Archive pour août, 2015

The Last Judgment. Fresco, Lavra of St. Athanasius, Mt. Athos.

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LA RICERCA DELLA FELICITÀ – LA FIGLIA, LA MADRE

http://biesseonline.sdb.org/editoriale.aspx?a=2013&m=7&doc=8766

NOI E LORO

ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

LA RICERCA DELLA FELICITÀ – LA FIGLIA, LA MADRE

Sembra che ormai siano pochissimi gli educatori disposti a mettere al primo posto, nel cammino che condividono con i ragazzi, la ricerca della felicità
«Quid animo satis?». Che cosa basta all’animo umano? In altre parole, che cosa occorre per essere felici? Se lo chiedeva 1600 anni fa sant’Agostino, inquieto e appassionato cercatore della verità, che sola può dare ristoro all’insopprimibile aspirazione alla felicità dell’uomo. Se lo sono chiesto – con esiti diversi, ma animati dal medesimo desiderio – filosofi e pensatori di ogni epoca e scuola, accomunati dalla convinzione che una simile questione non può mai essere elusa, poiché ad essa è indissolubilmente legata quella del senso e del fine dell’esistenza umana. Continuiamo a chiedercelo noi oggi, agli albori di questo terzo millennio che tante nuove possibilità dischiude alla nostra vita quotidiana, ma ancora non riesce ad offrire una risposta soddisfacente alle nostre attese più profonde e, anzi, sembra depistarci e confonderci sempre più, distogliendoci dalla ricerca di una felicità autentica e duratura.
E se lo chiedono, forse con ancor più vigore e insistenza, le nuove generazioni, oggi più che mai in bilico tra le tante attese, aspirazioni e speranze proprie della loro età, che istintivamente le proiettano verso la ricerca di un senso più alto per il loro agire, e la tentazione di rinunciare in partenza ad inseguire i propri sogni, accontentandosi di vivere alla giornata, immerse in un benessere effimero e meno gratificante, ma più sicuro e meno evanescente di una felicità sempre più spesso avvertita come utopica e irraggiungibile.
Eppure sembra che ormai siano pochissimi gli educatori disposti a mettere al primo posto, nel cammino che condividono con i ragazzi, la ricerca della felicità: vuoi perché oggi quest’attesa è stata quasi del tutto rimossa dall’orizzonte delle speranze umane, vuoi perché spesso perdono di vista che fine ultimo del loro servizio è quello di aiutare i più giovani ad orientarsi in una realtà sempre più « liquida » e « complessa », a costruire un progetto di vita che funga da guida per le loro scelte presenti e future.
Ma che cosa significa essere felici? Dare una risposta univoca a questo interrogativo è pressoché impossibile, ma almeno su una cosa si può forse concordare senza troppa difficoltà: la felicità è un qualcosa che coinvolge tutta la persona, permettendole di attingere ad un’armonia più alta e di sperimentare un senso di pienezza e di serenità interiore. È insieme « dono » e « conquista » inizialmente, incontro tra la libertà e la responsabilità personale e, nel tempo, progressiva apertura verso la consapevolezza di poter contribuire anche alla felicità degli altri, mentre si ricerca la propria.
Poter contare su educatori che abbiano il coraggio di condividere tutto questo con i ragazzi non dà la garanzia che essi riusciranno a vivere intensamente la propria vita, orientandola verso la ricerca della vera felicità può, però, quantomeno incoraggiarli a non essere rinunciatari, a guardare con fiducia e speranza al futuro.

MARIANNA PACUCCI

LA MADRE

FIL (Felicità Interna Lorda)

Voler essere felici è il trampolino di lancio di un’esistenza esigente ma allo stesso tempo realistica; il nastro di partenza di un cammino che voglia avere una meta non negoziabile; la decisione irrevocabile per uno stile di vita in cui sia chiaro che cosa è essenziale e che cosa invece è accessorio.

È rimasta purtroppo confinata agli addetti ai lavori la riflessione sulla felicità, che sollecitava a considerarla una indicazione importante dello stato di salute di una società, di uno Stato. Peccato: sarebbe stato proprio utile, di questi tempi, tornare a ragionare su questo valore sottraendolo alla collocazione esclusiva nella vita individuale, nella sfera del privato.
Recuperando la dimensione sociale della felicità, è possibile rilanciare un bisogno, un’attesa che oggi è completamente travolta dalla cultura del disincanto: essere felici non è impossibile, né tanto meno un fatto occasionale, né certamente qualcosa di cui vergognarsi, a meno che la felicità del singolo si costruisca a scapito del prossimo.
Voler essere felici è il trampolino di lancio di un’esistenza esigente ma allo stesso tempo realistica; il nastro di partenza di un cammino che voglia avere una meta non negoziabile; la decisione irrevocabile per uno stile di vita in cui sia chiaro che cosa è essenziale e che cosa invece è accessorio. È una vera e propria vocazione: regalarsi e regalare la possibilità di diventare gioiosamente figli di Dio, santi capaci di letizia anche in mezzo a fatiche, difficoltà, problemi di ogni tipo.
Le famiglie sono impastate di questa consapevolezza e decise ad orientare su questo traguardo il loro lavoro educativo? Sono testimoni credibili di una ricerca di senso della vita in cui quel che conta è riuscire a stare in pace con se stessi e con gli altri, essere generosi nei confronti delle invocazioni della storia, pronti a condividere la costruzione di una civiltà dell’amore in cui a tutti siano date la possibilità e la certezza di un effettivo benessere?
Se ci si guarda intorno nei vari ambienti della quotidianità non si può proprio stare tranquilli: la gente è triste, delusa, stanca. Non ha più voglia di mettersi in gioco e cerca di defilarsi da tutto ciò che appare impegnativo. Si accontenta di un piatto di lenticchie piuttosto che rivendicare il diritto alla primogenitura, all’interno di una società in cui tutto è diventato monetizzabile e vale se consente un successo immediato, anche se effimero.
Occorre che le famiglie si riapproprino della loro capacità profetica, contestando con forza una società che confonde la felicità con lo sballo e con l’egoismo. La scommessa è quella di divenire esemplari nella testimonianza di un’esistenza giocata sulla generosità, sulla gratuità, sulla condivisione, sulla solidarietà, sulla giustizia, sulla bellezza, sulla pace, che sono gli ingredienti principali di quel mix di sentimenti, speranze, idee, esperienze che rendono appetibile la ricerca della felicità.

