Archive pour août, 2015

SANTA MONICA MADRE DI SANT’AGOSTINO – 27 AGOSTO

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SANTA MONICA MADRE DI SANT’AGOSTINO

27 AGOSTO

Tagaste, attuale Song-Ahras, Algeria, 331 – Ostia, Roma, 27 agosto 387

Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 331. Da giovane studiò e meditò la Sacra Scrittura. Madre di Agostino d’Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, nel frattempo trasferitosi a Milano, battezzato insieme a tutti i familiari, ormai cristiano convinto profondamente. Poi Agostino decise di trasferirsi in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Nelle «Confessioni» Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, tappa intermedia verso la destinazione africana, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387. Ai figli disse di seppellire il suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. (Avvenire)

Patronato: Donne sposate, Madri, Vedove
Etimologia: Monica = la solitaria, dal greco

Martirologio Romano: Memoria di santa Monica, che, data ancora giovinetta in matrimonio a Patrizio, generò dei figli, tra i quali Agostino, per la cui conversione molte lacrime versò e molte preghiere rivolse a Dio, e, anelando profondamente al cielo, lasciò questa vita a Ostia nel Lazio, mentre era sulla via del ritorno in Africa.
A Monica si adatta alla perfezione, la definizione che Chiara Lubich fa di Maria nei “Scritti spirituali” (Città Nuova ed.) chiamandola ‘sede della sapienza, madre di casa’; perché Monica fu il tipo di donna che seppe appunto imitare Maria in queste virtù, riuscendo ad instillare la sapienza nel cuore dei figli, donando al mondo quel genio che fu Aurelio Agostino, vescovo e Dottore della Chiesa.
Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 331 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla.
Nel pieno della giovinezza fu data in sposa a Patrizio, un modesto proprietario di Tagaste, membro del Consiglio Municipale, non ancora cristiano, buono ed affettuoso ma facile all’ira ed autoritario.
Per il suo carattere, pur amando intensamente Monica, non le risparmiò asprezze e infedeltà; tuttavia Monica riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, sia il caratteraccio del marito, sia i pettegolezzi delle ancelle, sia la suscettibilità della suocera.
A 22 anni le nacque il primogenito Agostino, in seguito nascerà un secondo figlio, Navigio ed una figlia di cui s’ignora il nome, ma si sa che si sposò, poi rimasta vedova divenne la badessa del monastero femminile di Ippona.
Le notizie che riportiamo sono tratte dal grande libro, sempre attuale e ricercato anche nei nostri tempi, le “Confessioni”, scritto dal figlio Agostino, che divenne così anche il suo autorevole biografo. Da buona madre diede a tutti con efficacia, una profonda educazione cristiana; dice s. Agostino che egli bevve il nome di Gesù con il latte materno; il bambino appena nato fu iscritto fra i catecumeni, anche se secondo l’usanza del tempo non fu battezzato, in attesa di un’età più adulta; crebbe con l’insegnamento materno della religione cristiana, i cui principi saranno impressi nel suo animo, anche quando era in preda all’errore.
Monica aveva tanto pregato per il marito affinché si ammansisse ed ebbe la consolazione, un anno prima che morisse, di vederlo diventare catecumeno e poi battezzato sul letto di morte nel 369.
Monica aveva 39 anni e dové prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni, ma la sua preoccupazione maggiore era il figlio Agostino, che se da piccolo era stato un bravo ragazzo, da giovane correva in modo sfrenato dietro i piaceri del mondo, mettendo in dubbio persino la fede cristiana, così radicata in lui dall’infanzia; anzi egli aveva tentato, ma senza successo, di convincere la madre ad abbandonare il cristianesimo per il manicheismo, riuscendoci poi con il fratello Navigio.
Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo.
Le vicende della vita di Monica sono strettamente legate a quelle di Agostino, così come le racconta lui stesso; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con le preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, e che contemporaneamente si dava alla bella vita, convivendo poi con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372, ebbe anche un figlio, Adeodato.
Dopo aver tentato tutti i mezzi per riportarlo sulla buona strada, Monica per ultimo gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non si sentì di cambiare vita, ed essendo terminati con successo gli studi a Cartagine, decise di spostarsi con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma.
Quella notte Monica la passò in lagrime sulla tomba di s. Cipriano; pur essendo stata ingannata, ella non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò anche lei e lo raggiunse a Milano, dove nel frattempo Agostino, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica.
Qui Monica ebbe la consolazione di vederlo frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano e poi il prepararsi al battesimo con tutta la famiglia, compreso il fratello Navigio e l’amico Alipio; dunque le sue preghiere erano state esaudite; il vescovo di Tagaste le aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lagrime vada perduto”.
Restò al fianco del figlio consigliandolo nei suoi dubbi e infine, nella notte di Pasqua del 387, poté vederlo battezzato insieme a tutti i familiari; ormai cristiano convinto profondamente, Agostino non poteva rimanere nella situazione coniugale esistente; secondo la legge romana, egli non poteva sposare la sua ancella convivente, perché di ceto inferiore e alla fine con il consiglio di Monica, ormai anziana e desiderosa di una sistemazione del figlio, si decise di rimandare, con il suo consenso, l’ancella in Africa, mentre Agostino avrebbe provveduto per lei e per il figlio Adeodato, rimasto con lui a Milano.
A questo punto Monica pensava di poter trovare una sposa cristiana adatta al ruolo, ma Agostino, con sua grande e gradita sorpresa, decise di non sposarsi più, ma di ritornare anche lui in Africa per vivere una vita monastica, anzi fondando un monastero.
Ci fu un periodo di riflessione, fatto in un ritiro a Cassiciaco presso Milano, con i suoi familiari ed amici, discutendo di filosofia e cose spirituali, sempre presente Monica, la quale partecipava con sapienza ai discorsi, al punto che il figlio volle trascrivere nei suoi scritti le parole sapienti della madre, con gran meraviglia di tutti, perché alle donne non era permesso interloquire.
Presa la decisione, partirono insieme con il resto della famiglia, lasciando Milano e diretti a Roma, poi ad Ostia Tiberina, dove affittarono un alloggio, in attesa di una nave in partenza per l’Africa.
Nelle sue ‘Confessioni,’ Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo; Monica però gli disse anche che non provava più attrattiva per questo mondo, l’unica cosa che desiderava era che il figlio divenisse cristiano, ciò era avvenuto, ma non solo, lo vedeva impegnato verso una vita addirittura di consacrato al servizio di Dio, quindi poteva morire contenta.
Nel giro di cinque-sei giorni, si mise a letto con la febbre, perdendo a volte anche la conoscenza; ai figli costernati, disse di seppellire quel suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Agostino con le lagrime agli occhi le dava il suo affetto, ripetendo “Tu mi hai generato due volte”.
La malattia (forse malaria) durò nove giorni e il 27 agosto del 387, Monica morì a 56 anni. Donna di grande intuizione e di straordinarie virtù naturali e soprannaturali, si ammirano in lei una particolare forza d’animo, un’acuta intelligenza, una grande sensibilità, raggiungendo nelle riunioni di Cassiciaco l’apice della filosofia.
Rispettosa e paziente con tutti, resisté solo al figlio tanto amato, che voleva condurla al manicheismo; era spesso sostenuta da visioni, che con sicuro istinto, sapeva distinguere quelle celesti da quelle di pura fantasia.
Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino, poste in un artistico sarcofago, scolpito da Isaia da Pisa, sempre nel sec. XV.
Santa Monica, considerata modello e patrona delle madri cristiane, è molto venerata; il suo nome è fra i più diffusi fra le donne. La sua festa si celebra il 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio il vescovo di Ippona s. Agostino, che per una singolare coincidenza, morì il 28 agosto 430.

