Archive pour août, 2015

L’ultima cena

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IL MARTIRIO NON APPARTIENE SOLO AL PASSATO – PAPA FRANCESCO

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IL MARTIRIO NON APPARTIENE SOLO AL PASSATO – PAPA FRANCESCO

· MESSA A SANTA MARTA · 04 MARZO 2014

La persecuzione dei cristiani non è un fatto che appartiene al passato, agli albori del cristianesimo. È una triste realtà dei nostri giorni. Anzi, «ci sono più martiri oggi che nei primi tempi della Chiesa». Ne è convinto Papa Francesco e lo ha ribadito questa mattina, martedì 4 marzo, durante la messa celebrata a Santa Marta, chiedendo di riflettere sulla testimonianza di questi fratelli e di queste sorelle nella fede. Ma, ha ricordato il Papa, Gesù ci aveva avvertito: seguirlo significa godere della sua generosità ma anche «subire persecuzioni nel suo nome», come scrive Marco nel passo del Vangelo proposto dalla liturgia (10, 28-31).
«Gesù — ha esordito il Pontefice — aveva finito di parlare del pericolo delle ricchezze, di quanto era difficile che un ricco entrasse nel regno dei cieli. E Pietro gli fa questa domanda: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Quale sarà il nostro guadagno?”. Gesù è generoso e comincia a dire a Pietro: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madri o padri o campi per causa mia e per causa del Vangelo che non riceva già ora in questo tempo cento volte, e fratelli e sorelle e madri e figli e campi…”».
Forse, ha proseguito il Pontefice, Pietro pensava: «Questa è una bella attività commerciale, andare dietro Gesù ci fa guadagnare tanto, cento volte tanto». Ma Gesù «aggiunge tre paroline: “insieme a persecuzioni”. E poi avrà la vita eterna». In sostanza intende: «Sì, voi avete lasciato tutto e riceverete qui nella terra tante cose, ma con la persecuzione». È «come — ha commentato il Santo Padre — un’insalata con l’olio della persecuzione. Questo è il guadagno del cristiano e questa è la strada di chi vuole andare dietro Gesù. Perché è la strada che ha fatto lui: lui è stato perseguitato».
È la strada dell’abbassamento, la stessa che — ha ricordato il vescovo di Roma — san Paolo indica ai Filippesi quando dice che Gesù, facendosi uomo, si abbassò sino alla morte di croce. «Questa è proprio la tonalità della vita cristiana», che è anche gioia. Infatti «seguire Gesù è una gioia. Nelle beatitudini Gesù dice: beati voi quando vi insulteranno, quando sarete perseguitati a causa del mio nome»
Dunque la persecuzione, ha precisato il Pontefice, è una delle beatitudini. Tanto che «i discepoli, subito dopo la venuta dello Spirito Santo, hanno cominciato a predicare e sono cominciate le persecuzioni. Pietro è andato in carcere, Stefano ha testimoniato con la morte, così come Gesù, con falsi testimoni. E poi ci sono stati ancora tanti altri testimoni, sino al giorno d’oggi. La croce è sempre sulla strada cristiana».
Certo, ha continuato Papa Francesco, noi potremo avere tanti religiosi, tante religiose, «tante madri, tanti padri, tanti fratelli nella Chiesa, nella comunità cristiana. E questo — ha fatto notare — è bello. Ma avremo anche la persecuzione, perché il mondo non tollera la divinità di Cristo, non tollera l’annuncio del Vangelo, non tollera le beatitudini». Proprio da qui scaturisce la persecuzione, che passa anche attraverso le parole, le calunnie. Così avveniva ai cristiani dei primi secoli, che subivano le diffamazioni e pativano il carcere.
«Ma noi — ha osservato il Santo Padre — dimentichiamo facilmente. Pensiamo ai tanti cristiani che sessant’anni fa erano rinchiusi nei campi, nelle prigioni dei nazisti, dei comunisti: tanti, solo perchè erano cristiani». E questo è ciò che accade «anche oggi», ha lamentato, nonostante la nostra convinzione di aver raggiunto un grado di civiltà diversa e una cultura più matura.
«Io vi dico — ha affermato il Papa — che oggi ci sono più martiri che nei primi tempi della Chiesa. Tanti fratelli e sorelle nostre che offrono la loro testimonianza di Gesù e sono perseguitati. Sono condannati perchè posseggono una Bibbia. Non possono portare il segno della croce». Questa è «la strada di Gesù. Ma è una strada gioiosa perchè mai il Signore ci mette alla prova più di quello che noi possiamo sopportare».
Certamente «la vita cristiana non è un vantaggio commerciale», ha puntualizzato il Pontefice. È semplicemente «seguire Gesù. Quando seguiamo Gesù succede questo. Pensiamo se noi abbiamo dentro di noi la voglia di essere coraggiosi nella testimonianza di Gesù». E, ha aggiunto, «pensiamo anche — ci farà bene — ai tanti fratelli e sorelle che oggi non possono pregare insieme perché sono perseguitati, non possono avere il libro del Vangelo o una Bibbia perchè sono perseguitati. Pensiamo a questi fratelli e sorelle che non possono andare a messa perchè è vietato. Quante volte giunge un prete di nascosto fra loro e fanno finta di essere a tavola a prendere un tè e celebrano la messa di nascosto. Questo succede oggi». Da qui l’invito conclusivo: «Pensiamo: sono disposto a portare la croce come Gesù? A sopportare persecuzioni per dare testimonianza a Gesù come fanno questi fratelli e sorelle che oggi sono umiliati e perseguitati? Questo pensiero ci farà bene a tutti».

