DA ALTROVE PROTEZIONE – SALMO 27 (26) (LECTIO) (2006/2007)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2006_07/02.htm

Lectio Divina 2006/07

a cura di Stella Morra

Azione Cattolica Diocesana

2. DA ALTROVE PROTEZIONE – SALMO 27 (26) (LECTIO)

Premessa
Il mese scorso, iniziando il percorso sulla paura, ci siamo fermati sul testo di Genesi, come descrizione della paura, movimento profondo che ci riguarda un po’ tutti. Ogni anno cerchiamo di rivolgere la nostra attenzione a tutti i tipi di testo presenti nella scrittura in modo da fare, poco per volta, l’orecchio a tutti; siccome da un po’ di tempo non ci soffermiamo sui Salmi, oggi rifletteremo sul 27, un Salmo molto conosciuto.
Il libro è composto da 150 Salmi. Nella trasmissione c’è stata un po’ di confusione sulla numerazione: dal 9 in poi ogni salmo è contrassegnato da due numeri, di cui uno tra parentesi; gli ultimi tre tornano ad avere un numero solo. Questo è successo perché, quello dei Salmi, era un libro di canti e preghiere molto usato nel mondo ebraico –tipo i nostri libretti dei canti per la Messa; proprio a causa del grande uso, alcuni Salmi si perdevano, anche solo in parte, e venivano riscritti, magari collegati uno all’altro.
I Salmi sono spesso studiati alla ricerca della loro unità, della logica che li abita. Come i nostri libretti contengono semplicemente i canti che vengono usati abitualmente e non c’è un’unità materiale di argomento, di racconto, così è per i Salmi: non c’è un’unità di argomento, di narrazione. I Salmi sono stati raggruppati dai vari studiosi in mille modi diversi, perché ognuno ha trovato un’unità di un certo tipo; in realtà l’unica vera unità sta semplicemente nel fatto che sono la preghiera di una comunità che crede e che si è data un percorso di dialogo con Dio. In questo sta una delle bellezze di questo libro; nei Salmi si trova di tutto: la disperazione, la gioia, la benedizione, le maledizioni.
Un gran numero di Salmi sono stati composti durante e dopo l’esilio, dopo il disastro che ha colpito la nazione di Israele. Tre sono i testi fondamentali prodotti durante e dopo l’esilio: Giobbe, Qoèlet e i Salmi. Faccio una presentazione, come mio solito, un po’ a cartoni animati. Il popolo di Israele si trova di fronte ad una tragedia nazionale, ad una depressione collettiva -come fatto sociale e non solo psicologico o personale-, si trova a non avere più un progetto, ha la sensazione che sia crollato tutto ciò su cui si era costituita l’unità di autocoscienza di popolo scelto da Dio, il patto, le promesse di Dio, – non dimentichiamo che il popolo di Israele si capisce come ‘popolo unito’ dall’Esodo in poi, diventa il popolo di Dio, eletto, dal momento in cui riceve la legge sul monte Sinai! – ed ora la fine del regno, la distruzione del tempio e l’esilio… cioè …non era vero niente, la scelta, le promesse, l’alleanza… Dove andranno a finire le promesse di Dio?
Di fronte a questa tragedia, nella scrittura ci sono tre tipi di reazione; quella di Giobbe è: perché? Come è possibile? Abbiamo tutti nelle orecchie il libro di Giobbe in cui lui chiama in causa Dio: è la reazione di chi, di fronte al dolore, sta in piedi e sfida il dolore. Poi c’è la reazione di Qoèlet: tutto è vanità. E’ la razione del cinismo; vuol dire: non ci credo più, è andata così, cosa ci vuoi fare? Non ho più uno slancio rispetto al progetto. La terza è quella dei Salmi, la reazione di rimanere di fronte a Dio e di chiedere conto a lui della situazione, punto per punto, di rimanere lì a fronteggiare la questione.
La cosa bella, secondo me, è che queste tre reazioni stanno tutte nella scrittura ispirata. Nel paradigma che noi abbiamo di rapportarci alla fatica e al dolore dell’esistenza, la scrittura ci offre tutte e tre queste reazioni. Si può dire: tutto è vanità; si può domandare perché, che cosa sta succedendo? e si può rimanere di fronte a Dio a contestare punto per punto la questione.
E’ molto interessante! Noi invece, in modo moralistico, saremmo tentati di dire che c’è un modo giusto di reagire al dolore, quello di non perdere la fiducia, sperare, continuare a credere… e che tutti gli altri modi sono sbagliati. Di per sé, al di là delle parole di fiducia che tornano, vanno e vengono, esattamente come nella nostra vita, -anche quando uno sta male, ha dei momenti in cui si tira un po’ su, poi perde la speranza…- non è che una parola sia vera e l’altra falsa; la questione è che le nostre parole non hanno la potenza delle parole di Dio. Non succede che, se diciamo ho fiducia, la fiducia ‘è’, come quando Dio dice ‘sia la luce’ e ‘la luce è’. Le nostre parole seguono la nostra vita e, dunque, costruiamo la fiducia in un tempo magari molto lungo, e andando su e giù, tra paura, preoccupazione, dubbio, incertezza. La cosa bella è che nella scrittura ci sono tutti questi passaggi, non ce n’è uno escluso. C’è anche il passaggio scettico di Qoèlet: niente conta niente, in fondo sono veramente deluso, tutto è vanità, tutto passa! Per dirla in termini moderni, è come dire: anche una reazione atea ha un posto nella scrittura.

