Archive pour août, 2015

L’ »IMMACOLATA » E LA NOSTRA « UMANITÀ » – NEMICA DEL « MALE » AMATA PER SEMPRE

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L’ »IMMACOLATA » E LA NOSTRA « UMANITÀ »

NEMICA DEL « MALE » AMATA PER SEMPRE

Ermes M. Ronchi

(« Avvenire », 8/12/’09)

«Vergine, se tu non riappari / anche Dio sarà triste» (Turoldo). Se tu non riappari come « alfabeto di speranza », come modello d’umano, il « cristianesimo » si fa triste, impoverito di tutta la dimensione gioiosa e danzante del « Magnificat », della dimensione gratuita e festosa del « vino » di Cana, di un Dio che privilegia non lo sforzo, ma il dono. Si impoverisce del « primo annuncio » dell’Angelo a Maria: «Kaire, sii lieta, sii felice, tu sei colmata di grazia».
Questa parola mai risuonata prima nella « Bibbia », quel nome inaudito – « Piena di grazia » – , che ha il potere di stupire Maria perché nulla di simile aveva mai letto nel « Libro », significa: tutto l’amore di Dio è su di te; significa: il tuo nome è « amata per sempre ».
L’annuncio dell’Angelo si estende da Maria a ogni « credente »: gioisci, il tuo nome è « amato per sempre, amato mistero di « peccato » e di bellezza ». In un mondo di « disgrazia » è possibile ancora trovare grazia, anzi è la grazia che trova noi. Questo « nodo » di ombra e di luce che compone la nostra umanità profonda, è affiorato alla coscienza della storia in molti modi, ad esempio nella « architettura » del « romanico » pisano e senese; sulle facciate, sulle fiancate, sui pilastri, sugli archi di queste « Chiese » si alternano linee di pietre bianche e linee dal colore dell’ombra: verde scuro o nero. Questa alternanza di luce e di notte è la trascrizione sapiente della profonda conoscenza dell’uomo che il grande « Medioevo » conservava. Il bianco e il nero che si alternano in ogni persona umana, il bene e il male che intrecciano profondamente le loro radici nel cuore, spesso in modo « inestricabile », in Maria non ci sono: lei è l’inizio dell’umanità finalmente « riuscita ».
«Non temere, Maria», aggiunge l’Angelo. Lei è la donna senza paura. La paura entra nel mondo dopo il peccato. Nel « paradiso terrestre » Adamo parla con Dio e con il « serpente », e non ha paura. Poi volta le spalle a Dio, e la prima emozione che prova è la paura: mi sono nascosto, ho avuto paura. Gli occhi della paura, la percezione di pericolo nascono con il male, perché il « peccato » è minaccia per la vita, è l’ »anti-vita ».
Prima della caduta niente e nessuno era pericoloso per la vita, niente minaccioso. Il « peccato » porta il suo triste corteo di paure, perché in qualche modo percepiamo che è pericoloso per la vita, è diminuzione d’umano, sottrazione di esistenza. Tuttavia « Immacolata » non significa preservata dalla lotta. Anche Lei ha lottato con il « serpente », ha conosciuto la fatica del « credere », la crescita nella fede, la noia del « quotidiano », il dolore lacerante e poi l’abbraccio pacificante.
« Immacolata » non significa senza « tentazioni » o senza fatica del cuore. Anche Eva era « immacolata », eppure è caduta, con il cuore diviso.
I « dogmi » che si riferiscono a Maria riguardano anche noi, sono la « grammatica per capire l’umanità, per parlare la lingua di ogni uomo, perché il suo destino è il nostro. Celebriamo con l’ »Immacolata » la festa di tutta la luce sepolta in noi e che dobbiamo liberare. Festa delle radici « sante » e « profezia » del nostro destino: « amati e santi », « santi perché amati » (« Rm 1,7″).
« Piena di grazia » la dice l’Angelo, « Immacolata » la proclama il « popolo cristiano » ed è la stessa cosa. È bello risentire oggi, da Dio e dal suo Angelo, i due nomi di Maria e, in Eva, di ogni creatura: nemica del male e amata per sempre. E ascoltare, in pagine piene di ali e di fessure sull’ »eterno », l’inedito: una donna che parla con Dio e con gli Angeli come un « profeta » o un « patriarca ». E per la prima volta, nei dialoghi con il « cielo », è a una creatura della « terra » che spetta l’ultima parola

LA SIMBOLOGIA DELL’ACQUA NELL’ANTICO E NEL NUOVO TESTAMENTO

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LA SIMBOLOGIA DELL’ACQUA NELL’ANTICO E NEL NUOVO TESTAMENTO

Naviganti assetati

Un convegno a Genova analizza il rapporto dell’elemento primordiale con il sacro e con l’arte

(‘Osservatore Romano 9 settembre 2011)

Nell’ambito del Festival dell’acqua in corso a Genova, il 9 settembre a Palazzo Ducale, l’Associazione Sant’Anselmo Imago Veritatis organizza l’incontro « Acqua e figure del Sacro » che prevede una conferenza con immagini tenuta da Timothy Verdon (« La sete del vero nell’arte ») e una di Quirino Principe (« Musica e voce di Dio »), con esecuzioni al pianoforte di Marino Nahon. Pubblichiamo l’introduzione dell’ideatrice.