23 AGOSTO 2015 | 21A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

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23 AGOSTO 2015 | 21A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

21A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

Per cominciare
In ogni tempo, la parola provocatrice di Gesù divide gli animi e determina delle scelte pro o contro di lui. « Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; tu sei il Santo di Dio », dice l’apostolo Pietro a Gesù nel momento in cui tutti lo abbandonano.

La parola di Dio
Giosuè 24,1-2a.15-17.18b. Giosuè, successore di Mosè e continuatore della sua missione di animatore del popolo ebraico in viaggio verso la terra promessa, convoca a Sichem le dodici tribù di Israele e, dopo aver ricordato tutto ciò che Iahvè ha fatto per loro, li invita a scegliere e servire per sempre il loro Dio.
Efesini 5,21-32. Si conclude oggi la lettura continua della lettera agli abitanti di Efeso. Paolo, dopo averli invitati a vivere una vita nuova, nella pratica delle virtù e nel rifiuto della stoltezza, dice loro – esemplificando – di vivere nell’amore reciproco il rapporto tra marito e moglie nel matrimonio.
Giovanni 6,60-69. Il grande dialogo che Gesù ha intrecciato con la folla che ha assistito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, si conclude drammaticamente, con l’abbandono da parte dei giudei, e anche di alcuni discepoli, che trovano troppo dure le sue parole. Gesù non li ferma, e sfida i suoi stessi dodici apostoli a fare lo stesso.

Riflettere…
o « Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, aiutante di Mosè: « Mosè, mio servo, è morto. Ora, dunque, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso la terra che io do loro, agli Israeliti. Ogni luogo su cui si poserà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato, come ho promesso a Mosè. Dal deserto e da questo Libano fino al grande fiume, l’Eufrate, tutta la terra degli Ittiti, fino al Mare Grande, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini »" (Gs 1,1-4). Inizia con queste promesse solenni il libro di Giosuè. Iahvè promette di essere vicino a Giosuè e al suo popolo nel territorio della terra promessa, così come aveva fatto con Mosè nel deserto.
o Il testo che ci viene presentato oggi è la parte conclusiva del libro. Giosuè ha 110 anni, vuole dare l’addio al suo popolo e intende farlo come si deve. Ormai vecchio e molto avanti negli anni, convocò tutto Israele, gli anziani, i capi, i giudici e gli scribi e disse loro: « Voi avete visto quanto il Signore, vostro Dio, ha fatto a tutte queste nazioni, scacciandole dinanzi a voi. Il Signore stesso, vostro Dio, ha combattuto per voi » (Gs 23,2-3). Non gli interessa sottolineare la sua abilità nel guidare il popolo. Ricorda soltanto ciò che ha fatto per loro Iahvè. Ma prima di concludere la sua missione, intende accertarsi della futura fedeltà del suo popolo, e li mette di fronte a una scelta decisiva, quella di dichiarare solennemente a quali divinità vogliono affidarsi. Solo dopo questa assicurazione, potrà unirsi ai padri sulle montagne di Efraim (Gs 24,29-30).
o Convoca le tribù a Sichem e si rivolge a loro con solennità. Dice: « Sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume, oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate ». Ma aggiunge: « Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore » (Gs 24,15).
o C’era bisogno di richiedere questa dichiarazione di fedeltà al popolo? Essi avevano assistito ai grandiosi prodigiosi che hanno accompagnato la liberazione dall’Egitto, la fortunata fuga attraverso il Mar Rosso, la manna e le quaglie, l’acqua dalla roccia, la sconfitta dei vari popoli che contrastavano la loro avanzata nella terra promessa, la favolosa caduta di Gerico. Ora si trovano in una terra in cui « scorre latte e miele ». Davvero il popolo abbandonerà questo Dio potente e vicino?
o Di fatto gli israeliti rispondono positivamente: « Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! ». Riconoscenti di tutti questi prodigi, decidiamo di servire il Signore, « perché egli è il nostro Dio ».
o Soddisfatto, Giosuè insiste e in un dialogo serrato li invita a esprimere senza ripensamenti la loro scelta. Prende quindi una grande pietra e dice a tutto il popolo: « Ecco: questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto; essa servirà quindi da testimonianza per voi, perché non rinneghiate il vostro Dio » (Gs 24,27).
o L’episodio di Giosuè è una delle pagine più commoventi vissute dalle tribù di Israele e si è concluso positivamente, riconfermando l’alleanza del Sinai. Non così l’episodio evangelico che ci viene proposto quest’oggi. Il drammatico dialogo sul pane di vita tra Gesù e la folla si conclude con una sconfitta. Essa ha assistito al prodigio della moltiplicazione del pane e dei pesci, ma questo non basta a convincerli e decidono per l’abbandono.
o Praticamente Gesù ha posto i giudei di fronte alla difficile scelta di accogliere lui, pane disceso dal cielo, oppure di continuare a vivere come hanno fatto finora, accontentandosi del pane materiale. Ed essi non se la sentono di fare il salto nel buio, accogliendo senza ripensamenti Gesù, pane di vita. E i primi ad andarsene sono stranamente i discepoli, che a sorpresa entrano in scena solo in questo momento, non essendo stati nominati finora. Essi rifiutano le richieste impegnative del maestro, perché, dicono, la proposta è troppo « dura ».
o Forse non hanno capito? O hanno capito male? No, no, è proprio perché hanno capito troppo bene che rifiutano. Si tratta di fare della vita di Gesù la propria vita, di vivere come lui e per lui. Non si fidano, nonostante i prodigi a cui hanno assistito: la moltiplicazione del pane e dei pesci, la misteriosa camminata sulle acque del lago.
o Gesù pare sorridere: « Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? ». Ai discepoli e alle folle che trovano difficile sbilanciarsi e scegliere, ancora una volta Gesù rincara la dose e parla di altri prodigi, che metteranno ancora più a dura prova la loro fede.
o Gesù rispetta sempre la libertà, non obbliga nessuno a condividere le sue scelte, non li costringe a « mangiare la sua carne ». Di fatto l’esperienza si chiude con un rifiuto e la profezia del tradimento di Giuda (« Gesù sapeva chi era colui che lo avrebbe tradito »). Ma anche con la risposta affermativa di Pietro. Alla domanda del maestro: « Volete andarvene anche voi? », Pietro a nome di tutti, esprime la fede del Dodici: « Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio ». È la professione di fede che Gesù attende da ogni cristiano.