La forza del desiderio
All’interno di questo discorso noi leggiamo un Salmo che fa parte di un gruppo, dal 25 al 34, costruito come una montagnola. Il Salmo 25 e il 34 sono detti salmi alfabetici -noi non lo vediamo più perché li leggiamo in traduzione. Alfabetici vuol dire che ogni versetto cominciava con una lettera dell’alfabeto, così si ricordava più facilmente. I Salmi alfabetici normalmente segnano i passaggi da una parte all’altra, da una situazione ad un’altra: c’è un Salmo alfabetico, poi un gruppo di Salmi, poi torna uno alfabetico che chiude la serie. Dunque il Salmo 25 e il 34 sono alfabetici; in mezzo c’è una unità di Salmi costruiti così: 26, 27, 28 sono di supplica -con parole moderne noi diremmo Salmi di desiderio; al centro c’è il 29, l’inno, o per noi, la crisi. L’inno spesso è usato per indicare il punto critico, il punto dove il desiderio sale e poi diventa un’altra cosa, si spezza; 30, 31, 32 sono i Salmi di riconoscimento, di ringraziamento, in cui uno riconosce il proprio desiderio trasformato in un’altra cosa. Il 33 è stato messo lì un po’ come aggiunta, è un Salmo di lode che non fa parte di questa unità.
Dicevo, una specie di monte: c’è un desiderio che dice di noi, di ciò che muove il nostro cuore, più che dire qualcosa di Dio. Quando uso la parola desiderio, questa ha il significato che le abbiamo attribuito più volte in questi anni: il desiderio è una potenza, un’energia; ciascuno di noi sa che il desiderio ci dà la forza di fare delle cose che non sapremmo fare; e i desideri veri si distinguono bene dai desideri finti, al di là delle chiacchiere -tutte le mamme che stanno sveglie la notte a causa dei loro bambini, teoricamente prima avrebbero pensato di non farcela, poi ce la fanno, normalmente. Il desiderio è un motore, un’energia, non tanto una domanda, è la forza che ci spinge ad essere e a fare ciò che di per sé non avremmo saputo o voluto fare. Il desiderio va coltivato, cresce, funziona come lievito; rispondere e fermarlo troppo presto significa ucciderlo; lasciarlo andare troppo avanti in modo ingovernato significa far crescere un rancore. Il desiderio ha una sua maturazione, c’è un punto in cui si trasforma in realtà o in un’azione del reale, perché altrimenti incancrenisce, o, se non si trasforma in realtà ma viene semplicemente stoppato, comincia a fermentare e ad un certo punto esplode.
Il Salmo 27 sta nella parte della crescita del desiderio. Noi ragioniamo normalmente al contrario, diciamo: prima del punto critico c’è la paura, poi c’è la fiducia. E la paura sarebbe sbagliata, mentre la fiducia sarebbe la parte positiva. C’è la paura perché sta arrivando una crisi, poi c’è la crisi, si mette tutto a posto, quindi ho fiducia e sono contento; la paura è sbagliata, la fiducia è giusta. Ma nella vita non funziona così. Questa è una favola. Ciò che sta prima possiamo chiamarlo paura, ma forse paura è l’altro nome di un desiderio… di che cosa? Noi abbiamo paura di qualcosa perché desideriamo qualcosa.
Se volete, il sottotitolo di questo salmo potrebbe essere: di cosa parliamo quando parliamo di paura? Parliamo di paura o di desiderio? E la fiducia che ne sortisce, non è un riconoscimento infantile del desiderio compiuto e basta, la fiducia è fidarsi del proprio desiderio, dell’energia che ti dà, della forza che ti conduce.

