SALIRE AL PIANO SUPERIORE – ASSIDUI E CONCORDI NELLA PREGHIERA.

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II. SALIRE AL PIANO SUPERIORE.

III. ASSIDUI E CONCORDI NELLA PREGHIERA.

Tonino Bello,

Il misterioso salire al piano superiore, che san Luca annota negli Atti degli Apostoli, deve pur significare qualcosa. Entrarono in città, l’abbiamo già visto; poi salirono al piano superiore. Forse oggi siamo capaci di entrare nella città, ma non sempre siamo capaci di guardare da una postazione superiore, da una visione prospettica più alta.

II. SALIRE AL PIANO SUPERIORE.
Guardare la vita dalle alte postazioni del Regno.
Il misterioso salire al piano superiore, che san Luca annota negli Atti degli Apostoli, deve pur significare qualcosa. Entrarono in città, l’abbiamo già visto; poi salirono al piano superiore. Forse oggi siamo capaci di entrare nella città, ma non sempre siamo capaci di guardare da una postazione superiore, da una visione prospettica più alta.
Cosa significa per noi, come Chiesa e come singoli, contemplare la vita dalle postazioni prospettiche del Regno di Dio? Com’è diverso il mondo quando lo si guarda dall’alto di un aereo! Quante volte anche voi avrete provato le stesse emozioni! Vedere la vostra città dall’alto: all’interno di quella grande macchia colorata c’è il quartiere dove abito, all’interno di quel quartiere c’è il condominio, in quel condominio c’è la mia casa, in quella casa c’è la mia stanza, nella quale magari ho pianto per un incidente di percorso che mi è accaduto. Dall’alto ci viene da sorridere: possibile che io mi sia intristito per tanto poco?
Salire al piano superiore significa guardare la vita dalle postazioni del Regno di Dio, assumere la logica del Signore nel giudicare le vicende della storia, assumere la logica di Dio che non è la nostra logica. Significa allargare gli orizzonti fino agli estremi confini della terra.
La misura dei tempi lunghi.
Dopo aver spalancato i cancelletti della nostra sinagoga per allargarli sino agli estremi confini della terra – come si diceva prima – occorre non lasciarci sedurre dall’effimero né intristire nella banalità del quotidiano, occorre introdurre nei nostri criteri di valutazione la misura dei tempi lunghi.
Salire al piano superiore significa questo.
Quanta tristezza ci provoca una parola che ci ha detto il vescovo o un confratello, quanta tristezza per un piccolo sgarbo ricevuto, per una lettera arrivata tardi, per una telefonata ambigua. «Il vescovo ce l’ha con me. Quel confratello ce l’ha con me». Per una Messa detta prima o dopo, per un permesso non dato, per un certificato non vidimato, sono sorte tante tensioni, sono sorte piccole rivalità.
Chiediamo al Signore e alla Vergine santa la grazia di salire con lei al piano superiore. Ciò significa non comprimersi l’esistenza nelle strettoie del tornaconto, nei vicoli ciechi dell’interesse, nei labirinti delle piccole ritorsioni vicendevoli.
Salire al piano superiore significa non deprimersi per i sussurri dei pettegolezzi da cortile, pellegrini dello scandalo farisaico; significa non avvilirsi per un improvviso calo d’immagine, per una figuraccia che abbiamo fatto, per un’umiliazione ricevuta, quando sembra che la vita se ne vada in frantumi.
Fuori dai bassifondi della burocrazia.
Stiamo ancora nei bassifondi, negli scantinati della vita spirituale: dobbiamo salire al piano superiore anche noi, che qualche volta siamo un tantino burocrati, perché stiamo dietro un tavolo, dentro una curia.
Salire al piano superiore per noi significa superare la freddezza di un diritto senza la carità, di un sillogismo senza fantasia e senza estro, di un calcolo senza passione; significa superare la freddezza di un logos senza sophia, d’un discorso senza sapienza e senza cuore. Significa non accontentarsi dell’armamentario delle nostre piccole virtù umane, come se queste potessero comprarci il Regno di Dio, mentre sappiamo che è il Signore che ci dà la forza di essere buoni e umili. Infatti il Signore non ci ama perché siamo buoni, ma ci fa essere buoni perché ci ama.