di SANDRA ISETTA

Nella Bibbia, libro comune alle tre religioni monoteistiche, nella scena della creazione troviamo l’acqua « cosmica » che determina l’origine della vita: Dio disse: « Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque » (Genesi, 1, 6).
E nel Salmo 29 è scritto « Il Signore è seduto sull’oceano del cielo », ossia il trono di Dio « galleggia » sulle acque, metafora della Sua potenza. Dio può prosciugare o scatenare le acque a suo piacimento, come nel diluvio (« Le acque furono travolgenti sulla terra centocinquanta giorni »), o dividerle distruggendo il faraone (« le acque erano per loro un muro a destra e uno a sinistra »).
È la medesima autorità che nel Vangelo esercita Cristo, che cammina sulle acque e che placa il lago di Tiberiade. Il naufragio e la tempesta sono governati da Dio, che mette in salvo l’arca di Noè, preserva Giona nel mostro marino, conduce all’isola di Malta la barca dell’apostolo Paolo e dei suoi compagni. La barca. Simbolo della Sinagoga e della Chiesa.
altNel testo sacro, l’acqua è al tempo stesso elemento indispensabile di vita materiale e simbolo di vita eterna, come recitano i Proverbi: « acqua fresca per una gola assetata ». Invocazione ben comprensibile per la condizione climatica della Palestina, terra di pastori e avara di piogge.
Nell’Esodo, un piccolo brano del capitolo 19 fa da introduzione al lungo cammino di quaranta giorni che condurrà Israele al Monte Sinai. Subito dopo il passaggio del mare Rosso, avvenuta la liberazione dalla schiavitù, la prima difficoltà che il popolo incontra è la sete: gli manca l’acqua, e quando questa appare è salmastra: « ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare. Per questo erano state chiamate Mara. Allora il popolo mormorò contro Mosè: « Che berremo? ». Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce ».
Ma a noi interessa l’attualità del commento del redattore: « In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova ».
La « prova » di Dio è una legge a doppio senso, esige rettitudine e rispetto in cambio di benevolenza e protezione. Gli Israeliti infatti « arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti di acqua e settanta palme. Qui si accamparono presso l’acqua ». D’altra parte il profeta Osea annuncia il messia come colui che « Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra ».
Negli episodi biblici sono velate le valenze figurative dell’idrologia della terra di Israele: i serbatoi di acqua dolce del mare di Galilea o Tiberiade; il fiume Giordano e il Mar Morto; le sorgenti, i pozzi, le cisterne che fanno da sfondo a episodi molto noti, come le scene di Giacobbe e dell’epifania di Gesù alla Samaritana. I pozzi erano scarsi ed erano il luogo in cui la gente si radunava e si conosceva, per questo motivo alcuni incontri tra uomini e donne avvengono al pozzo, come tra Giacobbe e Rachele. L’arrivo da un Paese lontano al pozzo rappresenta lo straniero che nel ricevere acqua e ospitalità stabilisce un nuovo legame familiare.
L’acqua è elemento di purificazione e di culto sia nel codice ebraico sia in quello cristiano. Nel Battesimo l’immersione in acqua aggiunge al significato di purificazione quello di passaggio dalla morte alla vita. E la sete è un segno della nostra umanità, verso la quale Gesù dimostra piena solidarietà, quando grida « Ho sete » e dopo avere bevuto, muore. L’estrema invocazione umana di Gesù può essere collegata alle parole di Benedetto XVI: « Il diritto all’acqua – scrive il Papa nel Messaggio al direttore generale della Fao in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, 22 marzo 2010 – si basa sulla dignità umana (…) Senza acqua la vita è minacciata. Dunque, il diritto all’acqua è un diritto universale e inalienabile »

Assunzione di Maria in cielo

 Assunzione di Maria in cielo dans immagini sacre AssunzioneB16

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Publié dans:immagini sacre |on 14 août, 2015 |Pas de commentaires »

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO (2013)

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20130815_omelia-assunzione.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza della Libertà, Castel Gandolfo

Giovedì 15 agosto 2013

Cari fratelli e sorelle!

Al termine della Costituzione sulla Chiesa, il Concilio Vaticano II ci ha lasciato una meditazione bellissima su Maria Santissima. Ricordo soltanto le espressioni che si riferiscono al mistero che celebriamo oggi: La prima è questa: «L’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste col suo corpo e la sua anima, e dal Signore esaltata come la regina dell’universo» (n. 59). E poi, verso la fine, vi è quest’altra: «La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio in cammino, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (n. 68). Alla luce di questa bellissima icona di nostra Madre, possiamo considerare il messaggio contenuto nelle Letture bibliche che abbiamo appena ascoltato. Possiamo concentrarci su tre parole-chiave: lotta, risurrezione, speranza.
Il brano dell’Apocalisse presenta la visione della lotta tra la donna e il drago. La figura della donna, che rappresenta la Chiesa, è da una parte gloriosa, trionfante, e dall’altra ancora in travaglio. Così in effetti è la Chiesa: se in Cielo è già associata alla gloria del suo Signore, nella storia vive continuamente le prove e le sfide che comporta il conflitto tra Dio e il maligno, il nemico di sempre. E in questa lotta che i discepoli di Gesù devono affrontare – noi tutti, noi, tutti i discepoli di Gesù dobbiamo affrontare questa lotta – Maria non li lascia soli; la Madre di Cristo e della Chiesa è sempre con noi. Sempre, cammina con noi, è con noi. Anche Maria, in un certo senso, condivide questa duplice condizione. Lei, naturalmente, è ormai una volta per sempre entrata nella gloria del Cielo. Ma questo non significa che sia lontana, che sia staccata da noi; anzi, Maria ci accompagna, lotta con noi, sostiene i cristiani nel combattimento contro le forze del male. La preghiera con Maria, in particolare il Rosario – ma sentite bene: il Rosario. Voi pregate il Rosario tutti i giorni? Ma, non so… [la gente grida: Sì!] Sicuro? Ecco, la preghiera con Maria, in particolare il Rosario ha anche questa dimensione “agonistica”, cioè di lotta, una preghiera che sostiene nella battaglia contro il maligno e i suoi complici. Anche il Rosario ci sostiene nella battaglia.
La seconda Lettura ci parla della risurrezione. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi, insiste sul fatto che essere cristiani significa credere che Cristo è veramente risorto dai morti. Tutta la nostra fede si basa su questa verità fondamentale che non è un’idea ma un evento. E anche il mistero dell’Assunzione di Maria in corpo e anima è tutto inscritto nella Risurrezione di Cristo. L’umanità della Madre è stata “attratta” dal Figlio nel suo passaggio attraverso la morte. Gesù è entrato una volta per sempre nella vita eterna con tutta la sua umanità, quella che aveva preso da Maria; così lei, la Madre, che Lo ha seguito fedelmente per tutta la vita, Lo ha seguito con il cuore, è entrata con Lui nella vita eterna, che chiamiamo anche Cielo, Paradiso, Casa del Padre.
Anche Maria ha conosciuto il martirio della croce: il martirio del suo cuore, il martirio dell’anima. Lei ha sofferto tanto, nel suo cuore, mentre Gesù soffriva sulla croce. La Passione del Figlio l’ha vissuta fino in fondo nell’anima. E’ stata pienamente unita a Lui nella morte, e per questo le è stato dato il dono della risurrezione. Cristo è la primizia dei risorti, e Maria è la primizia dei redenti, la prima di «quelli che sono di Cristo». E’ nostra Madre, ma anche possiamo dire è la nostra rappresentante, è la nostra sorella, la nostra prima sorella, è la prima dei redenti che è arrivata in Cielo.
Il Vangelo ci suggerisce la terza parola: speranza. Speranza è la virtù di chi, sperimentando il conflitto, la lotta quotidiana tra la vita e la morte, tra il bene e il male, crede nella Risurrezione di Cristo, nella vittoria dell’Amore. Abbiamo sentito il Canto di Maria, il Magnificat: è il cantico della speranza, è il cantico del Popolo di Dio in cammino nella storia. E’ il cantico di tanti santi e sante, alcuni noti, altri, moltissimi, ignoti, ma ben conosciuti a Dio: mamme, papà, catechisti, missionari, preti, suore, giovani, anche bambini, nonni, nonne: questi hanno affrontato la lotta della vita portando nel cuore la speranza dei piccoli e degli umili. Maria dice: «L’anima mia magnifica il Signore» – anche oggi canta questo la Chiesa e lo canta in ogni parte del mondo. Questo cantico è particolarmente intenso là dove il Corpo di Cristo patisce oggi la Passione. Dove c’è la Croce, per noi cristiani c’è la speranza, sempre. Se non c’è la speranza, noi non siamo cristiani. Per questo a me piace dire: non lasciatevi rubare la speranza. Che non ci rubino la speranza, perché questa forza è una grazia, un dono di Dio che ci porta avanti guardando il Cielo. E Maria è sempre lì, vicina a queste comunità, a questi nostri fratelli, cammina con loro, soffre con loro, e canta con loro il Magnificat della speranza.
Cari fratelli e sorelle, uniamoci anche noi, con tutto il cuore, a questo cantico di pazienza e di vittoria, di lotta e di gioia, che unisce la Chiesa trionfante con quella pellegrinante, noi; che unisce la terra con il Cielo, che unisce la nostra storia con l’eternità, verso la quale camminiamo. Così sia.