Publié dans:meditazioni |on 31 août, 2015 |Pas de commentaires »

HESCHEL ABRAHAM JOSHUA – IL SABATO

http://www.lankelot.eu/letteratura/abraham-joshua-heschel-il-sabato.html

HESCHEL ABRAHAM JOSHUA – IL SABATO

08/11/2006 – Angela Migliore

“La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell’uomo. È un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell’esistenza, cioè il tempo. (…) Conseguire il controllo dello spazio è certamente uno dei nostri compiti. Il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del tempo”.
Heschel scrive pagine di fronte alle quali il ripetersi frenetico dei gesti quotidiani si ferma per far spazio alla riflessione. Il suo saggio compie il tentativo di interrompere il letargo alienante della società moderna, fagocitata dai suoi ritmi congestionati, per riportare l’uomo alla meditazione, all’introspezione e alla riscoperta dell’intimo richiamo del trascendente:
“Il nostro compito è imparare a comprendere che il tempo non esiste in funzione dello spazio, ma che lo spazio esiste in funzione del tempo” perché “È nella dimensione del tempo che l’uomo incontra Dio e diventa cosciente che ogni istante è un atto di creazione”.
In quest’ottica per l’ebraismo, religione che mira alla santificazione del tempo, il Sabato assume il valore del ritorno all’anima. Dopo sei giorni vissuti cercando di dominare il mondo, nel settimo si cerca di dominare il proprio io. Lo spirito trova la sua dimora nel sabato donato da Dio agli uomini nel desiderio di aprire loro una finestra sull’eternità. “Per questo, quindi, amare il Sabato è amare quello che abbiamo in comune con Dio”..
Il riposo dello Shabbath ci dice che il senso della temporalità umana non sta nell’attivismo, ma nella comunione con Dio. “Di solito crediamo che la terra sia nostra madre, che il tempo sia denaro e che il profitto sia il nostro compagno. Il settimo giorno ci fa ricordare che Dio è nostro padre, che il tempo è la vita e che lo spirito è il nostro compagno”.
Il sabato riconcilia l’uomo con la propria interiorità e gli insegna a resistere alla dittatura delle cose dello spazio, ponendosi come esperienza anticipata dell’eternità in grado di proiettare l’esistenza umana nel tempo ininterrotto di Dio. Oltre il tempo relativo, scisso in passato, presente e futuro.
In una società votata ai due imperativi categorici di “produci e consuma”, lo Shabbath, quindi, sancisce il ritorno alla libertà e “ci consente di capire che la sopravvivenza, unione bioeconomica di produzione e consumo, non è e non può essere vita”. (Ovadia).
“Esistere, infatti, non significa essere nel mondo, senza speranza, buttati lì passivamente. Esistere significa assistere insieme col mondo allo svolgersi del tempo, significa essere testimoni della creazione del mondo”.
Il nostro compito, dunque, è quello di vivere in modo spirituale, convertendo le cose dello spazio in momenti del tempo. Il comandamento cui dare ascolto diventa, pertanto, quello di fermarsi e guardare per imparare a non essere assenti quando il tempo è presente, per imparare a comprendere che ogni istante è una Presenza. Il Sabato invita l’uomo al distacco dalla materialità della vita terrena, per arrivare a percepire il nostro legame col Cielo, dando ascolto alla voce interiore che chiede di andare a se stessi e conoscere il tempo intimamente.
“Nella corrente principale della tradizione ebraica, del resto, la presenza di Dio nel mondo non è pensata come un fatto statico e permanentemente ancorato allo spazio, la Sua presenza non è una cosa dello spazio, ma la continuità stessa per cui noi siamo. Egli non è soltanto di fronte a noi, ma è il nostro stesso essere come continuo essere creato. Egli ci si avvicina in una sorta di atmosfera spirituale, anche se non vi è alcun santuario fatto di sostanza fisica”.
È la nostra anima, infatti, a farsi santuario di Dio e lo Shabbath “ci offre la possibilità di santificare il tempio, di scorgere il sacro nell’astensione dal profano”. Esso è il giorno prescelto per realizzare la nostra comunione con lui. Le cose del mondo le possediamo, i momenti del tempo li condividiamo e Dio, che è eternità, ci permette di conoscere l’essenza del mondo futuro, facendoci sperimentare la vita eterna nell’ambito del tempo: in quel settimo giorno che ha il profumo del cielo ed è stato concesso agli uomini per pregustare il mondo a venire.
La legge del Sabato, infatti, cerca di convogliare corpo e spirito nella dimensione del sacro, nel tentativo di superare l’opposizione tra sacro e profano considerata dalla religiosità ebraica la suprema dicotomia umana. “Con il nostro corpo noi apparteniamo allo spazio, ma la nostra anima si leva verso l’eternità, aspira al sacro”. Tuttavia il mondo non può essere visto esclusivamente sub specie temporis.
“Tempo e spazio sono tra loro correlati; trascurare l’uno o l’altro significa essere parzialmente ciechi”.
Da qui, dunque, l’importanza del dono del Sabato che “ci pone in sintonia con la santità del tempo chiamandoci a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione; dal mondo della creazione alla creazione del mondo”, mettendo in evidenza come “la risposta ebraica al problema della civiltà stia nel non fuggire dal regno dello spazio, nel lavorare con le cose dello spazio, ma essere innamorati dell’eternità”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Abraham Joshua Heschel (Varsavia 1907 – New York 1972) è uno dei massimi pensatori dell’ebraismo contemporaneo. Cresciuto in una famiglia di chassidim, fu professore a Berlino. Nel 1940 si stabilì negli Stati Uniti, dove dal 1945 alla morte tenne la cattedra di etica e mistica ebraica nel Jewish Theological Seminary di New York. Si impegnò attivamente al fianco di Martin Luther King e nella preparazione del dialogo tra ebrei e cristiani in vista del Concilio Vaticano II. Tra le altre sue opere si ricordano “L’uomo non è solo” (1951) e “Dio alla ricerca dell’uomo” (1956).

Abraham Joshua Heschel, “Il Sabato”, Garzanti, Milano, 2001.
Traduzione di Lisa Mortara ed Elèna Mortara Di Veroli.

Publié dans:EBRAISMO A.J. HESCHEL |on 31 août, 2015 |Pas de commentaires »

The Saint Augustine Taken to School by Saint Monica. » by Niccolò di Pietro 1413-15

The Saint Augustine Taken to School by Saint Monica.

https://en.wikipedia.org/wiki/Augustine_of_Hippo

Publié dans:immagini sacre |on 28 août, 2015 |Pas de commentaires »

28 AGOSTO: SANT’AGOSTINO

http://www.monasterovirtuale.it/la-patristica/breve-profilo-biografico-di-s.-agostino.html

28 AGOSTO: SANT’AGOSTINO

Agostino nacque il 13 novembre 354 a Tagaste (Souk-Ahras) nella Numidia. Non sappiamo se i suoi genitori fossero di pura origine romana. Il padre, Patrizio, impiegato municipale, entrò nella Chiesa come catecumeno solo nei suoi ultimi anni e fu battezzato poco prima della morte (371). La madre, Monica, era invece cristiana zelante. Agostino ricevette a Tagaste la prima istruzione, e poiché, per volontà del padre, era destinato a diventare rètore, proseguì i suoi studi nella vicina Madaura. Di qui passò nel 371 a Cartagine per seguirvi i corsi di retorica e diritto. Là da una relazione irregolare – durata fino al 384 – ebbe nel 372 un figlio, Adeodato. Disprezzava, in quel tempo, la religione di sua madre, quasi fosse, lo dice egli stesso, un insieme di « leggende da vecchierelle ». Allorché, nel 373, lesse, secondo il programma degli studi, il dialogo « Hortensius » di Cicerone, cominciò a sentire l’anelito verso una concezione del mondo fondata su basi filosofiche. Poco dopo si iscrisse come esterno (auditor) al Manicheismo, che a lui, superbo della sua scienza, appariva, in opposizione al Cristianesimo insegnato dalla Chiesa, come la religione dei lumi, libera da ogni autorità, vera forma di Cristianesimo. Nel 374/75, terminati gli studi, Agostino si stabilì a Tagaste come insegnante delle arti liberali, ma trasferì poco dopo la sua scuola a Cartagine (375/83). Sul finire di questo periodo della sua vita, i dubbi sulla verità del sistema manicheo andarono aumentando sempre più: quella cosmologia gli sembrò inconciliabile con la dottrina insegnata dalla filosofia greca, e si avvide che il dualismo insegnato dai Manichei era in contraddizione con il loro concetto della divinità.

