Archive pour le 31 août, 2015

The Last Judgment. Fresco, Lavra of St. Athanasius, Mt. Athos.

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LA RICERCA DELLA FELICITÀ – LA FIGLIA, LA MADRE

http://biesseonline.sdb.org/editoriale.aspx?a=2013&m=7&doc=8766

NOI E LORO

ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

LA RICERCA DELLA FELICITÀ – LA FIGLIA, LA MADRE

Sembra che ormai siano pochissimi gli educatori disposti a mettere al primo posto, nel cammino che condividono con i ragazzi, la ricerca della felicità
«Quid animo satis?». Che cosa basta all’animo umano? In altre parole, che cosa occorre per essere felici? Se lo chiedeva 1600 anni fa sant’Agostino, inquieto e appassionato cercatore della verità, che sola può dare ristoro all’insopprimibile aspirazione alla felicità dell’uomo. Se lo sono chiesto – con esiti diversi, ma animati dal medesimo desiderio – filosofi e pensatori di ogni epoca e scuola, accomunati dalla convinzione che una simile questione non può mai essere elusa, poiché ad essa è indissolubilmente legata quella del senso e del fine dell’esistenza umana. Continuiamo a chiedercelo noi oggi, agli albori di questo terzo millennio che tante nuove possibilità dischiude alla nostra vita quotidiana, ma ancora non riesce ad offrire una risposta soddisfacente alle nostre attese più profonde e, anzi, sembra depistarci e confonderci sempre più, distogliendoci dalla ricerca di una felicità autentica e duratura.
E se lo chiedono, forse con ancor più vigore e insistenza, le nuove generazioni, oggi più che mai in bilico tra le tante attese, aspirazioni e speranze proprie della loro età, che istintivamente le proiettano verso la ricerca di un senso più alto per il loro agire, e la tentazione di rinunciare in partenza ad inseguire i propri sogni, accontentandosi di vivere alla giornata, immerse in un benessere effimero e meno gratificante, ma più sicuro e meno evanescente di una felicità sempre più spesso avvertita come utopica e irraggiungibile.
Eppure sembra che ormai siano pochissimi gli educatori disposti a mettere al primo posto, nel cammino che condividono con i ragazzi, la ricerca della felicità: vuoi perché oggi quest’attesa è stata quasi del tutto rimossa dall’orizzonte delle speranze umane, vuoi perché spesso perdono di vista che fine ultimo del loro servizio è quello di aiutare i più giovani ad orientarsi in una realtà sempre più « liquida » e « complessa », a costruire un progetto di vita che funga da guida per le loro scelte presenti e future.
Ma che cosa significa essere felici? Dare una risposta univoca a questo interrogativo è pressoché impossibile, ma almeno su una cosa si può forse concordare senza troppa difficoltà: la felicità è un qualcosa che coinvolge tutta la persona, permettendole di attingere ad un’armonia più alta e di sperimentare un senso di pienezza e di serenità interiore. È insieme « dono » e « conquista » inizialmente, incontro tra la libertà e la responsabilità personale e, nel tempo, progressiva apertura verso la consapevolezza di poter contribuire anche alla felicità degli altri, mentre si ricerca la propria.
Poter contare su educatori che abbiano il coraggio di condividere tutto questo con i ragazzi non dà la garanzia che essi riusciranno a vivere intensamente la propria vita, orientandola verso la ricerca della vera felicità può, però, quantomeno incoraggiarli a non essere rinunciatari, a guardare con fiducia e speranza al futuro.

MARIANNA PACUCCI

LA MADRE

FIL (Felicità Interna Lorda)

Voler essere felici è il trampolino di lancio di un’esistenza esigente ma allo stesso tempo realistica; il nastro di partenza di un cammino che voglia avere una meta non negoziabile; la decisione irrevocabile per uno stile di vita in cui sia chiaro che cosa è essenziale e che cosa invece è accessorio.

