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Gesù Cristo Buon Pastore

Gesù Cristo Buon Pastore dans immagini sacre pastor_bonus

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Publié dans:immagini sacre |on 24 avril, 2015 |Pas de commentaires »

VOLTO DI CRISTO, VOLTO DI BUON PASTORE (7° PUNTATA)

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VOLTO DI CRISTO, VOLTO DI BUON PASTORE (7° PUNTATA)

Facciamo oggetto della nostra gioiosa contemplazione un tratto del volto di Gesù Cristo che tocca molto da vicino chi, in un modo o nell’altro, s’impegna nell’azione di salvezza dispiegata dalla Chiesa: il suo è un volto di Pastore.

Dio Pastore nell’Antico Testamento
Negli scritti veterotestamentari la metafora del pastore adoperata per parlare di Dio risponde ad un’esperienza vissuta da Israele sin dagli inizi della sua storia. I suoi capostipiti, come si sa, furono dei pastori seminomadi che si aggiravano nella cosiddetta “mezzaluna fertile” spostandosi spesso con i loro greggi da una regione all’altra. Essi sapevano bene cosa significasse prendersi cura delle loro pecore, portarle al pascolo e alle acque a cui dissetarsi, difenderle dai pericoli. La loro vita errabonda aveva una delle sue principali ragioni nel bisogno di trovare pasti abbondanti con cui nutrirle.
Si capisce così come gli ebrei abbiano usato con naturalezza la similitudine del pastore per riferirsi al loro Dio, e in particolare per indicare il rapporto reciproco vissuto con Lui. Lo si può vedere in un’infinità di testi di ogni tipo: storici, profetici, sapienziali. Ne spigoliamo solo tre molto significativi, tra i tanti. Due sono salmodici, un terzo profetico.
Il Salmo 94, il grande invitatorio con cui si apriva la preghiera liturgica, esprime in modo molto denso la profonda convinzione del popolo della Bibbia circa la funzione svolta da JHWH nei suoi confronti. Ad un certo punto il salmista esclama: “Noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di età in età proclameremo la tua lode”. La certezza di essere guidato con amore e perfino con tenerezza come popolo dal suo Dio, traspare da molti altri testi simili (per esempio Sal 78,13; 79,2; 99,3; ecc.). Israele lo sa bene perché ne ha fatto l’esperienza: è Lui che lo ha strappato dalla schiavitù di Egitto e lo ha portato per mano in mezzo alle difficoltà, difendendolo da ogni pericolo. Il profeta Amos descrive con accenti di spiccata tenerezza tale intervento divino: “Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio […]. Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano […]. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4). È un pastore che ha dei tratti perfino materni. Per tutto questo Israele sente il bisogno di proclamare la sua lode “di età in età”.
Nel Sal 22, conosciuto precisamente come “il Salmo del Pastore”, la prospettiva non è già collettiva, come nel precedente, bensì personale. È il pio israelita che esprime in esso la sua totale fiducia in Colui che veglia costantemente su di lui, difendendolo, guidandolo, nutrendolo. La sua preghiera raggiunge dei livelli poetici notevoli: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca”. In poche battute disegna un’immagine meravigliosa del Dio Pastore che accompagna la sua esistenza in questo mondo.
Tra i tanti scritti profetici merita di esserne ricordato uno, di particolare incisività. È quello, appartenente al “libro della consolazione” del profeta Isaia, in cui la metafora fa riferimento ad un’esperienza non raramente vissuta dai pastori in Israele: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). La scena a cui accenna il testo è molto più viva di quanto dicano a primo acchito le parole della sua traduzione. Descrive infatti un pastore pieno di sollecitudine e di tenerezza che, mentre va conducendo il suo gregge, si ritrova a dover fermarsi perché una pecora partorisce un agnellino. Con delicata finezza egli prende il neonato e lo colloca sul suo seno, mentre costringe tutto il gregge a muoversi con un passo più lento che permetta alla pecora madre di potersi rifare dalle fatiche del parto. L’immagine, piena di soavità e persino di dolcezza, esprime bene ciò che il Profeta vuole dire sull’atteggiamento di JHWH verso il suo popolo.

