Archive pour juillet, 2015

Jesus and disciples in boat

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Publié dans:immagini sacre |on 31 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

LA CONVERSIONE E IL PECCATO

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LA CONVERSIONE E IL PECCATO

ARCHIMANDRITA MARCO (DON VINCENZO)

Esistono due tipi di conversione: una conversione profonda e una superficiale.
La conversione profonda tocca tutto l’essere umano: il suo intelletto, la sua affettività, il suo volere, ecc. La conversione invece superficiale non tocca il centro dell’uomo, ma solo l’esteriorità, per cui è legata alla forma: luoghi, celebrazioni, euforia, per cui venendo a mancare queste cose, l’individuo si sentirà deluso e ingannato.
Succede che nei gruppi di preghiera o nei movimenti sorti dopo il Concilio, l’individuo scopra una realtà che nella Chiesa « ufficiale », non ha mai trovato: la gioiosa euforia della preghiera, la cordialità dei membri, l’accoglienza del presidente, ecc. Tutte cose che lasciano nell’individuo un desiderio di aderire e di cambiare vita.
Se a tutto ciò non segue una lunga catechizzazione con la relativa maturità della fede, l’individuo non persevererà, ma se a tutto ciò seguirà una volontà di approfondire e di accettare la fede nel Cristo della resurrezione e della croce (kenosi e gloria non possono essere distaccate), allora la conversione sarà autentica e duratura poiché è stata inserita nell’intimo del cuore dell’individuo e lo ha portato all’opzione fondamentale, opzione questa che è capace di far superare all’individuo ogni disperazione e ogni peccato, dandogli la forza anche del martirio.
In un convertito del genere il peccato non sarà mai tanto forte da estirpare l’opzione per Cristo, per cui, mi sembra che in tale persona non possa regnare il peccato che genera la morte, come afferma Giovanni nella sua I lettera: « Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio » (1Gv 3,9), e ancora: « Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita;…c’è però un peccato che conduce alla morte… Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte » (1Gv 5,16-17).
Cosa è dunque il peccato che conduce alla morte?
A me pare che si possa definirlo come il peccato che toglie l’opzione per Dio, cioè conduce la persona al disprezzo di Dio e del suo piano di amore la salvezza dell’uomo.
E’ il peccato di autosufficienza che porta all’odio di Dio.
Sempre Giovanni ci aiuta a capire questa tremenda realtà: « Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio » (Gv 15,22-24).
Il peccato è dunque non credere in Cristo inviato dal Padre per la salvezza dell’uomo. Non è l’ateismo il peccato, ma il disprezzo, cioè l’odio per il piano di Dio. Colui che non crede che : « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna » (Gv 3,16), disprezza Dio, non gliene importa niente. La fede non è credere in Dio, perché anche i demoni credono in Dio e tremano ( cfr Gc 2,19), ma credere significa accettare Dio, rivelato in Cristo, quale signore e salvatore della vita dell’uomo.
Possiamo anche dire che esistono due generi di peccato: uno dovuto alla fragilità umana, l’altro invece dovuto al cuore dell’uomo che non accetta Dio come suo signore. Questo peccato è il peccato contro lo Spirito Santo che non può essere rimesso, non perché Dio non voglia, ma perché l’uomo non vuole, questo peccato conduce alla morte, e alla morte eterna.
Il ladro pentito sulla croce ha riconosciuto la signoria di Gesù e ha ottenuto immediatamente non solo il perdono dei peccati, ma anche la remissione della pena, ed entrato lo stesso giorno in Paradiso col Signore, l’altro ladro, invece, non ha voluto riconoscere nel Crocifisso, il Messia Signore, e non ne sappiano la sorte che gli è toccata (cfr Lc 23, 39-43).
Se dunque confesseremo con la nostra bocca che Gesù è il Signore, e crederemo con il nostro cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, saremo salvi (cfr Rm 10,9).

Publié dans:meditazioni, Ortodossia |on 31 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

OMELIA XVIII DOMENICA DEL T.O.

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2 AGOSTO 2015 | 18A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

18A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO 2015

Per cominciare
Prosegue la lettura del capitolo sesto di Giovanni, iniziata domenica scorsa. Dopo lo spettacolare miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù invita la folla a riflettere su colui che ha compiuto questo prodigio e di aprirsi a un altro pane, che li sfamerà per sempre.

La parola di Dio
Esodo 16,2-4.12-15. La liberazione dall’Egitto è stata grandiosa, ma il viaggio nel deserto si fa difficile e gli ebrei si lamentano con Mosè e Aronne, che chiedono pane e carne. Dio risponde mandando al popolo la manna e le quaglie.
Efesini 4,17.20-24. Agli Efesini Paolo ricorda che sono diventati nuove creature con il battesimo, abbandonando la precedente vita pagana e la loro vecchia condotta. E li esorta a non smettere di rinnovarsi e di vivere la vita nuova.
Giovanni 6,24-35. Dopo la moltiplicazione del pane, Gesù si ritira in un luogo solitario per pregare, ma la gente continua a cercarlo. Il miracolo li ha colpiti e sono vivamente interessati a non chiudere quell’esperienza. Gesù inizia con loro un dialogo che si farà man mano più intenso, nel quale rivelerà fino in fondo la propria identità.