Autore: Antonio Borrelli

Poche altre figure nella storia del cristianesimo riescono a impersonare il carisma femminile come santa Monica, la madre amorosa e tenace che diede alla luce sant’Agostino, vescovo e dottore della Chiesa, e che ebbe un ruolo determinante nella conversione di lui. La liturgia fa memoria di lei il 27 agosto e la sua festività anticipa di un giorno quella dell’illustre figlio. In questa donna vissuta in gran parte nell’ombra troviamo la mitezza e la dolcezza, ma anche una straordinaria forza d’animo. E’ una fede che non s’arrende, la sua, cresciuta, viene da pensare, sull’esempio di Maria.
Figlia di famiglia agiata, Monica nacque nel 331 a Tagaste, nell’attuale Algeria, in quel mondo « globalizzato » che era il tardo impero romano. Diversamente dall’usanza comune, che non permetteva alle donne di studiare, ricevette una buona educazione e fin da giovane lesse e meditò la Bibbia. Una donna cristiana, colta e libera, dunque, col cuore orientato ai tesori spirituali. Ciò che sappiamo della sua biografia si ricava dagli scritti di Agostino: in particolare nelle Confessioni il grande vescovo ripercorre la sua tortuosa, travagliata storia personale e spesso ci parla della madre. Sappiamo dunque che Monica sposò Patrizio, uomo di carattere aspro e difficile, che tuttavia lei seppe accogliere con dolcezza e avvicinare anche alla fede: venne infatti battezzato nel 371, poco prima di morire. Così Monica, a 39 anni, si trovò sola alla guida della casa dovendo anche prendere in mano l’amministrazione dei beni. Sappiamo che ai suoi tre figli la donna trasmise l’educazione cristiana fin dalla più tenera età: lo stesso Agostino dice di aver bevuto il nome di Gesù insieme al latte materno e di essere stato iscritto, appena nato, tra i catecumeni.
Crescendo però, arrivò, com’è noto, l’allontanamento: il giovane prese altre strade, sedotto dalle retorica e delle correnti filosofico-religiose più in voga in quegli anni, come il manicheismo, ma soprattutto iniziò una vita spregiudicata e sregolata, tra Cartagine e Roma. Non per questo Monica si arrese, ma continuò ad accompagnare il figlio con l’amore e la preghiera: nel 385 la troviamo a Milano, dove Agostino insegnava retorica. E fu proprio lì che avvenne il grande cambiamento: grazie alla predicazione di sant’Ambrogio, dopo tante traversie, Agostino abbracciò la fede cristiana, avviandosi su quella strada di santità che oggi ben conosciamo e che ha lasciato un segno indelebile nei secoli. Monica era presente al suo battesimo, nel 387.
Da allora i due non si separarono più. Deciso a intraprendere una vita monastica, Agostino decise di ritornare in Africa, fermandosi, come tappa intermedia, ad Ostia. E’ in questo luogo, nella quiete serena di una casa, che tra madre e figlio si svolsero colloqui spirituali di straordinaria intensità, che Agostino scelse di trascrivere e che tutt’oggi rappresentano una guida per tanti cercatori di Dio. Monica si spense il 27 agosto del 387: Il suo corpo rimase per secoli nella chiesa di Sant’Aurea di Ostia, poi traslato a Roma nella chiesa di San Trifone, oggi di Sant’Agostino. «Mi hai generato due volte» le disse un giorno il figlio: alla vita e alla fede. La tenacia, la dolcezza e la sensibilità di Monica fanno di lei la patrona delle donne sposate e delle madri.

Autore: Lorenzo Montanaro

parish church in Oberkappel ( Upper Austria ) by Joseph Kepplinger – Sacrifice of Melchizedek.

parish church in Oberkappel ( Upper Austria ) by Joseph Kepplinger - Sacrifice of Melchizedek. dans immagini sacre 800px-Oberkappel_Pfarrkirche_-_Hochaltar_5_Opfer_Melchisedek

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Publié dans:immagini sacre |on 26 août, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA FAMIGLIA – 24. PREGHIERA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150826_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 26 agosto 2015

LA FAMIGLIA – 24. PREGHIERA

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto su come la famiglia vive i tempi della festa e del lavoro, consideriamo ora il tempo della preghiera. Il lamento più frequente dei cristiani riguarda proprio il tempo: “Dovrei pregare di più…; vorrei farlo, ma spesso mi manca il tempo”. Lo sentiamo continuamente. Il dispiacere è sincero, certamente, perché il cuore umano cerca sempre la preghiera, anche senza saperlo; e se non la trova non ha pace. Ma perché si incontrino, bisogna coltivare nel cuore un amore “caldo” per Dio, un amore affettivo.
Possiamo farci una domanda molto semplice. Va bene credere in Dio con tutto il cuore, va bene sperare che ci aiuti nelle difficoltà, va bene sentirsi in dovere di ringraziarlo. Tutto giusto. Ma vogliamo anche un po’ di bene al Signore? Il pensiero di Dio ci commuove, ci stupisce, ci intenerisce?
Pensiamo alla formulazione del grande comandamento, che sostiene tutti gli altri: «Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le forze» (Dt 6,5; cfr Mt 22,37). La formula usa il linguaggio intensivo dell’amore, riversandolo in Dio. Ecco, lo spirito di preghiera abita anzitutto qui. E se abita qui, abita tutto il tempo e non ne esce mai. Riusciamo a pensare Dio come la carezza che ci tiene in vita, prima della quale non c’è nulla? Una carezza dalla quale niente, neppure la morte, ci può distaccare? Oppure lo pensiamo soltanto come il grande Essere, l’Onnipotente che ha fatto ogni cosa, il Giudice che controlla ogni azione? Tutto vero, naturalmente. Ma solo quando Dio è l’affetto di tutti i nostri affetti, il significato di queste parole diventa pieno. Allora ci sentiamo felici, e anche un po’ confusi, perché Lui ci pensa e soprattutto ci ama! Non è impressionante questo? Non è impressionante che Dio ci accarezzi con amore di padre? E’ tanto bello! Poteva semplicemente farsi riconoscere come l’Essere supremo, dare i suoi comandamenti e aspettare i risultati. Invece Dio ha fatto e fa infinitamente di più di questo. Ci accompagna nella strada della vita, ci protegge, ci ama.
Se l’affetto per Dio non accende il fuoco, lo spirito della preghiera non riscalda il tempo. Possiamo anche moltiplicare le nostre parole, “come fanno i pagani”, dice Gesù; oppure anche esibire i nostri riti, “come fanno i farisei” (cfr Mt 6,5.7). Un cuore abitato dall’affetto per Dio fa diventare preghiera anche un pensiero senza parole, o un’invocazione davanti a un’immagine sacra, o un bacio mandato verso la chiesa. E’ bello quando le mamme insegnano ai figli piccoli a mandare un bacio a Gesù o alla Madonna. Quanta tenerezza c’è in questo! In quel momento il cuore dei bambini si trasforma in luogo di preghiera. Ed è un dono dello Spirito Santo. Non dimentichiamo mai di chiedere questo dono per ciascuno di noi! Perché lo Spirito di Dio ha quel suo modo speciale di dire nei nostri cuori “Abbà” – “Padre”, ci insegna a dire “Padre” proprio come lo diceva Gesù, un modo che non potremmo mai trovare da soli (cfr Gal 4,6). Questo dono dello Spirito è in famiglia che si impara a chiederlo e apprezzarlo. Se lo impari con la stessa spontaneità con la quale impari a dire “papà” e “mamma”, l’hai imparato per sempre. Quando questo accade, il tempo dell’intera vita famigliare viene avvolto nel grembo dell’amore di Dio, e cerca spontaneamente il tempo della preghiera.
Il tempo della famiglia, lo sappiamo bene, è un tempo complicato e affollato, occupato e preoccupato. E’ sempre poco, non basta mai, ci sono tante cose da fare. Chi ha una famiglia impara presto a risolvere un’equazione che neppure i grandi matematici sanno risolvere: dentro le ventiquattro ore ce ne fa stare il doppio! Ci sono mamme e papà che potrebbero vincere il Nobel, per questo. Di 24 ore ne fanno 48: non so come fanno ma si muovono e lo fanno! C’è tanto lavoro in famiglia!
Lo spirito della preghiera riconsegna il tempo a Dio, esce dalla ossessione di una vita alla quale manca sempre il tempo, ritrova la pace delle cose necessarie, e scopre la gioia di doni inaspettati. Delle buone guide per questo sono le due sorelle Marta e Maria, di cui parla il Vangelo che abbiamo sentito; esse impararono da Dio l’armonia dei ritmi famigliari: la bellezza della festa, la serenità del lavoro, lo spirito della preghiera (cfr Lc 10,38-42). La visita di Gesù, al quale volevano bene, era la loro festa. Un giorno, però, Marta imparò che il lavoro dell’ospitalità, pur importante, non è tutto, ma che ascoltare il Signore, come faceva Maria, era la cosa veramente essenziale, la “parte migliore” del tempo. La preghiera sgorga dall’ascolto di Gesù, dalla lettura del Vangelo. Non dimenticatevi, tutti i giorni leggere un passo del Vangelo. La preghiera sgorga dalla confidenza con la Parola di Dio. C’è questa confidenza nella nostra famiglia? Abbiamo in casa il Vangelo? Lo apriamo qualche volta per leggerlo assieme? Lo meditiamo recitando il Rosario? Il Vangelo letto e meditato in famiglia è come un pane buono che nutre il cuore di tutti. E alla mattina e alla sera, e quando ci mettiamo a tavola, impariamo a dire assieme una preghiera, con molta semplicità: è Gesù che viene tra noi, come andava nella famiglia di Marta, Maria e Lazzaro. Una cosa che ho molto a cuore e che ho visto nelle città: ci sono bambini che non hanno imparato a fare il segno della croce! Ma tu mamma, papà, insegna al bambino a pregare, a fare il segno della croce: questo è un compito bello delle mamme e dei papà!
Nella preghiera della famiglia, nei suoi momenti forti e nei suoi passaggi difficili, siamo affidati gli uni agli altri, perché ognuno di noi in famiglia sia custodito dall’amore di Dio.

