso la fonderia Sancisi Arte di Faenza. Così il fuoco, che ha spesso insidiato la Sindone, accrescendone il fascino ma anche occultandone dati eventualmente utili alla scienza, ancora una volta è diventato protagonista, con i suoi 1200° della colata di fusione, costituendo l’elemento che ne ha reso possibile e duraturo il recupero tridimensionale.

I SETTE PERSONAGGI DELLA TRASFIGURAZIONE
Mons. Gianfranco Ravasi
G. Ravasi esamina l’episodio della Trasfigurazione come un vero e proprio dramma nel senso originario del termine. Struttura, svolgimento, attori, scansioni temporali fanno sì che l’evento sia capace di riproporsi davanti ai nostri occhi nella sua azione e nel suo messaggio con una sua efficacia rappresentativa. I dati del testo, nella triplice redazione sinottica, vengono ricomposti secondo una trama affidata a sette personaggi che, a livelli diversi e secondo ruoli differenti, reggono l’intero dramma. I sette personaggi sono: Gesù, il protagonista. Egli domina per tutto lo svolgimento del dramma ed è subito presentato col suo nome proprio di Gesù, scandito quattro volte nella redazione di Marco (9,2.4.5.8). A lui sono destinati altri titoli solenni che vengono proposti nel prosieguo del racconto e nell’apparire dei vari attori dell’evento. Gli esegeti, infatti sono concordi nel ritenere che la finalità ultima della scena è proprio quella di svelare la persona di Cristo come signore della gloria, maestro, figlio di Dio e la sua missione di profeta e legislatore perfetto e definitivo. Dopo Gesù, abbiamo i tre spettatori, Pietro, Giacomo e Giovanni. E’ un gruppo privilegiato che, a più riprese, riveste una posizione eminente così da costituire i portatori speciali della rivelazione di Cristo. Quindi abbiamo altri due personaggi e testimoni: Mosè ed Elia che rappresentano l’inizio e la fine della storia che si adempie in Gesù, giudice escatologico.
Se Mosè è per eccellenza l’incarnazione della legge divina che egli rivela a Israele, Elia rappresenta la profezia che da lui prende idealmente l’avvio. Siamo ormai giunti alle soglie dell’ultimo atto del dramma della Trasfigurazione. Ora sarà dal cielo che si affaccerà l’ultimo personaggio a suggellare l’evento, rivelandosi come l’altro protagonista con Gesù. A sciogliere l’enigma della scena della Trasfigurazione è una presenza-assenza, quella del Padre. Il Padre, perciò, completa il ritratto del volto di Cristo che è certamente Signore, rabbí, maestro, culmine della legge e della profezia ma che è soprattutto Figlio e Salvatore.

LA BELLEZZA, VIA AL VOLTO DI CRISTO
Thomas Spidlik, SJ
P. Thomas Spidlik analizza la « via della bellezza » attraverso la testimonianza delle icone. Il volto umano è oggetto principale dell’iconografia sacra, dato che l’uomo è stato creato ad immagine di Dio e, come microcosmo, rappresenta tutta la realtà: unisce il mondo visibile e invisibile, umano e divino. I veri artisti però riescono a fare un « ritratto », a presentare il volto umano così che unisce diversi momenti di vita, come, per esempio, mitezza e fermezza, dolcezza e risolutezza.
L’icona, tuttavia, è ancora di più. Deve presentare il volto umano come trasfigurato dallo Spirito Santo. Dato che lo Spirito è comune a tutti i santi, sulle icone diminuisce l’individualità e sono sottolineati più i tratti comuni della vita nello Spirito. Ma non è sempre in modo uguale. Così ad esempio le icone russe sono più vicine ai ritratti che quelle greche. Ma devono sempre essere vere icone, divine e umane insieme, testimoniare la vita dello Spirito nella vita umana.
L’iconografo sacro deve presentare il volto non svuotato, ma pieno di vita dello Spirito, il quale dà senso ai tratti umani. Per farlo l’iconografia tradizionale ha sviluppato un simbolismo eloquente. In conformità con l’ideale monastico, l’ascesi, il sacrificio della carne aumenta la forza dello Spirito. Perciò sulle icone l’aspetto esteriore del volto è di solito caratterizzato con sobiretà e discrezione. La luce sulle icone non è esterna, ma proviene dall’interno del volto e lo rende trasparente.
Tutto questo simbolismo ha i suoi fondamenti dogmatici, sviluppati nelle numerosissime omelie dei Padri e degli autori bizantini sulla Trasfigurazione.
La contemplazione è progressiva. Se la luce taborica rppresenta lo scopo finale, il suo inizio è la fede.
La Trasfigurazione ci invita quindi alla conversione della nostra visione del mondo. Ci insegna a scoprire il suo vero senso: l’universo « trasformato » per mezzo di Cristo.