Riflettere…
o La prima lettura di questa domenica, tratta dall’Esodo, si collega indubbiamente al vangelo. Il riferimento è alla manna e alle quaglie, ma anche alla figura di Mosè. Nell’episodio di Cafarnao la manna viene nominata cinque volte come simbolo del « pane di vita ». Ma in Giovanni è ben presente anche Mosè, che è ricordato per ben 13 volte nel suo vangelo.
o La manna, cibo che scende dal cielo, è stato un segno prodigioso dell’amore di Dio e venne considerata in seguito un cibo spirituale, che rimandava a significati più alti: « Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore » (Dt 8,2-3).
o Secondo alcuni biblisti, quaglie e manna potrebbero essere fenomeni naturali, essendo presenti ancora al giorno d’oggi. Le quaglie emigrano a stormi fra l’Africa, l’Arabia e i paesi del Mediterraneo e sostano anche nella penisola del Sinai. Quanto alla manna, sarebbe la secrezione biancastra di un arbusto che cresce nel deserto del Sinai, la Tamarix mannifera. « Dio avrebbe dunque nutrito il suo popolo facendogli trovare questi alimenti lungo il cammino; divennero il segno della sua protezione e del suo amore. Le quaglie e la manna apparvero, ai credenti, doni del cielo » (Ferdinando Armellini).
o Il capitolo sesto di Giovanni, che stiamo leggendo da domenica scorsa, è specialissimo. Non solo perché si distende per oltre 70 versetti (la liturgia, oltre a questa, ce lo proporrà nelle prossime tre domeniche), ma perché Gesù si concede alle folle intrecciando un dialogo spiritualmente ricchissimo e con gente che non appare particolarmente preparata a comprenderlo. Gesù si rivela loro apertamente, così come ha fatto con la samaritana, alla quale ha detto qualcosa che richiama da vicino questo momento: « Se uno beve l’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna » (Gv 4, 14).
o La folla va in cerca di Gesù. Lo cercano perché hanno mangiato e si sono saziati. Sono semplicemente curiosi e soprattutto interessati al pane materiale, al miracolo sensazionale. Non vanno oltre nei significati possibili del clamoroso prodigio a cui hanno assistito e partecipato. Sono perfino disposti a riconoscere che Gesù è l’atteso messia e a farlo re, perché scuota il giogo del dominio straniero e risolva i loro problemi. Ma non saranno disposti ad andare oltre.
o Il dialogo comincia con una domanda banale: « Rabbì, quando sei venuto qua? ». Gesù invece li provoca e li invita a « darsi da fare » non per ottenere ancora quel pane materiale destinato a perire, ma ad aprirsi a lui, che può dare un pane « che dura per la vita eterna ».
o La folla ancora una volta non pare capire, o non intende ancora sbilanciarsi, e domanda: « Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? ». Gesù risponde senza mezzi termini: Dovete credere che « io sono il pane che discende dal cielo, mandato dal Padre e che dà la vita al mondo. Pane che sfama per sempre ».
o Ma alla folla non basta il miracolo grandioso compiuto da Gesù, chiede nuovi segni per poter credere, segni più convincenti. Come se la moltiplicazione dei pani e dei pesci non reggesse il confronto con il miracolo della manna e delle quaglie dati al popolo da Mosè nel deserto per 40 anni.
o Gesù gioca quindi a carte scoperte e dice: « Sono io la manna che aspettavate ». Tra gli ebrei vi era una credenza secondo la quale il messia sarebbe venuto in una festa di Pasqua e allora sarebbe cominciata a cadere la manna dal cielo. Gesù precisa che non è stato Mosè a dare agli esiliati il pane del cielo, perché Mosè stesso se ne è cibato, come gli altri. È stato il Signore a dare la manna. Mosè ha solo riconosciuto l’origine del dono e ha invitato il popolo a ringraziare.
o Ed ecco l’invito proposto nel modo più esplicito: sollevatevi dal pane materiale, che può soddisfare la fame soltanto per un giorno e datevi a bisogni più alti. Voi cercate qualcosa che al momento vi interessa molto, ma ciò di cui avete bisogno è altro e non lo sapete.
o Certo nutrirsi ha la sua importanza. E Gesù lo ha ben dimostrato facendo il miracolo. Ma il suo non è stato soltanto un gesto di umanità, di solidarietà sociale. Agli ascoltatori, che credono di essere esonerati dalla fatica per il cibo quotidiano chiedendo: « Signore, dacci sempre questo pane » – esattamente come la Samaritana aveva chiesto l’acqua promessa per sentirsi sollevata dall’impegno di andare al pozzo ogni giorno (Gv 4,15) – Gesù chiarisce fino in fondo il senso del discorso: « Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! ». Egli è venuto da Dio, perché coloro che lo accolgono « abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza » (Gv 10,10).
o Dal punto di vista teologico, tutta la scena è orientata verso una fede esplicita nei confronti di Gesù e nello stesso tempo ha un chiaro significo eucaristico. Un’indicazione ci viene anche dal fatto che dal versetto 23 si parla di « pane » al singolare e non dei « pani ». E per esprimere l’azione di grazie, Gesù usa il verbo eucharisteo.