SAN MELCHISEDECH RE DI SALEM E SACERDOTE – 26 AGOSTO (mf)

http://www.santiebeati.it/dettaglio/92445

SAN MELCHISEDECH RE DI SALEM E SACERDOTE

26 AGOSTO

II millennio a.C.

“Melchisedech, re di Salem e sacerdote del Dio altissimo” è citato due volte nell’Antico Testamento. Incontrò Abramo, gli offrì pane e vino e lo benedisse. Abramo in cambio gli consegnò la decima del bottino recentemente conquistato (Gn 14,18-20). Quando Gerusalemme diventò capitale del Regno di Israele, il re Davide venne proclamato “sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedech” (Sal 110,4). Tale allusione ad un altro sacerdozio, differente da quello levita, venne utilizzata nella Lettera agli Ebrei: Cristo è sacerdote non per discendenza carnale, ma “alla maniera di Melchisedech” (Eb 6,20). La tradizione cristiana vide in Melchisedech una profezia di Cristo e nell’offerta del pane e del vino la profezia dell’Eucaristia.

Etimologia: Melchisedech = il Re, cioè Dio, è giustizia
Emblema: Pane e vino

Martirologio Romano: Commemorazione di san Melchisedek, re di Salem e sacerdote del Dio altissimo, che salutò Abramo di ritorno dalla vittoria con la sua benedizione, offrendo al Signore un sacrificio santo, una vittima immacolata, e fu visto come prefigurazione di Cristo, re di pace e di giustizia e sacerdote in eterno, senza genealogia.

“Melchisedech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abramo con queste parole: Sia benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Così il libro della Genesi (14,18-20) cita questo misterioso personaggio, vissuto verso il secondo millennio avanti Cristo, re cananeo di Salem, nome arcaico della futura città di Gerusalemme e capitale del re Davide, ed al tempo stesso sacerdote della divinità locale el-’eljòn, cioè “Dio altissimo”.
I segni del pane e del vino, che Melchisedech presentò al patriarca biblico Abramo, per il cristiano divennero segno di un più alto mistero, quello dell’Eucaristia. Proprio in tale nuova luce l’episodio di Melchisedech acquista un nuovo significato rispetto a quello originario. Per l’autore della Genesi infatti l’offerta di pane e vino ad Abramo ed alle sue truppe affamate, di passaggio nel territorio del re di Salem tornando da una spedizione militare contro i quattro sovrani orientali per liberare il nipote Lot, è intesa quale segno di ospitalità, di sicurezza e di permesso di transito. Il territorio di Salem e quindi Gerusalemme saranno infatti strappati come è assai noto ai Gebusei solo secoli dopo dal re Davide. Abramo accettò il benevolo gesto di Melkisedech e ricambiò con la decima del bottino di guerra, così da attuare un sorta di patto bilaterale.
La seconda citazione antico testamentaria è data dal Salmo 110,4, nel quale a proposito del re davidico si dice: “Tu sei sacerdote per sempre, al modo di Melkisedech”, forse per assicurare anche al sovrano di Gerusalemine una qualità sacerdotale, differente dal sacerdozio levitino, in quanto Davide ed i suoi successori appartennero alla tribù di Giuda anziché a quella sacerdotale di Levi.
Sin qui il cuore storico del racconto, per altro non esente da interrogativi e da questioni esegetiche che dilungherebbero però eccessivamente la presente trattazione. E’ invece interessante evidenziare la simbologia che il re di Salem ha acquisito dalla successiva tradizione cristiana.Nel Nuovo Testamento la Lettera agli Ebrei (cap. 7) iniziò infatti ad intravedere in Melchisedech il profilo Gesù Cristo, sacerdote perfetto. Infatti l’autore neotestamentario di tale libro, volendo presentare Cristo come sacerdote in modo unico e nuovo rispetto all’antico sacerdozio ebraico, decise di ricorrere proprio all’antica figura di Melkisedech. Questo nome significa infatti “il Re, cioè Dio, è giustizia”, mentre “re di Salem” vuol dire “re di pace”. Si coniugano così nel re-sacerdote i due doni messianici per eccellenza: la giustizia e la pace. Rimarcando poi il fatto che Abramo si sia lasciato benedire da lui, riconoscendone perciò la supremazia, afferma implicitamente la superiorità del sacerdozio di Melkisedech rispetto a quello di Levi discentente di Abramo. Non resta dunque così che concludere che Cristo, discendente davidico, è “sacerdote in eterno alla maniera di Melkisedech”, proprio come predetto dal Salmo 110. È dunque in questa luce che la tradizione cristiana non esitò a riconoscere nel pane e nel vino offerti dal re di Salem ad Abramo una profezia dell’Eucaristia.
Il celebre padre Turoldo, religioso e poeta del XX secolo, cantò infatti: “Nessuno ha mai saputo di lui, donde venisse, chi fosse suo padre; questo soltanto sappiamo: che era il sacerdote del Dio altissimo. Era figura di un altro, l’atteso, il solo re che ci liberi e ci salvi: un re che preghi per l’uomo e lo ami, ma che vada a morire per gli altri; uno che si offra nel pane e nel vino al Dio altissimo in segno di grazie: il pane e il vino di uomini liberi, dietro Abramo da sempre in cammino”.In quest’ottica Melchisedech entrò a far parte anche del patrimonio liturgico latino, tanto da meritarsi una citazione nel cosiddetto Canone Romano, cioè dopo il Concilio Vaticano II la Preghiera Eucaristica I: “Tu che hai voluto accettare i doni di Abele il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote, volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno”.Ciò comporto una certa influenza anche nell’ambito iconografico ed in tale direzione sono da segnalare i mosaici della basilica romana di Santa Maria Maggiore, risalenti al V secolo, in cui la scena di Melchisedech è stata collocata nei pressi dell’altare al fine di meglio sottolineare il legame intrinseco con l’Eucaristia. Inoltre sulla parete interna della facciata della cattedrale di Reims, XIII secolo, è raffigurato l’incontro tra Abramo e il re sacerdote proprio come se si trattasse della comunione eucaristica. Infine si cita Rubens che nel ‘600 inserì la scena biblica in un arazzo intitolato “Il trionfo dell’Eucaristia”. Il pane e il vino sono infatti ormai definitivamente intesi come quelli deposti sulla tavola dell’ultima cena da Gesù e la spiegazione del loro valore è costituita dalle parole che Cristo stesso pronunziò nella sinagoga di Cafarnao: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. […] Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me io in lui” (Gv 6,51.56).
Venerato come santo, Mechisedech viene ricordato l’8 settembre nel calendario della Chiesa Etiopica, mentre il nuovo Martyrologium Romanum ha inserito in data 26 agosto la “Commemorazione di San Mechisedech, re di Salem e sacerdote del Dio altissimo, il quale benedicendo salutò Abramo che ritornava vittorioso dalla guerra. Offrì a Dio un santo sacrificio, una vittima immacolata. Viene visto come figura di Cristo re di giustizia, di pace e eterno sacerdote, senza genealogia”.