Se la nostra istintiva docilità – perché siamo buoni, perché siamo mansueti – non diviene obbedienza allo Spirito, se l’innata bontà non tocca le sponde della comunione trinitaria, non lambisce la battigia della santissima Trinità, se le attese calcolate non trascendono verso i traguardi della speranza ultramondana, se l’indulgenza congenita che abbiamo non si trasforma in perdono cristiano – lo ripeto: se la nostra naturale indulgenza, la condiscendenza, la remissività, la dimenticanza congenita, non attinge alle sponde del perdono cristiano – allora siamo sempre al pian terreno di una abitazione le cui finestre non sono ancora scosse dal vento rinnovatore dello Spirito
Preghiera a Maria, Donna del piano superiore.
Desidero chiudere con una preghiera:
Santa Maria, tu sei un’inquilina così abituata al piano superiore che il Vangelo di san Luca ti presenta sempre come la Vergine delle salite: verso la montagna per andare a trovare Elisabetta, in salita da Nazaret a Betlemme per il censimento e per il Natale, a Gerusalemme con Gesù dodicenne, fino al Calvario per condividere con Gesù il mistero della sua morte in croce. Salisti al piano superiore con la Chiesa nascente, per attendere il dono dello Spirito e infine sei salita al cielo, assunta nell’anima e nel corpo.
Tiraci fuori dalle infeconde bassure in cui ristagniamo malinconicamente e dalle quali siamo incapaci di uscire. Forse anche dalle bassure del nostro peccato. Non c’è peccato, non c’è tristezza spirituale da cui il Signore non possa farci risalire. Tiraci fuori anche dal sacrilegio di credere che il nostro peccato sia più forte del perdono e dell’amore del Signore. Aiutaci a credere che possiamo risalire dalle bassezze della vita passata, dell’uomo vecchio.
Tu che hai magnificato il Signore che «innalza gli umili», sollevaci, ti preghiamo, da uno stile pastorale faccendiero, senza estro, da un’esperienza di preghiera solo richiesta dal copione, senza soprassalti di fantasia, senza emozione. Riscattaci dall’appiattimento della nostra vita interiore a livelli di banalità, dall’affanno delle cose che ci impedisce di elevarci a te, dalle ridicole manie di protagonismo che ci sollecitano non alle scalate dell’impegno ma alle scalate della carriera.
Tante altre cose dovremmo chiedere alla Madonna. Dovremmo chiedere che l’olio degli infermi messo nelle nostre mani sollevi il dolore degli uomini dai livelli rassegnati da “forza del destino” a dignità di scheggia della croce di Cristo. E l’olio dei catecumeni, l’olio dei lottatori, ci aiuti a fare una lettura sapienziale, come nel Magnificat, di tutti gli sforzi di liberazione di poveri e oppressi, sforzi che oggi incurvano la schiena del mondo. Finalmente dovremmo chiedere che il sacro crisma, che ci ha assimilati a Cristo, ci dia la nostalgia delle altezze, le tensioni audaci, sofferte, i traguardi prestigiosi quasi sempre in salita, non i traguardi della carriera ma i traguardi dell’impegno. Dovremmo chiedere di sentire il richiamo provocatore della nostra missione di sacerdoti, di profeti e di re, anche quando il peccato ci deprime nella palude della tristezza.
Dovremmo sentirlo ribollire, il sacro crisma del nostro sacerdozio, sulla fronte, sulle mani, – sul capo, per i vescovi – secondo la struggente verità delle parole di sant’Efrem: «Lo Spirito Santo ha impresso con l’olio il suo sigillo alle pecore del suo gregge. L’olio è un vero e proprio specchio: da qualunque parte osservo quest’olio vedo splendere in esso lo sguardo di Cristo». L’olio luccica come uno specchio: nelle nostre mani i fedeli dovrebbero vedere riflesso il volto di Gesù.