Attualizzare
* Siamo al termine del discorso sul pane di vita. Il dialogo è stato difficile e duro, fra l’incomprensione dei giudei e Gesù che con chiarezza ribadisce il suo pensiero. Le sue parole possono essere accolte o rifiutate, ma non negoziate, modificate, rese più accettabili. Gesù scandalizza, chiede di avere fede in lui senza tentennamenti. Ed essi dicono: « Questa parola è dura; chi può ascoltarla? ».
* Tutto si conclude con lo scandalo, il rifiuto, l’abbandono. Gesù scandalizza, chiede di avere una fede senza ripensamenti in lui, nella sua persona, nelle sue parole. aMolti se ne vanno. Gesù li lascia andare. È fondamentale la libertà con Dio, il nostro rapporto con lui. Libertà religiosa vuol dire anche questo. Non forzare, rispettare i tempi di maturazione. Se ne vanno anche i discepoli, essi che lo hanno sicuramente conosciuto di più e meglio.
* Gesù addirittura lancia la sfida agli apostoli, disposto a rimanere solo a continuare la sua missione. Pietro, come abbiamo ricordato, riafferma la propria adesione a Gesù, il santo di Dio, con la più bella professione di fede. La stessa professione di fede che ci è raccontata dai vangeli sinottici, che però la collocano non a Cafarnao, come fa Giovanni, ma a Cesarea di Filippo.
* « Da chi andremo? », dice Pietro, ricordando che la nostra fede è Qualcuno, prima di essere un insieme di verità da conoscere e praticare. Essi erano ex pescatori, ex pubblicani, ex zeloti… il Signore li ha trasformati e ha riempito la loro vita di senso: non vogliono tornare indietro. Chi ha fatto una vera esperienza di fede, chi ha provato la vita nuova, non può sentire nostalgia del passato: « Mi hai guardato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio della tua pace » (sant’Agostino).
* Oggi anche noi, che partecipiamo a questa assemblea eucaristica siamo posti di fronte alla stessa scelta. Gesù moltiplica per noi il pane e il vino e ci chiede di dire con chi vogliamo stare. Dopo ogni lettura, abbiamo proclamato la nostra fede nella « Parola di Dio », nella « Parola del Signore ». Questa parola ci pone ogni volta di fronte alla necessità di aderirvi o meno. Chiediamoci anche noi oggi quali divinità vogliamo servire: se « gli dei al di là del fiume » (Gs 24,15), divinità mute di legno o d’oro che non chiedono nulla, né che cosa fai, né se sei un disonesto e libertino o un violento (molte forme di nuova religiosità oggi sono assimilabili a questa); oppure il vero Dio, che ha assunto le sembianze umane, incarnandosi, e ci ha svelato i segreti di Dio sulla nostra vita e sul mondo.
* Il rischio, lo sappiamo, è di credere, ma non così tanto da capire che il Signore Gesù deve essere per noi qualcosa di assolutamente indispensabile, come il pane quotidiano. Mentre così spesso appena usciamo dalla chiesa poniamo la nostra fiducia in altre divinità più comode.
* Il nostro Dio ci chiede la vita, per assicurarci però un’esistenza nella sua pienezza. Si tratta solo di accoglierlo nella sua parola, di fidarsi di lui anche quando non tutto è chiaro, anche quando i fatti ci sconvolgono e ci travolgono.
* È un cammino che ha il suo fascino, pur nella lotta quotidiana per confermare ogni giorno le nostre scelte di fondo, che vanno sempre riconquistate e riaffermate.
* La parola di Dio di quest’oggi esemplifica poi, attraverso l’ultima parte della lettera agli Efesini, come si possa e si debbano esprimere queste scelte nella vita quotidiana. La lettera si conclude infatti con un riferimento ad alcuni ambiti di vita, tra i quali oggi viene presentato quello del matrimonio.
* L’adesione a Cristo porta con sé infatti un cambiamento di mentalità e di comportamento anche dei rapporti all’interno della famiglia, tra moglie e marito, con i figli. In ogni casa, tanti contrasti e incomprensioni nascono facilmente dal fatto di voler prevaricare sugli altri, tentando di avere il sopravvento o addirittura pretendendo di essere serviti dagli altri.
* Se le parole di Paolo in alcuni passaggi risentono della mentalità del tempo, il suo messaggio però è chiaro e le sue parole sanno di vera novità, sgorgando dal vangelo: « Siate sottomessi gli uni agli altri », dice. Nessuno deve dominare sul più debole, ma in tutti ci deve essere accettazione e rispetto, disponibilità al servizio, amore dimostrato.
* La « fede » che gli sposi si scambiano il giorno delle nozze diventa il simbolo di questo amore reciproco donato, e richiama un tipo di fedeltà che dovrebbe essere un impegno per tutta la vita.