15 AGOSTO 2015 | ASSUNZIONE DI MARIA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

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15 AGOSTO 2015 | ASSUNZIONE DI MARIA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

Assunzione di Maria – Tempo Ordinario 2015

Per cominciare
Maria, madre di Gesù, è assunta in cielo e, prima dei credenti, condivide con Gesù la stessa glorificazione in corpo e anima. Celebriamo una solennità cara al popolo cristiano, che ci accompagna ogni anno nel cuore dell’estate. La liturgia è caratterizzata da un senso di gioia che coinvolge la terra e il cielo.

La parola di Dio
Apocalisse 11,19; 12,1-6.10. Nel cielo uno scontro cosmico tra una « donna vestita di sole » che partorisce un figlio e un enorme spaventoso drago rosso, con sette teste e dieci corna. L’immagine della donna è diventata icona della vergine Maria, ma nell’Apocalisse essa rappresenta i cristiani della chiesa delle origini, perseguitati da un potere violento. La lettura si conclude con un messaggio di speranza: se esistono le forze del male, vengono però sconfitte dall’intervento di Dio.
1 Corinzi 15,20-26. Ai Corinzi dubbiosi sul loro futuro, Paolo presenta il Cristo risorto. In lui la morte è definitivamente vinta, e insieme a lui anche noi risorgeremo.
Luca 1,39-56. Subito dopo l’annunciazione, Maria va a trovare la sua anziana parente Elisabetta. Tra le due donne l’intesa si fa profonda: lodano, ringraziano, esultano insieme per le meraviglie che il Signore ha fatto in loro.

Riflettere…

o Il 1° novembre 1950 Pio XII proclama solennemente l’ultimo dogma: « Dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo ».
o Il dogma dell’Assunzione di Maria in anima e corpo in realtà non è testimoniato dalla parola di Dio. È un po’ alla volta lungo i secoli che nella comunità ecclesiale, attraverso la preghiera e la riflessione teologica, si è giunti alla conclusione che la vita terrena di Maria non poteva concludersi come quella dei comuni cristiani, nemmeno come quella dei santi e dei martiri. Si giunse alla conclusione condivisa che, come si afferma nel prefazio della messa di questa solennità: « Dio non ha voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita ».
o Scrive san Giovanni Damasceno, dottore della chiesa del VII secolo, venerato in occidente e in oriente: « Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina ».
o La prima lettura presenta una grandiosa manifestazione celeste. Lo scontro drammatico tra una donna e un enorme drago. La donna partorisce un figlio, che il grande drago cerca immediatamente di divorare. Michele i suoi angeli salvano la donna e il bambino affrontando vittoriosamente il drago in un’epica battaglia.
o La figura della donna e del bambino inevitabilmente sono state collegate alla vergine Maria e al bambino Gesù. L’iconografia tradizionale ha amato presentare Maria come « vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle ». Del resto la chiesa ci propone proprio il passo dell’Apocalisse in questa solennità. Ma l’autore sicuramente pensava alla tragica situazione in cui la chiesa si trovava a vivere nei primi secoli. La clamorosa vittoria sul drago doveva infondere speranza ai primi cristiani, che un po’ ovunque subivano persecuzione.
o La seconda lettura collega in qualche modo la solennità dell’Assunta alla Pasqua. Gesù non è soltanto il risorto, dice Paolo, ma è « primizia » di coloro che sono destinati come lui alla risurrezione. Come infatti tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo.
o Questo ci ricorda che se l’immacolata concezione è privilegio tutto proprio di Maria (afferma la proclamazione pontificia: « La beatissima vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento »), il dogma dell’Assunzione riguarda invece tutti i cristiani, essendo destinati come Maria alla salvezza finale in anima e corpo. Maria è segno e anticipo del destino che attende ogni cristiano che crede « nell’adempimento di ciò che il Signore ha detto » (Lc 1,45).
o Il vangelo ci presenta Maria che dopo l’annunciazione parte verso il sud della Palestina per raggiungere Ain Karem, una località presso Gerusalemme, a circa 150 km da Nazaret, almeno due-tre giorni di cammino. Un lungo e faticoso viaggio intrapreso per stare vicina alla propria parente che in età avanzata si preparava a diventare madre. E ci rimarrà tutto il tempo necessario. Dice sant’Ambrogio: « Maria si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell’annuncio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia… La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze ».
o Maria non è solo la destinataria privilegiata di un grande progetto di Dio che la coinvolge, ma è anche una giovane ragazza che vi aderisce e lo accoglie. E lo esprime nello splendido cantico del Magnificat.
o Il Magnificat nasce da un insieme di tante citazioni bibliche destinate a celebrare, lodare, ringraziare il Signore per ciò che ha operato nella storia della salvezza. È il canto degli anawim, dei « poveri in spirito », che hanno messo nelle mani di Dio la loro vita e il loro futuro, e ripongono la loro speranza nell’azione di Dio nella storia.