Attualizzare
* Gesù si rivela e si direbbe che lo faccia di preferenza con la gente semplice, meno complicata, a volte nemmeno in grado di capire. Pensiamo al discorso così profondo che ha intessuto con la samaritana (Gv 4,1-26), che poi si fa annunciatrice entusiasta del messia tra i suoi compaesani.
* Ma si rivela anche al notabile Nicodemo, che è incuriosito dalle parole e dai miracoli di Gesù. Anche quest’uomo trova difficile comprendere e accettare fino in fondo ciò che Gesù dice. In seguito però prenderà le sue difese davanti al sinedrio (Gv 7,50) e alla fine si occuperà della sepoltura di Gesù (Gv 19,39).
* Quella folla si ferma al miracolo, le basta il miracolo. Non immagina e non cerca altro che il prodigio e la possibilità di perpetuarlo. Così si erano comportati i dieci lebbrosi guariti da Gesù: solo uno, un samaritano, comprende e torna indietro per « lodare Dio a gran voce, e per prostrarsi davanti a lui, ai suoi piedi, per ringraziarlo » (Lc 17,15). Solo questo samaritano ha capito che più importante della guarigione è colui che ha il potere di guarire.
* Gesù si rivela come colui che è in grado di saziare la fame e spegnere la sete di ogni uomo. Noi ci rivolgiamo a tante fonti, siamo afferrati e spesso bloccati nella espansione del nostro spirito da tante cose che ci appesantiscono e ci condizionano.
* Dio ci dà anche il pane, cioè il necessario per vivere, e spesso anche di più, ma noi gli chiediamo altro, e ci comportiamo come bambini capricciosi che non vengono ascoltati nelle loro richieste, anche le più banali e inutili. Eppure Dio che « non esaurisce i nostri desideri, è fedele alle sue promesse » (Dietrich Bonhoeffer) e risponderà al nostro profondo bisogno di felicità e di autenticità.
* Altre volte non abbiamo fame, siamo sazi, indifferenti, apatici. È la malattia del consumismo. « Assicuratevi di portare con voi tutto il superfluo per il vostro inutile viaggio », ha scritto con ironia in vista dell’estate il quotidiano spagnolo El Pais.
* In compenso siamo denutriti nella fede. Non abbiamo il desiderio di ricercare, di approfondire, di vivere in una dimensione più a misura della nostra grandezza di figli di Dio. Ci basta il benessere assicurato, il conto in banca, una bella casa… Un piatto pieno di carne, la bocca piena di manna. Troppo poco per dare un senso alla nostra vita, per spegnere la nostra fame e la nostra sete. « Appena compresi che Dio esiste, capii che non potevo far altro che vivere per lui. Dio è così grande, c’è una tale differenza fra Dio e tutto ciò che non è Dio… » (Charles de Foucauld).
* Incontriamo oggi Gesù nella sua parola e nell’eucaristia. La parola diventa paradigmatica, le situazioni, i « sì » e i « no » attorno a Gesù, diventano i nostri « sì » e i nostri « no ». Le sue parole, che ci vengono riproposte, ci interpellano, ci sfidano, ci invitano a metterci sempre di più al suo seguito, alla sua scuola, a crescere nella fede in lui.
* La moltiplicazione dei pani si collega sicuramente all’eucaristia. Essa è il segno più esplicito che Gesù ci ha lasciato alla vigilia della sua Pasqua. Saremo invitati a rifletterci nelle prossime domeniche. Diciamo sin d’ora che non dobbiamo cadere nel facile tranello nel quale caddero i presenti alla moltiplicazione del pane. Dobbiamo vedere il pane e il vino dell’altare con fede, lasciandoci accompagnare dai riti, ma senza bloccarci nell’umile segno che è l’ostia, un piccolo pezzo di pane azzimo; e nemmeno nei vari riti che accompagnano la consacrazione.
* L’eucaristia non è solo un rito, né un oggetto di pietà, come un rosario o una candela. È Cristo stesso da vedere con gli occhi della fede. Il fatto strepitoso che Gesù continua a realizzare in ogni messa, ci faccia scoprire il suo volto con fede nuova, la possibilità di una esistenza più significativa, una nuova amicizia con Dio.

Il primo impulso dell’essere umano verso la felicità
« Nel suo essere frutto della terra e del lavoro dell’uomo, della natura e della cultura, il pane esprime il bisogno, ciò che davvero è necessario per vivere. Non a caso la parola pane indica cibo essenziale e non superfluo: quando diciamo che non c’è pane, evochiamo fame e carestia.
Chi mangia il pane con un altro non condivide solo lo sfamarsi, ma inizia con il condividere la fame, il desiderio di mangiare, che è anche il primo impulso dell’essere umano verso la felicità. E in tutto questo impariamo che la nostra fame non è solo di pane, ma anche di parole che escono dalla bocca dell’altro: abbiamo bisogno che il pane venga da noi spezzato e offerto a un altro, che un altro ci offra a sua volta il pane, che insieme possiamo consumarlo e gioire, abbiamo soprattutto bisogno che un Altro ci dica che vuole che noi viviamo, che vuole non la nostra morte ma, al contrario, salvarci dalla morte » (Enzo Bianchi, Il pane di ieri).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA

Rueil-Malmaison – Église Saint-Pierre Saint-Paul – Statue de Saint Pierre

Rueil-Malmaison - Église Saint-Pierre Saint-Paul - Statue de Saint Pierre dans immagini sacre
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Publié dans:immagini sacre |on 30 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

… PER DIRE A LUI: «VIENI» (LA VITA CONSACRATA UNA VOCAZIONE ANCORA ATTUALE)

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MONASTERI DI CLAUSURA tratto dal n. 12 – 2004

… PER DIRE A LUI: «VIENI»

Il prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata spiega il perché di una vocazione ancora attuale

di Franc Rodé C. M.