Non respingere chi ti ama
« Dice il Signore Gesù: io sono tuo padre, tuo fratello, tuo sposo; io sono per te la casa, il vestito, la radice, il fondamento; tutto questo sono, se tu lo vuoi: nulla allora ti mancherà. Sarò io in persona che ti servirò, perché sono venuto nel mondo « per servire, non per essere servito » (Mt 20,28). Preoccupati solo di avere fiducia in me. Per te sono stato povero, sono vissuto mendicando; per te sono stato crocifisso e sepolto; tutto tu sei per me: fratello, coerede, amico, sei come una parte di me stesso, della mia persona. Cosa desideri di più? Perché respingi chi ti ama fino a questo punto? » (san Giovanni Crisostomo).

Noi ci vogliamo bene
La maestra parla di famiglia, e dice che c’è da essere contenti quando in una famiglia papà e mamma sono esigenti e severi. Poi fa una specie di indagine tra le sue piccole allieve. Quando chiede a una di loro: « Chi comanda a casa tua? Tuo papà o tua mamma? », si sente rispondere: « Da noi non comanda nessuno, perché ci vogliamo bene! ».

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

Saint Bernard de Clairvaux prêchant

Saint Bernard de Clairvaux prêchant  dans immagini sacre ma_st-bernard
http://www.la-litterature.com/dsp/dsp_display.asp?NomPage=1_ma_004_HommesEglise

Publié dans:immagini sacre |on 19 août, 2015 |Pas de commentaires »

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE – 20 AGOSTO – BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20091021.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 21 ottobre 2009

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE – 20 AGOSTO

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare su san Bernardo di Chiaravalle, chiamato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa, perché nel XII secolo, ancora una volta, rinnovò e rese presente la grande teologia dei Padri. Non conosciamo in dettaglio gli anni della sua fanciullezza; sappiamo comunque che egli nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici. Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.
In quegli stessi anni, prima del 1130, Bernardo avviò una vasta corrispondenza con molte persone, sia importanti che di modeste condizioni sociali. Alle tante Lettere di questo periodo bisogna aggiungere numerosi Sermoni, come anche Sentenze e Trattati. Sempre a questo tempo risale la grande amicizia di Bernardo con Guglielmo, Abate di Saint-Thierry, e con Guglielmo di Champeaux, figure tra le più importanti del XII secolo. Dal 1130 in poi, iniziò a occuparsi di non pochi e gravi questioni della Santa Sede e della Chiesa. Per tale motivo dovette sempre più spesso uscire dal suo monastero, e talvolta fuori dalla Francia. Fondò anche alcuni monasteri femminili, e fu protagonista di un vivace epistolario con Pietro il Venerabile, Abate di Cluny, sul quale ho parlato mercoledì scorso. Diresse soprattutto i suoi scritti polemici contro Abelardo, un grande pensatore che ha iniziato un nuovo modo di fare teologia, introducendo soprattutto il metodo dialettico-filosofico nella costruzione del pensiero teologico. Un altro fronte contro il quale Bernardo ha lottato è stata l’eresia dei Catari, che disprezzavano la materia e il corpo umano, disprezzando, di conseguenza, il Creatore. Egli, invece, si sentì in dovere di prendere le difese degli ebrei, condannando i sempre più diffusi rigurgiti di antisemitismo. Per quest’ultimo aspetto della sua azione apostolica, alcune decine di anni più tardi, Ephraim, rabbino di Bonn, indirizzò a Bernardo un vibrante omaggio. In quel medesimo periodo il santo Abate scrisse le sue opere più famose, come i celeberrimi Sermoni sul Cantico dei Cantici. Negli ultimi anni della sua vita – la sua morte sopravvenne nel 1153 – Bernardo dovette limitare i viaggi, senza peraltro interromperli del tutto. Ne approfittò per rivedere definitivamente il complesso delle Lettere, dei Sermoni e dei Trattati. Merita di essere menzionato un libro abbastanza particolare, che egli terminò proprio in questo periodo, nel 1145, quando un suo allievo, Bernardo Pignatelli, fu eletto Papa col nome di Eugenio III. In questa circostanza, Bernardo, in qualità di Padre spirituale, scrisse a questo suo figlio spirituale il testo De Consideratione, che contiene insegnamenti per poter essere un buon Papa. In questo libro, che rimane una lettura conveniente per i Papi di tutti i tempi, Bernardo non indica soltanto come fare bene il Papa, ma esprime anche una profonda visione del mistero della Chiesa e del mistero di Cristo, che si risolve, alla fine, nella contemplazione del mistero di Dio trino e uno: “Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato”, scrive il santo Abate “ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca” (XIV, 32: PL 182, 808), all’essere in cammino verso Dio.
Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è “miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)”. Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, “scorre come il miele”. Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca – l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!
In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. “O santa Madre, – egli esclama – veramente una spada ha trapassato la tua anima!… A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio” (14: PL 183,437-438). Bernardo non ha dubbi: “per Mariam ad Iesum”, attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale. Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del “Dottore mellifluo” la sublime preghiera a Maria: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …” (Paradiso 33, vv. 1ss.).
Queste riflessioni, caratteristiche di un innamorato di Gesù e di Maria come san Bernardo, provocano ancor oggi in maniera salutare non solo i teologi, ma tutti i credenti. A volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione. San Bernardo, invece, solidamente fondato sulla Bibbia e sui Padri della Chiesa, ci ricorda che senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità. La teologia rinvia alla “scienza dei santi”, alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico. Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio “con la preghiera che con la discussione”. Alla fine, la figura più vera del teologo e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro.
Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, – egli dice – pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l’aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta…” (Hom. II super «Missus est», 17: PL 183, 70-71). 