Autore: Fabio Arduino

Publié dans:Santi, Santi: Antico Testamento |on 26 août, 2015 |Pas de commentaires »

THE FIRST AND SECOND DAYS OF CREATION

THE FIRST AND SECOND DAYS OF CREATION dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 25 août, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO: LA CHIESA – 14. UNIVERSALE VOCAZIONE ALLA SANTITÀ

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2014/documents/papa-francesco_20141119_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 19 novembre 2014

LA CHIESA – 14. UNIVERSALE VOCAZIONE ALLA SANTITÀ

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Un grande dono del Concilio Vaticano II è stato quello di aver recuperato una visione di Chiesa fondata sulla comunione, e di aver ricompreso anche il principio dell’autorità e della gerarchia in tale prospettiva. Questo ci ha aiutato a capire meglio che tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità (cfr Cost. Lumen gentium, 39-42). Ora ci domandiamo: in che cosa consiste questa vocazione universale ad essere santi? E come possiamo realizzarla?
1. Innanzitutto dobbiamo avere ben presente che la santità non è qualcosa che ci procuriamo noi, che otteniamo noi con le nostre qualità e le nostre capacità. La santità è un dono, è il dono che ci fa il Signore Gesù, quando ci prende con sé e ci riveste di se stesso, ci rende come Lui. Nella Lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5,25-26). Ecco, davvero la santità è il volto più bello della Chiesa, il volto più bello: è riscoprirsi in comunione con Dio, nella pienezza della sua vita e del suo amore. Si capisce, allora, che la santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano.
2. Tutto questo ci fa comprendere che, per essere santi, non bisogna per forza essere vescovi, preti o religiosi: no, tutti siamo chiamati a diventare santi! Tante volte, poi, siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che hanno la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. E ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova. Ma tu sei consacrato, sei consacrata? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione e il tuo ministero. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un battezzato non sposato? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro e offrendo del tempo al servizio dei fratelli. “Ma, padre, io lavoro in una fabbrica; io lavoro come ragioniere, sempre con i numeri, ma lì non si può essere santo…” – “Sì, si può! Lì dove tu lavori tu puoi diventare santo. Dio ti dà la grazia di diventare santo. Dio si comunica a te”. Sempre in ogni posto si può diventare santo, cioè ci si può aprire a questa grazia che ci lavora dentro e ci porta alla santità. Sei genitore o nonno? Sii santo insegnando con passione ai figli o ai nipoti a conoscere e a seguire Gesù. E ci vuole tanta pazienza per questo, per essere un buon genitore, un buon nonno, una buona madre, una buona nonna, ci vuole tanta pazienza e in questa pazienza viene la santità: esercitando la pazienza. Sei catechista, educatore o volontario? Sii santo diventando segno visibile dell’amore di Dio e della sua presenza accanto a noi. Ecco: ogni stato di vita porta alla santità, sempre! A casa tua, sulla strada, al lavoro, in Chiesa, in quel momento e nel tuo stato di vita è stata aperta la strada verso la santità. Non scoraggiatevi di andare su questa strada. E’ proprio Dio che ci dà la grazia. Solo questo chiede il Signore: che noi siamo in comunione con Lui e al servizio dei fratelli.
3. A questo punto, ciascuno di noi può fare un po’ di esame di coscienza, adesso possiamo farlo, ognuno risponde a se stesso, dentro, in silenzio: come abbiamo risposto finora alla chiamata del Signore alla santità? Ho voglia di diventare un po’ migliore, di essere più cristiano, più cristiana? Questa è la strada della santità. Quando il Signore ci invita a diventare santi, non ci chiama a qualcosa di pesante, di triste… Tutt’altro! È l’invito a condividere la sua gioia, a vivere e a offrire con gioia ogni momento della nostra vita, facendolo diventare allo stesso tempo un dono d’amore per le persone che ci stanno accanto. Se comprendiamo questo, tutto cambia e acquista un significato nuovo, un significato bello, un significato a cominciare dalle piccole cose di ogni giorno. Un esempio. Una signora va al mercato a fare la spesa e trova una vicina e incominciano a parlare e poi vengono le chiacchiere e questa signora dice: “No, no, no io non sparlerò di nessuno.” Questo è un passo verso la santità, ti aiuta a diventare più santo. Poi, a casa tua, il figlio ti chiede di parlare un po’ delle sue cose fantasiose: “Oh, sono tanto stanco, ho lavorato tanto oggi…” – “Ma tu accomodati e ascolta tuo figlio, che ha bisogno!”. E tu ti accomodi, lo ascolti con pazienza: questo è un passo verso la santità. Poi finisce la giornata, siamo tutti stanchi, ma c’è la preghiera. Facciamo la preghiera: anche questo è un passo verso la santità. Poi arriva la domenica e andiamo a Messa, facciamo la comunione, a volte preceduta da una bella confessione che ci pulisca un po’. Questo è un passo verso la santità. Poi pensiamo alla Madonna, tanto buona, tanto bella, e prendiamo il rosario e la preghiamo. Questo è un passo verso la santità. Poi vado per strada, vedo un povero un bisognoso, mi fermo gli domando, gli do qualcosa: è un passo alla santità. Sono piccole cose, ma tanti piccoli passi verso la santità. Ogni passo verso la santità ci renderà delle persone migliori, libere dall’egoismo e dalla chiusura in se stesse, e aperte ai fratelli e alle loro necessità.
Cari amici, nella Prima Lettera di san Pietro ci viene rivolta questa esortazione: «Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo» (4,10-11). Ecco l’invito alla santità! Accogliamolo con gioia, e sosteniamoci gli uni gli altri, perché il cammino verso la santità non si percorre da soli, ognuno per conto proprio, ma si percorre insieme, in quell’unico corpo che è la Chiesa, amata e resa santa dal Signore Gesù Cristo. Andiamo avanti con coraggio, in questa strada della santità.

IL GIORNO DELLE PICCOLE COSE

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IL GIORNO DELLE PICCOLE COSE

Oggi più che mai, condizionati dall’andazzo del mondo intorno a noi, siamo portati a pensare in grande e ad operare in grande, seppellendo così l’umiltà con l’orgoglio ed il servizio con il potere e finendo, in questo modo, con l’andare fuori dalla misura e dall’equilibrio indicatici da Dio. È urgente che recuperiamo in ogni nostro servizio il valore delle “piccole cose” e che impariamo a costruire usando “il piombino” giusto.