Da sempre una domanda sale dal cuore dell’uomo, domanda che esprime l’essenza ultima dell’umanità, che sale da ogni luogo e da ogni tempo, che trova casa nel più intimo, nel fondo dell’essere umano: «Di te ha sete, Signore, l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 62, 2).
Come scrive santa Teresa d’Avila nel suo Cammino di perfezione, «la sete esprime il desiderio di una cosa, ma un desiderio talmente intenso che noi moriamo se ne restiamo privi» (Cammino di perfezione XIX). La sete non è un problema dei giorni tristi o di circostanze sfortunate, non è un accidente, non è saltuaria ma è una condizione ordinaria, normale, eterna. Questa sete si traduce nel desiderio di una vita autentica, che affonda le sue radici nella profondità dell’essere e non in superficie, al centro, al cuore della persona e non ai margini: è sete di comunione, di amore, di incontro, di sguardi, di verità, di bellezza. È sete di un Dio che scende a passeggiare nel giardino alla brezza della sera.
Questo desiderio di Dio è desiderio di infinito, di perfezione; è la risposta agli interrogativi che pone la nostra condizione umana; è la consapevolezza che l’uomo non si spiega da solo, che noi e la realtà abbiamo senso solo alla luce di una realtà più grande, nascosta ai nostri occhi, ma percepita e desiderata dal nostro cuore. Questa sete di giorni e di eternità – di vita –, desiderio di una sorgente che zampilla per la vita eterna, può essere saziata: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me» (Gv 7, 37-38). Sant’Agostino, di cui quest’anno celebriamo il milleseicentocinquantesimo anniversario della nascita, nella celebre apertura delle sue Confessioni esprimeva efficacemente il bisogno insopprimibile che spinge l’uomo a cercare il volto di Dio: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». I contemplativi hanno risposto alla chiamata ad un Amore con la A maiuscola. Solo Dio è il loro Sposo, solo Lui può dissetare la loro sete: «Capacem Dei, quidquid Deo minus est non implebit», chi può contenere Dio, non può essere riempito da qualunque cosa che sia meno di Dio.
La vita dei contemplativi, dedita alla preghiera, all’intercessione orante, al lavoro semplice e povero, all’umile fraternità, evoca la cella del cuore, il luogo dell’incontro con l’Amato, in cui ciascuno è chiamato a vivere l’unione con lo Sposo, quel luogo dove l’intera esistenza umana trova pienezza di significato e di gioia.
La clausura è il luogo del deserto, in cui Dio unisce a sé l’amata, in un rapporto intimo e indissolubile: «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2, 16). Il deserto dove il bisogno dell’acqua, la sete si fa più insopprimibile, più urgente, questione di morte e di vita.
Ho avuto modo di respirare l’aria pulita e il soave profumo della vita totalmente dedita alla contemplazione, in una comunità della diocesi di Ljubljana, della quale sono stato padre e pastore per sette anni: la comunità delle Carmelitane Scalze di Sora. La clausura «accolta come dono e scelta come libera risposta di amore» (esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata, 59): venti donne, giovani, d’età o di voglia di vivere (è proprio vero che i contemplativi non invecchiano!).
Chi entra in quel monastero, come nei tanti monasteri di contemplative e di contemplativi sparsi nel mondo, avverte la gioia profonda, pura, semplice che vi regna; sperimenta come dai pugni serrati sulle nostre povere cose sia possibile passare alle braccia aperte di chi sa accogliere perché ha sperimentato la dolcezza dell’essere accolti, dell’essere eternamente amati, come si può passare dalla propria cisterna screpolata e sigillata, gelosa di sé stessa e delle proprie poche gocce di acqua amara, a una brocca versata, a un cuore aperto ai grandi bisogni degli uomini e della storia, aperto a chi cerca l’incontro, la comunione, aperto a tutti gli assetati e gli affamati di Dio e del suo amore.
La loro gioia, intima, profonda, che è purezza e nobiltà di tratto, si manifesta in un sorriso aperto, disponibile, negli occhi e nei volti trasfigurati dall’incontro con Dio, che trasforma poco a poco; si traduce in una comunità dove la volgarità e la falsità non trovano ostello, scalzate da un’atmosfera di verità e sincerità, dove abita un affetto libero da condizionamenti umani.
La clausura, in questo modo, oltre ad essere «il luogo della comunione spirituale con Dio», diventa il luogo della comunione di amore «con i fratelli e le sorelle», dove «la limitazione degli spazi e dei contatti opera a vantaggio dell’interiorizzazione dei valori evangelici» (VC 59).
Come scriveva santa Teresa di Lisieux, il posto dei contemplativi è nel cuore della Chiesa e la loro vocazione è l’amore: «Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore, e sarò tutto». Questi uomini e queste donne offrono la loro vita per la Chiesa, per i vescovi, per i sacerdoti, per quanti sono nel dubbio, per chi soffre, per chi è lontano da Dio e per tutte le tragedie e i bisogni dell’umanità: nonostante le grate – o, in qualche modo misterioso, proprio attraverso di esse – che materialmente le separano dal mondo, attraverso gli angusti e infiniti spazi della loro clausura, sono presenti con la loro vita di nascondimento, di amore e di sacrificio a tutti i drammi del mondo e della Chiesa. Diventano la sorgente a cui ogni uomo e ogni donna può attingere forza, gioia, serenità, coraggio, in una comunicazione continua, fatta di parole semplici, di richieste di preghiere, di vicinanza spirituale, di cui tutti coloro che bussano alla porta del monastero possono fare esperienza concreta.
La clausura è dunque il luogo dove la Chiesa sposa dà gloria al suo Sposo e, mossa dallo Spirito che la abita, grida a Lui: «Vieni!» (Ap 22, 17). Ogni contemplativo ripete, incessantemente e colmo di stupore, la preghiera di santa Maria Maddalena de’ Pazzi: «O Sposo, o Verbo, sempre ti voglio chiamare in questo modo. Deh, ammirate il mio Sposo Verbo, quanto è bello, quanto è grande, quanto è degno, quanto è risplendente la faccia sua. O Sposo, o mio amoroso Verbo! O creature da lui create che state a fare? Tutti vi invito a mirare e considerare la sua grandezza, la sua magnificenza e la gloria».