PAPA FRANCESCO – LA FAMIGLIA – 23. LAVORO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150819_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 19 agosto 2015

LA FAMIGLIA – 23. LAVORO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto sul valore della festa nella vita della famiglia, oggi ci soffermiamo sull’elemento complementare, che è quello del lavoro. Entrambi fanno parte del disegno creatore di Dio, la festa e il lavoro.
Il lavoro, si dice comunemente, è necessario per mantenere la famiglia, per crescere i figli, per assicurare ai propri cari una vita dignitosa. Di una persona seria, onesta, la cosa più bella che si possa dire è: “E’ un lavoratore”, è proprio uno che lavora, è uno che nella comunità non vive alle spalle degli altri. Ci sono tanti argentini oggi, ho visto, e dirò come diciamo noi: «No vive de arriba».
E in effetti il lavoro, nelle sue mille forme, a partire da quello casalingo, ha cura anche del bene comune. E dove si impara questo stile di vita laborioso? Prima di tutto si impara in famiglia. La famiglia educa al lavoro con l’esempio dei genitori: il papà e la mamma che lavorano per il bene della famiglia e della società.
Nel Vangelo, la Santa Famiglia di Nazaret appare come una famiglia di lavoratori, e Gesù stesso viene chiamato «figlio del falegname» (Mt 13,55) o addirittura «il falegname» (Mc 6,3). E san Paolo non mancherà di ammonire i cristiani: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3,10). – È una bella ricetta per dimagrire questa, non lavori, non mangi! – L’Apostolo si riferisce esplicitamente al falso spiritualismo di alcuni che, di fatto, vivono alle spalle dei loro fratelli e sorelle «senza far nulla» (2 Ts 3,11). L’impegno del lavoro e la vita dello spirito, nella concezione cristiana, non sono affatto in contrasto tra loro. E’ importante capire bene questo! Preghiera e lavoro possono e devono stare insieme in armonia, come insegna san Benedetto. La mancanza di lavoro danneggia anche lo spirito, come la mancanza di preghiera danneggia anche l’attività pratica.
Lavorare – ripeto, in mille forme – è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio. Perciò si dice che il lavoro è sacro. E perciò la gestione dell’occupazione è una grande responsabilità umana e sociale, che non può essere lasciata nelle mani di pochi o scaricata su un “mercato” divinizzato. Causare una perdita di posti di lavoro significa causare un grave danno sociale. Io mi rattristo quando vedo che c’è gente senza lavoro, che non trova lavoro e non ha la dignità di portare il pane a casa. E mi rallegro tanto quando vedo che i governanti fanno tanti sforzi per trovare posti di lavoro e per cercare che tutti abbiano un lavoro. Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia. Dobbiamo pregare perché non manchi il lavoro in una famiglia.
Dunque, anche il lavoro, come la festa, fa parte del disegno di Dio Creatore. Nel libro della Genesi, il tema della terra come casa-giardino, affidata alla cura e al lavoro dell’uomo (2,8.15), è anticipato con un passaggio molto toccante: «Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare» (2,4b-6a). Non è romanticismo, è rivelazione di Dio; e noi abbiamo la responsabilità di comprenderla e assimilarla fino in fondo. L’Enciclica Laudato si’, che propone un’ecologia integrale, contiene anche questo messaggio: la bellezza della terra e la dignità del lavoro sono fatte per essere congiunte. Vanno insieme tutte e due: la terra diviene bella quando è lavorata dall’uomo. Quando il lavoro si distacca dall’alleanza di Dio con l’uomo e la donna, quando si separa dalle loro qualità spirituali, quando è in ostaggio della logica del solo profitto e disprezza gli affetti della vita, l’avvilimento dell’anima contamina tutto: anche l’aria, l’acqua, l’erba, il cibo… La vita civile si corrompe e l’habitat si guasta. E le conseguenze colpiscono soprattutto i più poveri e le famiglie più povere. La moderna organizzazione del lavoro mostra talvolta una pericolosa tendenza a considerare la famiglia un ingombro, un peso, una passività, per la produttività del lavoro. Ma domandiamoci: quale produttività? E per chi? La cosiddetta “città intelligente” è indubbiamente ricca di servizi e di organizzazione; però, ad esempio, è spesso ostile ai bambini e agli anziani.
A volte chi progetta è interessato alla gestione di forza-lavoro individuale, da assemblare e utilizzare o scartare secondo la convenienza economica. La famiglia è un grande banco di prova. Quando l’organizzazione del lavoro la tiene in ostaggio, o addirittura ne ostacola il cammino, allora siamo sicuri che la società umana ha incominciato a lavorare contro se stessa!
Le famiglie cristiane ricevono da questa congiuntura una grande sfida e una grande missione. Esse portano in campo i fondamentali della creazione di Dio: l’identità e il legame dell’uomo e della donna, la generazione dei figli, il lavoro che rende domestica la terra e abitabile il mondo. La perdita di questi fondamentali è una faccenda molto seria, e nella casa comune ci sono già fin troppe crepe! Il compito non è facile. A volte può sembrare alle associazioni delle famiglie di essere come Davide di fronte a Golia… ma sappiamo come è andata a finire quella sfida! Ci vogliono fede e scaltrezza. Dio ci conceda di accogliere con gioia e speranza la sua chiamata, in questo momento difficile della nostra storia, la chiamata al lavoro per dare dignità a se stessi e alla propria famiglia.