È rimasta purtroppo confinata agli addetti ai lavori la riflessione sulla felicità, che sollecitava a considerarla una indicazione importante dello stato di salute di una società, di uno Stato. Peccato: sarebbe stato proprio utile, di questi tempi, tornare a ragionare su questo valore sottraendolo alla collocazione esclusiva nella vita individuale, nella sfera del privato.
Recuperando la dimensione sociale della felicità, è possibile rilanciare un bisogno, un’attesa che oggi è completamente travolta dalla cultura del disincanto: essere felici non è impossibile, né tanto meno un fatto occasionale, né certamente qualcosa di cui vergognarsi, a meno che la felicità del singolo si costruisca a scapito del prossimo.
Voler essere felici è il trampolino di lancio di un’esistenza esigente ma allo stesso tempo realistica; il nastro di partenza di un cammino che voglia avere una meta non negoziabile; la decisione irrevocabile per uno stile di vita in cui sia chiaro che cosa è essenziale e che cosa invece è accessorio. È una vera e propria vocazione: regalarsi e regalare la possibilità di diventare gioiosamente figli di Dio, santi capaci di letizia anche in mezzo a fatiche, difficoltà, problemi di ogni tipo.
Le famiglie sono impastate di questa consapevolezza e decise ad orientare su questo traguardo il loro lavoro educativo? Sono testimoni credibili di una ricerca di senso della vita in cui quel che conta è riuscire a stare in pace con se stessi e con gli altri, essere generosi nei confronti delle invocazioni della storia, pronti a condividere la costruzione di una civiltà dell’amore in cui a tutti siano date la possibilità e la certezza di un effettivo benessere?
Se ci si guarda intorno nei vari ambienti della quotidianità non si può proprio stare tranquilli: la gente è triste, delusa, stanca. Non ha più voglia di mettersi in gioco e cerca di defilarsi da tutto ciò che appare impegnativo. Si accontenta di un piatto di lenticchie piuttosto che rivendicare il diritto alla primogenitura, all’interno di una società in cui tutto è diventato monetizzabile e vale se consente un successo immediato, anche se effimero.
Occorre che le famiglie si riapproprino della loro capacità profetica, contestando con forza una società che confonde la felicità con lo sballo e con l’egoismo. La scommessa è quella di divenire esemplari nella testimonianza di un’esistenza giocata sulla generosità, sulla gratuità, sulla condivisione, sulla solidarietà, sulla giustizia, sulla bellezza, sulla pace, che sono gli ingredienti principali di quel mix di sentimenti, speranze, idee, esperienze che rendono appetibile la ricerca della felicità.

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HESCHEL ABRAHAM JOSHUA – IL SABATO