Publié dans:VITA CONSACRATA |on 30 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

L’IMITAZIONE DI CRISTO SOFFERENTE – DI TOMÁŠ ŠPIDLÍK

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4234

(ho conosciuto Spidlik anche se non bene, una persona straordinaria)

L’IMITAZIONE DI CRISTO SOFFERENTE

DI TOMÁŠ ŠPIDLÍK

“Un cristiano – dice San Giovanni Climaco – è uno che imita Cristo nella misura possibile all’uomo, in parole, in azioni, e in pensieri”. I semplici cristiani non devono credere facilmente di essere capaci di stati mistici. Ma una cosa è certa. La me­ditazione di Cristo sofferente non deve degenerare in qualche ‘dolorismo’ non naturale. Deve, al contrario, aiutarci a scoprire il senso positivo del dolore umano…
Nelle scuole dell’antico impero romano c’era anche un programma di insegnamento morale. Lo si faceva in modo molto concreto. Si proponevano ai giovani esempi da seguire: dei saggi, degli eroi morti per la patria, dei grandi strateghi, e degli uomini di governo. Quando dopo la pace di Costantino l’impero divenne ufficialmente cristiano, questo programma non corrispondeva più alle esigenze dei tempi. Si cercarono quindi di sostituire questi esempi pagani con esempi cristiani, cioè con i santi sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, dei martiri e dei cristiani perfetti apparsi nella storia della Chiesa. Essi furono commemorati anche nella liturgia. Si è formato anche un calendario che propone l’esempio di un determinato santo quel giorno o quell’altro dell’anno.
Nello stesso tempo i fedeli furono convinti che i santi sono come “un riflesso del sole e dell’acqua”. Qui si può osservare la luce senza essere accecati dallo splendore. Ma resta pur vero che il primo esempio ad essere contemplato e seguito è lo stesso Gesù Cristo.I suoi primi discepoli non avevano altro libro da imparare che tenere davanti ai loro occhi ciò che avevano veduto nel loro Maestro. Perciò nella storia della spiritualità il tema della imitazione di Cristo occupa un posto importante. “Un cristiano – dice San Giovanni Climaco – è uno che imita Cristo nella misura possibile all’uomo, in parole, in azioni, e in pensieri”.
Eppure ogni tanto venne qualche dubbio e qualche obiezione contro questo ideale. Lo espresse presempio Martin Lutero. Pensava che uno che imita un altro finisce per vederlo davanti a sè, separato da sè. In tal modo Cristo appare un ideale così sublime che l’uomo non può pretendere di essere capace imitarlo. Bisogna quindi che Cristo sia non “davanti a noi”, ma “dentro di noi”. In altre parole si dice, dobbiamo vivere non “secondo Cristo”, ma “in Cristo”, identificarci con Lui. Così si esprime già San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
La risposta a queste obiezioni è facile. E’ certo che Cristo non si può imitare come qualche eroe umano. Non ne abbiamo la forza. Ma i cristiani sono consapevoli che Cristo vive in loro per mezzo del suo Spirito ricevuto nel battesimo ed è in forza di questo Spirito che possiamo imitarlo secondo le nostre possibilità, lasciando che Lui stesso compia la sua opera in noi. I predicatori amano illustrare questo aspetto con un esempio. Si racconta che un giovane pittore sia stato un grande ammiratore del famoso maestro Domenichino. Decise di imitare uno dei suoi quadri in una chiesa. Lavorava con successo fino a quando doveva riprodurre il volto della persona. Per quanti sforzi facesse, il risultato era sempre negativo, usciva fuori sempre un volto differente. Disperato, buttò il pannello per terra. In quel momento si avvicinò un vecchio signore che già da lungo lo osservava, prese il pennello e con poca fatica finì il quadro. E questa volta era la vera riproduzione del grande maestro. Il giovane lo gurdò sbalordito: “Signore, lei è un angelo!”. Il vecchio sorrise: “No non sono un angelo, sono Domenichino”.
I santi hanno una simile esperienza. Dopo tanti fallimenti e dopo tante debolezze, sentono che Cristo vive in loro e che Lui stesso dipinge la sua immagine nel loro cuore. I pittori umani insegnano ai loro discepoli il metodo da seguire, il Mestro divino comunica a loro anche il suo talento.
Allora la via della imitazione di Cristo diventa facile. Lo si può illustrare con un altro esempio. La leggenda racconta che il santo principe Venceslao portava ai poveri legna e cibo nel duro inverno e in questa occasione andava a piedi nudi attraverso la neve. Il paggio che lo seguiva non sopportava il freddo e si lamentava. Allora il santo gli consigliò di mettere i suoi piedi accuratamente nelle sue tracce, nelle impronte sulla neve. Facendo così il paggio si sentì meravigliosamente riscaldato.
Frequentemente nei luoghi di pellegrinaggio è costruita una Via Crucis in forma vistosa. Ad ogni “stazione” è consacrata una cappella speciale. Le preghiere cor­rispondenti esortano i fedeli a meditare sui diversi mo­menti della passione del Salvatore e a riflettere sulla pro­pria vita, perché anch’essa è un cammino doloroso, ad imitazione di Gesù. Del resto una Via crucis si osserva in tutte le chiese cattoliche di rito latino.
Ma si sentono anche voci contrarie. Alcuni fanno obiezioni contro questo ‘dolorismo’ medievale e porta­no l’esempio delle icone delle Chiese orientali dove Cri­sto è rappresentato come glorioso, cioè come colui che ha vinto il male e tutte le sue conseguenze. Vederlo so­lo nella nella sua sofferenza diminuisce il suo valore e dissua­de dalla gioia di seguirlo. Inoltre vi si nota un modo di pensare troppo analitico che separa due aspetti di per sé indivisibili. Nella vita di Cristo vi è una “umiliazione fino alla morte’ e insieme la ‘glorificazione’ infinita. Sa­rebbero una ‘dopo’ l’altra, o vanno piuttosto insieme?
Nella prima metà di questo secolo il teologo orien­tale Sergej Bulgakov propose la sua spiegazione della ke­nosi di Cristo interpretando il testo fondamentale di San Paolo ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di na­tura divina… spogliò se stesso (in greco ekenosen, lette­ralmente: evacuò se stesso), facendosi obbediente fino alla morte e alla morte della croce; per questo Dio l’ha esaltato…» (Fil 2,5 ss). L’autore non vuol negare 1′inse­gnamento tradizionale secondo il quale Cristo ha sof­ferto eroicamente come uomo. Tuttavia, per compren­dere la sofferenza dell’uomo, si deve partire da Cristo Dio, non vi può essere una incoerenza fra l’atteggiamento umano e l’atteggiamento divino.
Anche nella vita divina in seno alla SS. Trinità il Fi­glio si ‘spoglia’, non tiene niente come proprio, rice­vendo tutto il pensiero, tutta la volontà dal Padre. Ma questa ‘umiliazione celeste’ costituisce la sua gloria e la sua beatitudine infinita, senza qualsiasi traccia di sof­ferenza. Incarnandosi, facendosi uomo, Cristo trasferi­sce questo stesso atteggiamento nella realtà del mondo peccaminoso che si ribella al Padre.
Ed a causa di que­sta resistenza del mondo peccaminoso, l’umiliazione del Figlio di Dio comporta la sofferenza che è insepara­bile da ogni situazione peccaminosa. Ma con questo non dobbiamo immaginarci che la beatitudine di Cristo Dio non esista più. In modo misterioso, la sofferenza e la beatitudine sono unite. La beatitudine è come un fuo­co che progressivamente brucia la sofferenza per arri­vare allo stato glorioso anche nell’umanità.
Questo vale solo per il Cristo individuale o anche per il Cristo mistico, per i suoi santi? I diari dei mistici ci insegnano che anche nella loro vita le grandi sofferen­ze si trasformavano in una gioia indicibile. Solo così poteva scrivere santa Teresa d’Avila: «O patire o mori­re», cioè senza la sofferenza la vita non mi interessa più. In altro luogo attesta che soffriva molto, ma che Dio non l’ha mai lasciata patire senza una consolazione particolare.
I semplici cristiani non devono credere facilmente di essere capaci di stati mistici. Ma una cosa è certa. La me­ditazione di Cristo sofferente non deve degenerare in qualche ‘dolorismo’ non naturale. Deve, al contrario, aiutarci a scoprire il senso positivo del dolore umano con la ferma convinzione che questo viene progressivamente superato dal fuoco divino, dalla luce splendente dello Spirito che risiede nei nostri cuori.