Finì di disilluderlo un’intervista che ebbe col famoso vescovo manicheo Fausto di Milevi, nel quale egli non trovò che un parolaio poco dotto. Tuttavia anche a Roma, dove si era portato nel 383 contro la volontà della madre, avvicinò gli amici manichei. Agli inzi del 384, per i buoni uffici del prefetto pagano di Roma Simmaco, ottenne un posto di insegnante di retorica a Milano messo a concorso dallo Stato. Malgrado questa situazione sicura e onorata, e benché la madre ed altri prossimi parenti abitassero allora con lui, Agostino si sentiva nel suo interno più tormentato ed infelice che mai. Ma ascoltando i sermoni di S. Ambrogio, vescovo di Milano, che per lo più spiegava allegoricamente il testo biblico corrente, trovò una luce nuova. Nel decisivo 386, Agostino, che lottava per una nuova concezione del mondo, avrebbe conosciuto per la prima volta le dottrine neoplatoniche. La lettura dei trattati di Plotino già tradotti in latino, attraverso i quali incominciò a concepire Dio come sostanza puramente spirituale e il male come un nulla, gli recò un grande progresso intellettuale. Il sacerdote Simpliciano, di orientamento neoplatonico, che poi succederà ad Ambrogio nella sede vescovile di Milano, gli dimostrò come la speculazione sul Logos del prologo giovanneo completasse la dottrina di Plotino intorno al Nous. Così, attraverso la filosofia, gli si schiuse una via verso la fede nell’eterno Logos-Dio. Lo stesso Simpliciano attirò l’attenzione di Agostino sull’importanza della lettura delle lettere di Paolo. In esse capì che l’uomo, soltanto attraverso la grazia divina, riesce a raggiungere il fine cui tende: l’unione con Dio mediante la fede, che egli, come neoplatonico, aveva sperato di raggiungere con l’aiuto della meditazione filosofica.

In un’ora in cui la lotta tumultuava più violenta che mai nel suo spirito, gli fu additato da Simpliciano, con quale fermezza e risolutezza il celebre rètore Mario Vittorino avesse superato, alla fine, tutti gli impedimenti che si erano frapposti alla sua entrata nella Chiesa, e un’altra volta un amico gli narrò la vita di austero ascetismo dell’anacoreta Antonio e di altri monaci e romiti.Quella fu per lui l’ora della decisione. Pervaso da un’emozione profonda, si precipitò nel giardino e sentì ripetutamente una voce infantile che gli diceva: « Tolle, Lege ». Aperse il libro delle epistole di S. Paolo e lesse il tratto di quella ai Romani 13, 13 s. D’improvviso « svanì ogni nebbia di dubbio » (Conf. 8, 12). Poche settimane più tardi, nell’autunno del 386, rinunziò all’insegnamento e si ritirò in campagna, a Cassiciacum, nel podere di un amico, in attesa di iscriversi, all’inizio della prossima quaresima, tra i catecumeni che si preparavano al battesimo. Chiari indizi ci dicono che Agostino già qualche tempo prima della suddetta « scena del giardino » era fermamente deciso a farsi cristiano e sottomettersi all’autorità della Chiesa, come quella che rappresentava la verità cui egli da molto tempo aspirava. Dalla commovente descrizione della sua conversione (Conf. 8, 6-12) noi apprendiamo anzitutto che il rètore, già intimamente credente, era pervenuto, rinunciando a ricchezza ed onori, a scegliere la via, che allora giudicava la più perfetta, della castità e della rinuncia al matrimonio. Con lo spirito libero dai ceppi della sensualità e della passione, volle poi dedicarsi tutto e per sempre alla ricerca della verità e così conseguire la felicità. Agostino ricevette il battesimo il Sabato santo, 23 aprile, del 387, assieme al figlio e all’amico Alipio, per mano di S.Ambrogio.

Alcuni mesi dopo intraprese il viaggio di ritorno in Africa, passando per Roma. Ad Ostia, poco prima di imbarcarsi, Monica si ammalò e dopo nove giorni morì. Allora Agostino tornò a Roma e qui si trattenne circa un anno, occupato in lavori letterari. Nell’autunno del 388 rientrò a Tagaste ove visse nella casa paterna per tre anni con alcuni amici, in claustrale ritiro. La fama della sua dottrina e della sua pietà era già così grande, che nel 391, durante un suo soggiorno ad Ippona, mentre assisteva, senza alcun sospetto, all’ufficio divino, il vescovo Valerio, su richiesta dei presenti, nonostante la sua resistenza, lo ordinò prete. Così ha inizio un nuovo periodo della sua evoluzione spirituale. L’interesse che portava agli studi filosofici e alla cultura delle arti liberali cedette il posto a un orientamento puramente teologico e all’attività apostolica inerente alla sua dignità nuova. Anche ad Ippona, come già a Tagaste, fondò un monastero ove viveva in comune con i vecchi amici e le nuove reclute. Nel 395 il vescovo Valerio lo fece consacrare suo ausiliare, cosicché alla sua morte (396) Agostino ne occupò il posto. Continuò col suo clero a condurre vita cenobitica. Si occupò con zelo particolare della predicazione e fu instancabile nella cura dei poveri. L’attività di scrittore impegnò sempre una gran parte delle sue forze, e furono soprattutto le questioni e controversie religiose del suo tempo ad assorbirlo. S.Agostino morì a Ippona il 28 agosto del 430, mentre i Vandali tenevano assediata la città. Dopo la caduta di questa, i suoi resti furono trasportati in Sardegna e, nel 722, da Liutprando a Pavia. 

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SANT’AGOSTINO, LE CONFESSIONI, LIBRO XIII, LE ALLEGORIE SPIRITUALI

http://www.augustinus.it/italiano/confessioni/index2.htm

SANT’AGOSTINO, LE CONFESSIONI, LIBRO XIII, LE ALLEGORIE SPIRITUALI

(questo argomento non è completo, ho stralciato la prima parte, sul sito se volte continuare)

La creazione della luce simbolo dell’illuminazione dei puri spiriti (Gn 1. 3)
3. 4. A proposito delle parole da te pronunciate all’inizio della creazione:  » Sia fatta la luce », e la luce fu fatta 17, io vedo qui, senza incongruenze, la creatura spirituale, perché era già in qualche modo una vita che tu potessi illuminare. Ma come non aveva meriti nei tuoi confronti per essere una vita tale che si potesse illuminare, così neppure dopo che lo fu ebbe meriti per essere illuminata. Il suo stato d’informità non ti sarebbe piaciuto, se non fosse divenuta luce, non già mediante l’esistenza, ma la visione della luce illuminante e l’unione intima con essa. Perciò deve soltanto alla tua grazia la vita e la felicità della vita, da quando fu rivolta, con mutamento in meglio, verso ciò che non può mutarsi né in meglio né in peggio; ossia verso di te, e non altri, perché tu, e non altri, sei l’Essere semplice, per il quale la vita è felicità, essendo tu stesso la tua felicità.