IL VOLTO PROFETICO DI GESU’. DALLA KENOSI ALLA TRASFIGURAZIONE
P. Bonifacio Honings, OCD
Premesso che nell’Antico Testamento si delinea un volto di Dio molto imperfetto, prevalentemente antropomorfico, P. Honings spiega la necessità della rivelazione anticotestamentaria di essere portata a compimento. Comunque, il Dio che si rivela nell’Antico Testamento da parte dei profeti è lo stesso Dio che Gesù rivela nel Nuovo Testamento: non si tratta di un « altro Dio », ma semplicemente di un « Dio altro ». Il principio della progressività ci obbliga a leggere la Sacra Scrittura tenendo presente che la rivelazione va da uno stadio meno perfetto a uno stadio più perfetto fino a giungere con Cristo alla sua piena e definitiva perfezione.
La Bibbia rivela un passaggio dell’immagine di un Dio violento conforme alla cultura di tutti i popoli della stessa area geografica del popolo di Dio, all’immagine di un Dio non-violento. Il volto profetico di Gesù rivela che l’auto-partecipazione di Dio all’umanità e al mondo, la sua espressione riflessa e auto-attestazione hanno raggiunto il loro punto culminante, irripetibile ed escatologico attraverso l’unione ipostatica in lui e mediante il suo mistero pasquale. Gesù è perciò il profeta per eccellenza; infatti, l’autocomunicazione di Dio e la sua espressione personificata è lo stesso Gesù.
I profeti avevano annunciato che il Salvatore sarebbe nato dalla Vergine Maria. Questo annuncio diventa realtà quando l’angelo Gabriele viene mandato ad una vergine di nome Maria. Il Figlio di Dio è questo bimbo che nascerà in Betlemme dove si delineano i primi tratti del volto kenotico del Figlio dell’Altissimo. Proprio il vangelo dell’infanzia rivela in modo sorprendente il volto della kenosis di Gesù. Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, diventa come uno che non è ancora capace di parlare: diventa un infans, per rivelare il volto misericordioso del Padre. San Luca, descrivendo la trasfigurazione del volto di Gesù nei minimi particolari, la connette con il primo annuncio della passione. Il volto della trasfigurazione era un anticipo, perchè l’onore e la gloria finale della vita terrena di Gesù dovevano brillare, per sempre, sul volto del risorto. Dinanzi al volto profetico di Gesù della kenosis e della risurrezione, tutto l’universo dovrà piegarsi. Ecco perchè Gesù ritiene molto importante dimostare che il suo volto di Risorto è lo stesso volto di quello kenotico.

IL VOLTO ISPIRATO DI GESÙ DAVANTI AI SUOI GIUDICI
Avv. Oreste Biscazza Terracini
L’Avv. Oreste Terracini, di religione ebraica, affronta il tema del Volto di Gesù davanti ai suoi giudici sottolineando tre momenti: il processo, l’ispirazione e il volto.
Gesù, in realtà, ha avuto solo uno pseudo processo. Le fonti a disposizione, infatti, nel caso della Giudea collegabili essenzialmente a Giuseppe Flavio, prospettano, da parte di Roma, il quadro di semplici « operazioni di polizia », non correlate ad una regolare procedura. L’unico tribunale che in quel tempo ed in quel luogo avesse il potere di condannare a morte, purché il reo fosse imputato di un delitto per il quale il diritto di Roma prevedesse tale pena, era il prefetto-procuratore romano. Non era il caso di Gesù.
Dopo aver illustrato la concreta situazione della Giudea del tempo, lo studioso rileva, quanto alla ispirazione, che in Gesù deve essere sottolineata la fierezza e la regalità del volto. Un volto compreso di profonda e totale ebraicità, tanto da esprimersi con il contorno di dodici apostoli, scelti con riferimento specifico alle dodici Tribù di Israele. Tuttavia, più che all’aspetto fisico del Volto di Gesù che probabilmente corrispondeva ai tratti che gli scienziati, aiutati dai moderni metodi di indagine, hanno potuto ricostruire con una certa fedeltà, si deve pensare alla espressione che quel volto ha assunto e mantenuto nei momenti nei quali Gesù ha vissuto le sue tragiche e definitive esperienze. Quale fu l’ispirazione che mosse Gesù nella convinzione di essere nel giusto, ad agire ed a sostenere con tanto coraggio la sua sofferenza? Il volto di Gesù, nel tormento della sua passione, non può che aver avuto l’espressione di fierezza ebraica di chi è convinto di essere destinatario di regole di vita che esprimono una tale santità interiore da costituire fine e principio di ogni umana possibile moralità, per la quale anche morire diventa sofferenza da affrontare con orgogliosa dignità. Il volto dell’ispirato, emarginato, ribelle, difensore dei diritti degli umili e dei semplici, incarna la poesia ebraica dell’umanità umiliata di ogni tempo dai poteri corrotti ed arroganti che poggiano sull’ignoranza, sull’ingiustizia e sull’idolatria.
Coloro di noi – ha concluso l’oratore – che hanno avuto in se la forza di credere , vivere e morire per i principi di fede morale che hanno ispirato Gesù, hanno avuto sul volto la stessa luce di Dio.