P. Tomáš Špidlík, insigne gesuita,cardinale dal 2003, nasce il 17 dicembre 1919 a Boskovice, in Moravia. I suoi studi vengono più volte interrotti a causa del lavoro giovanile forzato, imposto prima dai soldati tedeschi, poi dai soldati romeni, quindi dai russi.Nel 1949 Špidlík è ordinato sacerdote a Maastricht. Nel 1951 viene chiamato a Roma alla Radio Vaticana. I programmi di quella emittente, specie per i Paesi d’oltre cortina, erano un prezioso aiuto ad una libertà in pericolo di essere soffocata lentamente ma inesorabilmente. Dal suo impegno alla Radio Vaticana scaturirà una speciale missione che l’accompagnerà sempre e che lo farà conoscere in patria nonostante il dominio comunista. Le prediche domenicali in lingua ceca di p. Špidlík hanno suscitato un tale interesse da essere pubblicate e tradotte in varie lingue dell’Europa dell’Est, come in ceco, polacco, romeno., ma anche in italiano. L’opera di p. Špidlík è frutto di anni e anni di diligente ricerca e riflessione, insieme ad una grande, artistica sensibilità per la cultura contemporanea.Riportiamo una meditazione che parla del giusto rapporto con il Dio di Gesù Cristo che rifugge da ogni tipo di dolorismo, e non si accontenta di imitare la santità, ma cerca di viverla con la forza dello Spirito che opera dentro ognuno di noi.