Attualizzare

* Siamo a ferragosto, nel cuore dell’estate. Molti si sono immersi nelle vacanze. È il trionfo della natura, della gioia di vivere, del godersi il mondo. Giunge opportuna questa festa dell’Assunzione, che celebra il trionfo della vita, la glorificazione di Maria.
* L’Assunzione è la festa di una di noi che ha portato il suo corpo presso Dio, così come ha fatto prima di lei Gesù. Quasi a dire che tutto ciò che viviamo in questo mondo non è qualcosa di effimero e di inutile, ma è destinato a seguirci nell’eternità.
* Come dicevamo, l’Assunzione non è confermata dalla parola di Dio. Della vita di Maria vi sono alcuni episodi nei vangeli e negli Atti degli apostoli, dove la sua biografia si conclude con la discesa dello Spirito Santo. Il resto lo hanno fatto la devozione, la teologia, la riflessione su Gesù, la sua umanità che incarnava il volto di Dio. È al concilio di Efeso del 431 che si dichiarò la maternità della vergine Maria, la Theotokos, vera madre di Dio, essendo Gesù vero Dio e vero uomo in un’unica persona.
* Il vertice del riconoscimento della grandezza di Maria sono stati i due dogmi dell’Immacolata Concezione (1854) e della Assunzione (1950). Paolo VI avrebbe forse voluto che il Vaticano II la proclamasse solennemente anche « Madre della Chiesa », ma si limitò a dichiararla tale nel discorso finale, mettendo i lavori del concilio sotto la sua protezione.
* Maria è la madre di Gesù: questa è la sua dignità. L’Assunzione è semplicemente la conseguenza di ciò che ha vissuto, di ciò che è stata nella sua vita. La sua « dignità » Maria l’ha vissuta nella fede. Ha concepito il Figlio prima dell’anima e poi nel corpo.
* Ha vissuto la sua dignità anche in una quotidianità difficile e feriale, come ogni madre di famiglia, conoscendo insieme a Giuseppe e a Gesù la povertà e l’esilio. Accompagnando il figlio Gesù nella sua crescita, educandolo a quella sensibilità che caratterizzerà la sua vita pubblica.
* L’Assunzione porta con sé il rischio di guardare a Maria senza questo realismo. E l’immagine della « donna vestita di sole » dell’Apocalisse non ci viene in aiuto. Ma si fa probabilmente un grande torto a Maria quando la si incorona come regina e la si venera su un trono, anche se queste immagini e queste devozioni sono così diffuse tra i cristiani.
* Maria è la prima dei credenti. La prima cristiana, l’immagine della chiesa. Con l’Assunzione riceve per prima quella glorificazione che toccherà a ciascuno di noi se, come lei, saremo fedeli. Maria, nostra sorella, ci precede e ci mostra il sentiero che dobbiamo percorrere, le scelte che dobbiamo fare. In Maria, « glorificata ormai nel corpo e nell’anima, contempliamo l’immagine e la primizia di tutta la chiesa. Essa brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in marcia » (Lumen gentium, 68).
* Rileggiamo ancora il bellissimo dialogo tra Maria ed Elisabetta, che ci propone il vangelo di oggi. La sintonia tra le due donne è perfetta. Elisabetta riconosce in Maria la donna scelta dall’eternità (« Benedetta tu fra le donne »), la sua disponibilità (« Beata colei che ha creduto »), la dignità di Maria e il servizio che è venuta a prestarle (« A che devo che la madre del mio Signore venga a me? »).
* Maria risponde con il Magnificat, il magnifico cantico che i cristiani recitano ogni sera all’ora del vespro. Esso esprime insieme le grandi cose fatte dal Signore in lei, e la nuova umanità che il Signore sta per realizzare. Il Magnificat è già in linea con le beatitudini, è puro vangelo, quello che annuncerà tra qualche tempo il figlio Gesù.
« Maria vede sorgere un mondo nuovo, un mondo in cui i commensali condividono ciò che il Padre mette gratuitamente a loro disposizione, un mondo dove tutti sono sazi di pane, di libertà e di amore. Il Figlio che porta in grembo è la risposta fedele di Dio agli impegni che ha preso con il suo popolo (Fernando Armellini).
* Maria non ha concluso la sua missione nei limiti della sua vita terrena, ma « Assunta in cielo… con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni della salvezza eterna. Nella sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata » (Lumen gentium, 62).

La tomba di Maria
Nessuno si sarebbe stupito, dice Vittorio Messori, se il corpo di Maria, la « piena di grazia », avesse dovuto attendere, incorrotto, la risurrezione finale adagiata in qualche tomba. Precisa: « Quella tomba invece non c’è ». A Gerusalemme ce n’è una, presunta, ma è vuota. E non lontano da lì, vi è quella, vuota, del sepolcro del Figlio. « Malgrado ogni ricerca, nessuno è mai riuscito a rinvenire qualche traccia di un culto cristiano attorno a una tomba « piena » di Maria. Conoscendo la venerazione dei cristiani, soprattutto dei primi secoli, per il corpo degli apostoli e dei martiri, è impensabile una mancanza di culto proprio per la salma della Madre del loro Signore ». E continua ricordando che i devoti di Maria, pur di essere in qualche modo vicini a lei, si accontentarono di « fiale di latte, ciocche di capelli, brandelli di abiti e altre innumerevoli – e tutte sospette – reliquie mariane ». Credettero agli angeli che avrebbero trasportato la « santa casa » a Loreto: « Avrebbero dimenticato proprio il luogo dove era stato deposto il suo cadavere, se fosse rimasto quaggiù? ».

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA:

Gesù pane della vita

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Publié dans:immagini sacre |on 13 août, 2015 |Pas de commentaires »

