HESCHEL ABRAHAM JOSHUA – IL SABATO

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HESCHEL ABRAHAM JOSHUA – IL SABATO

08/11/2006 – Angela Migliore

“La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell’uomo. È un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell’esistenza, cioè il tempo. (…) Conseguire il controllo dello spazio è certamente uno dei nostri compiti. Il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del tempo”.
Heschel scrive pagine di fronte alle quali il ripetersi frenetico dei gesti quotidiani si ferma per far spazio alla riflessione. Il suo saggio compie il tentativo di interrompere il letargo alienante della società moderna, fagocitata dai suoi ritmi congestionati, per riportare l’uomo alla meditazione, all’introspezione e alla riscoperta dell’intimo richiamo del trascendente:
“Il nostro compito è imparare a comprendere che il tempo non esiste in funzione dello spazio, ma che lo spazio esiste in funzione del tempo” perché “È nella dimensione del tempo che l’uomo incontra Dio e diventa cosciente che ogni istante è un atto di creazione”.
In quest’ottica per l’ebraismo, religione che mira alla santificazione del tempo, il Sabato assume il valore del ritorno all’anima. Dopo sei giorni vissuti cercando di dominare il mondo, nel settimo si cerca di dominare il proprio io. Lo spirito trova la sua dimora nel sabato donato da Dio agli uomini nel desiderio di aprire loro una finestra sull’eternità. “Per questo, quindi, amare il Sabato è amare quello che abbiamo in comune con Dio”..
Il riposo dello Shabbath ci dice che il senso della temporalità umana non sta nell’attivismo, ma nella comunione con Dio. “Di solito crediamo che la terra sia nostra madre, che il tempo sia denaro e che il profitto sia il nostro compagno. Il settimo giorno ci fa ricordare che Dio è nostro padre, che il tempo è la vita e che lo spirito è il nostro compagno”.
Il sabato riconcilia l’uomo con la propria interiorità e gli insegna a resistere alla dittatura delle cose dello spazio, ponendosi come esperienza anticipata dell’eternità in grado di proiettare l’esistenza umana nel tempo ininterrotto di Dio. Oltre il tempo relativo, scisso in passato, presente e futuro.
In una società votata ai due imperativi categorici di “produci e consuma”, lo Shabbath, quindi, sancisce il ritorno alla libertà e “ci consente di capire che la sopravvivenza, unione bioeconomica di produzione e consumo, non è e non può essere vita”. (Ovadia).
“Esistere, infatti, non significa essere nel mondo, senza speranza, buttati lì passivamente. Esistere significa assistere insieme col mondo allo svolgersi del tempo, significa essere testimoni della creazione del mondo”.
Il nostro compito, dunque, è quello di vivere in modo spirituale, convertendo le cose dello spazio in momenti del tempo. Il comandamento cui dare ascolto diventa, pertanto, quello di fermarsi e guardare per imparare a non essere assenti quando il tempo è presente, per imparare a comprendere che ogni istante è una Presenza. Il Sabato invita l’uomo al distacco dalla materialità della vita terrena, per arrivare a percepire il nostro legame col Cielo, dando ascolto alla voce interiore che chiede di andare a se stessi e conoscere il tempo intimamente.
“Nella corrente principale della tradizione ebraica, del resto, la presenza di Dio nel mondo non è pensata come un fatto statico e permanentemente ancorato allo spazio, la Sua presenza non è una cosa dello spazio, ma la continuità stessa per cui noi siamo. Egli non è soltanto di fronte a noi, ma è il nostro stesso essere come continuo essere creato. Egli ci si avvicina in una sorta di atmosfera spirituale, anche se non vi è alcun santuario fatto di sostanza fisica”.
È la nostra anima, infatti, a farsi santuario di Dio e lo Shabbath “ci offre la possibilità di santificare il tempio, di scorgere il sacro nell’astensione dal profano”. Esso è il giorno prescelto per realizzare la nostra comunione con lui. Le cose del mondo le possediamo, i momenti del tempo li condividiamo e Dio, che è eternità, ci permette di conoscere l’essenza del mondo futuro, facendoci sperimentare la vita eterna nell’ambito del tempo: in quel settimo giorno che ha il profumo del cielo ed è stato concesso agli uomini per pregustare il mondo a venire.
La legge del Sabato, infatti, cerca di convogliare corpo e spirito nella dimensione del sacro, nel tentativo di superare l’opposizione tra sacro e profano considerata dalla religiosità ebraica la suprema dicotomia umana. “Con il nostro corpo noi apparteniamo allo spazio, ma la nostra anima si leva verso l’eternità, aspira al sacro”. Tuttavia il mondo non può essere visto esclusivamente sub specie temporis.
“Tempo e spazio sono tra loro correlati; trascurare l’uno o l’altro significa essere parzialmente ciechi”.
Da qui, dunque, l’importanza del dono del Sabato che “ci pone in sintonia con la santità del tempo chiamandoci a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione; dal mondo della creazione alla creazione del mondo”, mettendo in evidenza come “la risposta ebraica al problema della civiltà stia nel non fuggire dal regno dello spazio, nel lavorare con le cose dello spazio, ma essere innamorati dell’eternità”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Abraham Joshua Heschel (Varsavia 1907 – New York 1972) è uno dei massimi pensatori dell’ebraismo contemporaneo. Cresciuto in una famiglia di chassidim, fu professore a Berlino. Nel 1940 si stabilì negli Stati Uniti, dove dal 1945 alla morte tenne la cattedra di etica e mistica ebraica nel Jewish Theological Seminary di New York. Si impegnò attivamente al fianco di Martin Luther King e nella preparazione del dialogo tra ebrei e cristiani in vista del Concilio Vaticano II. Tra le altre sue opere si ricordano “L’uomo non è solo” (1951) e “Dio alla ricerca dell’uomo” (1956).

Abraham Joshua Heschel, “Il Sabato”, Garzanti, Milano, 2001.
Traduzione di Lisa Mortara ed Elèna Mortara Di Veroli.

Publié dans : EBRAISMO A.J. HESCHEL |le 31 août, 2015 |Pas de Commentaires »

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