Raffaello, Le jugement de Salomon

Raffaello, Le jugement de Salomon  dans immagini sacre 16%20RAPHAEL%20THE%20JUDGMENT%20OF%20SOLOMON

http://www.artbible.net/1T/1ki0316_Solomon_judgement/pages/16%20RAPHAEL%20THE%20JUDGMENT%20OF%20SOLOMON.htm

Publié dans:immagini sacre |on 18 août, 2015 |Pas de commentaires »

LA SAPIENZA UMANA NEI DETTI DI GESÙ, RINALDO FABRIS (1996)

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=113

LA SAPIENZA UMANA NEI DETTI DI GESÙ

SINTESI DELLA RELAZIONE DI RINALDO FABRIS

Verbania Pallanza, 7 dicembre 1996

La modalità più comune di sapere sapienziale è la piccola sentenza ritmica, nella forma del proverbio, espressione non tanto dell’erudizione quanto dell’amore intelligente.
Gesù si colloca all’interno della tradizione popolare della sapienza. Appare estraneo alla sapienza colta, coltivata a corte o presso il tempio.
L’immagine di un Gesù profeta apocalittico arrabbiato non corrisponde a quanto i vangeli ci trasmettono. Più veritiera è quella di saggio, sapiente, maestro.

Gesù « maestro »
Marco ci presenta Gesù, dopo l’annuncio programmatico del Regno, come un maestro che insegna con autorità (Mc 1,21-22), un’autorità che non gli deriva da titoli di scuola conseguiti. Gesù è un autodidatta, un sapiente carismatico.
Gesù è un terapeuta itinerante, ex falegname, che suscita lo stupore, la meraviglia e anche la reazione stizzita dei suoi compaesani (Mc 6,2-3).
Gesù, al pari di ogni altro essere umano (una malintesa fede nella divinità di Gesù ha messo in ombra questo aspetto) compie tutto il percorso di formazione umana. Il suo sapere è legato alla sua esperienza.
La cultura di Gesù è una cultura popolare, di carattere pratico e induttivo, propria di un artigiano che lavora con le mani. Gesù mostra una grande capacità di leggere in profondità le esperienze umane.
Luca retroproietta nella vicenda storica delle origini la figura del maestro che insegna con autorità e sapienza (Lc 2,39-40; 46-47).

proverbi e sentenze sapienziali
Si trovano soprattutto nel discorso sul monte di Matteo e in quello più breve ambientato in pianura di Luca.
armonia tra interno/esterno
La trasparenza tra interno/esterno costituisce uno dei temi più affascinanti dei vangeli, con l’immagine dell’occhio e della luce o del parlare che viene dalla pienezza del cuore.
Sulla stessa linea si colloca la critica alla purità rituale, esteriore, in favore di una purità interiore, della qualità delle relazioni con gli altri e con Dio.
coerenza e sincerità
Gesù colpisce per la sua libertà e coerenza.
Critica i farisei che pretendono di guidare gli altri senza avere una luce interiore (ciechi guide di ciechi); critica chi scopre la pagliuzza nell’occhio del fratello ma non la trave nel proprio. Si tratta di sentenze che fanno riflettere.
ascoltare e mettere in pratica
Gesù invita a costruire la propria vita su un solido fondamento, come una casa costruita sulla roccia, nell’ascoltare e nel mettere in pratica le sue parole.
valutazione e uso dei beni
L’interesse per la salute, per il corpo, per l’uso dei beni è un problema sapienziale che ha a che fare con il senso del vivere.
Gesù invita a riflettere sull’investimento affettivo: sul cuore che segue il luogo del tesoro e sulla dedizione totale a qualcuno (non si possono servire due padroni).
Gesù invita non a disprezzare i beni (Mt 6,25.27-28) ma a disporli secondo una corretta gerarchia. I beni più importanti, come la salute o la vita, sono beni gratuiti. Vivendoli secondo questa prospettiva si fa esperienza religiosa, si coglie il senso del vivere: vivere con senso di gratitudine, senza crearsi inutili problemi (ad ogni giorno basta la sua pena).