http://www.lankelot.eu/letteratura/abraham-joshua-heschel-il-sabato.html

HESCHEL ABRAHAM JOSHUA – IL SABATO

08/11/2006 – Angela Migliore

“La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell’uomo. È un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell’esistenza, cioè il tempo. (…) Conseguire il controllo dello spazio è certamente uno dei nostri compiti. Il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del tempo”.
Heschel scrive pagine di fronte alle quali il ripetersi frenetico dei gesti quotidiani si ferma per far spazio alla riflessione. Il suo saggio compie il tentativo di interrompere il letargo alienante della società moderna, fagocitata dai suoi ritmi congestionati, per riportare l’uomo alla meditazione, all’introspezione e alla riscoperta dell’intimo richiamo del trascendente:
“Il nostro compito è imparare a comprendere che il tempo non esiste in funzione dello spazio, ma che lo spazio esiste in funzione del tempo” perché “È nella dimensione del tempo che l’uomo incontra Dio e diventa cosciente che ogni istante è un atto di creazione”.
In quest’ottica per l’ebraismo, religione che mira alla santificazione del tempo, il Sabato assume il valore del ritorno all’anima. Dopo sei giorni vissuti cercando di dominare il mondo, nel settimo si cerca di dominare il proprio io. Lo spirito trova la sua dimora nel sabato donato da Dio agli uomini nel desiderio di aprire loro una finestra sull’eternità. “Per questo, quindi, amare il Sabato è amare quello che abbiamo in comune con Dio”..
Il riposo dello Shabbath ci dice che il senso della temporalità umana non sta nell’attivismo, ma nella comunione con Dio. “Di solito crediamo che la terra sia nostra madre, che il tempo sia denaro e che il profitto sia il nostro compagno. Il settimo giorno ci fa ricordare che Dio è nostro padre, che il tempo è la vita e che lo spirito è il nostro compagno”.
Il sabato riconcilia l’uomo con la propria interiorità e gli insegna a resistere alla dittatura delle cose dello spazio, ponendosi come esperienza anticipata dell’eternità in grado di proiettare l’esistenza umana nel tempo ininterrotto di Dio. Oltre il tempo relativo, scisso in passato, presente e futuro.
In una società votata ai due imperativi categorici di “produci e consuma”, lo Shabbath, quindi, sancisce il ritorno alla libertà e “ci consente di capire che la sopravvivenza, unione bioeconomica di produzione e consumo, non è e non può essere vita”. (Ovadia).
“Esistere, infatti, non significa essere nel mondo, senza speranza, buttati lì passivamente. Esistere significa assistere insieme col mondo allo svolgersi del tempo, significa essere testimoni della creazione del mondo”.
Il nostro compito, dunque, è quello di vivere in modo spirituale, convertendo le cose dello spazio in momenti del tempo. Il comandamento cui dare ascolto diventa, pertanto, quello di fermarsi e guardare per imparare a non essere assenti quando il tempo è presente, per imparare a comprendere che ogni istante è una Presenza. Il Sabato invita l’uomo al distacco dalla materialità della vita terrena, per arrivare a percepire il nostro legame col Cielo, dando ascolto alla voce interiore che chiede di andare a se stessi e conoscere il tempo intimamente.
“Nella corrente principale della tradizione ebraica, del resto, la presenza di Dio nel mondo non è pensata come un fatto statico e permanentemente ancorato allo spazio, la Sua presenza non è una cosa dello spazio, ma la continuità stessa per cui noi siamo. Egli non è soltanto di fronte a noi, ma è il nostro stesso essere come continuo essere creato. Egli ci si avvicina in una sorta di atmosfera spirituale, anche se non vi è alcun santuario fatto di sostanza fisica”.
È la nostra anima, infatti, a farsi santuario di Dio e lo Shabbath “ci offre la possibilità di santificare il tempio, di scorgere il sacro nell’astensione dal profano”. Esso è il giorno prescelto per realizzare la nostra comunione con lui. Le cose del mondo le possediamo, i momenti del tempo li condividiamo e Dio, che è eternità, ci permette di conoscere l’essenza del mondo futuro, facendoci sperimentare la vita eterna nell’ambito del tempo: in quel settimo giorno che ha il profumo del cielo ed è stato concesso agli uomini per pregustare il mondo a venire.
La legge del Sabato, infatti, cerca di convogliare corpo e spirito nella dimensione del sacro, nel tentativo di superare l’opposizione tra sacro e profano considerata dalla religiosità ebraica la suprema dicotomia umana. “Con il nostro corpo noi apparteniamo allo spazio, ma la nostra anima si leva verso l’eternità, aspira al sacro”. Tuttavia il mondo non può essere visto esclusivamente sub specie temporis.
“Tempo e spazio sono tra loro correlati; trascurare l’uno o l’altro significa essere parzialmente ciechi”.
Da qui, dunque, l’importanza del dono del Sabato che “ci pone in sintonia con la santità del tempo chiamandoci a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione; dal mondo della creazione alla creazione del mondo”, mettendo in evidenza come “la risposta ebraica al problema della civiltà stia nel non fuggire dal regno dello spazio, nel lavorare con le cose dello spazio, ma essere innamorati dell’eternità”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Abraham Joshua Heschel (Varsavia 1907 – New York 1972) è uno dei massimi pensatori dell’ebraismo contemporaneo. Cresciuto in una famiglia di chassidim, fu professore a Berlino. Nel 1940 si stabilì negli Stati Uniti, dove dal 1945 alla morte tenne la cattedra di etica e mistica ebraica nel Jewish Theological Seminary di New York. Si impegnò attivamente al fianco di Martin Luther King e nella preparazione del dialogo tra ebrei e cristiani in vista del Concilio Vaticano II. Tra le altre sue opere si ricordano “L’uomo non è solo” (1951) e “Dio alla ricerca dell’uomo” (1956).

Abraham Joshua Heschel, “Il Sabato”, Garzanti, Milano, 2001.
Traduzione di Lisa Mortara ed Elèna Mortara Di Veroli.

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