Lo spirito portato sulle acque simbolo della generosità del creatore (Gn 1. 2)
4. 5. Cosa mancherebbe dunque al tuo benessere, che tu sei per te stesso, quand’anche tutte le creature non esistessero affatto o rimanessero informi? Tu non le hai create per bisogno, ma per pienezza di bontà, e per questa le hai costrette e piegate a una forma, non per completarne la tua gioia. Alla tua perfezione spiace certamente la loro imperfezione, per cui si perfezionano di te affinché ti piacciano, e non già perché tu sia imperfetto, quasi bisognoso tu pure della loro perfezione per la tua perfezione. Il tuo spirito era portato sopra le acque 18, non dalle acque, quasi riposando in esse: quando si dice che il tuo spirito riposa in qualcuno 19, questi in sé fa riposare. Era la tua volontà incorruttibile, immutabile e sufficiente a se stessa, che si portava sulla vita creata da te, vita ove il vivere non equivale a vivere felici, poiché vive anche fluttuando nella sua oscurità; che ha bisogno di volgersi al suo creatore, di vivere sempre più vicino alla fonte della vita e di vedere nella sua luce la luce 20, per essere perfetta, illuminata e felice.

La Trinità nella creazione (Gn 1. 1 s.)
5. 6. Ed ecco apparirmi in un enigma 21 la Trinità, ossia tu, Dio mio. Tu, il Padre, creasti il cielo e la terra nel principio 22 della nostra sapienza, che è la tua Sapienza, nata da te, uguale e coeterna con te; cioè nel tuo Figlio. Ho parlato lungamente del cielo del cielo, della terra invisibile e confusa, dell’abisso tenebroso, vagabondaggio delirante per l’informe creatura spirituale, quando non si fosse rivolta all’Autore di ogni forma di vita, che con la sua illuminazione la rendesse vita splendida e cielo di quel cielo 23, che venne creato più tardi fra acqua e acqua 24. Ormai coglievo nel nome di Dio il Padre che creò, nel nome di principio il Figlio in cui creò; e credendo, come credevo, nella trinità del mio Dio, la cercavo nelle sue sante parole. Ed ecco, il tuo spirito era portato sopra le acque 25. Ecco la Trinità Dio mio, Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutto il creato.

La ritardata menzione dello Spirito Santo
6. 7. Ma perché, o lume di verità, cui avvicino il mio cuore nel timore che i suoi insegnamenti siano fallaci; dissipane le tenebre e dimmi, ti supplico per la madre carità, ti supplico, dimmi: perché soltanto dopo la menzione del cielo e della terra invisibile e confusa, e delle tenebre sovrastanti l’abisso, soltanto allora la tua Scrittura ha menzionato il tuo spirito? Forse perché conveniva introdurlo così, dicendolo portato sulle acque? Non si poteva dirne questo senza menzionare prima la cosa su cui si potesse immaginare trasportato il tuo spirito, che non era portato sopra il Padre né sopra il Figlio, né l’espressione sarebbe corretta, se fosse portato sopra nulla. Quindi bisognava prima citare la cosa su cui era portato, poi lui, che non conveniva menzionare senza dire che era portato su qualcosa. Ma perché non conveniva introdurlo senza dire che era portato su qualcosa?

Il conforto dello Spirito
7. 8. D’ora innanzi chi può segua con intelletto il tuo Apostolo. Egli dice che il tuo amore è stato diffuso nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato 26, che c’insegna le cose spirituali 27, ci mostra 28 la via sovrana 29 dell’amore e piega per noi il ginocchio innanzi a te 30, affinché conosciamo la scienza sovrana dell’amore di Cristo 31. Ecco dunque perché lo Spirito, sovrano fin dall’inizio, era portato sulle acque 32. A chi parlare, come parlare del peso della passione, che ci trascina nell’abisso scosceso, e dell’elevazione della carità, che opera il tuo spirito, il quale era portato sopra le acque? A chi parlarne? come parlarne? Non si tratta di luoghi, dove siamo immersi ed emergiamo; nessuna espressione sarebbe più propria e impropria. Si tratta invece dei sentimenti, si tratta degli affetti, dell’impurità del nostro spirito, che sprofonda con l’amore degli affanni; e della santità del tuo spirito, che ci solleva con l’amore della sicurezza per farci tenere in alto 33 il cuore verso di te, ove il tuo spirito è portato sopra le acque. E giungeremo al riposo sovrano, quando la nostra anima avrà varcato le acque, che non hanno sostanza 34.

Caduta ed elevazione degli spiriti
8. 9. Sprofondò l’angelo, sprofondò l’anima dell’uomo. Così rivelarono le profonde tenebre dell’abisso, ove giacerebbe tutta la creazione spirituale, se non avessi detto fin dall’inizio: « Sia fatta la luce », e la luce non fosse stata fatta 35: se ogni spirito intelligente della tua città celeste non si fosse unito a te con l’ubbidienza e non avesse posato nel tuo spirito, che è portato immutabilmente sopra tutto ciò che è mutabile. Diversamente, lo stesso cielo del cielo 36 sarebbe un abisso tenebroso in se stesso, mentre ora è luce nel Signore 37. Anche nella miserabile inquietudine degli spiriti che sprofondano e, denudati della veste della tua luce, mostrano le proprie tenebre, tu indichi abbastanza chiaramente la grandezza cui hai chiamato la creatura razionale; poiché nulla meno di te stesso, e quindi neppure se stessa le basta per la sua felicità e il suo riposo. Tu infatti, Dio nostro, illuminerai le nostre tenebre 38. Da te proviene la nostra veste, e le nostre tenebre saranno quale il mezzodì 39. Dammi te stesso, Dio mio, restituiscimi te stesso. Io ti amo. Se così è poco, fammi amare più forte. Non posso misurare, per sapere quanto manca al mio amore perché basti a spingere la mia vita fra le tue braccia e di là non toglierla finché ripari al riparo del tuo volto 40. So questo soltanto: che tranne te, per me tutto è male, non solo fuori di me, ma anche in me stesso; e che ogni mia ricchezza, se non è il mio Dio, è povertà.

La spinta dell’amore
9. 10. Ma il Padre o il Figlio non erano portati sulle acque? Se si pensa a un corpo nello spazio, neppure lo Spirito Santo lo era; se invece alla sovranità immutabile della divinità su ogni cosa mutabile, sia il Padre, sia il Figlio, sia lo Spirito Santo era portato sopra le acque 41. Perché dunque fu detto soltanto del tuo spirito? Perché fu detto soltanto di lui, come di un luogo ov’era, mentre non è un luogo? Di lui solo fu detto che è dono tuo 42, il dono ove riposiamo, ove ti godiamo. Il nostro riposo è il nostro luogo. Là ci solleva l’amore, e il tuo spirito buono 43 eleva la nostra bassezza, strappandola alle porte della morte 44. Nella buona volontà è la nostra pace 45. Ogni corpo a motivo del suo peso tende al luogo che gli è proprio. Un peso non trascina soltanto al basso, ma al luogo che gli è proprio. Il fuoco tende verso l’alto, la pietra verso il basso, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. L’olio versato dentro l’acqua s’innalza sopra l’acqua, l’acqua versata sopra l’olio s’immerge sotto l’olio, spinti entrambi dal loro peso a cercare il loro luogo. Fuori dell’ordine regna l’inquietudine, nell’ordine la quiete. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto. Noi ardiamo e ci muoviamo. Saliamo la salita del cuore 46 cantando il cantico dei gradini 47. Del tuo fuoco, del tuo buon fuoco ardiamo e ci muoviamo, salendo verso la pace di Gerusalemme. Quale gioia per me udire queste parole: « Andremo alla casa del Signore » 48! Là collocati dalla buona volontà, nulla desidereremo, se non di rimanervi in eterno 49.