PROVERBI. 9, 1-6 – COMMENTO

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PROVERBI. 9, 1-6

don Raffaello Ciccone

Dopo aver sviluppato una lunga introduzione alla raccolta dei detti sapienziali, attribuiti a Salomone, re sapiente di Israele (sec X), incontriamo, a modo di parabola, due donne che rappresentano la Sapienza e la Follia.
Già in precedenza, l’autore ne ha parlato, ma qui colloca le due donne nella loro casa, aperta ad ogni persona, invitata ad incontrare colei che può dare felicità e gusto della vita.
Nel testo di oggi viene ricordata la casa ed il profilo della Sapienza. Un casa splendida con sette colonne che ricordano la stabilità e la perfezione: le colonne erano solo nelle case nobili per poter avere sale spaziose e protette, il numero sette richiama lo splendore e la completezza.
La tavola è imbandita e, dai punti più alti della città, viene proclamato il messaggio ad ogni persona. Le ancelle, poi, vanno per le strade ad incoraggiare gli inesperti e chi si rende contro di mancare di intelligenza e di preparazione nella vita. Perciò il messaggio e l’invito valgono per tutti, ma, prima di tutti, sono invitati quelli che hanno bisogno e sono poveri di comprensione.
Anche Donna Follia ha imbandito un banchetto (9,13-18). Essa però non va in cerca, ma « sta seduta alla porta di casa, su un trono in luogo alto della città » e invita gli stessi passanti, rintracciati dalle ancelle della Sapienza: « gli inesperti e i privi di senno ». La Sapienza offre da mangiare il pane e da bere il vino.
La Follia non ha vino (il vino è la gioia messianica) ma acqua: « le acque furtive sono dolci » e il pane gustoso perché « preso di nascosto » ( si gioca sul gusto del proibito). La Sapienza incoraggia a istruire ed educare, tenendo presente che « principio della Sapienza è il Timore del Signore ».
Timore del Signore non è la paura ma la consapevolezza che bisogna evitare il male, la stessa impressione che ci viene se sporchiamo il mondo, inquiniamo il terreno, mentre abbiamo maturato il rispetto del creato. Il timore di Dio è il timore di offendere, disgustare, rovinare, disprezzare ciò che vale.
In questi giorni l’inizio della scuola è un tempo importante per tutta la nostra comunità: qualcuno esperto in diverse materie si prende carico delle nuove generazioni e aiuta a superare l’inesperienza e la mancanza di sapienza. Ma se la conoscenza può essere data a scuola, la Sapienza è anche frutto di interventi diversi: la conoscenza, il saper valutare il valore di una cosa o di un’azione, il desiderio di costruire insieme, il coraggio di aiutare chi è in difficoltà, la forza di affrontare senza paura la fatica in vista di un progetto grande. Solo la scuola non riesce a dare la Sapienza ai giovani, se non ci sono gli altri contributi di soggetti vicini: in particolare, la famiglia, gli amici, la Comunità cristiana, gli stessi adulti vicini o gli adulti « modello ». La conoscenza che si riceve a scuola ha bisogno di tanti altri collaboratori che, mentre la valorizzano, la stimano, la cercano, la promuovono in tutto il contesto in cui si vive.
La Sapienza è personificata, è donna che invita e richiama, è maestra che vuole istruire tutti, uomini e donne, chiamati ad essere suoi discepoli. Essa si preoccupa per loro, per il loro cammino e per il loro destino. Donna Sapienza ha di che preoccuparsi, perché in città si trova anche un’altra maestra, Donna Follia, che pure invita gli alunni alla sua anti-scuola, dove insegna il gusto del proibito e il fascino dell’insensato e, così facendo, conduce alla morte (9,13-18)

16 AGOSTO 2015 | 20A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/20a-Domenica-B-2015/10-20a-Domenica-B-2015-UD.htm

16 AGOSTO 2015 | 20A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

Per cominciare
Il dialogo sul pane di vita, che ci ha accompagnati finora per quattro domeniche, giunge ora al suo vertice. Gesù invita i giudei « a mangiare il suo corpo e a bere il suo sangue ». Cioè li invita ad accogliere senza riserve la sua persona. Ma Gesù fa qui un chiaro riferimento all’eucaristia, che la chiesa da duemila anni celebra ogni domenica e che ci fa crescere come cristiani e come comunità ecclesiale.

La parola di Dio
Proverbi 9,1-6. Nel libro dei Proverbi la Sapienza di Dio si costruisce una splendida casa e manda le sue ancelle a invitare saggi e stolti a un grande banchetto che ha preparato per loro. « Mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato », dice. È evidente il collegamento tra questa lettura e il vangelo di oggi.
Efesini 5,15-20. Paolo esorta gli Efesini a vivere il loro tempo saggiamente, seguendo la volontà di Dio. A non darsi sconsideratamente ai vizi, come i pagani, ma – pieni di Spirito Santo – li sollecita a ritrovarsi insieme per pregare, cantare, inneggiare al Signore.
Giovanni 6,51-58. Prosegue per la quarta domenica il capitolo sesto di Giovanni. È l’ultima parte del discorso di Gesù sul pane di vita. « La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda », dice, con un esplicito riferimento all’eucaristia.

Riflettere…
o Anzitutto una breve riflessione sulle prime due letture. Paolo nella lettera agli abitanti di Efeso li incoraggia a vivere le virtù cristiane. Il suo è un vero e proprio piccolo progetto di vita. Come si legge anche nella prima lettura, Paolo invita i cristiani a lasciarsi guidare dalla saggezza cristiana, allontanandosi da quella stoltezza del cuore tipica di chi non ha conosciuto la fede.
o Il vangelo ci presenta una prima conclusione del discorso sul pane di vita riportato da Giovanni. Giovanni non parla dell’istituzione dell’eucaristia nell’ultima cena così come è riportata dai sinottici, ma la inserisce nel contesto del discorso sul pane di vita che segue alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. L’ultima cena di Giovanni è caratterizzata dalla lavanda dei piedi, che contiene un messaggio di amore grande e di umile servizio che scaturisce proprio dal senso profondo dell’eucaristia.
o Tutto il brano che viene proposto oggi è incentrato sull’eucaristia. Prima Gesù ha detto che per avere la vita occorreva avere fede in lui; ora precisa che si deve « mangiare e bere » la sua carne e il suo sangue, con un linguaggio realistico che non può non disorientare chi lo ascolta. Per un ebreo poi bere il sangue era una cosa inaudita, insopportabile, ripugnante. Molte volte nella Bibbia ne è affermata la proibizione, perché nel sangue risiede la vita, che non appartiene all’uomo, ma a Dio.
o Forse si potrebbe pensare che Gesù usi un linguaggio simbolico, come ha fatto sinora… Ma non è così. Perché di fronte allo stupore dei giudei (« Come può costui darci la sua carne da mangiare? »), lui ribadisce il suo pensiero. E parla esplicitamente di « carne » e « sangue ». Alla reazione incredula dei giudei, risponde quasi rincarando la dose, e conferma le sue parole introducendole con la tipica forma giovannea « In verità, in verità, io vi dico », che dà alle parole il timbro di qualcosa di solenne e decisivo.
o Nel breve spazio di pochi versetti, il termine « carne » ritorna per ben sei volte. « La parola carne invece di corpo ci avvicina maggiormente alla realtà delle parole usate da Gesù nell’istituzione dell’eucaristia » (Felipe Ramos). La parola è cara a Giovanni che l’ha usata sin dal prologo del suo vangelo, mentre i sinottici preferiscono la parola corpo. « Carne » indica in modo più esplicito l’umanità di Gesù negli aspetti più umani, deboli, realistici.
o È necessario dunque nutrirsi di Gesù. È indispensabile per entrare in sintonia con il suo mondo, con le sue scelte, per fare proprio il suo stile di vita.
o Nelle parole di Gesù il tema dell’eucaristia assorbe ora tutto l’interesse di Giovanni. Si dice a questo punto che la « vita eterna » non è soltanto « credere » in Gesù, ma « mangiare » la sua carne. Quanto al protagonista, se finora è stato il Padre, che dà il pane del cielo, ora è Gesù in persona che dà la sua carne e il suo sangue come cibo e bevanda.
o Ma l’insistenza sul mangiare la carne e bere il sangue non deve trasformarsi in qualcosa di magico. L’accostamento dei due discorsi, quello sul pane di vita come fede in Gesù, e l’eucaristia, ci ammonisce che anche il mangiare e il bere senza la fede non ha alcun valore.
o Non si tratta infatti né di cannibalismo, né di un ambiguo rito di sangue. Le parole di Gesù vanno collegate con ciò che ha compiuto stando a tavola con i discepoli nell’imminenza della sua passione: « Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: « Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me ». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi »" (Lc 22,19-20).
o Giovanni afferma così che è attraverso l’esperienza ecclesiale eucaristica che l’incarnazione continua tra noi attraverso il tempo: la carne sacrificata del Verbo si fa pane nutriente e comunica la vita del Cristo. Da allora i cristiani hanno obbedito al comando del Signore, celebrando l’eucaristia con la piena consapevolezza che nel rito del pane spezzato e condiviso si realizza una vera « comunione con il Cristo risorto e vivo ».
o Attraverso l’eucaristia inoltre i discepoli di Gesù Cristo vengono inseriti nel dinamismo d’amore che unisce il Figlio con il Padre. Giovanni parla per la prima volta di un « rimanere » reciproco fra il discepolo e Cristo. Il partecipare al banchetto della vita costruisce una relazione di amorosa intimità con Dio. Un anticipo di quella piena e definitiva nell’aldilà.