Un uomo di Dio, impegnato e fedele
Zorobabele, Zerù Babili: rampollo di Babilonia figlio di Pedaia Scealtiel; era discendente di Davide tramite Giosia (1Cr 3:17-19); governatore di Giuda con diritto al trono, scelto da Dio (Ag 2: 20-23).
Grande condottiero e capo politico, come Giosuè era anche capo religioso; insieme, dopo l’esilio ripristinano il culto elevando un altare e celebrando la festa delle Capanne (Ed 3:1-9).
Quando diedero inizio alla costruzione del tempio furono bloccati dagli avversari. Ma in seguito, incitati dai profeti Aggeo e Zaccaria, ripresero alacremente i lavori sotto Dario, il re che emanò il decreto di ricostruzione del tempio.
Il secondo tempio fu chiamato da molti il tempio di Zorobabele (Za 4:9), lui che governò su Giuda fino all 515 a.C. e che figura fra gli antenati di Gesù (Mt 1:12,13 – Lu 3:27).
Di Zorobabele, grande condottiero, progettista ed esecutore del tempio, che partecipa direttamente, con le sue mani, al getto delle fondamenta, il Signore dichiara: “…le sue mani lo termineranno…” (v. 9).
Questo fatto è il segno della veridicità della parola del profeta ma soprattutto che il Signore degli eserciti ha voluto questo per il suo popolo
È lui che rende possibile l’opera.
È lui che decide e che sta dietro l’opera della mente e delle mani di Zorobabele.
Ed è sempre lui che gioisce quando i suoi occhi vedono il piombino nelle mani di Zorobabele, ponendo la domanda:
“Chi potrebbe disprezzare il giorno delle piccole cose?”.
Chi è l’uomo che può disprezzare ciò che Dio apprezza e apprezza con gioia?
Nel “tempio” rivelate la volontà e la gioia del Signore
La gioia di Dio non si manifesta quando Zorobabele con Giosuè ed il popolo decidono di progettare il tempio e di gettarne le fondamenta.
Il Signore non si rallegra per la raccolta generosa di materiale e denaro e per l’impegno profuso; ma gioisce, quando vede la volontà di portarlo a termine bene, secondo criteri giusti, con responsabilità, costanza, perseveranza e precisione ma soprattutto con grande umiltà.
Il Signore si rallegra quando vede i suoi servi operare nella consapevolezza che le “piccole cose” rientrano nella sua volontà di coinvolgere degli uomini nelle grandi opere che sono rese possibili solo dalla sua volontà e dalla sua presenza.
Le grandi cose le pianifica e le fa il Signore, le piccole gli uomini; anche quando sembrano grandi sono piccole; ma grande è la gioia del Signore, quando vede attuata la sua volontà.
Tre osservazioni sul tempio del Signore:
1) Gesù defini il suo corpo il tempio di Dio (Gv 2:21). In quel corpo Dio si è rivelato al mondo, ha parlato al mondo, ha riscattato il mondo sulla croce, su quel corpo ha fondato la Chiesa (Mt 16:18; 1Co 3:11).
2) “Voi siete il tempio di Dio” dice Paolo (1Co 3:16) La Chiesa è un organismo composto di uomini, è una realtà dinamica non statica; è un insieme di corpi viventi che agiscono e interagiscono fra di loro e con il mondo.
Un corpo è sano quando cresce e opera seguendo le leggi di natura. Per la Chiesa, quando cresce ed agisce secondo la volontà di Dio per giungere, dice Paolo, “…allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo…” (Ef 4:13), i doni di evangelista, di pastore e di dottore sono finalizzati a questo: “ al perfezionamento dei santi, in vista del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo…” (v. 12).
Gli Anziani, in questa duplice o triplice veste, sono chiamati ad usare il “piombino” di Zorobabele per verificare o correggere questa crescita.
3) “ Il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo.” dice Paolo parafrasando Gesù in 1Corinzi 6:19: essere nel “tempio di Dio”, nella Chiesa significa esserne parte integrante.
Il cristiano non è un ospite o un turista dello spirito, un visitatore più o meno curioso o interessato di questioni religiose o un ricercatore di vie nuove o meno nuove di mistica o ascesi spirituale, un analista di potenzialità dello spirito e della mente umana.
Il cristiano è qualcosa di diverso: è lui stesso una pietra del tempio, una pietra indispensabile per “…formare una casa spirituale” come dice Pietro (1P 2:5): una pietra ad espansione, che cresce, che si modifica che esige quindi che ogni credente prenda il mano il “piombino” di Zorobabele per le opportune verifiche di crescita sul giusto fondamento e in perfetto ordine ortogonale.

A cosa serve il piombino?
Il piombino è uno strumento che serve per verificare che ciò che si eleva dal basso verso l’alto corrisponda esattamente alla perpendicolarità richiesta dalla legge di gravità; una legge stabilita da Dio nella creazione che regola il nostro pianeta secondo un ordine preciso.
Lo stesso vale per la crescita spirituale individuale e collettiva: non si può costruire a caso, non ci si può affidare alla fantasia.
Se si pretende di fare gli architetti senza tener conto o se si sfida la legge di gravità, si rischia il crollo dell’edificio. Ma non dobbiamo neppure fare i fantasiosi che trasformano la fede in un’arte futuristica astrusa e incomprensibile quindi: niente superficialità e neppure vanità, però crescita.
Il piombino serve per controllare ciò che si eleva, che sale: se i lavori sono fermi il piombino non serve.
Anche quando si edifica con materiali inadatti, come il fieno la paglia – dice Paolo – il piombino non serve: avete mai visto mettere a piombo un mucchio di fieno o di paglia?
Il fieno della “concupiscenza della carne, degli occhi, della superbia della vita le sollecitudini della vita” (1Gv 2:16), la paglia dell’amore per il denaro, dove ci si acquatta e ci si appisola tranquillamente illudendosi di fronteggiare così al meglio le ansie e le sollecitudini di questo mondo.

Come costruire bene l’opera di Dio?
Dobbiamo poter essere sempre in grado di usare il piombino: è la garanzia che si sta costruendo bene l’opera di Dio in noi e nella Chiesa e con il materiale adatto.
Ebbene ognuno di noi quando esamina ciò che ha fatto, allunga lo sguardo sul passato, al presente e pensa all’avvenire; lo facciamo nella famiglia, nella chiesa, nei gruppi che frequentiamo.
Abbiamo molti motivi per recriminare su noi stessi, ma anche nostalgia per i momenti significativi e importanti; ci deprimiamo e ci esaltiamo in modo altalenante.
Soprattutto nelle chiese; quando si respira aria di maggioranza è aria di trionfo, di potenza (Cattolicesimo e altri):
Se di minoranza, si corrono altri rischi: orgoglio di gruppo separato ed eletto, orgoglio spirituale che naturalmente essendo orgoglio, non è più spirituale.
Una Assemblea di credenti non deve mai pensare ad autocelebrarsi perché per lei è sempre “il giorno delle piccole cose”.
Gli uomini non le guardano, non le considerano, non le ascoltano, la loro attenzione va per altre strade: è un invito alla rinuncia o all’umiltà?
Soltanto gli occhi del Signore sono su di noi, “…quei sette là… che percorrono tutta la terra…” (Za 4:10) davanti ai quali “…tutte le cose sono nude e scoperte…” (Eb 4:13).
Non ha importanza se mancano gli occhi degli uomini o se li puntano su di noi soltanto per giudicarci e ostacolarci.
Nel giorno delle piccole cose c’è il Signore a guardarci, compiamole dunque con fede senza stancarci.
“Chi potrebbe disprezzare il giorno delle piccole cose, quando… gli occhi del Signore che percorrono tutta la terra, vedono con gioia il piombino nelle mani di Zorobabele?”
In queste parole c’è un avvertimento e una promessa.
L’avvertimento: non insuperbire per nessuna nostra impresa spirituale oscura o riconosciuta.
E la promessa: a nessuno è lecito disprezzare la fedeltà nelle cose minime.

Publié dans:meditazioni |on 25 août, 2015 |Pas de commentaires »

Martirio di San Bartolomeo

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Publié dans:immagini sacre |on 24 août, 2015 |Pas de commentaires »

PAROLE E NUMERI DELL’AMORE PER IL PROSSIMO – DI MONS. GIANFRANCO RAVASI

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PAROLE E NUMERI DELL’AMORE PER IL PROSSIMO

La giustizia deve avere un suo rigore e una sua pienezza, espressa attraverso il 3 e 4, numeri che nel computo simbolico vengono idealmente sommati così da raggiungere il 7. Ma, d’altro lato, a imporsi in tutta la sua grandezza è in ebraico il «hesed», ossia l’amore generoso e fedele che non conosce confini ed è infinito, perché tale è il valore del numero 1000

DI MONS. GIANFRANCO RAVASI

Nihil caritate dulcius,
«nulla è più dolce dell’amore», scriveva sant’Ambrogio nella sua opera dal titolo ciceroniano De officiis. Ma nulla è anche più difficile da comprimere in una trattazione come l’amore. Noi, allora, ci accontenteremo di illustrare in forma essenziale e simbolica i vari « nomi », ossia le diverse iridescenze del tema dell’amore, l’entolé megále, come diceva Gesù, ossia il «comandamento massimo, cardinale, principe» dell’impegno morale e spirituale cristiano (vedi Mt 22, 34-40). Cercheremo anche di identificare alcuni « numeri » simbolici che esaltano l’autentica carità.
Iniziamo col lessico biblico dell’amore.