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE – 6 AGOSTO

http://www.santiebeati.it/dettaglio/21300

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

6 AGOSTO

La liturgia romana leggeva il brano evangelico riferito all’episodio della trasfigurazione il sabato delle Quattro Tempora di Quaresima, mettendo così in relazione questo mistero con quello della passione. Lo stesso evangelista Matteo inizia il racconto con le parole: «Sei giorni dopo» (cioè dopo la solenne confessione di Pietro e il primo annuncio della passione), «Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò davanti a loro: il suo volto risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». C’è in questo episodio una netta contrapposizione all’agonia dell’orto del Getsemani. La trasfigurazione, che fa parte del mistero della salvezza, è ben degna di una celebrazione liturgica che la Chiesa, sia in Occidente come in Oriente, ha comunque celebrato in vario modo e in date differenti, finché papa Callisto III elevò di grado la festa, estendendola alla Chiesa universale. (Avvenire)
Martirologio Romano: Festa della Trasfigurazione del Signore, nella quale Gesù Cristo, il Figlio Unigenito, l’amato dell’Eterno Padre, davanti ai santi Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, avendo come testimoni la legge ed i profeti, manifestò la sua gloria, per rivelare che la nostra umile condizione di servi da lui stesso assunta era stata per opera della grazia gloriosamente redenta e per proclamare fino ai confini della terra che l’immagine di Dio, secondo la quale l’uomo fu creato, sebbene corrotta in Adamo, era stata ricreata in Cristo.
Il 6 agosto la Chiesa fa memoria della Trasfigurazione di Nostro Signore. Gesù scelse di prendere con sé il primo Papa e «i figli del tuono» («Boanèrghes», Mc 3, 17) per salire sul Monte Tabor a pregare. Sei giorni prima aveva detto ai suoi discepoli: «vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno» (Mt 16, 28) ed ecco che Pietro, Giacomo e Giovanni furono scelti per assistere all’ineffabile: Cristo apparve nel suo Corpo glorioso.
Infatti, mentre pregava, «il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (Lc 9, 29) e due uomini, anch’essi apparsi nella loro gloria, parlavano con Lui del compimento in Gerusalemme del suo sacrificio: erano Mosè ed Elia che rappresentavano la Legge e i Profeti.
Sant’Agostino spiega, nel Discorso 78, che i suoi vestiti sono la sua Chiesa. «Se i vestiti non fossero tenuti ben stretti da colui che l’indossa, cadrebbero. Che c’è di strano se mediante il vestito bianchissimo viene simboleggiata la Chiesa, dal momento che sentite dire dal profeta Isaia: Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, lì farò diventare bianchi come neve (Is 1, 18)?». Dunque anche se i peccati commessi dagli uomini di Chiesa fossero di colore rosso scarlatto, la sua Sposa avrebbe comunque un abito candido e rilucente grazie al Sole, Cristo.
A tale visione Pietro esprime sentimenti soltanto umani, senza pensieri soprannaturali: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia» e, a questo punto, l’evangelista Luca precisa: «Egli non sapeva quel che diceva»; Pietro, la pietra sulla quale Cristo avrebbe edificato la sua Chiesa, seppure di fronte alla bellezza della maestà del Salvatore, utilizza canoni di carattere terreno. Spiega ancora sant’Agostino: «È bello per noi, o Signore – dice – stare qui. Era infastidito dalla folla, aveva trovato la solitudine sul monte; lì aveva Cristo come cibo dell’anima.
Perché avrebbe dovuto scendere per tornare alle fatiche e ai dolori mentre lassù era pieno di sentimenti di santo amore verso Dio e che gl’ispiravano perciò una santa condotta? Voleva star bene». Di fronte a Cristo glorioso Pietro aveva trovato la felicità e non avrebbe più voluto muoversi da quel luogo. La risposta giunse mentre egli ancora parlava: arrivò una nube e li avvolse e da essa uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo», la stessa voce che si era udita quando San Giovanni Battista aveva battezzato Gesù sulle rive del Giordano: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,9-11).
E quando la voce cessò Gesù rimase solo. Il Vescovo di Tagaste afferma che Pietro cercava tre tende, ma la risposta venuta dal Cielo mostrò invece «che noi ne abbiamo una sola, mentre la mentalità umana voleva dividerla. Cristo è la Parola di Dio, Parola di Dio nella Legge, Parola di Dio nei Profeti. Perché, o Pietro, cerchi di dividerlo? È necessario piuttosto che tu rimanga unito a lui. Tu cerchi tre tende: devi comprendere ch’è una sola!». Sempre vere, sempre attuali le parole di questo Padre della Chiesa, il Papa è chiamato a non dividere Cristo: «Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d’insegnare.
Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò ch’è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore. Poiché nell’elogio della carità, letto nella lettera dell’Apostolo, abbiamo sentito: Non cerca i propri interessi (1 Cor 13, 5). Non cerca i propri interessi perché dona quel che possiede».
Su quel monte il Padre si manifestò nella voce, il Figlio nella sua carne trasfigurata, lo Spirito Santo nella nube luminosa. E Pietro desiderava fare una tenda per il Re che non volle possedere neanche una pietra su cui posare il capo? Il Salvatore non venne per preparare case temporanee nella logica del mondo, ma per predisporre una splendida e perenne dimora nel Suo Regno, dove il grano ondeggerà nel Dio Uno e Trino.

Autore: Cristina Siccardi

Publié dans:feste del Signore |on 6 août, 2015 |Pas de commentaires »

ricordo della prima comunione

ricordo della prima comunione dans immagini sacre santino

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LA PAROLA DI DIO INSEGNATA AI NOSTRI FIGLI

http://www.donnecristianenelweb.it/Trasmettere%20il%20valore%20della%20Parola.htm

LA PAROLA DI DIO INSEGNATA AI NOSTRI FIGLI

Sara (dal sito : donne cristiane nel web)

Come mettere l’acquolina in bocca della Parola di Dio nei nostri figli?
Come trasmettere ai nostri figli il desiderio di avere una relazione con Dio, il gusto della Bibbia e della preghiera in famiglia?
Quando leggiamo la Bibbia, troviamo un certo numero di consigli e di indicazioni sull’educazione dei figli anche se ci sono pochi testi specifici sulla vita di famiglia.
In particolare, nell’Antico Testamento la famiglia è un luogo privilegiato in cui vivere la fede. Nel contesto del Nuovo Testamento la famiglia e la chiesa si confondono nello stesso luogo e con gli stessi attori.
La Scrittura ci spiega delle funzioni, ci descrive dei principi e delle attitudini, ma ci dice poco sulle forme; queste sono definite nel quadro di ogni epoca e di ogni cultura. Due testi dell’Antico Testamento possono però aiutarci a collocarci come genitori cristiani.