III. ASSIDUI E CONCORDI NELLA PREGHIERA.
Dopo essere entrati in città, dopo esser saliti al piano superiore, erano assidui e concordi nella preghiera. Non occorrono molte spiegazioni per capire quali valori si nascondono sotto queste parole.
Assidui e concordi. L’assiduità del cammino pastorale qualche volta si traduce nell’assiduità a partecipare a incontri, ritiri, aggiornamenti, che il vescovo si sforza di organizzare. Se non si può essere presenti con il corpo, perché malati, perché sofferenti, perché impediti, occorre essere presenti con la cordialità della vita. Questa è l’assiduità.
E poi la concordia nella preghiera: pregare insieme con gli altri, non rifuggire dalle espressioni comunitarie della preghiera. Ed essere assidui: nella recita del breviario, nella nostra preghiera, nella lettura spirituale, nella meditazione, nella visita al Santissimo Sacramento.
Carissimi fratelli, coraggio. Probabilmente avete vissuto con malinconia una messa tra parentesi di quelle che, ai nostri tempi, chiamavamo le pratiche di pietà. Forse, con altrettanta malinconia, vi siete accorti che nei seminari oggi non si insiste tanto su questo. Posso dire che si stanno riprendendo questi valori, anche all’interno dei seminari più moderni. Coraggio, perché sono quelli gli strumenti che ci fanno diventare davvero sacerdoti per il mondo e per la Chiesa.
Assidui e solidali nelle scelte operative, senza sgomitare all’interno del nostro presbiterio: chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, chi dice di si e chi dice di no, chi spara a zero contro certe iniziative, chi invece si mostra entusiasta.
Essere assidui e concordi nella preghiera significa anche comunione interpersonale, stima reciproca, rispetto dell’altro, misericordia vicendevole nei giudizi. Sarebbe bello se, sulla nostra lapide, potessero scrivere: “Ha detto sempre bene degli altri». Non si tratta di restare gregari, di essere gregge anonimo, ma quando abbiamo espresso la nostra funzione critica, quando un’opinione, ratificata da quella del vescovo, diventa scelta, via, avanti con coraggio! Chi sei mai tu? Pretendi di rimanere negli annali del bollettino diocesano?
Insieme con Maria la Madre di Gesù.
Maria, all’interno del cenacolo, sembra raccogliere e custodire i discepoli di Gesù, proteggendoli con la sua tenerezza di madre. Sembra che sia li a tenerli d’occhio, a far loro coraggio, forse ad interpellarli: «Come va? Come stai?”. È la crescita comunitaria, senza fughe all’indietro nella notte, né fughe in avanti di giorno: sono valori forti e Maria, nel cenacolo, sembra «covarli» con tenerezza di madre.
Emerge in questa icona quello che alcuni teologi chiamano la funzione ecclesializzante della Madonna. Ed è proprio qui che si innesta la visione nuova del ruolo di Maria che in questi ultimi anni sta decisamente «traslocando». Senza abbandonare le posizioni precedenti – è ovvio! – Maria sta traslocando dalla costellazione Cristo alla costellazione Chiesa, alla costellazione Spirito, per entrare nella galassia trinitaria, principio supremo della comunione.
Nel concilio, Maria viene chiamata «tempio dello Spirito Santo», anzi in latino è chiamata Sacrarium Spiritus Sancti, non solo tempio ma tabernacolo. Un teologo medievale usa per Maria un’espressione bellissima: “Totius Trinitatis nobile triclinium», Maria è il nobile triclinio su cui si adagia la santissima Trinità.
Se la Chiesa è la propaggine della Trinità, se la Chiesa è l’espressione terrena della vita trinitaria – più persone uguali e distinte che vivono la comunione a tal punto da formare un solo uomo, l’uomo nuovo Gesù Cristo – Maria è anche il nobile triclinio della Chiesa. Per noi è colei che ci fa sperimentare lo stare insieme nella convivialità delle differenze, perché siamo uguali ma anche distinti.
Preghiera a Maria Sposa dello Spirito.
Ecco allora la preghiera che vorrei fare a nome di tutti:
Santa Maria, Sposa dello Spirito, non farci mancare la tua sollecitudine materna perché i tratti del volto della nostra Chiesa non abbiano a oscillare come riflessi dell’acqua mossa dal vento.
Aiutaci a ricucire gli strappi della tunica inconsutile del Figlio tuo, perché questa tunica inconsutile preservi dal freddo le spalle del mondo. Ricomponi presto la linea di bellezza della nostra Chiesa locale col dono dell’unità, nell’eleganza dell’armonia.
Fa’ che l’olio degli infermi, messo nelle nostre mani, ci riconduca all’unità, non solo quando il dolore fisico dissocia la prontezza dello Spirito dalla debolezza della carne, ma anche quando la sofferenza derivante dalle lacerazioni comunitarie ci impedisce di sperimentare l’impagabile felicità propria dei fratelli che sanno vivere insieme.
Fa’ che l’olio dei catecumeni, l’olio dei lottatori, non soltanto ci aiuti a riannodare alle esigenti utopie del Vangelo i nostri comportamenti così poveri di coerenza, ma ci renda più agevole il “sollevamento pesi” dei nostri macigni spirituali, così che ogni pietra d’inciampo diventi pietra di guado.
E fa’ che il sacro crisma con il quale sciamiamo verso le nostre comunità parrocchiali, rinnovati nella fiducia e nell’amore il giovedì santo, diventi davvero uno specchio che riflette il volto di Cristo. Amen.

(L’autore) Tonino Bello, CIRENEI DELLA GIOIA – autore: Tonino Bello.

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