Salmo 27 (26)
Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita,
di chi avrò timore?
Quando mi assalgono i malvagi
per straziarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.

Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia,
anche allora ho fiducia.
Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario.

Egli mi offre un luogo di rifugio
nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora,
mi solleva dalla rupe.
E ora rialzo la testa
sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,
inni di gioia canterò al Signore.

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi.
Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”;
il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,
ma il Signore mi ha raccolto.

Mostrami, Signore, la tua via,
guidami sul retto cammino
a causa dei miei nemici.

Non espormi alla brama dei miei avversari;
contro di me sono insorti falsi testimoni
che spirano violenza.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore.

L’inizio del Salmo dice che va tutto bene, non c’è paura, e finisce con la paura, con i nemici. Noi, che siamo un po’ moralisti, avremmo costruito il Salmo al contrario: prima i nemici, la paura, l’incoraggiamento ad andare avanti, ad essere forti e alla fine …”se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia”. L’avremmo costruito in termini volontaristici: io ho paura e se mi impegno e sono bravo, alla fine ho fiducia.
Qui è esattamente il contrario perché ciò di cui si parla per i primi cinque versetti è un desiderio, non una realtà; è l’energia che spinge verso il Signore; è ciò che in qualche modo traduce il versetto 1, la domanda che il salmista fa a se stesso: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?”. Noi diremmo: si sta facendo coraggio da solo, sta dicendosi come vorrebbe sentirsi, in realtà non si sente così, e prende atto, il riconoscimento è che per ora il suo desiderio è ancora inattuabile.
La parola chiave, che svolta, è quella del versetto 7 “abbi pietà di me”. Tutti e tre i salmi del desiderio, 26, 27 e 28 hanno a metà questa stessa espressione: “abbi pietà di me”. Se sale il desiderio, sale la paura, perché bisogna essere coraggiosi per desiderare molto e perché ciascuno di noi, se sta di fronte al proprio desiderio, non si sente all’altezza del proprio desiderio. I nostri desideri sono sempre migliori di noi, hanno più fiato, più aria, più gambe; siamo noi che siamo stanchi, impauriti; per questo i desideri fanno così paura; per questo li addomestichiamo diventando adulti. Solo i bambini sono capaci di esprimere i desideri così come li sentono, e li dicono ad alta voce, e non hanno paura di essere smentiti, che il desiderio si avveri oppure no. Tutti diciamo che i bambini sono facili da distrarre. Un bambino ha un desiderio, lo esprime, se gli rispondi di no, piagnucola un po’, lo distrai con un’altra cosa; non è così banale, non è che i bambini si distraggono, è che loro sono capaci di un desiderio alla volta; desiderano una cosa, se quella non c’è ne sono dispiaciuti, ma se subentra un altro desiderio, non sono feriti dalla delusione, non portano rancore, hanno esattamente il coraggio di cominciare a desiderare un’altra cosa, di entrare dentro quell’altro desiderio e di riceverne tutta la gioia senza conservare la ferita della frustrazione del primo. Noi siamo un po’ diversi; per questo addomestichiamo i desideri. L’altro nome della paura è desiderio!