Gesù pastore
I vangeli attestano che la metafora del pastore fu usata anche da Gesù stesso.
Vi si trova, anzitutto, la parabola, da lui raccontata per giustificare il suo modo di comportarsi con i peccatori (Lc 15,1), di quel pastore che va in cerca della pecorella smarrita e, trovatala, la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta” (Lc 15,2-6). Un pastore che poi, nella seconda parabola della serie, trova l’equivalente metaforico nella donna che ricerca con instancabile premura la moneta persa, e fa festa con le amiche e le vicine quando la ritrova (Lc 15,8-10) e, nella terza, nel padre premuroso che attende instancabilmente il figlio sbandato, e organizza anche lui una grande festa quando egli ritorna (Lc 15,12-24). Indubbiamente in tutte e tre le parabole è raffigurato Dio, quel Dio buono e sollecito che Gesù rende presente con il suo modo di comportarsi con i peccatori e gli esclusi.
Nel vangelo di Giovanni si ritrova poi il lungo discorso del buon pastore, pronunciato da Gesù dopo la guarigione del cieco dalla nascita e gli ulteriori sviluppi (Gv 10,1-18). La figura del pastore vero, di quello cioè che vive con coerenza la sua identità, è abbozzata facendo leva sul suo netto contrasto con il mercenario, colui “al quale le pecore non appartengono” e a cui “non gli importa delle pecore”. Il pastore vero si prende cura invece della sue pecore, le “chiama una per una”, “cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”. Ma soprattutto egli, a differenza del mercenario, “offre la vita per le pecore”. Nel momento più alto del discorso, Gesù dichiara con solennità: “Io sono il buon pastore” (Gv 10,14); e con non minore solennità afferma: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10), mettendo così in luce il senso ultimo della sua presenza nel mondo.
La metafora del pastore è utilizzata ancora altre volte da alcuni scritti del Nuovo Testamento per parlare di lui (Eb 13,20; 1Pt 2,25; 5.4; Ap 7,17), confermando così la lunga tradizione della fede ebraico-cristiana.