Imparare a mettere in pratica la Parola di Dio
“Tu amerai dunque l’Eterno, il tuo Dio,
con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.
E questi comandamenti che oggi ti do ti staranno nel cuore;
li inculcherai ai tuoi figliuoli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua,
quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.
Te li legherai alla mano come un segnale,
ti saranno come frontali tra gli occhi,
e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.” (Deuteronomio 6:5 – 9)

Questi versetti ci ricordano la necessaria coerenza presente nella nostra vita. Il testo ci è sicuramente familiare, ma conviene sottolineare alcuni aspetti.
Si situa nel contesto del capitolo 5 del Deuteronomio, della fede fondamentale del Decalogo; siamo nel cuore della relazione tra Dio e il Suo popolo, al centro dell’Alleanza. La messa in pratica della Parola di Dio è la caratteristica della saggezza per l’ebreo. La messa in pratica è oggetto delle diverse esortazioni di questo passo, prima ancora di essere oggetto dell’insegnamento del fanciullo. Siamo lontani dalla semplice concezione occidentale del volume delle conoscenze accumulate. Quanto al verbo “inculcare”, significa letteralmente “affilare”, (come si affilano i denti di un utensile). Si tratta di un insegnamento dinamico e di un apprendimento di applicazioni delle direttive del Signore per avere “il mordente” nella vita.
Il testo ricorda il progetto di felicità che Dio ha per il Suo popolo e dunque per le famiglie che lo compongono.
« Camminate in tutto e per tutto per la via che l’Eterno,
il vostro Dio, vi ha prescritta,
affinché viviate e siate felici
e prolunghiate i vostri giorni nel paese
di cui avrete il possesso. » (Deuteronomio 5:33)

« Or questi sono i comandamenti,
le leggi e le prescrizioni che l’Eterno, il vostro Dio,
ha ordinato di insegnarvi,
perché li mettiate in pratica nel paese
nel quale state per passare per prenderne possesso;
affinché tu tema l’Iddio tuo, l’Eterno, osservando,
tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figliuolo
e il figliuolo del tuo figliuolo, tutte le sue leggi
e tutti i suoi comandamenti che io ti do,
e affinché i tuoi giorni siano prolungati. » (Deuteronomio 6:1-2)

« E l’Eterno ci ordinò di mettere in pratica
tutte queste leggi, temendo l’Eterno, l’Iddio nostro,
affinché fossimo sempre felici,
ed egli ci conservasse in vita,
come ha fatto finora. » (Deuteronomio 6:24)

C’è un legame diretto tra la messa in pratica dei comandamenti del Signore e la Sua benedizione: essere felici e prolungare i propri giorni. Sottolinea l’importanza del progetto familiare e della sua coerenza: a partire dal momento in cui la Legge sarà nel tuo cuore (cioè nel tuo più profondo, al livello dei tuoi pensieri, della tua volontà e dei tuoi sentimenti), testimonierai ai tuoi figli in ogni circostanza: a casa o in viaggio, a qualsiasi ora della giornata.
Ma soprattutto, tu testimonierai con i tuoi atti (v. 8 segnale sulla mano); con le tue attitudini, i tuoi pensieri e parole (v. 8 frontali tra gli occhi); facendo della tua casa un segno dell’autorità del Signore. Chiunque ci entrerà potrà vederlo riflesso nella tua porta. Tu stessa sarai la prima a ricordarlo, quando entrerai in casa tua, che la fede in Dio si vive prima all’interno (v. 9 scritta sugli stipiti della tua casa).
La Parola è chiamata ad accompagnare il nostro entrare ed uscire, ogni nostra attività quotidiana, e la trasmissione della messa in pratica della Parola di Dio appare come il cuore dell’educazione da impartire ai nostri figli.

Dare gusto
Il secondo testo ci invita a dare del gusto.
« Inculca al fanciullo la condotta che deve tenere;
anche quando sarà vecchio non se ne dipartirà. » (Proverbi 22:6)