Luce, salvezza, difesa
Nel primo versetto si usano tre attributi di Dio, non nomi assoluti, bensì relativi al salmista che parla, non una descrizione filosofica di Dio, ma chi è Dio per me. Il salmista dice: “Il Signore è mia luce, mia salvezza e difesa della mia vita…” Noi conosciamo bene questo versetto perché torna spesso nelle preghiere e nella liturgia e ci sembra un versetto spirituale; in realtà è molto concreto, serio, per niente spirituale. Tutti abbiamo una grande nostalgia di infanzia, essere convinti di sapere dove stiamo andando, avere luce, avere salvezza, sentirci protetti e avere difesa per la nostra vita, sapere che nella vita che abbiamo, che è poco o tanto, ma è l’unica cosa che abbiamo, ci sia qualcuno -come dice Baricco in Oceano mare, un padre, un amore, un prete che ti accompagni fino al mare. Qualcuno che protegga e benedica la nostra vita, che le consenta di non essere ferita.
Il salmista dice: “Il Signore è mia luce, mia salvezza, difesa della mia vita”. Di questi tre nomi, quello che a me fa sempre problema è mia salvezza. Mia luce mi pare chiaro. Per una come me che si occupa di studio, “più luce”! E’ la frase di Goethe, che pare abbia pronunciato come ultima parola prima di morire, “più luce”. Mi sembra un desiderio molto chiaro, capire meglio, sapere di più, non essere così confusi, saper vedere la verità delle cose e delle persone. Difesa della mia vita lo capisco anche meglio. La mia vita, che è l’unica che ho, è così in balìa di tutto, – più uno cresce più perde il senso di onnipotenza e sa che il proprio corpo, i propri sentimenti lo tradiscono, che le cose che vengono da fuori ti tradiscono, e arriva un’altra cosa -… poter credere ancora in un principe azzurro, un cavaliere dalla brillante armatura che difenda la nostra vita … che meraviglia! Non ho più bisogno di essere io che mi occupo di tutto; se si occupa qualcun altro io sto benissimo, non ho problemi. Ciò che io capisco meno, almeno nella mia storia, è mia salvezza, perché forse non ho ancora fatto, o non sto ancora facendo, l’esperienza di essere minacciata dall’esterno, da una cosa, una persona, una situazione, una malattia che mi minacci così fortemente, e forse non ho ancora sperimentato che cosa vuol dire il desiderio di una salvezza.
“Quando mi assalgono i malvagi per straziarmi la carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere”.
Un bel desiderio vendicativo! Questi, che sono i cattivi, si facessero male loro, una volta!!! E non li perdono! Sono loro i cattivi, ma possano cadere!
“Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia”.
Chi di noi non ha desiderato di essere così forte! Di avere un cuore che non trema! Di essere capace di non aver paura, di non dover combattere con la propria ansia!
“Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario”.
Nella logica in cui sto leggendo il Salmo, mi pare che diventi un po’ più chiaro: certo c’è un tema religioso, la casa di Dio, il tempio … ma in una lettura un po’ esistenziale è ovvio, tutti vorremmo una casa; perché nel nostro immaginario una casa è il luogo più sicuro che ci sia – che poi non è quasi mai vero, nella concretezza delle cose; le case spesso sono luoghi molto pericolosi o comunque faticosi, dove vivendo fianco a fianco, tutti i giorni, la fatica è notevole. In fondo però tutti rimaniamo dell’idea che, se arrivo fino a casa e chiudo la porta, poi sono al sicuro; che cosa mi potrà ancora accadere? Questa è casa!
Mi piacerebbe molto fare una ricerca su tutte le immagini di casa che ci sono nella scrittura, perché la casa è sempre molto ambivalente. Nei Vangeli, per esempio, per i discepoli, il desiderio di tornare a casa è sempre un sottile desiderio di tradimento, non essere ancora fino in fondo compromessi con quel Gesù che non ha una pietra dove poggiare il capo.
Celebreremo tra poco il Natale e nel Vangelo di Giovanni si dice che Dio ha posto la sua tenda in mezzo a noi, ha ripreso ad essere nomade, è venuto ad abitare in mezzo a noi, ma non ha messo su casa. Noi facciamo molta poesia su Abramo, essere nomadi della fede, ma poi il nostro desiderio è una casa. Possiamo chiudere le paure fuori casa, ma non possiamo chiudere fuori casa i desideri, e quindi siamo fregati.
Il salmista dice che ha chiesto solo di poter abitare nella casa del Signore, perché non è una casa qualsiasi quella che lui desidera, è la casa del Signore, la casa di colui che può!… per gustare la dolcezza del Signore, tutti i giorni della mia vita.
Poi ci sono questi due bellissimi versetti: “Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe”.
Fa tutto e il contrario di tutto: da una parte nasconde, dall’altra mette in piena vista. Ma l’aspettativa, il desiderio che c’è è di un luogo di rifugio dove l’elezione sia totale, dove io sono colui che sta nell’intimità, quindi posso essere nascosto nel segreto o mostrato a tutto il mondo, messo in cima ad una rupe, salvaguardato, eletto, strappato via da ciò che accade a tutti. Il nostro desiderio di una casa è sempre un desiderio di elezione. E’ buffo, perché possiamo anche non aver paura di situazioni molto difficili; il problema vero è che non siamo in grado di affrontare una situazione difficile se non c’è motivo. Per un altro, per un amore, per un obiettivo, possiamo affrontare quasi qualsiasi cosa, molto più di ciò che immaginiamo di saper affrontare… Cioè: in una elezione non c’è più paura, non perché l’altro sia in grado di fare chissà che cosa, ma perché è il sentirsi eletti da qualcuno, sentirsi in una situazione che ci rende intoccabili, superiori ad ogni pericolo possibile.