I tratti di Gesù pastore
Ripercorrendo i vangeli non è difficile individuare i principali tratti che formano l’identikit del pastore che è Gesù.
Anzitutto, egli dimostra di avere un cuore di pastore, ricolmo di una sola preoccupazione: “Che abbiano la vita in abbondanza” (Gv 10,10). È infatti tale preoccupazione quella che, come si è già avuto occasione di rilevare più di una volta, occupa il centro più intimo del suo essere fino a diventare il suo “tesoro”. È il fuoco che gli brucia nel petto e che lo spinge a parlare e ad agire in un determinato modo. Se, come egli stesso ebbe a dire, “l’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore” (Lc 6,45), è indubbiamente dal suo cuore che egli traeva fuori la sua illimitata dedizione a Dio e agli uomini, e tra essi particolarmente ai più deboli e bisognosi.
Il suo cuore, lo si può dire con fondamento, era interamente modellato su quello del Dio Pastore che era già stato abbozzato nell’Antico Testamento, e che egli rivelò in pienezza nel corso della sua vicenda. Non era, quindi, un cuore duro e insensibile, ripiegato su se stesso, né un cuore guidato dalla “simmetria” di una giustizia che ama chi lo ama e aborrisce chi non lo ama, ma viceversa un cuore tenero ed estremamente sensibile, totalmente aperto verso gli altri, e segnato da quella “asimmetria” tipica dell’amore gratuito di alterità. Si potrebbe vederne un simbolo estremamente eloquente nel cuore trafitto, e perciò aperto e in qualche modo svuotato – “uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19,34) – che egli si trovò ad avere sulla croce. La solennità con cui l’evangelista lo enuncia – “Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero” (Gv 19,35) – sembra confermare l’importanza del simbolo.
Dal suo cuore di pastore sgorgano poi il suo sguardo, le sue reazioni, e soprattutto il suo agire di pastore.
Esistono indubbiamente molti tipi di sguardi umani. Ci sono sguardi di curiosità, di malignità, di avidità, di benevolenza, di comprensione, di simpatia… Ognuno di essi coglie nelle persone e nelle cose dei risvolti che gli altri non afferrano. I vangeli accennano più di una volta allo sguardo di Gesù (Mt 19,26; Mc 3,34; 10,23; Lc 19,5; Gv 1,42; ecc.). È uno sguardo molto caratteristico. Lo sguardo di un pastore precisamente. Prendiamo solo in considerazione, a modo di esempio, due testi evangelici che lo mettono in chiara luce.
Il primo è quello che accenna allo sguardo con cui egli guarda le folle: “Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36). Si sa chi componeva queste folle: erano i poveri e semplici che andavano dietro a lui attendendo che Dio, tramite la sua azione, desse soluzione ai molti problemi che rendevano difficile e persino infelice la loro vita (Mt 8,1; 8,18; 9,8.19; 12,23; 13,12; ecc.). Gesù li guarda e “ne sente compassione”. Non è cieco o indifferente alla loro condizione. Fosse stato un aristocratico o uno stoico li avrebbe guardati o con un senso superiorità e perfino di disprezzo, o con distaccata indifferenza; invece, egli si lascia commuovere visceralmente dalla loro situazione. Li vede, appunto, “come pecore senza pastore”, alla mercé di lupi che minacciano la loro vita, e quindi bisognosi di accoglienza, comprensione e aiuto. E a tale visione corrisponde la sua fattiva reazione.
Il secondo testo è quello che rende noto un dettaglio del processo che lo portò alla condanna e alla morte: “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: ‘Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte’. E, uscito, pianse amaramente” (Lc 22,61-62). Si può intravedere l’intensità di quello sguardo, proveniente da uno che sta andando alla morte, rivolto a uno dei suoi più intimi amici che l’ha appena tradito: non è certamente uno sguardo di condanna, ma di amore comprensivo e accogliente. Gli effetti si vedono subito: Pietro, toccato nel più vivo, si scioglie in lacrime di pentimento.
Oltre a guardare con occhi di pastore, Gesù reagisce anche pastoralmente davanti alle persone e alle situazioni in cui esse si trovano. Emblematica è, da questo punto di vista, la sua maniera di comportarsi nel suo incontro con la vedova di Naim: “Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: Non piangere!” (Lc 7,12-13). Questo suo modo di comportarsi è espresso dall’evangelista con lo stesso termine – “si sentì toccato nelle viscere” – con cui reagì alla vista delle folle. Anche qui allo sguardo segue il coinvolgimento intimo, intenso, che lo fa vibrare con lo stesso dolore della persona sofferente. E, quasi come un sospiro, gli esce dal petto l’invito: “Non piangere!”.
Ma il suo sguardo e la sua reazione pastorali non sono meramente emozionali, sboccano anzi in un’azione concreta ed efficace. Nel caso delle folle, egli risponde ai loro bisogni prima spartendo loro il pane della sua parola e poi moltiplicando per loro il pane materiale (Mc 5,34-43); in quello della vedova di Naim, accompagna l’invito rivolto alla madre di non piangere con la restituzione del figlio richiamato alla vita (Lc 7,14-15). Nella stessa linea si potrebbero vedere tanti altri suoi interventi rivolti a restituire salute ai malati e ai posseduti da spiriti cattivi, perdono ai peccatori, amicizia agli esclusi, dignità ai disprezzati…
Ma soprattutto la sua morte è veramente la morte di un pastore che, desideroso della vita e della felicità delle sue pecore, non esita a “dare la vita” per esse (Gv 10,11.15.17).

Articolo tratto da: NOTE DI PASTORALE GIOVANILE. Proposte per la maturazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile – Roma.
(Teologo Borèl) Novembre 2003 – autore: Luis A. Gallo

26 APRILE 2015 | 4A DOMENICA DI PASQUA – ANNO B | OMELIA

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26 APRILE 2015 | 4A DOMENICA DI PASQUA – ANNO B | OMELIA

4A DOMENICA DI PASQUA – 2015

Per cominciare
Nella quarta domenica di Pasqua ogni anno ci viene proposta la figura del buon pastore. Gesù presenta se stesso come modello di amore personale e di dedizione senza misura. In particolare Gesù è modello di ogni apostolo chiamato ad annunciare il vangelo. Per questo oggi la chiesa vuole che si preghi per le vocazioni, specialmente per la vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata.