FONTE: Tomas Spidlik, Conosci il Padre,Cristo e lo Spirito?, Edizioni Lipa, Roma, 2005, pp. 106-110.
(L’autore) Špidlík, scritti vari – autore: Tomáš Špidlík

Publié dans:PREDICHE, † Card. Tomas Spidlik |on 30 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

Jesus the carpenter

 Jesus the carpenter dans immagini sacre

http://www.laywhispers.com/bearing-witness/my-week-by-turlough-quinn-december-19-2013

Publié dans:immagini sacre |on 29 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

DELLA CREAZIONE – DALLE POESIE DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE,

http://disf.org/giovanni-della-croce-poesie-creazione

DELLA CREAZIONE

Autori rinascimentali e moderni

San Giovanni della Croce – 1591

DALLE POESIE DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE, OPERE (1959)

Fra le poesie del mistico spagnolo san Giovanni della Croce (1542-1591), proponiamo questo testo, dedicato alla creazione, come esempio di prospettiva cristocentrica rinascimentale. Ricollegandosi al pensiero di alcuni Padri, Atanasio di Alessandria (295-373) e Massimo il Confessore (580-662) in particolare, ed in continuità con l’intuizione di Giovanni Duns Scoto (1265-1308) circa il rapporto fra il Verbo incarnato e la creazione, san Giovanni della Croce immagina un mistico sposalizio fra il Verbo e il creato, premessa dello sposalizio fra il Verbo e l’essere umano (incarnazione), fra il Verbo e la Chiesa (presenza sacramentale). L’umanità di Gesù Cristo preesiste misteriosamente alla creazione, che Dio Padre inaugura per Amore del Figlio, allo scopo di consegnarla in dono a lui, come condizione di possibilità della sua umanità glorificata. Siamo di fronte ad una prospettiva cristocentrica, comune anche ad altri autori, secondo la quale l’intero “allestimento” della creazione è orientato non soltanto alla comparsa dell’uomo, ma anche all’incarnazione del Verbo-Figlio, che assume la natura umana quale frutto della paziente attesa dell’intero creato.
8
«Una sposa che t’ami o mio dolcissimo
Figliolo, ti vo’ dar,
che tua mercè s’abbelli, e così meriti
sempre con noi restar.

Vo’ che seduta al desco mio medesimo,
sappia qual bene ho in Te,
e che rapita da tue eccelse grazie
goda anch’essa con me».

«Deh! si faccia, o mio Padre, disse il Figlio,
si faccia pur così;
e a colei che tra tutte il tuo consiglio
in mia sposa aggradì,

La mia vaghezza e il mio chiaror medesimo
in dote sua darò,
affinché Te conosca e da Te sappia
venire il ben ch’io ho.

Reclinar la faro sovra i miei omeri,
e d’amor arderà,
sublimate in un santo eterno gaudio
per somma tua bontà».

9
«Facciasi dunque, disse il Padre allora,
come Tu meriti». E raggiante e bello
tosto dal nulla balzò il mondo fuora.

Era un superbo e ben adorno ostello
tutto in sapienza per la sposa eretto,
in due spazi diviso: ricco quello

che in alto s’apre per incanto eletto;
popolato quell’altro ch’è più in basso
d’un ordine di cose men perfetto.

E poi, perché la sposa, passo passo
conosce lo sposo e il suo valore,
essendo per natura in sé più crasso,

di sotto pose l’uomo; e nel fulgore
di quello più in sublime collocate,
degli Angeli costrusse le dimore.

Quantunque l’un dall’altro separato,
un corpo solo tra di loro si fanno,
congiunti assieme in così dolce stato

dall’alto amor che senza invidia e affanno
incentra entrambi nello stesso Sposo:
quelli di sopra in quanto che già l’hanno,

e quei di sotto in quanto che un ascoso
senso li accerta che li avranno anch’essi.
A questi intanto con un suon gioioso

Parla l’Eterno, ed ai loro cuor oppressi:
«Giorno, dice, verrà che il vostro stato
i’ degnerò dei miei soave amplessi.

Più alcuno allor vi sprezzarà: l’usato
splendor deposto, fatto a voi simile
sulla terra con voi sarò ospitato.

Un uomo allora sarà Dio; e umile
l’uom vedrà seco conversare Iddio
sopra la terra non più bassa e vile.

Appagando per giunta un voto mio,
sino alla fine, sotto oscuro veio,
in ricordo lasciarmi a voi desìo.

E quando poi fra lo splendor del cielo
tutti potremo ritrovarci stretti?
Capo alla Sposa come i’ son, anelo

di unirle i figli, i membri suoi, gli eletti.
Allora serrata sul mio ardente cuore,
l’inonderò dei miei divini affetti.

Poi, presentata al sommo pio Fattore,
Ei lieta la farà di sua amicizia.
Come il Padre il Figliuolo e il Santo Amore

Vive l’un nell’altro e si delizia,
Così, in quei Tre sommerso ogni desìo,
vivrà per tutti i secoli in letizia
la stessa vita che si vive Iddio».

Padre Nazareno dell’Addolorata O.C.D (a cura di), San Giovanni della Croce, Opere, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1959, pp. 986-989

Publié dans:poesie, San Giovanni della croce |on 29 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

LA SAPIENZA UMANA NEI DETTI DI GESÙ – di Rinaldo Fabris

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=113

LA SAPIENZA UMANA NEI DETTI DI GESÙ

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 7 dicembre 1996

La modalità più comune di sapere sapienziale è la piccola sentenza ritmica, nella forma del proverbio, espressione non tanto dell’erudizione quanto dell’amore intelligente.
Gesù si colloca all’interno della tradizione popolare della sapienza. Appare estraneo alla sapienza colta, coltivata a corte o presso il tempio.
L’immagine di un Gesù profeta apocalittico arrabbiato non corrisponde a quanto i vangeli ci trasmettono. Più veritiera è quella di saggio, sapiente, maestro.