Dal desiderio … la fiducia
“E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano; immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza, inni di gioia canterò al Signore”.
Fin qui era il desiderio che parlava. Questa espressione di rivincita è bellissima: ‘rialzo la testa’. In questi giorni, lavorando su questo salmo, pensavo come noi abbiamo l’abitudine di abbassare il capo nella preghiera, nella liturgia, lo consideriamo un atteggiamento pio, come se il Signore fosse nostro nemico, che ci fa abbassare la testa, come se avessimo bisogno di raccoglierci in noi, ma anche di stare chini, e di come invece il sentimento della fiducia è di colui che rialza la testa, che guarda negli occhi, che sta di fronte!
Non c’è una constatazione di fatto: fino a questo punto c’è un desiderio e qui comincia il mettere in moto questo desiderio. Il nome di questo desiderio è una paura, ma l’energia che il desiderio muove, è una fiducia. E’ come se dicesse: ok, adesso vado, adesso vado, adesso vado…! Si sta convincendo.
“Ascolta , Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi”.
Questo è il versetto decisivo. Il desiderio cresce finchè uno dice: ok, adesso vado … e c’è il punto di crisi, espresso in questa frase: Ascolta, Signore, la mia voce… abbi pietà di me! Per far diventare la paura il riconoscimento, bisogna far spazio a qualcosa che non siamo noi, deve esserci un interlocutore, uno che ascolta una voce. Dico una cosa banale: il novecento, che ha capito bene questa faccenda, cura le ansie con una terapia analitica; un analista si siede, ascolta la tua voce e in questo percorso tu un po’ alla volta… Ma questo è sempre stato chiaro: solo qualcuno di fronte a me che ascolta la mia voce, mi può consentire di far diventare i miei desideri, che stanno per esplodere, un riconoscimento del reale, un’azione nel reale, un’energia per il reale. Una paura raccontata ad un altro fa meno paura, molto semplicemente.
Qui c’è la realtà del salmista, non nel primo versetto quando dice: “Quando mi assalgono i nemici…allora ho fiducia”. Lì c’è il desiderio. Qui c’è la realtà: “Abbi pietà di me”. Qualcuno mi senta! “Rispondimi”!
Poi c’è il contraltare all’immagine della casa. “Di te ha detto il mio cuore: ‘Cercate il suo volto’; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto…”
Sono tre versetti che sembrano una ripetizione, ma in realtà sono tre passaggi fondamentali. “Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto”, cioè: ho capito, ho intuito che questo dovevo fare: cercare il tuo volto. “Il tuo volto, Signore, io cerco”: ho capito ciò che dovevo fare, l’ho fatto. Adesso tu fai la tua parte: “non nascondermi il tuo volto”!
Questi tre pezzetti sono veramente la struttura di un amore: mi ci è voluto un po’ di tempo, ho capito quello che sentivo, quello che volevo –e non volevo solo una casa, ma un volto dentro una casa – volevo questo volto, perciò mi sono messo a cercare; ora non nasconderti, dimmi di sì!
“…non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.
E’ la constatazione, il riconoscimento –siamo nella metà di discesa del salmo- il riconoscimento che, a fronte di questo desiderio, la realtà può essere molto dura: mio padre e mia madre mi hanno abbandonato! Il versetto è duro, ma profondo; come sempre la scrittura vede bene nelle cose umane, non dice nemmeno, come in altri Salmi, i miei amici, bensì mio padre e mia madre, cioè il tradimento ricevuto è il più profondo, originario, radicale che possa accadere, ma … “il Signore mi ha raccolto”. Cioè: io ho capito che ti cercavo, ti sto cercando, non nasconderti.
Il riconoscimento che faccio è che, non solo non ti nascondi, ma mi hai già raccolto. Se ho cominciato a cercarti è perché già stavo nella tua mano! Perché tu mi avevi già trovato. Se abbiamo paura è perché siamo vivi. Non si può avere paura e desiderare di non averne, se non perché, prima di avere paura, siamo vivi, fiduciosi e coraggiosi.