Beatitudine degli angeli
10. 11. Beata la creatura che non conobbe stato diverso. Ma pure il suo stato sarebbe diverso, se, appena creata, il tuo Dono, che è portato sopra tutto ciò che è mutevole, non l’avesse immediatamente elevata con quel tuo appello: « Sia fatta la luce », e non fosse stata fatta la luce 50. Per noi il tempo in cui fummo tenebre è distinto da quello in cui diveniamo luce 51; per essa invece fu detto soltanto quale sarebbe stata, se non fosse stata illuminata. La presentazione che ne fa la Scrittura, come dapprima ondeggiante e tenebrosa 52, dà risalto alla causa che ne produsse il mutamento, per il quale, rivolta al lume inestinguibile 53, fu luce. Chi lo può, capisca, a te chieda. Perché molesta me 54, quasi io illumini qualche uomo che viene in questo mondo 55?

Immagine umana della Trinità
11. 12. Ma la Trinità onnipotente, chi la comprenderà? Eppure chi non parla di lei, se almeno parla di lei? Raramente l’anima che parla di lei sa di cosa parla. Si discute, ci si batte, ma nessuno, se non ha pace, vede questa visione. Vorrei invitare gli uomini a riflettere su tre cose presenti in se stessi, ben diverse dalla Trinità, ma che indico loro come esercizio, come prova e constatazione che possono fare, di quanto ne siano lontani. Alludo all’esistenza, alla conoscenza e alla volontà umana. Io esisto, so e voglio; esisto sapendo e volendo, so di esistere e volere, voglio esistere e sapere. Come sia inscindibile la vita in queste tre facoltà e siano un’unica vita, un’unica intelligenza e un’unica essenza, come infine non si possa stabilire questa distinzione, che pure esiste, lo veda chi può. Ciascuno è davanti a se stesso; guardi in se stesso, veda 56 e mi risponda. Ma quand’anche avrà scoperto su ciò qualcosa e saprà esprimerlo, non s’illuda di aver scoperto finalmente l’Essere che sovrasta immutabile il mondo, immutabilmente esiste, immutabilmente sa e immutabilmente vuole. L’esistenza anche in Dio di queste tre facoltà costituisce la sua trinità, o questa triplice facoltà si trova in ognuna delle tre persone, così da essere tre in ognuna? o entrambi i casi si verificano in modi mirabili entro una semplicità molteplice, essendo la Trinità in sé per sé fine infinito, così da essere una cosa sola, e come tale conoscersi e bastarsi immutabilmente nella grande abbondanza della sua unità? Chi potrebbe avere facilmente questo concetto? chi esprimerlo in qualche modo? e pronunciarsi, in qualsiasi modo temerariamente?

L’umanità morta e risorta, nei primi tre versetti della Genesi
12. 13. Procedi nella tua confessione, o mia fede. Di’ al Signore Dio tuo: « Santo, santo, santo Signore Dio mio » 57. Nel tuo nome siamo stati battezzati 58, Padre e Figlio e Spirito Santo; nel tuo nome battezziamo, Padre e Figlio e Spirito Santo 59. Anche presso di noi nel suo Cristo Dio creò il cielo e la terra 60, ossia i membri spirituali e carnali della sua Chiesa ; anche la nostra terra prima di ricevere la forma della dottrina era invisibile e confusa 61, e noi eravamo immersi nelle tenebre dell’ignoranza, perché hai ammaestrato l’uomo per la sua cattiveria 62 e i tuoi giudizi sono un abisso profondo 63. Ma poiché il tuo spirito era portato sopra l’acqua 64, la tua misericordia non abbandonò la nostra miseria. Dicesti: « Sia fatta la luce 65: fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino. Fate penitenza 66: sia fatta la luce ». Nell’intimo turbamento della nostra anima ci siamo ricordati di te, Signore, dalle rive del Giordano e dal monte uguale a te, però rimpicciolito per noi 67. Provammo disgusto delle nostre tenebre e ci volgemmo verso di te 68: e fu fatta la luce 69. Ed eccoci un tempo tenebre, ora invece luce nel Signore 70.

L’attesa della Chiesa militante
13. 14. Tuttavia finora siamo luce per la fede, non ancora per la visione 71. Nella speranza fummo salvati, e una speranza che si vede, non è speranza 72. L’abisso chiama ancora l’abisso, ma ormai con la voce delle tue cateratte 73. Chi dice ancora: « Non potei parlarvi come a esseri spirituali, ma carnali » 74, pensa di non aver ancora capito nemmeno lui. Dimentico delle cose che stanno dietro le spalle, si protende verso quelle che stanno innanzi 75 e geme sotto il peso del suo fardello 76. La sua anima ha sete del Dio vivo come i cervi delle fonti d’acqua. Perciò dice: « Quando giungerò? » 77. Desideroso di essere rivestito della sua abitazione celeste 78, così apostrofa l’abisso inferiore: « Non uniformatevi a questo secolo, riformatevi invece, rinnovando il vostro cuore » 79; e così: « Non dovete divenire fanciulli di mente, ma siate piccoli nella malizia per essere perfetti di mente » 80; e così: « O galati insensati, chi vi ha incantato? » 81. Ma non è più la sua voce; è la tua, sei tu, che hai mandato il tuo spirito dal cielo 82 per mezzo di Colui, che ascendendo in alto 83 aprì le cateratte dei suoi doni 84, affinché la piena del fiume rallegrasse la tua città 85. Per lei sospira l’amico dello sposo 86, avendo già con sé le primizie dello spirito, ma ancora gemebondo fra sé nell’attesa dell’adozione, la redenzione del suo corpo 87. Per lei sospira, poiché è membro della sposa; per lei si affanna 88, poiché è amico dello sposo; per lei si affanna, non per sé, poiché con la voce delle tue cateratte, non con la voce sua, invoca l’altro abisso, oggetto del suo affanno e del suo timore. Teme che come il serpente ingannò Eva con la sua astuzia, così anche i loro pensieri non si corrompano allontanandosi dalla castità, che è nel nostro Sposo 89, il tuo unigenito. Ma quale non sarà lo splendore della sua luce, allorché lo vedremo com’è 90, e saranno passate le lacrime, che sono divenute il pane dei miei giorni e delle mie notti, mentre mi si chiede quotidianamente: « Ov’è il tuo Dio? » 91.