Una traduzione vicina all’originale potrebbe essere: istruisci il fanciullo secondo la via che deve seguire; e quando i peli della barba nasceranno non se ne allontanerà.
Parecchie parole o espressioni di questo versetto meritano un’attenzione particolare e dovrebbero ispirare le nostre azioni.
“Istruisci il fanciullo”: il verbo istruire ha la stessa radice della parola palato che designa la parte superiore della bocca. E’ utile comprendere il perché. In Israele, quando una donna partoriva, la levatrice insegnava al bebè a succhiare. Addolciva il palato del bambino con un po’ di succo di fico. Il bambino attirato dal gusto strano iniziava un movimento ripetuto della suzione con la bocca. Bastava presentare il seno della mamma perché iniziasse a succhiare il latte.
Istruire significa dare il gusto! E’ la coerenza tra il nostro esempio e le nostre parole a dare il gusto; è l’insegnamento della Parola di Dio spiegata e vissuta; è l’amore portatore di speranza…
Come suscitare il gusto di vivere attaccati a Dio nei nostri ragazzi?
Un buon insegnante suscita nei suoi allievi il gusto di imparare. Ecco il profilo di un tale insegnante: ama il suo mestiere; ama i suoi allievi; ama la materia che insegna.
Da questo cerca di adattare la propria pedagogia ai suoi allievi. La rende attiva, accessibile, il più possibile attraente. Così gli allievi avranno il soddisfazione nell’imparare, nell’ascoltare, nel comprendere ed avranno desiderio di partecipare alle lezioni. Per raggiungere questo obiettivo, l’insegnante investe parecchio sulla sua persona. Ed è a questo che siamo chiamati come genitori, nel nostro ruolo di insegnanti della Parola di Dio nella scuola domenicale, nei gruppi giovanili o nella chiesa locale: trasmettere il gusto del camminare con Dio, di cercare il Suo consiglio, di impegnarsi per Lui.
Questo si comunica innanzitutto con la nostra vita. Bisogna dare dalla nostra persona:
Amare il nostro “mestiere « , essere felici di essere cristiani.
Amare i figli che Dio ci dona.
Avere entusiasmo nel comunicare l’amore di Dio, poichè questo è il nostro « mestiere » da insegnare.
Per ogni ragazzo, c’è una strada diversa. Il progetto di vita deve essere diretto da Dio e in questa prospettiva ci sarà il gusto e il sapore dell’esistenza. Quale grazia poter condurre un bambino alla scoperta di un tale cammino!
Bisogna passare del tempo con i bambini per scoprire la loro personalità e i loro doni. Alcuni si credono incapaci di fare alcunché! Ognuno è diverso dagli altri: alcuni possono esser dotati intellettualmente, altre essere sportivi, altri perseveranti ed altri ancora dolci… Quante ferite quando si entra a far differenze o paragoni, oppure si applica una disciplina identica per personalità diverse! Una vera comprensione del fanciullo si acquisisce progressivamente, nella comprensione delle sue fasi di sviluppo fisico, ma soprattutto affettivo ed intellettivo. Osservando il bambino si impara a conoscerlo. Così si porta avanti l’opera che è stata iniziata in lui (Salmo 139.13-16), correggere gli atteggiamenti sbagliati e pregare per lui.
Il dialogo con i nostri figli deve essere una delle nostre maggiori priorità. Capita a volte di notare, nei padri soprattutto, una mancanza di interesse e di “savoir-faire”. E’ perciò importante il dialogo di coppia.
«e anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà». Non soltanto quando sarà vecchio si ricorderà degli insegnamenti ricevuti, ma anche nel momento dell’adolescenza, proprio quando il ragazzo imposta la sua vita e poco alla volta costruisce la sua personalità di adulto potrà scegliere di continuare la sua vita in piena armonia con Dio.
Seminiamo perciò per l’adolescenza, per il tempo importantissimo dell’organizzazione del pensiero e del sistema dei valori. Quale grazia e privilegio poter insegnare al bambino nei suoi primi anni! A rischio di ripetersi, occorre sottolineare il ruolo della famiglia, dei genitori in particolare. E’ fondamentale che l’educazione data ai loro figli si fondi sulla massima coerenza possibile tra parole e azioni in ambito familiare.
Gli aspetti formali dell’educazione cristiana (culto in famiglia, attività in seno alla chiesa) devono trovare la loro applicazione nella vita di tutti i giorni. Tra i figli di famiglia cristiana succede spesso che si arrivi alla saturazione del sapere, e a volte irritazione a dover agire in un certo modo. Ma il valore dell’esempio dei loro genitori darà loro il gusto di diventare di veri cristiani.

Come fare? Un esempio: il culto di famiglia
Un punto importante su cui tornare è quello del culto di famiglia. Ricordiamo che il culto in famiglia non deve avere come obiettivo quello di abituare i bambini all’esercizio della pietà, ma di portarli alla scoperta del Signore, del posto che Egli ha nelle vite dei loro genitori, e di insegnare loro cos’è la vita con Dio. E’ nella condivisione familiare che impariamo quali cose cambiare nelle nostre vite.
Alcuni danno al culto di famiglia una forma particolarmente seria ed i termini stessi contribuiscono a questa immagine. Ma occorre invece evitare ciò che è noioso per i bambini, la monotonia, la routine, dando spazio alla creatività. Si possono trovare degli aiuti pratici per il culto di famiglia, con un approccio interessante che proponga temi diversi e forme pedagogiche attive. E’ importante che i figli siano partecipanti attivi nel proporre canti, magari preparandosi (con o senza di noi, secondo l’età) su degli argomenti particolari. La vita quotidiana di famiglia, situazioni vissute a scuola serviranno per attualizzare l’etica cristiana attraverso le circostanze.
Alcuni genitori trovano utile avere un tema articolato in diversi soggetti nel corso di un mese: la dottrina cristiana, i frutti dello Spirito, la missione, i libri della Bibbia… Ma alternare soggetti biblici con racconti missionari arricchirà il ritmo degli incontri e risveglierò l’interesse.
Sarebbe bene che il padre animi il culto di famiglia, ma l’impegno deve essere largamente condiviso con la mamma. Questa responsabilità può essere anche delegata ogni tanto a uno dei ragazzi.
Il culto di famiglia offre la possibilità di dare gusto alla Parola di Dio e alla preghiera.
Permette apprendimento dell’intercessione. I bambini possono stabilire una propria lista di amici, di membri di chiesa, missionari o prigionieri (per la fede) che hanno bisogno di soccorso in preghiera.
Le preghiere dei genitori dovrebbero essere abbastanza brevi per mantenere l’ascolto dei bambini. La preghiera di famiglia dovrebbe essere come un “bouquet” offerto al Signore, dove ognuno si esprime brevemente e liberamente.
Può essere utile scegliere un’ora precisa in cui radunarsi. Oltre alla monotonia e a una cattiva animazione, si incontrano altre difficoltà come le differenti età dei bambini e il ritmo delle attività quotidiane. A volte è difficile trovare argomenti interessanti per i piccioli e per i grandi. Poi, la televisione, i compiti per la scuola possono diventare nemici del culto di famiglia. Un altro errore frequente è quello di rendere il momento di famiglia con un’atmosfera “ecclesiale”. Genitori rigidi nella disciplina rischiano di rafforzare nei loro figli un’attitudine al rigetto che li porterà al fallimento.
Un culto di famiglia quotidiano è sicuramente una cosa buona, ma deve essere compatibile con le attività dei membri della famiglia. E quando i ragazzi crescono, occorre ancor più delicatezza.
Il culto di famiglia, quando esprime pienamente la fede, la gioia e la comunione, lascia il segno duraturo nei figli (e nei genitori). Costituisce veramente una benedizione che sarà trasmessa alla generazione successiva.