Questa è la grande lezione di questo Salmo. Non sapremmo di avere paura e non vorremmo smettere di averne se non fossimo più coraggiosi di quanta paura abbiamo. Così come il salmista dice al Signore: non potrei cercare il tuo volto se nel punto più duro del tradimento non sapessi che tu mi hai già raccolto, che il primato è al fatto che tu mi hai accolto nella tua casa, nella tua vita.
C’è un paradigma di fondo nella teologia cristiana che dice che la grazia originale è precedente al peccato originale. Cioè: noi siamo abituati a pensare che uno sta lì come in un territorio neutrale, se fa le opere buone e non il peccato si salva, se invece non fa le opere buone e fa dei peccati, va all’inferno. Sto un po’ banalizzando; come se la salvezza fosse da una parte; dall’altra ci fosse la via della perdizione e noi fossimo in un territorio neutro e dovessimo entrare positivamente nell’uno o nell’altro luogo. Invece il pensiero cristiano, la scrittura ci dice che non è così. Noi siamo già dentro la salvezza. Se non facciamo niente stiamo già dalla parte giusta. Dobbiamo positivamente volerne uscire per spezzare questa logica. Se stiamo lì, abbiamo già vinto. Tutto il resto, anche la comprensione delle nostre dinamiche umane, funziona sempre secondo questo principio: ogni volta che noi scopriamo, sperimentiamo un dato negativo, non è che questo poi diventa positivo perché ci raccontiamo chissà che cosa, ma ogni volta che c’è un pezzo di qualcosa che noi viviamo come negativo, dobbiamo sempre chiederci qual è il positivo che lo contiene, che viene prima di quel pezzo.
Tutti sperimentiamo la paura, ma non sapremmo che è paura se non fossimo a priori montati e costruiti già coraggiosi, perché Dio ci ha fatti bene, non come una prova di coraggio, tipo favole medievali; non ci ha creati mezzi e mezzi, un po’ buoni e un po’ cattivi, con dei desideri e delle paure, con un po’ di bontà d’animo e un po’ di malvagità, con un po’ di capacità, intelligenza, potere, desiderio e un po’ di fragilità, stupidità, confusione… e vediamo chi vince; e sta lì a guardare la storia in cui l’angelo e il diavolo dentro di noi si combattono e scommette se vincerà la parte buona o quella cattiva. Dio non è così: ci ha creati in un bene e ogni volta che noi sperimentiamo un pezzo della nostra vita che per noi ha un sapore di male dobbiamo chiederci qual è il bene originario che già contiene quel male. Noi sperimentiamo la paura perché siamo stati raccolti dal Signore, perché abbiamo memoria che la nostra vita è difesa, perché siamo coraggiosi e fiduciosi, e ogni volta che abbiamo paura dovremmo essere contenti perché significa che sta passando Dio a ricordarci il coraggio e la fiducia, e ce lo ricorda facendoci un po’ male.
Allora si capiscono bene i versetti conclusivi:
“Mostrami; Signore, la tua via, guidami sul retto cammino, a causa dei miei nemici”.
E’ chiaro, a quel punto il problema è: ditemi come si fa, qual è la strada? Mostrami dove devo andare. Non c’è più né paura né fiducia, non c’è il desiderio infantile di tutto protetto, non c’è nemmeno la paura che fa sì che uno si nasconda, c’è un adulto che cammina: “…mostrami, Signore, la tua via…”.
C’è la realtà così com’è, che non è sempre divertente: ci sono i mentitori, i falsi testimoni che ispirano violenza, ma io posso dire: “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”. Perché c’è la vita, prima, e dunque: “Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore”. Si finisce con una benedizione, con un dire bene della vita, del cuore, dell’essere forti, che non ha niente a che fare con il sogno infantile dell’inizio in cui tutto è protetto e incartato, perchè non è più un desiderio, è la realtà .
E la realtà è: certo ci sono falsi testimoni, ci sono degli avversari, cioè: l’insicurezza fa parte di noi, del mondo, ma il nostro desiderio ha una benedizione, siamo nella terra dei viventi e possiamo sperare nel Signore, essere forti e avere il cuore rinfrancato.