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Saint Augustine; Portrait by Philippe de Champaigne, 17th century

Saint Augustine; Portrait by Philippe de Champaigne, 17th century dans immagini sacre 800px-Saint_Augustine_by_Philippe_de_Champaigne

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SANT’AGOSTINO – 28 AGOSTO

http://www.oilproject.org/lezione/filosofia-agostino-ippona-confessioni-de-civitate-dei-filosofia-riassunto-10702.html

SANT’AGOSTINO – 28 AGOSTO

Vita e opere principali

Aurelio Agostino nasce nel 354 a Tagaste, l’attuale Souk Ahras, in Algeria. Il padre, Patrizio, è pagano, mentre la madre, Monica, è cristiana ed esercita sul figlio una profonda influenza. Agostino compie i suoi studi a Madaura, Tagaste e Cartagine, dove trascorre l’adolescenza: un periodo molto disordinato e privo di limiti morali, come egli stesso lo definirà nelle Confessioni molti anni più tardi.
L’interesse per la filosofia cominca quando, a diciannove anni, ha modo di leggere l’Hortensius di Cicerone: un’esortazione alla filosofia con elementi vicini al Protrettico aristotelico. Insegna retorica 373 a Tagaste dal 373 e poi dal 374 fino al 383 a Cartagine, per poi muoversi prima a Roma e successivamente a Milano, dove ottiene la cattedra municipale sempre della stessa disciplina. Proprio durante il soggiorno milanese nel filosofo, legato dal 374 alla setta dei manichei, matura la volontà di convertirsi al cristianesimo. Sempre a Milano ha modo di conoscere il vescovo Ambrogio, la cui frequentazione gli permette di avere accesso a un’esegesi allegorica della Sacra Scrittura e di approfondire le conoscenze filosofiche neoplatoniche. Tra i ventisei e i ventisette anni Agostino compone il suo primo libro, intitolato De pulchro et apto (Sul bello e sul conveniente), di cui non sono rimasti frammenti.
In seguito si ritira nella villa di Verecondo, dove diviene animatore di dibattiti filosofici tra una cerchia ristretta formata da amici e parenti. Da queste riflessioni nascono quattro opere: Contra academicos (Contro gli accademici), De beata vita (Sulla beatitudine), De ordine (Sull’ordine) e Soliloquia (Soliloqui). Nel 387 riceve il battesimo da Ambrogio e sviluppa il desiderio di diffondere il pensiero cristiano. Dopo aver intrapreso un progetto enciclopedico incentrato sulle arti liberali (ma di cui Agostino compone solo il De grammatica e il De musica), decide di soffermarsi sul rapporto tra la natura e l’uomo, analizzando attentamente l’anatomia dell’esperienza interiore, sulle orme della filosofia di Plotino. Nascono, in questo periodo, il De quantitate animae, nel quale studia l’origine dell’anima e i motivi per cui è legata al corpo; e il De libero arbitrio, nel quale affronta il problema del male e le sue conseguenze. Nel 388 ritorna in Africa dove compone il De magistro, opera in cui discute sulle conseguenze dell’insegnamento e dell’educazione alla verità nel campo della pedagogia.
Con il trascorrere del tempo, la filosofia di Agostino si interseca sempre più strettamente con le religione cristiana, come si nota nel De Genesi contra manichaeos e, nel 390, nel De vera religione, dove si conclude che la vera filosofia coincide nella sua ricerca e nei suoi obiettivi con la vera religione. L’anno seguente Agostino viene ordinato sacerdote e, nel 395, è eletto vescovo di Ippona, decidendo di concentrare la propria azione rivolta contro quei movimenti religiosi o quelle questioni teologiche in aperto contrasto con le posizioni di Roma. Dopo la composizione del De civitate Dei (La città di Dio), in cui elabora il concetto di storia, lo raggiunge la morte, durante l’invasione vandalica del 430 a Ippona.
Centrali per comprendere il pensiero agostiniano sono le Confessioni (in tredici libri, e composte tra il 397 e il 401), scritto autobiografico strutturato come preghiera e ringraziamento a Dio, che si conclude con un commento sui primi capitoli della Genesi, e il De Trinitate, che segna l’inizio delle riflessioni sulla Trinità all’interno della patristica latina.

Ragione e Fede
Agostino inaugura una nuova tradizione filosofica cristiana, che pone al centro della riflessione il rapporto tra fede e ragione: strettamente unite, sia la fede che la ragione sono divine e necessarie ai fini della fede. La teoria agostiniana si potrebbe sintetizzare nella duplice formula credo ut intelligam (credo per capire) eintelligo ut credam (capisco per credere); tale formula implica:
- che la ragione, senza la fede, non possa comprendere la realtà (come si potrebbe altrimenti spiegare lo scopo del nostro essere nel mondo, o la nostra esistenza?)
- che la fede, senza la ragione, non riesca a comprendere i dogmi religiosi (come la Trinità o la transustanziazione)
Scrive Agostino nel De vera religione:
Con l’armonia del creato [...] s’accorda anche la medicina dell’anima, somministrata a noi per ineffabile bontà della divina Provvidenza. Questa medicina agisce in base a due principi: l’autorità e la ragione. L’autorità esige la fede e avvia l’uomo alla ragione; la ragione conduce all’intendimento consapevole. [...] i motivi d’ossequio all’autorità sono più che mai evidenti quand’essa sancisce una verità inoppugnabile anche per la ragione; e, nella Trinità, facendo riferimento alla citazione di Isaia se non avete fede, non potrete intendere, afferma che l’uomo deve essere intelligente, per cercare Dio.

Dio e l’uomo
Agostino identifica il problema dell’uomo con il problema del singolo. Estremamente innovativa è la concezione di uomo, immagine di Dio e della Trinità, che presenta interiormente una struttura trinitaria e ha conseguentemente insita in sé la possibibilità di conoscere Dio.
L’essere umano è quindi composto da tre facoltà:
- L’Essere, poiché possiede la memoria che è esistenza
- L’Intelletto, poiché ha la capacità di comprendere
- L’Amore, o la Volontà
Come scrive Agostino: “noi esistiamo, sappiamo di esistere e amiamo il nostro essere e la nostra conoscenza”; come nota a questo proposito Etienne Gilson:
[...] il nostro pensiero è il ricordo di Dio, la conoscenza che ve lo ritrova è l’Intelligenza di Dio, e l’amore che procede dall’uno e dall’altro è amore di Dio.
Se, dunque, nell’anima si rispecchia Dio occorre raggiungere il nostro nucleo più profondo per rintracciare al di là di questo la verità e Dio:
[...] non cercare fuori di te, ritorna in te stesso, la verità abita nell’interno dell’uomo; e se troverai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso 1.
Il processo di conoscenza della verità inizia con l’eliminazione del dubbio scettico, il quale si autoelimina poiché, nel momento in cui pretende di negare la verità, la riafferma. Secondo questo ragionamento infatti, chi dubita della verità è certo di dubitare, e se dubita, è certo anche di esistere e di pensare; dunque, nel dubbio c’è una certezza che sottrae l’uomo dallo stesso dubbio e lo pone in rapporto con la verità.
Successivamente, Agostino espone nache una teoria del processo conoscitivo. La sensazione, innanzitutto, viene definita come la rappresentazione di un oggetto tratta dall’anima all’interno di sè, nel momento in cui i nostri sensi vengono colpiti da oggetti sensoriali. Questa, tuttavia, è solo il primo grado di conoscenza: l’anima, infatti, mostra la sua autonomia rispetto agli enti sensibili, giudicandoli, con la ragione, sulla base di criteri immutabili e perfetti. Ciò nonostante essendo la nostra ragione suscettibile di mutamento e di errore, dobbiamo concludere che al di sopra della nostra mente vi è un criterio o una legge che si chiama Verità. Essa è colta dal puro intelletto – più precisamente dalla mens, ossia dalla parte più elevata dell’anima – ed è costituita dalle Idee, diverse dalle realtà intellegibili platoniche, in quanto derivate da Dio, il quale illumina la mente umana (secondo la cosiddetta teoria dell’illuminazione).
Raggiunta la Verità, l’uomo ha raggiunto anche Dio. Infatti, prerogativa di Dio è la capacità di rendere intellegibili tutte le cose e la Verità si identifica proprio con l’essere che illumina la ragione umana. Essa, in particolare, coincide con il Logos di Dio, ossia con la Seconda persona della Trinità. Ma Dio possiede anche l’attributo dell’Essere, in quanto egli è colui che è, ovvero il sommo essere, la somma essenza, è colui che ha dato l’essere alle cose da Lui create. L’altro attributo è quello dell’Amore o del Bene, in quanto egli non riceve la sua bontà da un altro bene, bensì è il Bene di ogni bene. Infine, se la Verità si identifica con il Figlio, l’Essere si identifica con il Padre, mentre l’Amore si identifica con lo Spirito Santo.