LE PAROLE DELL’AMORE
1. Il primo termine fondamentale è prossimo. Esso è centrale nel nostro discorso e si è consapevoli che la sua accezione è variegata nelle Scritture.
Abbraccia innanzitutto il fratello, la famiglia, il clan, la tribù, il popolo eletto, escludendo le altre nazioni (gojim) e i nemici. Tuttavia già nel Primo Testamento si segnalano aperture universalistiche e il perdono del nemico già si presenta non solo con Giuseppe e i suoi fratelli ma anche con la norma sull’asino del nemico (Es 23, 4-5) e sull’ospitalità per lo straniero che si deve «amare come se stessi» (Lv 19, 34).
Certo è che Cristo tende all’estremo questo precetto nel suo Discorso della Montagna, proponendo il superamento della giustizia del taglione e l’amore per il nemico, sempre sulla base dell’esemplarità di Dio, generoso con malvagi e ingiusti (Mt 5, 38-48).
Suggestiva rimane la parabola del Buon Samaritano, già significativa per il soggetto assunto come modello, una figura legata a una comunità detestata da Israele (Lc 10, 25-37). Nel contesto del racconto parabolico, lo scriba rivolge a Gesù il quesito oggettivo su «chi sia il prossimo»; Gesù, invece, alla fine rilancia la domanda modificandola in senso soggettivo e dinamico: «Chi ha agito da prossimo?». Più che definire la categoria esterna «prossimo», è necessario «farsi, essere prossimo» dell’altro in senso efficace; più che una ricerca sul prossimo, la nostra dev’essere un’azione da prossimo, con una ricerca del prossimo per aiutarlo.
2. Il secondo vocabolo è amicizia, una qualità vissuta da Dio stesso che considera «Abramo mio amico» al quale «non tiene nascosto quello che sta per fare», discutendone con lui il merito e l’opportunità. Similmente con Mosè «il Signore parlava a faccia a faccia, come un uomo parla con un altro» (Es 33, 11). Il Cristo stesso sperimenta gioie e dolori dell’amicizia con Lazzaro e coi discepoli.
C’è, però, soprattutto l’amicizia umana, celebrata dal Siracide in un vero e proprio « elogio » (6, 5-17), che contiene anche il celebre detto secondo il quale «chi trova un amico, trova un tesoro». Esemplare è la figura amicale incarnata da Davide e Gionata, anche se da taluni il linguaggio biblico « amoroso » adottato in questo caso è interpretato in chiave politica: «L’anima di Gionata s’era talmente legata all’anima di Davide che Gionata lo amò come se stesso… Lo amava come l’anima sua, come se stesso» (1 Sam 18, 1; 20, 17).
3. Un terzo termine è la misericordia che potrebbe rimandare alla più ricca radice ebraica rhm, destinata a mettere in luce la passione e la tenerezza « viscerale » della madre o anche del padre. La benedizione iniziale della Seconda Lettera ai Corinzi (1, 3-4) ben illustra la dimensione teologica di questo amore fatto di partecipazione appassionata che, per altro, è presente in quasi tutte le religioni (la maitri buddhista, la karuna hindu, la zakat musulmana e così via): «Sia benedetto Dio…, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,
il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio».
La figura che incarna idealmente questa misericordia generosa e operosa è il citato Buon Samaritano, a differenza del sacerdote e del levita, gelidi osservanti di norme sacrali di purità. Nella parabola Gesù descrive con accuratezza tutti i gesti di premura e di compassione di quell’uomo nei confronti della vittima di
un’aggressione: gli si accosta, gli fascia le ferite, vi versa olio e vino, lo carica sulla sua cavalcatura, lo porta in una locanda, si prende cura di lui, ne paga i costi di assistenza anche per il decorso delle ferite (Lc 10, 34-35). Ma alla radice di tutto c’è proprio la «misericordia»: «passando accanto [allo sventurato] lo vide ed esplanchnísthe», col verbo greco della tenerezza, della compassione autentica e « viscerale », con la misericordia nel senso etimologico del nostro vocabolo.
4. Intrecciamo qui sotto un’unica voce un trittico lessicale neotestamentario (ma anche classico): philanthropía – philadelphía – philoxenía. Pur con caratteristiche specifiche, esse s’inanellano tra loro ed esprimono una
vicinanza amorosa al prossimo sulla base della nostra comune « adamicità »: tutti apparteniamo alla stessa umanità.
Naturalmente le motivazioni religiose possono essere più alte. La paternità divina e la redenzione ci rendono tutti fratelli: «Con sincera philadelphía – cioè amore fraterno – amatevi intensamente con cuore puro reciprocamente, essendo stati rigenerati non da seme corruttibile ma incorruttibile, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna» (1 Pt 1, 22-23).
L’orizzonte si allarga e dalla philanthropía e dalla philadelphía si giunge all’amore per il diverso e per lo straniero: «Perseverate nell’amore fraterno (philadelphía). Non dimenticate l’amore per lo straniero (philoxenía)» e, quindi, l’ospitalità (Eb 13, 1-2). L’accoglienza dello straniero è una virtù specifica
all’interno dell’amore del prossimo e scandisce la vera appartenenza al cristianesimo: «ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25, 35), come era un precetto per lo stesso ebraismo (Lv 19, 33-34: «…Il forestiero dimorante in mezzo a voi lo tratterete come chi è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso…»).
5. Eccoci, così, alla koinonía, a quella «comunione fraterna» tanto cara a livello programmatico alla comunità giudeocristiana di Gerusalemme. Si tratta di un incontro tra due virtù fondamentali delle relazioni sociali, la giustizia e la solidarietà. La formulazione essenziale è già nel Deuteronomio: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello bisognoso, non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano» (15, 7). La sua attuazione esemplare potrebbe essere il progetto di colletta che Paolo sostiene tra le varie chiese in favore dei poveri di Gerusalemme. Il modello cristiano più alto potrebbe essere la koinonía esaltata come una delle quattro colonne che reggono la Chiesa delle origini: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nella koinonía, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2, 42).
La stessa solidarietà nella sua formulazione concreta: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno… Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 2, 44-45; 4, 34-35). La grande tradizione cristiana raccoglierà questo modello ideale, a partire dal famoso simbolo del mantello tagliato di san Martino per attraversare tutti i secoli con una folla di testimoni di carità, di comunione fraterna, di giustizia e solidarietà.
6. Una considerazione merita anche l’eros, una categoria dell’amore particolarmente esaltata e analizzata dalla cultura greca e dalla moderna psicanalisi. L’ormai classico saggio di Anders Nygren, Eros e agape (1930), ha attentamente vagliato sia nella Bibbia sia nella tradizione cristiana la tensione ma anche gli incroci tra eros e agape, l’altro vocabolo greco dell’amore. L’eros è desiderio, aspirazione e tensione verso l’altro; l’agape è sacrificio, donazione verso l’altro. L’eros è via dell’uomo a Dio; l’agape è innanzitutto via di Dio verso l’uomo. L’eros è conquista dell’uomo; l’agape è grazia. L’eros è utoaffermazione nobile e gloriosa; l’agape è amore disinteressato e dono di sé. L’eros è determinato dalla bellezza della persona amata; l’agape ama e crea il valore dell’amato. Ciò non toglie – come ha ribadito Benedetto XVI nella Deus caritas est – che l’eros, componente tipica dell’umanità che con esso trasfigura la mera sessualità, s’intrecci con l’amore. La dimostrazione più alta e affascinante è indubbiamente offerta dal Cantico dei cantici (che pure non conosce un
vocabolo ebraico analogo all’eros greco, per altro assente nel Nuovo Testamento): questo poemetto biblico di 1250 parole è innanzitutto celebrazione di un’esperienza umana personale e totale. Essa comprende anche una riconciliazione con l’eros e col linguaggio del corpo, senza falsi pudori e senza sbavature pornografiche (la pornografia è, infatti, non solo negazione dell’amore ma anche dell’eros), senza spiritualismi puritani ed evanescenti e senza carnalità esasperate e pesanti. Si leggano i tre canti del corpo della donna e dell’uomo nei cc. 4; 5 e 7 per scoprire non solo che «tanto il punto di partenza quanto il punto d’arrivo del fascino – reciproco stupore e ammirazione – sono la femminilità della sposa e la mascolinità dello sposo nell’esperienza diretta della loro visibilità» (come diceva Giovanni Paolo II in una sua catechesi sul Cantico del 1984), ma anche per comprendere il rilievo della corporeità nella vicenda d’amore: noi non « abbiamo » un corpo ma « siamo » un corpo e nell’eros questa differenza emerge nitidamente. Certo, sull’eros nel Cantico si accende la fiaccola dell’amore che lo supera e lo invera in una dimensione ulteriore e trascendente.
7. Eccoci giunti, così, al termine neotestamentario specifico per indicare l’amore, agápe, presente 116 volte come sostantivo, 143 volte come verbo (agapáo) e 61 volte nella forma aggettivale agapetós, « amato ». È il vertice del lessico dell’amore, l’agápe teteleioméne, « l’amore perfetto » (1 Gv 4, 12). Esso ha la sua celebrazione innica nella stupenda pagina paolina di 1 Cor 13: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’agape, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…» e così via fino alla proclamazione finale: «Sono tre le realtà che permangono: la fede, la speranza e l’agape. Ma di tutte più grande è l’agape!» Questo canto illumina il corteo di virtù che accompagnano l’agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza…
Di fronte ad essa anche doni altissimi come la profezia, la conoscenza teologica e la fede capace di «trasportare le montagne» impallidiscono. Lo stesso dono delle « lingue », segno di esperienze estatico-mistiche, diventa – se privo di agape – il rimbombo di un gong o il frastuono dei cembali dei riti orgiastici della dea Cibele. In agguato c’è, comunque, sempre il tradimento di questa virtù teologale e sociale. Curioso, ad esempio, è lo stravolgimento operato da George Orwell nel suo romanzo Fiorirà l’aspidistra attraverso la sostituzione della parola « denaro » ad agape: «Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…».