enigmi sapienziali
L’enigma, una sentenza paradossale o oscura, è un invito a riflettere.
La esperienza religiosa non si identifica con un semplice stato emotivo, ma neppure col ragionamento. La tradizione sapienziale privilegia la capacità di riflettere, fa appello alla ragione, ma immergendola in un clima affettivo.
La sapienza non è la fredda filosofia o teologia, non è puro stato emotivo, ma è una riflessione partecipe della vita.
Rispondendo alle critiche rivolte ai suoi discepoli perché non digiunano, Gesù afferma che in tempo di nozze si fa festa, che il vestito nuovo non ha bisogno di toppe, che il vino giovane ha bisogno di otri nuovi. È la chiara affermazione della novità di Gesù: gioia e festa non conciliabili con vecchi modi di pensare e di agire.
Come i bambini che giocano alla festa di nozze o al funerale così è capricciosa la gente che critica Giovanni perché troppo severo e Gesù perché fa festa.
Gesù, a chi lo critica perché non si è sposato, dice che ci sono eunuchi per il regno dei cieli. Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è concesso: la sapienza nasce dalla riflessione sulla vita, ma è anche dono di Dio, è lasciarsi illuminare da Dio che parla attraverso la vita.
similitudini sapienziali
L’esperienza religiosa deve essere vista per poter essere riconosciuta, come la lucerna deve essere messa in alto.
Occorre stare attenti al vecchio rappresentato da Erode e dai farisei (il lievito che corrompe, Mc 8,15).
L’immagine del cammello e della cruna sono usate per parlare della difficoltà di un ricco ad entrare nel regno dei cieli.

detti e similitudini del quarto vangelo
Anche nel quarto vangelo, disseminate qua e là, si trovano espressioni che mostrano il gusto di Gesù per la sentenza che fa riflettere sul senso del vivere, come quelle sul tempio ricostruito in tre giorni, sullo spirito che è come il vento (il modo libero dell’agire di Dio), sui tempi nuovi in cui addirittura chi semina fa tutt’uno con chi miete, sul chicco che deve morire per portare molto frutto, sul legame affettivo tra pastore e gregge, immagine di quello tra Gesù e i discepoli, sulla partenza e sulla morte premessa per una nuova e più profonda relazione (Gv 16,21-22).

conclusione
Gesù riflette sui fatti della vita per cogliere il senso della propria vita e missione, per fare intravedere l’agire di Dio: è un riflettere come un andare dentro le cose per coglierne il senso davanti a Dio.
Il vangelo, la buona notizia del nuovo rapporto tra Dio e gli uomini, è amore intelligente, è sapienza.