 

Publié dans:FAMIGLIA: FIGLI |on 5 août, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA FAMIGLIA – 21. FAMIGLIE FERITE (II)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150805_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 5 agosto 2015

LA FAMIGLIA – 21. FAMIGLIE FERITE (II)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Con questa catechesi riprendiamo la nostra riflessione sulla famiglia. Dopo aver parlato, l’ultima volta, delle famiglie ferite a causa della incomprensione dei coniugi, oggi vorrei fermare la nostra attenzione su un’altra realtà: come prenderci cura di coloro che, in seguito all’irreversibile fallimento del loro legame matrimoniale, hanno intrapreso una nuova unione.
La Chiesa sa bene che una tale situazione contraddice il Sacramento cristiano. Tuttavia il suo sguardo di maestra attinge sempre da un cuore di madre; un cuore che, animato dallo Spirito Santo, cerca sempre il bene e la salvezza delle persone. Ecco perché sente il dovere, «per amore della verità», di «ben discernere le situazioni». Così si esprimeva san Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica Familiaris consortio (n. 84), portando ad esempio la differenza tra chi ha subito la separazione rispetto a chi l’ha provocata. Si deve fare questo discernimento.
Se poi guardiamo anche questi nuovi legami con gli occhi dei figli piccoli – e i piccoli guardano –, con gli occhi dei bambini, vediamo ancora di più l’urgenza di sviluppare nelle nostre comunità un’accoglienza reale verso le persone che vivono tali situazioni. Per questo è importante che lo stile della comunità, il suo linguaggio, i suoi atteggiamenti, siano sempre attenti alle persone, a partire dai piccoli. Loro sono quelli che soffrono di più, in queste situazioni. Del resto, come potremmo raccomandare a questi genitori di fare di tutto per educare i figli alla vita cristiana, dando loro l’esempio di una fede convinta e praticata, se li tenessimo a distanza dalla vita della comunità, come se fossero scomunicati? Si deve fare in modo di non aggiungere altri pesi oltre a quelli che i figli, in queste situazioni, già si trovano a dover portare! Purtroppo, il numero di questi bambini e ragazzi è davvero grande. E’ importante che essi sentano la Chiesa come madre attenta a tutti, sempre disposta all’ascolto e all’incontro.
In questi decenni, in verità, la Chiesa non è stata né insensibile né pigra. Grazie all’approfondimento compiuto dai Pastori, guidato e confermato dai miei Predecessori, è molto cresciuta la consapevolezza che è necessaria una fraterna e attenta accoglienza, nell’amore e nella verità, verso i battezzati che hanno stabilito una nuova convivenza dopo il fallimento del matrimonio sacramentale; in effetti, queste persone non sono affatto scomunicate: non sono scomunicate!, e non vanno assolutamente trattate come tali: esse fanno sempre parte della Chiesa.
Papa Benedetto XVI è intervenuto su tale questione, sollecitando un attento discernimento e un sapiente accompagnamento pastorale, sapendo che non esistono «semplici ricette» (Discorso al VII Incontro Mondiale delle Famiglie, Milano, 2 giugno 2012, risposta n. 5).Di qui il ripetuto invito dei Pastori a manifestare apertamente e coerentemente la disponibilità della comunità ad accoglierli e a incoraggiarli, perché vivano e sviluppino sempre più la loro appartenenza a Cristo e alla Chiesa con la preghiera, con l’ascolto della Parola di Dio, con la frequenza alla liturgia, con l’educazione cristiana dei figli, con la carità e il servizio ai poveri, con l’impegno per la giustizia e la pace.
L’icona biblica del Buon Pastore (Gv 10,11-18) riassume la missione che Gesù ha ricevuto dal Padre: quella di dare la vita per le pecore. Tale atteggiamento è un modello anche per la Chiesa, che accoglie i suoi figli come una madre che dona la sua vita per loro. «La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre […]» – Niente porte chiuse! Niente porte chiuse! – «Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità. La Chiesa […] è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, n. 47).
Allo stesso modo tutti i cristiani sono chiamati a imitare il Buon Pastore. Soprattutto le famiglie cristiane possono collaborare con Lui prendendosi cura delle famiglie ferite, accompagnandole nella vita di fede della comunità. Ciascuno faccia la sua parte nell’assumere l’atteggiamento del Buon Pastore, il quale conosce ognuna delle sue pecore e nessuna esclude dal suo infinito amore!

 

ACT 9, 1 – LA CONVERSION DE SAUL

ACT 9, 1 -  LA CONVERSION DE SAUL dans immagini sacre 13%20FRENCH%20MASTER%20CONVERSION%20OF%20PAULB

http://www.artbible.net/2NT/ACTS%2009_01%20THE%20CONVERSION%20OF%20SAUL…LA%20CONVERSION%20DE%20SAUL/slides/13%20FRENCH%20MASTER%20CONVERSION%20OF%20PAULB.html

Publié dans:immagini sacre |on 4 août, 2015 |Pas de commentaires »

LA FRAGILITÀ DEL MALE – BONHOEFFER

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2015/04/la-fragilita-del-male.html

LA FRAGILITÀ DEL MALE – BONHOEFFER

Così fu ucciso Bonhoeffer teologo devoto a Dio e al mondo. Settant’anni fa fu giustiziato dai nazisti il grande studioso protestante. Che fece dell’amore per la vita il centro della sua fede