Attualizzare
* Ci è stato proposto nelle ultime domeniche un episodio evangelico a puntate, tratto dal capitolo sesto di Giovanni, sospendendo la lettura continua del vangelo di Marco. L’episodio è partito dalla domenica 17ª, con il racconto di un miracolo grandioso, visibile, festoso, la moltiplicazione dei pani e dei pesci per cinquemila uomini. Al termine Gesù viene riconosciuto come il messia e vogliono farlo re, ma egli abbandona la folla e gli apostoli e si ritira solo sul monte per pregare. I giudei si mettono alla sua ricerca (domenica 18ª) e comincia un fitto dialogo, in cui Gesù, in uno dei discorsi più alti e significativi contenuti nel vangelo, li invita a non fermarsi alla materialità del miracolo, ma ad avere fede in lui, che è « pane di vita »: chi crede in lui « non avrà più fame ».
* « Come può costui affermare di essere il pane disceso dal cielo? », si domandano i giudei (domenica 19ª). « Conosciamo lui e la sua famiglia: chi crede di essere? ». Gesù insiste, conferma e aggiunge: « Chi crede e mangia di questo pane, vivrà in eterno »,
* In questa domenica 20ª, Gesù aggiunge ancora un tassello alla sua rivelazione: « Il pane che io darò », dice, « è la mia carne per la vita del mondo ». E alle loro mormorazioni, fa seguire un’affermazione che non lascia dubbi: per avere la vita eterna bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue.
* Abbiamo già detto che le parole di Gesù, così come le riporta Giovanni, fanno esplicito riferimento all’eucaristia. E quando l’evangelista scrive, ormai il popolo cristiano conosce la celebrazione eucaristica da molti decenni.
* Subito dopo la Pentecoste infatti, i cristiani per fare memoria dell’incarnazione, della morte e risurrezione del Figlio di Dio, non hanno dovuto inventare un rito, perché lo aveva creato Gesù stesso nell’ultima cena. Dopo aver detto sul pane e sul vino le parole che diciamo ancora oggi alla consacrazione, aveva concluso: « fate questo in memoria di me ».
* Fedeli alla parola del Signore Gesù, la domenica, primo giorno della settimana, i cristiani cominciarono a riunirsi per celebrare l’eucaristia. Sin dall’inizio si misero all’ascolto della parola degli apostoli e dei loro successori, dei loro ricordi e commenti, a cui faceva seguito il mangiare il pane e il bere il vino, secondo la parola di Gesù.
* Curiosa è la testimonianza di Plinio che, da persona non coinvolta, scrive all’imperatore Traiano dell’abitudine dei cristiani di riunirsi per celebrare l’eucaristia: « Hanno l’abitudine di riunirsi in un giorno fissato prima del levarsi del sole, di cantare tra loro alternativamente un inno a Cristo come a un dio, di impegnarsi con giuramento a non perpetrare crimini, a non commettere né ruberie, né brigantaggi, né adulteri, a non venir meno alla parola data, a non negare un deposito reclamato con giustizia; compiuti questi riti, essi hanno l’abitudine di separarsi e di riunirsi ancora per prendere il loro cibo che, checché se ne dica, è ordinario e innocuo ».
* La testimonianza di Plinio si fa più esplicita con il racconto di Paolo ai Corinzi, il primo racconto dell’eucaristia nella parola di Dio: « Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: « Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me ». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me ». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga » (1Cor 11,23-27).
* Questa eucaristia celebrata in ogni domenica dell’anno ha lentamente costruito la chiesa, ha alimentato la fede dei cristiani, li ha restituiti nuovi ogni volta che mangiavano il pane e il vino, incontrandosi in questo modo con il Signore Risorto. Nello stesso tempo ha costruito la società, liberando gli uomini dall’individualismo, dall’arrivismo, dall’intolleranza, e ha favorito la costruzione della civiltà dell’amore.
* Noi, oggi, ripercorrendo quasi a ritroso il cammino della folla dei giudei presenti al miracolo, rischiamo però come loro di partecipare alla celebrazione eucaristica come a uno spettacolo, di fermarci al rito, come se quel pane materiale, quell’ostia che ci viene data, fosse qualcosa di magico o una medicina, capace di agire senza un nostro coinvolgimento diretto.
* Non sono le tante comunioni a dare vita all’intimità con Dio, che donano la « vita eterna », che « sfamano per sempre ». Bisogna avere realmente fame e sete di lui, lasciarci alimentare e trasformare, restare legati a lui come la vite e i tralci (Gv 15,1-5). Invece è così diffusa l’usanza di celebrare l’eucaristia distrattamente, stancamente, sonnecchiando, per semplice abitudine.
* L’invito di Gesù di « mangiare la sua carne e bere il suo sangue » ha lo scopo di renderci vivi e vitali, più simili a lui, per pensare come lui, per renderci capaci di fare oggi le scelte che ha fatto lui, per trovare la forza di sentirci come lui inviati ai nostri fratelli.
* Dicevamo sopra che le parole di Gesù sull’eucaristia prolungano in modo sacramentale l’incarnazione di Gesù. È così che il Risorto continua a « essere con tutti noi fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). La parola ascoltata e il pane e il vino donati sono il linguaggio scelto da Gesù per restare con noi, e che deve alimentare la nostra fede. Segni semplici, ma esplosivi. Segni che, nella nostra società multimediale, che comunica con noi attraverso immagini di ogni tipo, rischiano di apparire poca cosa senza una vera fede viva che li accompagni.
* Possiamo ancora ricordare un dato preoccupante. Con la mancanza di preti, oggi in molte chiese non è più possibile celebrare l’eucaristia ogni domenica. Questo non può non turbare i cristiani. Ma in questi casi, è opportuno che la comunità si ritrovi attorno a dei laici preparati, ai quali sia affidata la cura delle celebrazioni, e cioè, « la guida della preghiera, il servizio della Parola e la distribuzione della comunione » (cf Celebrazioni domenicali in assenza del presbiterio, 1988, n.30). Parola di Dio ed eucaristia infatti non dovrebbero mai mancare nella vita dei cristiani. Soprattutto in questi casi si comprende quanto debba prevalere una fede personale vissuta allo stesso sacramento, che ha appunto per obiettivo finale la fede dei credenti.
* Soprattutto in questo periodo di vacanza, l’eucaristia dovrebbe accompagnarci, perché le tante distrazioni e le sirene del consumismo non ingombrino del tutto il nostro animo, e non venga meno il nostro desiderio il vivere anche d’estate a tu per tu con il Signore Gesù.