La parola di Dio
Atti 4,8-12. Pietro indica nella persona di Gesù, crocifisso e risorto, la nostra salvezza. Questo dice ai capi del popolo e agli anziani, che gli chiedono come ha potuto risanare uno storpio che era tale fin dalla nascita. È Gesù che lo ha guarito, spiega Pietro, quel Gesù che voi avete scartato e che è invece la pietra angolare della vera religiosità.
1 Giovanni 3,1-2. Siamo figli di Dio, lo siamo realmente, dice l’apostolo Giovanni. Chi non crede fa fatica a riconoscerlo, ma quello che siamo un giorno si manifesterà perfettamente.
Giovanni 10,11-18. In una delle immagini più efficaci del nuovo testamento, Gesù dichiara di essere « il buon pastore ». Un pastore che conosce, ama le sue pecore, le difende fino a dare la vita per esse.

Riflettere…
o L’immagine del buon pastore – come anche di quella del pastore mercenario che non si cura delle sue pecore – era ben nota in Israele. Il profeta Ezechiele ne parla in termini espliciti, dando la voce a Dio: « Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando le mie pecore su tutti i monti e su ogni colle elevato, le mie pecore si disperdono su tutto il territorio del paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura » (34,2-6).
Queste espressioni sono confermate dallo stesso Gesù, che in modo esplicito – proprio nei versetti che precedono il brano di vangelo che viene proposto oggi – denuncia e accusa i falsi pastori d’Israele: « In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati… » (Gv 10,7-9).
o Gesù, quando evangelizza, e in modo speciale quando parla di se stesso, molto spesso ricorre a esempi tratti dalla vita. Dice: « Io sono la porta » (Gv 10,7); « Io sono la vite » (Gv 15,1); « Io sono il pane… » (Gv 6,35); « Io sono la strada… » (Gv 14,6). Al capitolo 10 di Giovanni c’è questo suo lungo intervento, in cui si presenta come « pastore »: « Io sono il buon pastore… », dice Gesù.
o L’aggettivo greco che accompagna il sostantivo pastore è « kalòs » (bello) e significa in questo caso: bravo, accorto, zelante, perfetto, in contrapposizione al pastore mercenario, che non si cura delle pecore e di fronte al pericolo si dà alla fuga, abbandonandole al loro destino. E questo appunto perché « è mercenario e non gl’importa nulla delle pecore » (Gv 10,13).
o Gesù, dichiarandosi buon pastore, rivela se stesso nella propria identità messianica. È lui il messia lungamente atteso. Ezechiele, proprio mentre accusa i cattivi pastori, esorta il suo popolo a mettersi in attesa di questo buon pastore: « Susciterò per loro un pastore che le pascerà… », dice il Signore: « Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore ». E prima ancora: « Ecco, io stesso cercherò le mie pecore… Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia » (Ez 34,11.15-16). Esattamente ciò che Gesù dice di se stesso.
o Gesù afferma poi nel brano evangelico, riferendosi al mistero della sua passione, morte e risurrezione, di essere pronto a dare volentieri la sua vita, ma anche di avere il potere di riprenderla di nuovo: « Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo » (Gv 10,18).
o Dice Gesù di avere un rapporto speciale con le sue pecore, di avere verso di loro un atteggiamento di conoscenza reciproca, intima, amichevole. Non si tratta quindi di animali, perché con loro si può avere solo un rapporto di tipo istintivo e vitale, non razionale.
o Gesù inoltre, uscendo ancora dalla similitudine e riferendosi ai suoi progetti missionari di evangelizzazione universale, afferma di avere un amore che si estende anche ad « altre » pecore, che per ora non fanno ancora parte del suo ovile: « Ascolteranno la mia voce », dice Gesù, « e diventeranno un solo gregge, un solo pastore » (Gv 10,16).
o Nella prima lettura, Pietro proclama, dopo aver ridato la salute allo storpio, che in Gesù buon pastore – che ha dato la sua vita per noi ed è risorto – è riposta tutta la nostra salvezza. Una salvezza che non è qualcosa di materiale, anche se la chiesa lungo i secoli e sin dall’inizio ha fatto esperienza anche di questi fenomeni straordinari che sono i miracoli, ma è l’essere « figli di Dio », come dice Giovanni nella seconda lettura; e il nostro destino è qualcosa di inatteso e di grande perché è lo stesso di Gesù.