GERUSALEME, MADRE DI DIO, Frédéric Manns

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/dialogue/madre_di_dio.html

GERUSALEME, MADRE DI DIO

Frédéric Manns

Nel dialogo inter religioso Maria ha poco spazio, bisogna ammetterlo. Se i musulmani rispettano la madre di Issa, non è sempre così da parte dei giudei.
La comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, preoccupata del rispetto dei fratelli maggiori, ribadisce che è impossibile di tradurre in ebraico l’espressione Maria, madre di Dio, senza provocare la loro indignazione. Per non turbare nessuno ella propone di tradurre ’em immanouel o ’em Yeshouah Eloheynou.
Il concilio di Efeso, che ha donato a Maria il titolo di Theotokos, ha conosciuto le stesse difficoltà e le stesse reticenze. Le obiezioni non mancarono da parte di Nestorio. Nonostante tutto, la Chiesa ha affermato che Maria è la Theotokos o la Dei Genitrix.
E’ un dato di fatto che l’inculturazione del messaggio cristiano, è stata fatta nel mondo ellenistico. Ma, poiché è impossibile riscrivere la storia al rovescio, una riflessione preliminare deve ricordare il significato dell’espressione: Maria madre di Dio.
Il catechismo della Chiesa universale al paragrafo 466 così si esprime:  » Il Verbo unendosi nella sua persona una carne animata da un’anima razionale è diventato uomo.
L’umanità di Gesù non ha altro soggetto che la persona divina del Figlio di Dio che l’ha assunta è fatta sua sin dal concepimento. Per questo il concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria è diventata a pieno titolo Madre di Dio per mezzo del concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno: « Madre di Dio non già perché il Verbo di Dio ha preso da lei la sua natura divina, ma perchè è da lei che prende il corpo sacralizzato dotato di un anima razionale unita al quale nella sua persona il Verbo è detto nascere secondo la carne ».
Più avanti, al paragrafo 495, il catechismo continua:  » Maria chiamata nei Vangeli madre di Gesù è chiamata anche sotto l’ispirazione dello Spirito la Madre del mio Signore (Lc 1,43).
Di fatto, colui che Maria ha concepito come uomo per l’azione dello Spirito e che è diventato suo Figlio secondo la carne è il Figlio eterno del Padre, la seconda persona della Trinità. La Chiesa riconosce che Maria è la Theotokos ».
La traduzione ebraica di Lc 1,43: ’em ’adony potrebbe servire da modello ad una versione moderna dell’espressione Maria, madre di Dio.
La versione siriaca del Vangelo di Luca ha così tradotto: ’emeh de mary, Mar essendo il titolo riservato a Dio.
L’espressione Maria « Madre di Dio » non dovrebbe turbare i fratelli maggiori, perchè è un titolo assegnato a Gerusalemme. Sofonia 3,5 diceva che Dio abita nel seno di Gerusalemme (beqirbah).
Per il fatto che la città contiene la presenza simbolica di Dio, essa è chiamata Madre di Dio. Ciò che risulta dal Targum del Cantico del Cantici III, 11  » Uscite figlie di Sion, guardate il re Salomone con il diadema con il quale sua madre l’ha coronato, il giorno delle sue nozze, il giorno della gioia del suo cuore. »
Quando il re Salomone venne per celebrare la dedicazione del santuario, un araldo gridò ad alta voce dicendo così: Uscite abitanti delle regioni della terra d’Israele e popolo di Sion. E guardate il re Salomone con il diadema e la corona con il quale il popolo della casa d’Israele lo incoronò il giorno della dedicazione del Tempio. E rallegratevi per la festa dei Tabernacoli per 14 giorni.
In questo commentario le figlie di Sion sono gli abitanti della terra d’Israele e il popolo di Gerusalemme. Il re Salomone è Dio. Il nome Salomone indica direttamente Dio in tutto il Targum. La madre del Re è il popolo della casa d’Israele. La corona che il popolo ha posato su Dio è il Tempio.
Israele è madre di Dio fino a quando contiene la presenza di Dio nel Tempio. Il midrash Sifra Lev 9,221 attribuisce la stessa interpretazione alla tenda del convegno nel deserto dopo la teofania del Sinai. La presenza di Dio in mezzo al suo popolo fa di quest’ultimo la madre di Dio.
L’espressione » Maria madre di Dio », in effetti, non turba i fratelli maggiori giudei più che l’affermazione dell’Incarnazione di Dio.
Questo mistero è rifiutato allo stesso modo in nome della trascendenza di Dio. Significa che i cristiani hanno rinunciato al monoteismo stretto per tornare alla mitologia greca?. L’accusa è frequente anche nei centri aperti al dialogo inter religioso. La fede al Cristo nella teologia cristiana si rende piena in Maria, madre di Dio secondo l’umanità, di una luce nuova. Paradossalmente Maria non cessa di svelare il viso umano di Dio. Sergio Boulgakov afferma che il segreto che Maria svela è quello della maternità di Dio.
L’amore di Dio ha un viso femminile, numerosi teologi lo hanno ricordato recentemente. Maria svela ancora un altro segreto: quello della Chiesa: « Non c’è che una sola Vergine Madre e mi piace chiamarla Chiesa », scriveva Clemente di Alessandria.  » La Madre di Dio è la Chiesa che prega », afferma dal proprio lato S. Boulgakov.
Esiste dunque un legame stretto e profondo tra la presenza di Maria e l’azione della Chiesa, tra la purificazione dell’anima in Maria e quella nella Chiesa. L’autore di questa purificazione è lo Spirito di Dio. Maria è la Chiesa sono le due manifestazioni visibili di Colui che resta invisibile. Lo Spirito è la Vergine e la Vergine è la Chiesa, secondo l’affermazione di S. Ambrogio.
Le icone di Maria dai titoli più svariati non fanno altro che sottolineare gli aspetti diversi della Chiesa Vergine e madre. Maria è ugualmente all’origine della memoria della Chiesa. Ella meditava tutte i ricordi della Chiesa delle origini nel suo cuore. Ella è l’archetipo e la personificazione della Chiesa, corpo di Cristo e Tempio dello Spirito.
Infine, Maria, accogliendo Dio in lei al momento dell’Annunciazione, dimostra che la natura umana può essere completamente trasfigurata da Dio. Ella è l’immagine dell’anima fecondata dallo Spirito che genera il Signore .
La Pentecoste, dove Maria è presente come madre della Chiesa, non è altro che la missione della Chiesa mirante a umanizzare l’umanità tentata dalla bestialità. Stranamente Maria di Nazareth, cantata dal mondo intero e dipinta da innumerevoli artisti, non ha trovato posto nell’enciclopedia giudaica, Un’omissione sorprendente, almeno per la donna giudea più celebre del mondo intero.

« I grandi mistici e i grandi atei s’incontrano », diceva Dostoïevski. E perché ci parlano di un Dio più grande del nostro cuore, delle nostre rappresentazioni mentali e le nostre ricerche spirituali.
Questo Dio si rivela Altro e, affinché Egli viva, le nostre raffigurazioni rassicuranti di Dio e di Maria devono scomparire.

Traduzione I.M.

 

The Ark of Covenant

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http://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-2536549/King-Solomons-treasures-revealed-Newly-translated-Hebrew-text-lists-legendary-riches-including-Ark-Covenant.html

Publié dans:immagini sacre |on 17 août, 2015 |Pas de commentaires »
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