Pensierino natalizio: mi sembra che questo testo ci potrebbe aiutare bene a vivere un Natale non troppo sotto il segno di un sogno infantile iniziale: siamo tentati di vivere il Natale con lo spirito di sentirci tutti più buoni; va bene, ma non è solo questo. Il Natale è che Dio prende carne e si mette nella stessa logica di desiderio e riconoscimento. Il figlio di Dio sulla croce dirà anche lui: “Abbi pietà di me. Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”.
Anche lui arriverà, in un crescendo di desiderio, ad una crisi molto seria e il suo riconoscimento finale sarà il riconoscimento che il Padre farà sulla sua vita per cui la sua vita diventerà un corpo glorioso e il Figlio di Dio sarà risorto
Il Natale è solo l’inizio di questa storia, cioè il Natale è che il figlio di Dio si mette dalla nostra parte, nella nostra dinamica di desiderio e di riconoscimento. E ci dice, ancora una volta se ne avessimo bisogno, con tutti i racconti e tutta la liturgia legati al Natale, che poiché Dio è dalla nostra parte, il primato della benedizione è prima di ogni paura, prima di ogni crisi, prima di ogni violenza. Non c’è niente di male che può accaderci che possa toglierci dal luogo di benedizione da terra dei viventi dove stiamo.

Fossano, 16 dicembre 2006

(testo non rivisto dall’autore)

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