Attualizzare
* L’immagine del buon pastore è stata sempre molto popolare nella chiesa, in ogni tempo, sin dalle origini. La chiesa dei primi secoli ha presentato Gesù così, come un giovane pastore che tiene sulle spalle una pecora.
* L’immagine è stata cara sin dall’inizio, perché Gesù, pietra angolare del nuovo edificio spirituale, che è la comunità cristiana nata dalla risurrezione, intendeva proporre questo modello di pastore buono a chi si sarebbe occupato di questo nuovo popolo con compiti di animazione. Lo aveva detto chiaramente nel corso della vita pubblica agli apostoli: « Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti » (Mt 20,25-28).
* Nel brano del vangelo Gesù ripete un paio di volte l’espressione le « mie » pecore. Nel caso del pastore, si sa che la frequentazione quotidiana con questi animali miti generava sempre un rapporto intimo con ciascuno di loro. I pastori le chiamavano per nome ed essi venivano riconosciuti dalla voce o da un fischio.
* Gesù si richiama a questo comportamento per indicare il rapporto intimo e personale che vuole avere con ciascuno di noi: egli ci chiama per nome, ci conosce uno per uno, ha cura per ciascuno di noi.
* Quanto al riferimento ai pastori mercenari, la storia è costellata di persone che hanno esercitato il potere con prepotenza, non curandosi dei diritti più elementari delle persone e della giustizia, facendo uso della violenza psicologica e fisica per conservare la propria autorità. È un esame di coscienza che non può non riguardare ancora oggi chiunque abbia un compito di governo nella società e nella chiesa, nella scuola e all’interno della stessa famiglia.
* L’autorità è sempre servizio, è responsabilità di animazione che deve favorire la crescita nella libertà di ogni persona. Una libertà alla quale spesso sono le persone stesse a rinunciare, quando si lasciano condizionare e si mettono al seguito del personaggio di turno, sia esso un politico affermato o un divo affascinante dello spettacolo o dello sport. Pur sapendo che i loro obiettivi sono il successo economico o politico e non sempre la felicità e il benessere delle persone.
* L’autorità di Gesù è invece quella del « buon pastore » del suo gregge. L’espressione a volte lascia qualcuno un po’ perplesso, perché a nessuno fa piacere far parte di un gregge, o identificarsi con una pecora. Ma con questo paragone Gesù intende al contrario proprio sottolineare il rapporto particolare che c’è tra il buon pastore e il suo gregge. Il pastore, dice Gesù, se è un « bel pastore », è zelante, si prende cura delle pecore, dà la vita per affermare i loro diritti, le difende, le conduce su prati rigogliosi e le rende libere.
* Gli apostoli, seppure a fatica, hanno imparato a identificarsi con Gesù buon pastore, soprattutto dopo la risurrezione e la Pentecoste. Essi si sono messi a servizio del gregge, cioè della nuova comunità che stava nascendo, la chiesa. Pietro, Paolo e gli altri non c’è dubbio che sono stati dei veri pastori dediti alla loro missione tra il popolo, pastori umili e zelanti, entusiasti, seminatori di libertà, senza fermarsi di fronte alle difficoltà, nemmeno delle prove più terribili e della stessa morte.
* È questa la funzione di ogni pastore nella comunità, ed è per questo che oggi la chiesa dedica la giornata alla preghiera per le vocazioni sacerdotali e religiose. La funzione del prete nella comunità è quella del buon pastore. « Togliete un prete da una parrocchia e ben presto adoreranno gli animali », pare abbia detto il santo curato d’Ars.
aOgni anno le chiese locali ordinano alcuni nuovi sacerdoti, ma il numero è sempre più insufficiente. Quando un parroco si ritira per motivi di età, difficilmente si trova chi lo possa sostituire. Ci sono oggi parroci impegnati contemporaneamente in due o più parrocchie. Crescono di numero le comunità che non trovano più un sacerdote di riferimento.
* Preghiamo perché ci siano dei giovani che sentano il desiderio di mettersi totalmente nelle mani di Dio, a servizio della chiesa 24 ore su 24. L’evangelizzazione non può facilmente realizzarsi senza questo ricambio degli animatori nella comunità che sono i sacerdoti, i diaconi e le suore. San Giovanni Bosco diceva che due ragazzi su tre avrebbero la stoffa per seguire la vocazione sacerdotale o religiosa.
* Ma, come dicevamo, Gesù buon pastore è modello di ogni persona, di ogni cristiano che si trova in posizione di autorità o svolge un ruolo educativo: genitori, insegnanti, uomini politici. Gesù diventa un modello per tutti, specie delle mamme, che vengono festeggiate ogni anno nella seconda domenica di maggio.
* Si dice spesso che alle spalle di una nuova vocazione c’è sempre una santa mamma, ed è vero, così come di ogni vita riuscita. Anche il clima che si respira in una famiglia, trova nella mamma la sua sorgente. Ricordando che anche mamme si diventa per vocazione, preghiamo oggi anche per loro: siano felici, onorate e amate sempre, anche quando diventano anziane o malate. Una mamma che viveva in una casa di riposo, diceva amaramente: « Ho cinque figli, ma oggi che è la festa della mamma, nemmeno uno di loro si è fatto vivo ».