La concezione della Storia
Nella Citta di Dio, Agostino sostiene che l’alternativa tra il vivere “secondo la carne” e il vivere “secondo lo spirito”, presente in ogni individuo, si ritrovi nella storia. Essa è dominata da un’eterna lotta tra la Città Terrena e la Città Celeste. La Città Terrena, nata dopo la caduta di Adamo e fondata da Caino, ospita gli uomini“dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri”, e quelli che aspirano alla gloria; la Città Celeste, invece, ha origine con gli angeli e con la comunità di quegli uomini giusti che hanno scoperto Dio e che “si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità”. L’impero Romano, nato dal fratricidio di Romolo (che richiama quello di Caino), è la più alta espressione della Città Terrena. Lo Stato, tuttavia, non viene considerato un male poiché mira a garantire il bene temporale dei suoi membri; ciò nonostante, i beni materiali non devono diventare il fine ultimo da perseguire. Le due città al momento sono unite e insieme confuse, ma con il Giudizio Universale saranno finalmente divise. Per quanto riguarda la storia, Agostino la dividein sei epoche, in riferimento ai sei giorni della creazione: la prima va da Adamo al diluvio universale, la seconda da Noè ad Abramo, la terza da Adamo a Davide, la quarta da Davide sino alla cattività Babilonese, la quinta arriva alla natività di Cristo e la sesta comincia con la nascita di Cristo e si concluderà con il suo ritorno e la fine del mondo.
Nell’opera, come ha sostenuto Karl Lowith, viene presentato uno sviluppo a posteriori della storia: infatti secondo Agostino il tempo storico, cambiando e procedendo cronologicamente, favorisce il progresso. Agostino con questa nozione sostituisce la visione ciclica precendente con una lineare, a indicare lo sviluppo progressivo: il punto iniziale è l’Eden, segue la caduta e infine vi sarà la redenzione con il Giudizio Universale. Questa concezione ha avuto molta fortuna nei secoli successivi ed è stata oggetto di critica solo dal Settecento in poi con Vico, Nietzsche e Heidegger.

Il problema del male
Un altro problema nodale nella riflessione agostiniana è quello inerente al male, inteso come problema metafisico, fisico e morale. La questione nasce dalla domanda “Si deus est, unde malum?” Ossia da dove deriva il male se Dio esiste? Perché Dio, infinitamente buono, ammette il male? Agostino, nel tentativo di rispondere a questa domanda, critica:
- Il Manicheismo, che ammette l’esistenza di due principi opposti nel mondo in eterna lotta tra loro: il Bene e il Male. A questa tesi egli oppone una nozione del male quale “deficienza” e privazione di bene. Inoltre rivendica, in contrapposizione alla passività dell’uomo di fronte allo scontro tra principi trascendenti sostenuta dai manichei, l’attività e l’unità della coscienza consapevole di aderire al bene o al male.
- Il Pelagianesimo, che, partendo da una critica sulla dottrina del peccato originale, sostiene che l’uomo sia in grado di raggiungere la salvezza senza l’ausilio della grazia divina. A questa tesi, Agostino reagisce difendendo il traducianesimo, secondo cui l’anima viene trasmessa di padre in figlio, che con Adamo e in Adamo aveva peccato tutta l’umanità, trasformandosi in una massa dannata. Dopo il peccato originale, dunque, solo l’infinita bontà di Dio può salvare alcuni predestinati, concedendo loro la forza di infrangere il peccato originale.
- Il Donatismo, che, fondato sul principio di assoluta intransigenza della Chiesa di fronte allo Stato, prevede che il clero non abbia contatti con le autorità civili, poiché perderebbe la sua capacità di amministrare i sacramenti. Contro il donatismo Agostino afferma allora la validità dei sacramenti indipendentemente dalla persona che li amministra, spiegando che è Dio che opera attraverso il sacerdote.

 

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SANT’AGOSTINO, LE CONFESSIONI, LIBRO XI: LA PAROLA CREATRICE DI DIO

http://www.augustinus.it/italiano/confessioni/index2.htm

SANT’AGOSTINO, LE CONFESSIONI, LIBRO XI: LA PAROLA CREATRICE DI DIO

Ricorso a Dio per comprendere le Scritture
3. 5. Fammi udire e capire come in principio creasti il cielo e la terra 44. Così scrisse Mosè, così scrisse, per poi andarsene, per passare da questo mondo, da te a te. Ora non mi sta innanzi. Se così fosse, lo tratterrei, lo pregherei, lo scongiurerei nel tuo nome di spiegarmi queste parole, presterei le orecchie del mio corpo ai suoni sgorganti dalla sua bocca. Se parlasse in ebraico, invano busserebbe ai miei sensi 45 e nulla di lì giungerebbe alla mia mente. Se invece in latino, saprei che dice; ma come saprei se dice il vero? E anche se lo sapessi, da lui lo saprei? Dentro di me piuttosto, nell’intima dimora del pensiero la verità, non ebraica né greca né latina né barbara, mi direbbe, senza strumenti di bocca e di lingua, senza suono di sillabe: « Dice il vero ». E io subito direi sicuro, fiduciosamente a quel tuo uomo: « Dici il vero ». Invece non lo posso interrogare; quindi mi rivolgo a te, Verità 46, Dio mio, da cui era pervaso quando disse cose vere; mi rivolgo a te: perdona i miei peccati 47. E tu, che concedesti al tuo servo di enunciare questi veri, concedi anche a me di capirli 48.

Esistenza e creazione del mondo
4. 6. Ecco che il cielo e la terra esistono, proclamano con i loro mutamenti e variazioni la propria creazione. Ma tutto ciò che non è stato creato e tuttavia esiste, nulla ha in sé che non esistesse anche prima, poiché questo sarebbe un mutamento e una variazione. Ancora proclamano di non essersi creati da sé: « Esistiamo, per essere stati creati. Dunque non esistevamo prima di esistere, per poterci creare da noi ». La voce con cui parlano è la loro stessa evidenza. Tu dunque, Signore, li creasti, tu che sei bello, poiché sono belli; che sei buono, poiché sono buoni; che sei, poiché sono. Non sono così belli, né sono così buoni, né sono così come tu, loro creatore, al cui confronto non sono belli, né son buoni, né sono. Lo sappiamo, e ne siano rese grazie a te, sebbene il nostro sapere paragonato al tuo sia un ignorare.