Gesù « maestro »
Marco ci presenta Gesù, dopo l’annuncio programmatico del Regno, come un maestro che insegna con autorità (Mc 1,21-22), un’autorità che non gli deriva da titoli di scuola conseguiti. Gesù è un autodidatta, un sapiente carismatico.
Gesù è un terapeuta itinerante, ex falegname, che suscita lo stupore, la meraviglia e anche la reazione stizzita dei suoi compaesani (Mc 6,2-3).
Gesù, al pari di ogni altro essere umano (una malintesa fede nella divinità di Gesù ha messo in ombra questo aspetto) compie tutto il percorso di formazione umana. Il suo sapere è legato alla sua esperienza.
La cultura di Gesù è una cultura popolare, di carattere pratico e induttivo, propria di un artigiano che lavora con le mani. Gesù mostra una grande capacità di leggere in profondità le esperienze umane.
Luca retroproietta nella vicenda storica delle origini la figura del maestro che insegna con autorità e sapienza (Lc 2,39-40; 46-47).

proverbi e sentenze sapienziali
Si trovano soprattutto nel discorso sul monte di Matteo e in quello più breve ambientato in pianura di Luca.
armonia tra interno/esterno
La trasparenza tra interno/esterno costituisce uno dei temi più affascinanti dei vangeli, con l’immagine dell’occhio e della luce o del parlare che viene dalla pienezza del cuore.
Sulla stessa linea si colloca la critica alla purità rituale, esteriore, in favore di una purità interiore, della qualità delle relazioni con gli altri e con Dio.
coerenza e sincerità
Gesù colpisce per la sua libertà e coerenza.
Critica i farisei che pretendono di guidare gli altri senza avere una luce interiore (ciechi guide di ciechi); critica chi scopre la pagliuzza nell’occhio del fratello ma non la trave nel proprio. Si tratta di sentenze che fanno riflettere.
ascoltare e mettere in pratica
Gesù invita a costruire la propria vita su un solido fondamento, come una casa costruita sulla roccia, nell’ascoltare e nel mettere in pratica le sue parole.
valutazione e uso dei beni
L’interesse per la salute, per il corpo, per l’uso dei beni è un problema sapienziale che ha a che fare con il senso del vivere.
Gesù invita a riflettere sull’investimento affettivo: sul cuore che segue il luogo del tesoro e sulla dedizione totale a qualcuno (non si possono servire due padroni).
Gesù invita non a disprezzare i beni (Mt 6,25.27-28) ma a disporli secondo una corretta gerarchia. I beni più importanti, come la salute o la vita, sono beni gratuiti. Vivendoli secondo questa prospettiva si fa esperienza religiosa, si coglie il senso del vivere: vivere con senso di gratitudine, senza crearsi inutili problemi (ad ogni giorno basta la sua pena).

enigmi sapienziali
L’enigma, una sentenza paradossale o oscura, è un invito a riflettere.
La esperienza religiosa non si identifica con un semplice stato emotivo, ma neppure col ragionamento. La tradizione sapienziale privilegia la capacità di riflettere, fa appello alla ragione, ma immergendola in un clima affettivo.
La sapienza non è la fredda filosofia o teologia, non è puro stato emotivo, ma è una riflessione partecipe della vita.
Rispondendo alle critiche rivolte ai suoi discepoli perché non digiunano, Gesù afferma che in tempo di nozze si fa festa, che il vestito nuovo non ha bisogno di toppe, che il vino giovane ha bisogno di otri nuovi. È la chiara affermazione della novità di Gesù: gioia e festa non conciliabili con vecchi modi di pensare e di agire.
Come i bambini che giocano alla festa di nozze o al funerale così è capricciosa la gente che critica Giovanni perché troppo severo e Gesù perché fa festa.
Gesù, a chi lo critica perché non si è sposato, dice che ci sono eunuchi per il regno dei cieli. Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è concesso: la sapienza nasce dalla riflessione sulla vita, ma è anche dono di Dio, è lasciarsi illuminare da Dio che parla attraverso la vita.

similitudini sapienziali
L’esperienza religiosa deve essere vista per poter essere riconosciuta, come la lucerna deve essere messa in alto.
Occorre stare attenti al vecchio rappresentato da Erode e dai farisei (il lievito che corrompe, Mc 8,15).
L’immagine del cammello e della cruna sono usate per parlare della difficoltà di un ricco ad entrare nel regno dei cieli.

detti e similitudini del quarto vangelo
Anche nel quarto vangelo, disseminate qua e là, si trovano espressioni che mostrano il gusto di Gesù per la sentenza che fa riflettere sul senso del vivere, come quelle sul tempio ricostruito in tre giorni, sullo spirito che è come il vento (il modo libero dell’agire di Dio), sui tempi nuovi in cui addirittura chi semina fa tutt’uno con chi miete, sul chicco che deve morire per portare molto frutto, sul legame affettivo tra pastore e gregge, immagine di quello tra Gesù e i discepoli, sulla partenza e sulla morte premessa per una nuova e più profonda relazione (Gv 16,21-22).

conclusione
Gesù riflette sui fatti della vita per cogliere il senso della propria vita e missione, per fare intravedere l’agire di Dio: è un riflettere come un andare dentro le cose per coglierne il senso davanti a Dio.
Il vangelo, la buona notizia del nuovo rapporto tra Dio e gli uomini, è amore intelligente, è sapienza.

Publié dans:DOCENTI - STUDI, GESÙ TEMI VARI |on 29 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

Interior of russian orthodox church. Candles under the ancient icon

Interior of russian orthodox church. Candles under the ancient icon dans immagini sacre 6694850-interior-of-russian-orthodox-church

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Publié dans:immagini sacre |on 28 juillet, 2015 |Pas de commentaires »
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