Pasci le « mie » pecore
« Come Cristo è pastore, non è pastore anche Pietro? Ma certo, anche Pietro è pastore, e anche altri pastori sono tali senza alcun dubbio. Infatti, se non è pastore, come si può dire: « Pasci le mie pecore? ». Pur tuttavia, il vero pastore è colui che pasce le pecore di sua proprietà. Non fu detto perciò a Pietro: « Pasci le tue pecore », ma « le mie ». Quindi Pietro è pastore non per sé, ma nella persona del pastore. Se infatti volesse pascere le pecore come proprie, diventerebbero subito capri quelli del suo pascolo » (sant’Agostino).

Il buon pastore san Massiminliano Kolbe
Nel mese di maggio 1941 padre Massimiliano Kolbe, un francescano polacco, fu arrestato dalle SS e portato nel campo di prigionia di Auschwitz. Immatricolato con il numero 16670. Alla fine del mese di luglio dello stesso anno un uomo del block di Kolbe era riuscito a fuggire dal campo: per rappresaglia i tedeschi selezionarono dieci persone della stessa baracca per farle morire nel bunker della fame. Quando uno dei dieci condannati, Francesco Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, Kolbe uscì dalle file dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto. In modo del tutto inaspettato, lo scambio venne concesso. Dopo due settimane, passate senza acqua né cibo nel bunker, visto che quattro dei dieci condannati, tra cui Kolbe, erano ancora vivi, furono uccisi il 14 agosto 1941 con una iniezione di acido fenico e il loro corpo venne poi cremato. Una volta, profeticamente, Massimiliano aveva detto: « Vorrei essere come polvere per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo e predicare la buona novella ».

Si cerca un uomo…
Si cerca per la Chiesa un uomo senza paura del domani, senza paura dell’oggi, senza complessi del passato.
Si cerca per la Chiesa un uomo, che non abbia paura di cambiare, che non cambi per cambiare, che non parli per parlare.
Si cerca per la Chiesa un uomo capace di vivere insieme agli altri, di lavorare insieme, di piangere insieme, di ridere insieme, di amare insieme, di sognare insieme.
Si cerca per la Chiesa un uomo capace di perdere senza sentirsi distrutto, di mettersi in dubbio senza perdere la fede, di portare la pace dove c’è inquietudine e l’inquietudine dove c’è pace.
Si cerca per la Chiesa un uomo che abbia nostalgia di Dio, che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente, nostalgia della povertà di Gesù, nostalgia dell’obbedienza di Gesù.
Si cerca per la Chiesa un uomo che non confonda la preghiera con le parole dette d’abitudine, la spiritualità col sentimentalismo, la chiamata con l’interesse, il servizio con la sistemazione.
Si cerca per la Chiesa un uomo capace di morire per lei, ma ancora di più capace di vivere per la Chiesa, un uomo capace di diventare ministro di Cristo, profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per la Chiesa un uomo (don Primo Mazzolari).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA:

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