Attività umana e creazione divina
5. 7. Ma come creasti il cielo e la terra 49? quale strumento impiegasti per un’operazione così grande? Non ti accadde certamente come a un uomo, che, artista, riproduce in un corpo le forme di un altro corpo seguendo i cenni dello spirito, capace d’imporre entro certi limiti le immagini che vede dentro di sé con l’occhio interiore: e come sarebbe capace di tanto, se non per essere stato creato da te? Lo spirito impone le sue immagini su qualcosa che già esiste e possiede quanto basta per esistere, come la terra o la pietra o il legno o l’oro o qualsiasi altro materiale di tale genere. Ora, fuori dalla tua azione, da dove potrebbero derivare queste materie? Tu desti all’artista un corpo, tu uno spirito, che comanda le membra, tu la materia, con cui attua l’opera, tu l’ingegno, con cui acquistare l’arte e vedere dentro ciò che attuerà fuori di sé; tu i sensi del corpo, per il cui mezzo trasferire dallo spirito alla materia l’opera e ragguagliare poi lo spirito sulla sua attuazione, affinché quest’ultimo consulti in se stesso la verità che lo governa, sulla bontà dell’opera attuata. Tutte queste cose ti lodano come creatore di tutte le cose. Ma tu come le crei? come creasti, o Dio, il cielo e la terra? Non certo in cielo e in terra creasti il cielo e la terra; nemmeno nell’aria o nell’acqua, che pure appartengono al cielo e alla terra. Nemmeno creasti l’universo nell’universo, non esistendo lo spazio ove crearlo, prima di crearlo perché esistesse. Né avevi fra mano un elemento da cui trarre cielo e terra: perché da dove lo avresti preso, se non fosse stato creato da te, per crearne altri? ed esiste qualcosa, se non perché esisti tu? Dunque tu parlasti, e le cose furono create 50; con la tua parola le creasti 51.

Parola umana e Verbo divino
6. 8. Ma come parlasti? Forse così, come uscì la voce dalla nube e disse: « Questo è il Figlio mio diletto » 52? Fu, quella, una voce che si produsse e svanì, ebbe un principio e una fine; le sue sillabe risuonarono e trapassarono, la seconda dopo la prima, la terza dopo la seconda e così via, ordinatamente, fino all’ultima dopo tutte le altre, e al silenzio dopo l’ultima. Ne risulta chiaramente che venne prodotta dal moto di una cosa creata, ministra temporale della tua verità eterna; e queste tue parole formate temporaneamente furono trasmesse dall’orecchio esteriore alla ragione intelligente, il cui orecchio interiore è accostato alla tua parola eterna. Ma la ragione, confrontando queste parole risuonate nel tempo, con la tua parola silenziosa nell’eternità, disse: « È cosa assai diversa, assai diversa. Queste parole sono assai più in basso di me, anzi neppure sono, poiché fuggono e passano. La parola del mio Dio invece permane sopra di me eternamente 53″. Se dunque con parole sonore e passeggere ti esprimesti per creare il cielo e la terra, e così creasti il cielo e la terra, esisteva già prima del cielo e della terra una creatura corporea, i cui movimenti, avvenendo nel tempo, trasmettevano temporaneamente quella voce. Ma prima del cielo e della terra non esisteva alcun corpo, o, se esisteva, l’avevi creato certamente senza una voce passeggera, per trarne una voce passeggera con cui dire che fossero creati il cielo e la terra. Qualunque fosse l’elemento necessario a formare una tale voce, non sarebbe affatto esistito fuori dalla tua creazione; ma per creare il corpo necessario a tali parole, con quali parole avresti parlato?

Eternità del Verbo
7. 9. Così ci chiami a comprendere il Verbo, Dio presso te Dio 54, proclamato per tutta l’eternità e con cui tutte le cose sono proclamate per tutta l’eternità. In esso non finiscono i suoni pronunciati, né altri se ne pronunciano perché tutti possano essere pronunciati, ma tutti insieme ed eternamente sono pronunciati. In caso diverso vi si troverebbe già il tempo, e mutamenti, e non vi sarebbe vera eternità né vera immortalità. Lo so, Dio mio, e ti ringrazio 55; lo so, te lo confesso, Signore, e lo sa con me, e ti benedice, chiunque non è ingrato verso la verità sicura. Noi sappiamo, Signore, sì, sappiamo che una cosa muore e nasce in quanto cessa di essere ciò che era, e comincia a essere ciò che non era. Nulla dunque nella tua parola scompare o appare, poiché davvero è immortale ed eterna. Con questa parola coeterna con te enunci tutto assieme e per tutta l’eternità ciò che dici, e si crea tutto ciò di cui enunci la creazione. Non in altro modo, se non con la parola, tu crei; ma non per questo si creano tutte assieme e per tutta l’eternità le cose che con la parola crei.

Il Verbo nel tempo
8. 10. Perché ciò, di grazia, Signore Dio mio? Lo vedo in qualche modo, ma come esprimerlo non so. Forse così: ogni essere che comincia e finisce, comincia e finisce quando la tua ragione eterna riconosce che doveva cominciare o finire, la tua ragione, ove nulla comincia né finisce. Questa ragione appunto è il tuo Verbo, che è anche il principio, perché anche ci parla 56. Parlò nel Vangelo mediante la carne e risuonò esteriormente alle orecchie degli uomini, affinché credessero in lui e lo cercassero in sé e lo trovassero nella verità eterna, ove il buono e unico Maestro 57 istruisce tutti i suoi discepoli. Ivi odo la tua voce, Signore, la quale mi dice che chi ci parla ci istruisce, chi non ci istruisce, per quanto parli, non ci parla. Ora, chi ci istruisce, se non la verità immutabile? Anche quando siamo ammoniti da una creatura mutabile, siamo condotti alla verità immutabile, ove davvero impariamo, ascoltando immoti. Ci prende la gioia alla voce dello sposo 58, che ci restituisce a Colui da cui veniamo. Perciò è il principio. Se non fosse stabile, mentre noi erriamo, non avremmo dove ritornare. Invece quando torniamo dai nostri errori, torniamo appunto perché conosciamo, e conosciamo perché lui ci insegna, in quanto è il Principio e ci parla 59.

Il lume della Sapienza
9. 11. In questo principio, o Dio, creasti il cielo e la terra 60: cioè nel tuo Verbo, nel tuo figlio, nella tua virtù, nella tua sapienza, nella tua verità, con una parola straordinaria compiendo un atto straordinario. Chi potrà comprenderlo? chi descriverlo? Cos’è, che traspare fino a me e mi colpisce il cuore senza ferirlo? Timore e ardore mi scuotono: timore, per quanto ne sono dissimile; ardore, per quanto ne sono simile. La Sapienza, la vera Sapienza traspare fino a me, squarciando le mie nubi, che mi ricoprono, quando nuovamente mi allontano da lei, entro l’alta foschia del mio castigo. Il mio vigore si è indebolito nell’indigenza 61 tanto da non poter tollerare il mio bene; finché tu, Signore, divenuto benigno verso tutte le mie malvagità, guarisca ancora tutte le mie debolezze. Riscatterai dalla corruzione la mia vita, m’incoronerai di commiserazione e misericordia, sazierai nei beni il mio desiderio, perché la mia giovinezza si rinnoverà come quella dell’aquila 62. Nella speranza fummo salvati e con pazienza attendiamo 63 le tue promesse. Chi può, ascolti la tua parola dentro di sé; io fiducioso griderò col tuo oracolo: « Quale magnificenza, Signore, le tue opere; tu creasti tutto nella tua sapienza » 64. Essa è il principio, e in quel principio creasti il cielo e la terra.

La morte di Santa Monica ad Ostia

La morte di Santa Monica ad Ostia dans immagini sacre jpg_MORT-STE-MONIQUE

http://rouen.catholique.fr/spip.php?article1837

Publié dans:immagini sacre |on 27 août, 2015 |Pas de commentaires »
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