I NUMERI DELL’AMORE PER IL PROSSIMO
A tutti è noto quanto rilevante sia per le Scritture la simbologia numerica; si pensi che solo l’Apocalisse incastona nelle sue pagine ben 283 numeri cardinali, ordinali e frazionali! Vorremmo anche noi in forma piuttosto libera, sulla scia della tradizione giudaica e cristiana, identificare alcuni numeri significativi
dell’amore. Si tratta in verità di curiose equazioni che si richiamano tra loro. Ne indicheremo quattro che si combinano idealmente a coppia.
1. Prima equazione: 7 a 77. Ci troviamo qui nel polo antitetico dell’ideale spettro cromatico dell’amore: si tratta, infatti, dei numeri dell’odio, esaltati con veemenza da Lamek nel suo terribile canto della violenza a spirale, della spada sempre insanguinata: «Io uccido un uomo per una mia ferita e un ragazzo per un mio livido! Se Caino è vendicato 7 volte, Lamek lo sarà 77 volte!» (Gn 4, 23-24).
Siamo di fronte alla vendetta senza limiti e senza la parità offesa-pena che, come vedremo, introdurrà la legge del taglione.
È la frattura di ogni equilibrio sociale. Al giudizio pieno e severo sul delitto di Caino (7 volte) si oppone – sempre attraverso il ricorso al numero della pienezza, ma in una forma esasperata – l’eccesso vendicativo (77 volte).
2. Seconda equazione: 7 a 70 x 7. Ora ci spostiamo all’estremo opposto dello spettro, quello positivo dell’amore totale, incarnato nel perdono cristiano. Di fronte a Pietro che ripropone per il perdono il 7 della pienezza («Quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a 7 volte?»), Gesù replica introducendo un numero tendente verso l’infinito, sempre nella linea del settenario: «Non ti dico fino a 7, ma fino a 70 volte 7» (Mt 18, 21-22). È evidente l’ammiccamento, sia pure per contrasto, all’equazione di Lamek: nell’amore, al 7 volte di Pietro, si oppone il 70 volte 7 di Cristo, illustrato poi dalla parabola dei
due debitori, ove un’altra equazione numerica illustra quella formulata nel principio generale: ai 100 denari si confrontano i 10.000 talenti (Mt 18, 23-35).
3. Terza equazione: 1 a 1. Essa non è esplicita ma sottesa alla cosiddetta legge del taglione, vocabolo modellato sul latino talis: tale la colpa, tale la pena. Si legge, infatti, nell’Esodo: «Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido» (21, 23). La durezza della formulazione esemplificativa può celare l’evidente progresso che si registra rispetto all’equazione di Lamek. In realtà ora abbiamo la codificazione della giustizia distributiva ed è un passo
rilevante verso una migliore normativa giuridica. In positivo si potrebbe trascrivere questa legge pensando proprio al precetto dell’amare il prossimo come se stessi (1 a 1 anche in questo caso).
Oppure alla cosiddetta « regola d’oro » presente nel libro di Tobia (4, 15): «Non fare a nessuno ciò che non piace a te».
Essa nel Talmud appare in questa frase appassionata: «Non fare al prossimo tuo ciò che è odioso a te: questa è tutta la Legge, il resto è solo spiegazione» (Shabbat 31a). Gesù la trasformerà in chiave esplicitamente positiva: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fate a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7, 12).
4. Quarta equazione: 3 / 4 a 1000. Per certi versi è il superamento dell’equazione del taglione il cui valore di giustizia permane ma è travalicato nella logica superiore dell’amore. È ciò che è applicato all’agire di Dio sia nel primo comandamento del Decalogo (Es 20, 5-6), sia nell’auto-rivelazione dei Sinai, «la carta d’identità biblica di Dio», come l’ha definita Albert Gelin (Es 34, 6-7). Noi ora citiamo integralmente solo la formula decalogica più schematica: «Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla 3a e 4a generazione, per coloro che mi odiano ma che dimostra il suo amore fedele fino a 1000 generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi». Nell’altro passo l’amore misericordioso divino è ancor più marcato: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e grazioso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà, che conserva il suo amore per 1000 generazioni e perdona la colpa, la ribellione e il peccato».
Attraverso il linguaggio « generazionale » (destinato a sottolineare l’aspetto sociale e non esclusivamente personale del peccato) si esalta, da un lato, la giustizia: essa deve avere un suo rigore e una sua pienezza, espressa attraverso il 3 e 4, numeri che nel computo simbolico vengono idealmente sommati così da raggiungere il 7. Ma, d’altro lato, a imporsi in tutta la sua grandezza è in ebraico il hesed, ossia l’amore generoso e fedele che non conosce confini ed è infinito, perché tale è il valore del numero 1000. Dal numero freddo e implacabile dell’odio giungiamo, così, al vertice caloroso e gioioso dell’amore che non conosce numeri ma tende all’infinito come il Dio che è amore (1 Gv, 4, 8.16). A chi seguirà questa equazione piena dell’amore potrebbe essere riservata la beatitudine del Siracide: «Beati coloro che si sono addormentati nell’amor» (48,11).