(Vito Mancuso) Esattamente 70 anni fa, all’alba del 9 aprile 1945, completamente nudo, veniva giustiziato nel lager nazista di Flossenbürg il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer che scontava così la sua partecipazione alla Resistenza. Nel 1955 il medico del lager H. Fischer-Hüllstrung rilasciò una testimonianza, da allora ripetutamente citata, secondo cui il condannato prima di svestirsi si era raccolto in preghiera: «La preghiera così devota e fiduciosa di quell’uomo straordinariamente simpatico mi ha scosso profondamente; anche al luogo del supplizio egli fece una breve preghiera, quindi salì coraggioso e rassegnato la scala del patibolo, la morte giunse dopo pochi secondi».
Il medico concludeva: «Nella mia attività medica di quasi cinquant’anni non ho mai visto un uomo morire con tanta fiducia in Dio». Oggi sappiamo che queste belle parole edificanti sono una menzogna. Con esse il medico intendeva in realtà coprire la propria responsabilità, visto che il suo compito, come testimoniato da un sopravvissuto del lager, Jørgen Mogensen, diplomatico danese, era di rianimare i condannati per sottoporli al supplizio una seconda volta e prolungarne l’agonia. Inoltre secondo Mogensen a Flossenbürg non vi era alcun patibolo e Bonhoeffer morì come l’ammiraglio Canaris e il generale Oster, suoi superiori nelle fila della resistenza, «lentamente strangolati a morte da una corda che saliva e scendeva a partire da un gancio di ferro conficcato in una parete» e rianimati più volte dal medico per ripetere sadicamente la procedura. Bonhoeffer quindi non fu impiccato bensì ripetutamente strangolato, e non morì dopo pochi secondi. Quanto alla «tanta fiducia in Dio», è bello sperarlo.
Aveva da poco compiuto 39 anni ed era una delle intelligenze più brillanti della teologia tedesca, docente all’Università di Berlino a 25 anni, lontano parente di Goethe, il padre titolare della cattedra berlinese di neuropsichiatria. Dopo l’avvento al potere di Hitler, il 30 gennaio 1933, mentre le chiese tedesche stipulavano accordi con il regime nazista (Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, firmò il Concordato il 20 luglio 1933), Bonhoeffer il 1° febbraio, a distanza di due giorni, manifestava alla radio la preoccupazione per la trasformazione del concetto di Führer in quello di Verführer, “seduttore”. Tre mesi dopo pubblicava il saggio La Chiesa di fronte alla questione ebraica e dopo “la notte dei cristalli” del 9 novembre ’38 prese a ripetere ai suoi studenti: «Solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano». La stessa logica imbevuta di rettitudine e di giustizia lo condusse nella Resistenza per uccidere Hitler, perché «se un pazzo alla guida di un auto travolge i passanti, il mio compito non è solo curare i feriti ma anzitutto fermare quel pazzo» (Gandhi il 4 novembre 1926 aveva espresso la medesima idea con un esempio simile).
Venne arrestato il 5 aprile ‘43 e rinchiuso nel carcere di Tegel dove trascorse un anno e mezzo (poi il carcere berlinese della Gestapo, poi Buchenwald, infine Flossenbürg). Anche a causa del fatto che era nipote del comandante di Berlino generale Paul von Hase, a Tegel Bonhoeffer trascorse un periodo relativamente confortevole: nacquero così le lettere e gli scritti poi pubblicati nel ‘51 con il titolo Resistenza e resa, oggi punto di riferimento capitale della teologia contemporanea. In una lettera all’amico Bethge si legge: «Posso ben immaginare che qualche volta cominci a odiare il sole. E però, sai, vorrei poterlo percepire ancora una volta in tutta la sua forza, quando ti arde sulla pelle e a poco a poco infiamma tutto il corpo, sicché sai di nuovo che l’uomo è un essere corporeo; vorrei farmi stancare da lui anziché dai libri e dalle idee, vorrei che risvegliasse la mia esistenza animale, non quella animalità che sminuisce l’essere uomo, ma quella che lo libera dall’ammuffimento e dall’inautenticità di un’esistenza solo spirituale, e rende l’uomo più puro e più felice».
A parlare così non è un materialista, ma chi ha fatto della fede il centro della vita. Egli però avverte che la tradizionale impostazione religiosa è ormai inadeguata a esprimere la potenza spirituale della vita. A partire dalla forza del sole Bonhoeffer intuisce che lo spirito non scende dall’alto a dispetto della materia, ma sale dal basso, dal calore della natura, quasi come un’effusione della materia, come già avevano espresso Teilhard de Chardin sul fronte cattolico e Pavel Florenskij sul fronte ortodosso, aprendo territori inesplorati alla teologia cristiana. Così il 30 aprile ‘44 all’amico: «Ti meraviglieresti, o forse addirittura ti preoccuperesti delle mie idee teologiche e delle loro conseguenze». Quali idee? Quelle secondo cui «il divino non è nelle realtà assolute , ma nella forma umana naturale».
Scrivendo alla fidanzata, Bonhoeffer spiega la sua idea di fede: «Non intendo la fede che fugge dal mondo, ma quella che resiste nel mondo e ama e resta fedele alla terra malgrado tutte le tribolazioni che essa ci procura. Il nostro matrimonio deve essere un sì alla terra di Dio, deve rafforzare in noi il coraggio di operare e di creare qualcosa sulla terra. Temo che i cristiani che osano stare sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in cielo». Grazie a parole come queste la teologia protestante del dopoguerra ebbe quel formidabile scossone noto come “teologia della secolarizzazione” che vide protagonisti nomi quali Bultmann, Gogarten, Tillich e che contribuì a suscitare la “théologie nouvelle” in ambito cattolico e da questa il rinnovamento del Vaticano II. Oggi di questo teologo devoto tanto a Dio quanto al mondo, vengono pubblicati da Piemme, con il titolo La fragilità del male, alcuni scritti. L’editore dichiara che si tratta di “scritti inediti”, in realtà non tutti lo sono, perché quelli datati dopo il 5 aprile 1943 sono editi in Italia in Resistenza e resa.
Si tratta di testi occasionali, provenienti da prediche, lezioni esegetiche e meditazioni. Così il lettore incontra, nella limpida prosa di Bonhoeffer, temi quali la paura, il dolore, la morte, la guerra, la solitudine, il peccato, la tentazione, la collera di Dio, il diavolo, il dolore di Gesù… Fa da epigrafe questa frase del ’39: «Di solito, nel corso delle nostre esistenze, non parliamo volentieri di vittoria: è una parola troppo grande. Negli anni abbiamo subito troppe sconfitte, troppi momenti di debolezza, e cedimenti troppo gravi ce l’hanno sempre preclusa. Tuttavia, lo spirito che abita in noi vi anela, desidera il successo finale contro il male e contro la morte». In qualunque modo ne sia avvenuta la morte a Flossenbürg settant’anni fa, la vita di Bonhoeffer rimane oggi una promessa per il “successo finale” del bene e della vita.
IL LIBRO Dietrich Bonhoeffer, La fragilità del male