Dalla « Imitazione di Cristo »
« Due cose sento assolutamente necessarie in questa vita, senza le quali essa mi sarebbe insopportabile con le sue miserie. Imprigionato nel carcere di questo corpo, di due cose confesso di avere bisogno: di cibo e di luce. Per questo tu donasti a me infermo il tuo corpo a ristoro dell’anima e del corpo mio, e ponesti la tua parola come luce al mio cammino (Sal 119, 105). Senza queste due cose, non potrei vivere bene; infatti la parola di Dio è luce dell’anima e il tuo sacramento è pane di vita » (IV, 11).

Nostro pane quotidiano
« Dio non è solo una parola per noi. Nei sacramenti egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Il centro del nostro rapporto con Dio e della configurazione della nostra vita è l’eucaristia. Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona, dev’essere il centro di tutte le nostre giornate. San Cipriano ha interpretato la domanda del vangelo: « Dacci oggi il nostro pane quotidiano », dicendo, tra l’altro, che « nostro » pane, il pane che possiamo ricevere da cristiani nella chiesa, è il Signore eucaristico stesso » (Benedetto XVI).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

San Massimiliano Kolbe

San Massimiliano Kolbe dans immagini sacre img_3256

http://www.scuolaecclesiamater.org/2014/08/in-vigilia-assumptionis-b-mari-virginis.html

Publié dans:immagini sacre |on 12 août, 2015 |Pas de commentaires »

CANONIZZAZIONE DI MASSIMILIANO MARIA KOLBE – OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II – 1982

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1982/documents/hf_jp-ii_hom_19821010_canonizzazione-kolbe.html

CANONIZZAZIONE DI MASSIMILIANO MARIA KOLBE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza San Pietro, 10 ottobre 1982

1. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Da oggi la Chiesa desidera chiamare “santo” un uomo al quale è stato concesso di adempiere in maniera assolutamente letterale le suddette parole del Redentore.
Ecco infatti, verso la fine di luglio del 1941, quando per ordine del capo del campo si fecero mettere in fila i prigionieri destinati a morire di fame, quest’uomo, Massimiliano Maria Kolbe, si presentò spontaneamente, dichiarandosi pronto ad andare alla morte in sostituzione di uno di loro.
Questa disponibilità fu accolta, e al padre Massimiliano, dopo oltre due settimane di tormenti a causa della fame, fu infine tolta la vita con un’iniezione mortale, il 14 agosto 1941.
Tutto questo successe nel campo di concentramento di Auschwitz, dove furono messi a morte durante l’ultima guerra circa 4.000.000 di persone, tra cui anche la Serva di Dio Edith Stein (la carmelitana suor Teresa Benedetta della Croce), la cui causa di Beatificazione è in corso presso la competente Congregazione. La disobbedienza contro Dio, Creatore della vita, il quale ha detto “non uccidere”, ha causato in questo luogo l’immensa ecatombe di tanti innocenti.
Contemporaneamente dunque, la nostra epoca è rimasta così orribilmente contrassegnata dallo sterminio dell’uomo innocente.
2. Padre Massimiliamo Kolbe, essendo lui stesso un prigioniero del campo di concentramento, ha rivendicato, nel luogo della morte, il diritto alla vita di un uomo innocente, uno dei 4.000.000.
Quest’uomo (Franciszek Gajowniczek) vive ancora ed è presente tra noi. Padre Kolbe ne ha rivendicato il diritto alla vita, dichiarando la disponibilità di andare alla morte al suo posto, perché era un padre di famiglia e la sua vita era necessaria ai suoi cari. Padre Massimiliano Maria Kolbe ha riaffermato così il diritto esclusivo del Creatore alla vita dell’uomo innocente e ha reso testimonianza a Cristo e all’amore. Scrive infatti l’apostolo Giovanni: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16).
Dando la sua vita per un fratello, padre Massimiliano, che la Chiesa già sin dal 1971 venera come “beato”, in modo particolare si è reso simile a Cristo.
3. Noi, dunque, che oggi, domenica 10 ottobre, siamo riuniti davanti alla Basilica di san Pietro in Roma, desideriamo esprimere il valore speciale che ha agli occhi di Dio la morte per martirio del padre Massimiliano Kolbe:
“Preziosa agli occhi del Signore / è la morte dei suoi fedeli” (Sal 115 [116],15), così abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale. Veramente è preziosa ed inestimabile! Mediante la morte, che Cristo ha subìto sulla Croce, si è compiuta la redenzione del mondo, poiché questa morte ha il valore dell’amore supremo. Mediante la morte, subìta dal padre Massimiliano Kolbe, un limpido segno di tale amore si è rinnovato nel nostro secolo, che in grado tanto alto e in molteplici modi è minacciato dal peccato e dalla morte.
Ecco che, in questa solenne liturgia della canonizzazione, sembra presentarsi tra noi quel “martire dell’amore” di Oswiecim (come lo chiamò Paolo VI) e dire:
“Io sono il tuo servo, Signore, / io sono tuo servo, figlio della tua ancella; / hai spezzato le mie catene” (Sal 115 [116],16).
E, quasi raccogliendo in uno il sacrificio di tutta la sua vita, lui, sacerdote e figlio spirituale di san Francesco, sembra dire:
“Che cosa renderò al Signore / per quanto mi ha dato? / Alzerò il calice della salvezza / e invocherò il nome del Signore” (Sal 115 [116],12s).
Sono, queste, parole di gratitudine. La morte subìta per amore, al posto del fratello, è un atto eroico dell’uomo, mediante il quale, insieme al nuovo Santo, glorifichiamo Dio. Da lui infatti proviene la Grazia di tale eroismo, di questo martirio.
4. Glorifichiamo dunque oggi la grande opera di Dio nell’uomo. Di fronte a tutti noi, qui riuniti, padre Massimiliano Kolbe alza il suo “calice della salvezza”, nel quale è racchiuso il sacrificio di tutta la sua vita, sigillata con la morte di martire “per un fratello”.
A questo definitivo sacrificio Massimiliano si preparò seguendo Cristo sin dai primi anni della sua vita in Polonia. Da quegli anni proviene l’arcano sogno di due corone: una bianca e una rossa, fra le quali il nostro santo non sceglie, ma le accetta entrambe. Sin dagli anni della giovinezza, infatti, lo permeava un grande amore verso Cristo e il desiderio del martirio.
Quest’amore e questo desiderio l’accompagnarono sulla via della vocazione francescana e sacerdotale, alla quale si preparava sia in Polonia che a Roma. Quest’amore e questo desiderio lo seguirono attraverso tutti i luoghi del servizio sacerdotale e francescano in Polonia, ed anche del servizio missionario nel Giappone.
5. L’ispirazione di tutta la sua vita fu l’Immacolata, alla quale affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio. Nel mistero dell’Immacolata Concezione si svelava davanti agli occhi della sua anima quel mondo meraviglioso e soprannaturale della Grazia di Dio offerta all’uomo. La fede e le opere di tutta la vita di padre Massimiliano indicano che egli concepiva la sua collaborazione con la Grazia divina come una milizia sotto il segno dell’Immacolata Concezione. La caratteristica mariana è particolarmente espressiva nella vita e nella santità di padre Kolbe. Con questo contrassegno è stato marcato anche tutto il suo apostolato, sia nella patria come nelle missioni. Sia in Polonia come nel Giappone furono centro di quest’apostolato le speciali città dell’Immacolata (“Niepokalanow” polacco, “Mugenzai no Sono” giapponese).
6. Che cosa è successo nel Bunker della fame nel campo di concentramento ad Oswiecim (Auschwitz), il 14 agosto del 1941?
A questo risponde l’odierna liturgia: ecco “Dio ha provato” Massimiliano Maria “e lo ha trovato degno di sé” (cf. Sap 3,5). L’ha provato “come oro nel crogiuolo / e l’ha gradito come un olocausto” (cf. Sap 3,6).
Anche se “agli occhi degli uomini subì castighi”, tuttavia “la sua speranza è piena di immortalità” poiché “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, / nessun tormento le toccherà”. E quando, umanamente parlando, li raggiungono il tormento e la morte, quando “agli occhi degli uomini parve che morissero…”, quando “la loro dipartita da noi fu ritenuta una sciagura…”, “essi sono nella pace”: essi provano la vita e la gloria “nelle mani di Dio” (cf. Sap 3,1-4).
Tale vita è frutto della morte a somiglianza della morte di Cristo. La gloria è la partecipazione alla sua risurrezione.
Che cosa dunque successe nel Bunker della fame, il giorno 14 agosto 1941?
Si compirono le parole rivolte da Cristo agli Apostoli, perché “andassero e portassero frutto e il loro frutto rimanesse” (cf. Gv 15,16).
In modo mirabile perdura nella Chiesa e nel mondo il frutto della morte eroica di Massimiliano Kolbe!
7. A quanto successe nel campo di “Auschwitz” guardavano gli uomini. E anche se ai loro occhi doveva sembrare che “morisse” un compagno del loro tormento, anche se umanamente potevano considerare “la sua dipartita” come “una rovina”, tuttavia nella loro coscienza questa non era solamente “la morte”.
Massimiliano non morì, ma “diede la vita… per il fratello”.
V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore.
E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo:
la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore.
Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario.
“Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando” (Gv 15,14)
8. La Chiesa accetta questo segno di vittoria, riportata mediante la forza della Redenzione di Cristo, con venerazione e con gratitudine. Cerca di leggerne l’eloquenza con tutta umiltà ed amore.
Come sempre, quando proclama la santità dei suoi figli e delle sue figlie, così anche in questo caso, essa cerca di agire con tutta la precisione e la responsabilità dovute, penetrando in tutti gli aspetti della vita e della morte del Servo di Dio.
Tuttavia la Chiesa deve, al tempo stesso, stare attenta, leggendo il segno della santità dato da Dio nel suo Servo terreno, di non lasciar sfuggire la sua piena eloquenza e il suo significato definitivo.
E perciò, nel giudicare la causa del beato Massimiliano Kolbe si dovettero – già dopo la beatificazione – prendere in considerazione molteplici voci del Popolo di Dio, e soprattutto dei nostri fratelli nell’Episcopato, sia della Polonia come pure della Germania, che chiedevano di proclamare Massimiliano Kolbe santo “come martire”.
Di fronte all’eloquenza della vita e della morte del beato Massimiliano, non si può non riconoscere ciò che pare costituisca il principale ed essenziale contenuto del segno dato da Dio alla Chiesa e al mondo nella sua morte.
Non costituisce questa morte affrontata spontaneamente, per amore all’uomo, un particolare compimento delle parole di Cristo?
Non rende essa Massimiliano particolarmente simile a Cristo, Modello di tutti i Martiri, che dà la propria vita sulla Croce per i fratelli?
Non possiede proprio una tale morte una particolare, penetrante eloquenza per la nostra epoca?
Non costituisce essa una testimonianza particolarmente autentica della Chiesa nel mondo contemporaneo?
9. E perciò, in virtù della mia apostolica autorità ho decretato che Massimiliano Maria Kolbe, il quale, in seguito alla Beatificazione, era venerato come Confessore, venga d’ora in poi venerato “anche come Martire”!
“Preziosa agli occhi del Signore / è la morte dei suoi fedeli”!

Amen.

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