Da Avvenire del 9 novenbre 2008

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 24 août, 2015 |Pas de commentaires »

SAN BARTOLOMEO APOSTOLO – 24 AGOSTO

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SAN BARTOLOMEO APOSTOLO

24 AGOSTO

Primo secolo dell’èra cristiana

Apostolo martire nato nel I secolo a Cana, Galilea; morì verso la metà del I secolo probabilmente in Siria. La passione dell’apostolo Bartolomeo contiene molte incertezze: la storia della vita, delle opere e del martirio del santo è inframmezzata da numerosi eventi leggendari.Il vero nome dell’apostolo è Natanaele. Il nome Bartolomeo deriva probabilmente dall’aramaico «bar», figlio e «talmai», agricoltore. Bartolomeo giunse a Cristo tramite l’apostolo Filippo. Dopo la resurrezione di Cristo, Bartolomeo fu predicatore itinerante (in Armenia, India e Mesopotamia). Divenne famoso per la sua facoltà di guarire i malati e gli ossessi. Bartolomeo fu condannato alla morte Persiana: fu scorticato vivo e poi crocefisso dai pagani. La calotta cranica del martire Bartolomeo si trova dal 1238 nel duomo di San Bartolomeo, a Francoforte. Una delle usanze più note legate alla festa di San Bartolomeo é il pellegrinaggio di Alm: la domenica prima o dopo San Bartolomeo, gli abitanti della località austriaca di Alm si recano in pellegrinaggio a St. Bartholoma, sul Konigssee, nel Berchtesgaden. I primi pellegrinaggi risalgono al XV secolo e sono legati allo scioglimento di un voto perché cessasse un’epidemia di peste. (Avvenire)

Patronato: Diocesi Campobasso-Boiano
Etimologia: Bartolomeo = figlio del valoroso, dall’aramaico
Emblema: Coltello

Martirologio Romano: Festa di san Bartolomeo Apostolo, comunemente identificato con Natanaele. Nato a Cana di Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo Gesù presso il Giordano e il Signore lo chiamò poi a seguirlo, aggregandolo ai Dodici. Dopo l’Ascensione del Signore si tramanda che abbia predicato il Vangelo del Signore in India, dove sarebbe stato coronato dal martirio.

S. Bartolomeo è uno dei dodici apostoli, cioè uno di quegli uomini che furono compagni di Simon Pietro per tutto il tempo che il Signore Gesù visse sulla terra, a partire dal battesimo di Giovanni Battista fino al giorno in cui fu assunto al cielo (Atti, 1, 21s.). Il suo nome compare in questa forma, subito dopo quello del suo amico Filippo, nelle tre liste che degli Apostoli riportarono i Sinottici (Mt. 10, 3; Mc. 3, 18; Lc. 6, 14). S. Giovanni l’evangelista ricorda invece con altri discepoli del Signore Natanaele di Cana di Galilea (Giov. 21,2). Gli studiosi attribuiscono oggi comunemente i due nomi ad una stessa persona. Il primo sarebbe patronimico e significa figlio di Tolmai; il secondo sarebbe nome proprio e significa dono di Dio.
Anche Bartolomeo esercitava il mestiere del pescatore. Difatti, quando S. Pietro, dopo la risurrezione, si accinse ad andare a pescare, Natanaele si associò agli altri cinque apostoli presenti, i quali esclamarono: « Veniamo anche noi con te ». Quella notte non presero niente. Sul far del giorno, Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non sapevano che era Gesù. Egli disse loro: « Figliuoli, avete un po’ di companatico? ». Gli risposero « No ». E lui ad essi: « Gettate la rete a destra della barca e troverete ». La gettarono e non riuscirono più a tirarla per la gran quantità di pesce (Giov. 21, 2-6).
Probabilmente Bartolomeo faceva parte della cerchia del Battista. Gesù lo chiamò alla sua scuola, tramite Filippo, amico di lui, come aveva chiamato poco prima Simone, tramite Andrea, fratello di lui. Dopo la scelta dei primi discepoli Gesù volle andare in Galilea. Incontrò Filippo di Betsaida e gli disse: « Seguimi ». L’invito fu subito accolto. Filippo a sua volta incontrò Natanaele e gli comunicò la lieta notizia: « Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosé nella legge ed i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazareth ». Natanaele era forse un assiduo lettore della Bibbia. La doveva meditare sovente sotto il fico che ogni giudaico aveva cura di far sorgere accanto alla propria casa. Sembra però che fosse di temperamento incline al pessimismo. Lo si arguisce dalla sprezzante risposta che diede all’amico: « Da Nazareth può venire qualcosa di buono? ». Cana, la sua terra natia, distava appena otto chilometri dalla borgata che il Figlio di Dio aveva scelto come sua dimora terrena.
Natanaele sapeva che era formata da un’accolta di stamberghe semitrogloditiche e che non era neppure nominata in tutto l’Antico Testamento. Filippo, senza raffreddarsi per la scoraggiante risposta, si limitò a dirgli: « Vieni e vedi ». Appena Gesù scorse il diffidente figlio di Abramo non poté fare a meno di esclamare:  » Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità! » (Giov. 1,47).
A nessuno degli apostoli fu resa una testimonianza tanto onorifica e solenne. Natanaele stesso più che lusingato ne rimase stupito, motivo per cui gli chiese: « Donde mi conosci? ». Il Signore approfittò della sua meraviglia per dargli una prova, ancor più evidente della prima, della sua onniscienza. « Prima che Filippo ti chiamasse, gli disse, ti vidi mentre eri sotto il fico ». Non sappiamo che cosa vi stesse facendo. E’ facile che nel suo animo fosse accaduto qualcosa di grave e di determinante per la sua esistenza. Non è improbabile che pensasse al vero Messia, alla redenzione d’Israele, avendo udito strane voci che correvano in paese a proposito di Gesù tornato da Betania con i suoi primi apostoli. Il pio israelita, incapace di finzione, ne rimase sgomento e invaso ad un tratto da fervore esclamò: « Rabbi, tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il re d’Israele! ». Aveva avuto dunque ragione l’amico Filippo di riconoscere in Gesù il Messia promesso dai profeti! Il Signore smorzò in parte quel suo eccessivo entusiasmo dicendogli: « Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di queste ». Volgendosi poi a quanti lo seguivano aggiunse: « Vedrete il cielo aperto, e gli angeli di Dio ascendere e discendere sul Figlio dell’Uomo » (Ivi 1,48-51) permettersi al suo servizio, riconoscerlo loro Signore e avere cura della sua santissima umanità.
Tre giorni dopo il colloquio con Natanaele « ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea. La madre di Gesù era là. Alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli » (Ivi, 2, ls.), forse da Natanaele stesso. Non è improbabile che lo sposo o la sposa fossero suoi parenti o amici. Anche lui assistette così all’inizio delle « cose ben più grandi » predette dal Signore, alla conversione cioè dell’acqua in vino con cui il Messia « manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui » (Ivi, 2, 11).
Dopo il ricordo della sua vocazione, questo apostolo si eclissa nel Vangelo per tutta la vita di Gesù. Anche dopo la Pentecoste si hanno vaghe tradizioni riguardo al suo apostolato. Eusebio riferisce che Panteno, il fondatore della scuola catechetica di Alessandria d’Egitto, nel suo viaggio in India (probabilmente era l’Etiopia o l’Arabia meridionale) verso la fine del secolo II, aveva incontrato comunità cristiane costituite dall’apostolo S. Bartolomeo, presso le quali aveva diffuso il Vangelo di S. Matteo in lingua ebraica. In seguito si sarebbe trasferito nell’Armenia maggiore, sostenendo non poche fatiche e superando non lievi difficoltà.
Secondo il Breviario romano in questa regione l’apostolo convertì alla fede cristiana il re Polimio e la sua sposa, nonché dodici città. Queste conversioni eccitarono l’invidia dei sacerdoti delle locali divinità, i quali riuscirono ad aizzare contro di lui in tal modo Astiage, fratello del re Polimio, che costui impartì l’ordine di scorticare vivo Bartolomeo e poi di decapitarlo. Gli artisti lo raffigurano abitualmente con sulle braccia il manto della propria pelle.
Una tradizione armena afferma che il corpo dell’apostolo fu sepolto ad Albanopoli, città in cui subì il martirio. Nel 507 l’imperatore Anastasio I lo fece trasferire a Daras, nella Mesopotamia, dove costruì in suo onore una splendida chiesa. Nel 580 una parte di quei resti mortali fu probabilmente trasferita a Lipari, al nord della Sicilia. Durante l’invasione dei saraceni le reliquie del santo furono trafugate nell’838 a Benevento finché nel 1000, per l’intervento dell’imperatore Ottone III, giunsero a Roma e furono composte nella basilica di S. Bartolomeo, nell’isola Tibertina. Nel 1238 il cranio dell’apostolo fu portato a Francoforte sul Meno dove è ancora venerato nel duomo a lui dedicato. S. Bartolomeo è considerato il protettore dei macellai, dei conciatori e dei rilegatori.

Autore: Guido Pettinati

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