Publié dans:BONHOEFFER DIETRICH, STUDI |on 4 août, 2015 |Pas de commentaires »

BONHOEFFER E LA PAURA DELL’INFINITO

http://sperarepertutti.typepad.com/sperare_per_tutti/2015/04/bonhoeffer-e-la-paura-dellinfinito.html

BONHOEFFER E LA PAURA DELL’INFINITO

Dal volume di scritti di Dietrich Bonhoeffer, ucciso nel campo di concentramento di Flossenbürg il 9 aprile 1945, La fragilità del male (Milano, Piemme, 2015, pagine 176, euro 17,50). Un testo che sembra rispondere alle mie considerazioni sulla paura di credere a partire da « Il Regno » di Emmanuel Carrère.

La paura è in un certo qual modo il nostro principale nemico. Essa si annida nel cuore dell’uomo e lo mina interiormente finché egli crolla improvvisamente, senza opporre resistenza e privo di forza. Corrode e rosicchia di nascosto tutti i fili che ci uniscono al Signore e al prossimo. Quando l’essere umano in pericolo tenta di aggrapparsi alle corde, queste si spezzano, ed egli, indifeso e disperato, si lascia cadere tra le risate dell’inferno.
Allora la paura lo guarda sogghignando e gli dice: ora siamo soli, tu e io, e ora ti mostro il mio vero volto. Chi ha conosciuto e si è abbandonato a questo sentimento in un’orribile solitudine — la paura di fronte a una grave decisione, la paura di un destino avverso, la preoccupazione per il lavoro, la paura di un vizio a cui non si può più opporre resistenza e che rende schiavi, la paura della vergogna, la paura di un’altra persona, la paura di morire — sa che è soltanto una maschera del male, una forma in cui il mondo ostile a Dio cerca di ghermirlo. Non c’è nulla nella nostra vita che ci renda evidente la realtà di queste forze ostili al Creatore come questa solitudine, questa fragilità, questa nebbia che si diffonde su ogni cosa, questa mancanza di vie di uscita e questa folle agitazione che ci assale quando vogliamo uscire da questa terribile disperazione. Avete mai visto qualcuno assalito dalla paura? Il suo viso è orribile quando è bambino e continua a essere spaventoso anche da adulto: quella fissità dello sguardo, quel tremore animalesco, quella difesa supplichevole. La paura fa perdere all’uomo la sua umanità. Non sembra più una creatura di Dio, ma del diavolo; diventa un essere devastato, sottomesso.
Abbiamo paura della quiete. Siamo così abituati all’agitazione e al rumore, che il silenzio ci appare minaccioso e lo rifuggiamo. Passiamo da un’attività all’altra per non dover stare soli, per non essere costretti a guardarci allo specchio. Ci annoiamo, a tu per tu con noi stessi. Spesso le ore che siamo costretti a trascorrere in solitudine ci sembrano le più tristi e le meno fruttuose. Ma non abbiamo soltanto il timore di noi e di scoprirci; temiamo molto di più l’Onnipotente. Vorremmo evitare che disturbi la nostra tranquillità e ci smascheri, creando un rapporto esclusivo a due per poi disporre di noi secondo la sua volontà. Questo incontro misterioso ci preoccupa e cerchiamo di sottrarci a questa esperienza. Ci teniamo alla larga dal pensiero di Dio, per evitare che Egli arrivi inaspettatamente e ci rimanga troppo vicino. Sarebbe terribile doverlo guardare negli occhi e doversi giustificare. Dal nostro volto potrebbe scomparire per sempre il sorriso. Potrebbe, per una volta, accadere qualcosa di molto serio a cui non siamo più abituati.
Questa paura è una caratteristica della nostra epoca. Viviamo con l’ansia di essere improvvisamente avvolti e manovrati dall’infinito. Allora preferiamo vivere in società, andare al cinema o a teatro per poi essere portati al cimitero, piuttosto che rimanere un minuto di fronte al Signore.
Il cristianesimo ha sempre prodotto l’opposizione forte e sdegnata di una filosofia aristocratica che esaltava la forza e il potere, in contrapposizione con i nuovi valori di rifiuto della violenza ed esaltazione dell’umiltà. Anche nella nostra epoca siamo testimoni di questa lotta. Il cristianesimo resiste o fallisce con la sua protesta rivoluzionaria contro l’arbitrio e la superbia del potente, con la sua difesa del povero. Credo che i cristiani facciano troppo poco, e non troppo, per rendere chiaro questo concetto. Si sono adattati troppo facilmente al culto del più forte. Dovrebbero dare molto più scandalo, scioccare molto più di quanto facciano ora.

Publié dans:BONHOEFFER DIETRICH, STUDI |on 4 août, 2015 |Pas de commentaires »
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