IL PANE QUOTIDIANO…

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IL PANE QUOTIDIANO…

Padre Davide ripercorrerà nei suoi articoli i pasti di Gesù evidenziandone la dimensione conviviale della sua vita. L’incontro con uomini e donne di ogni stato e condizione di vita sarà l’occasione per cogliere l’amabilità del Cristo che anche attorno ad una tavola ha riportato la speranza e ha donato la salvezza

Autore: Davide Carbonaro

Tratto da: L’Emanuele del 01/01/2005
La vita terrena di Gesù, Figlio di Dio, è segnata a più riprese nella narrazione dei Vangeli dall’esperienza conviviale. Gesù lascia “tracce visibili” del suo incontro con l’umanità, attraverso i pasti consumati con alcune figure espressive che ricevono luce nuova dal singolare evento. Non per niente un teologo qualche tempo fa affermava che le cose più belle Gesù le ha realizzate a tavola. O, come spesso mi capita ascoltare dai confratelli anziani: “a tavola non ci s’invecchia mai”. Con probabilità questo detto popolare come altri, riconosce nell’atto conviviale una delle esperienze alte di vita che la cultura umana ha tenuto da sempre in gran considerazione. L’atto di prendere il cibo insieme, esercitando il dono reciproco dell’ospitalità, è dunque legato alla vita. Da sempre l’uomo si è scontrato con il problema del pane quotidiano; è spesso ha dovuto fare i conti con l’esperienza dolorosa della fame. Mentre il nostro occidente opulento si può permettere il lusso di fare delle diete, una buona parte dell’umanità grida a Dio in tanti modi: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. La Bibbia da sempre, ha raccolto l’esperienza conviviale dell’uomo e il grido per la sussistenza solidale.

Dio commensale dell’uomo
“Essi (i settantadue) videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero” (Es 24,11). Così nell’Esodo è descritta l’alleanza conclusa con il popolo nel Sinai. Mangiare e bere è garanzia di vita e Dio, inaccessibile per la religiosità ebraica, diventa paradossalmente commensale per l’uomo. Nella stipula dell’Alleanza gli ospiti sono chiamati a mangiare un cibo offerto a Dio che egli ridona loro come segno della sua benevolenza. Dio, rimane per Israele, colui che dà il cibo ad ogni vivente ponendo così rimedio all’inevitabile ingiustizia degli uomini (Sal 136,25; 145,15-16; 107,36-38; Is 65,13; Pr 22; Gb 31,17). Su questa linea si pone Gesù rievocando nei pasti comuni i valori di condivisione e di solidarietà che il gesto richiama. Nello stesso tempo egli annunzia che Dio attua le sue promesse attraverso un rinnovamento finale. Tale novità è segnalata nei pasti che Gesù condivide con gli ultimi e i peccatori, anticipando in essi il segno profetico della cena pasquale indissolubilmente connesso con il sacrificio della croce. I pasti nel Vangelo, diventano così occasioni per consegnare ai commensali, non solo degli insegnamenti, ma la stessa salvezza (Lc 19,9; 23,43). La Chiesa riceverà questo modo di agire del Maestro di Nazareth, rinnovando nell’Eucaristia le parole di vita e i pasti condivisi con coloro che egli amò sino alla fine.

Dal tavolo di lavoro…
Le prime battute del Vangelo riservano alla chiamata dei discepoli un posto rilevante. Il Maestro di Nazareth acquista sempre più popolarità tra la gente per gli insegnamenti e le opere che compie (Mc 2,12). Il racconto che consideriamo in queste riflessioni, si riferisce alla chiamata di Levi (Mc 2,13-17) ed è diviso in due scene strettamente dipendenti: la chiamata del figlio di Alfeo ed il banchetto con i pubblicani e i peccatori. È l’evangelista Marco, a detta degli studiosi, che lega queste due scene già esistenti come materiale tradizionale indipendente. D’altra parte lo schema di vocazione segue quello di Mc 1,16-20, mentre l’abbinamento pubblicani peccatori s’incontra in contesti analoghi (vedi Mt 11,19; Lc 15,1). La presenza di Gesù lungo il mare, oltre alla indicazione geografica, presenta un richiamo simbolico. Il cammino del Maestro tra i passi quotidiani della gente, rammenta chi è Gesù: il Figlio di Dio venuto tra gli uomini (Mc 1,1; 2,13). Il suo passaggio s’impiglia ai confini della povertà e ai margini della debolezza umana (Mc 2, 1-11).

Il primo evangelista tra gli ultimi
Lo sguardo di Gesù incrocia quello di Levi. La chiamata avviene lungo la strada, tra la gente, lungo la via che dal lago va a Cafarnao. Sulla linea di frontiera è giustificabile il banco delle imposte. Un lavoro disprezzato dal popolo e quanti lo esercitavano, erano considerati avidi e sfruttatori, rinnegati dal punto di vista religioso e politico. I pubblicani avevano il compito di riscuotere i tributi per conto del potere romano soprattutto su quelle merci che attraversavano i confini. La riscossione avveniva non per mezzo di impiegati dello stato, ma attraverso appaltatori: i pubblicani appunto. Ora, il contesto, c’induce a pensare che Levi-Matteo fosse uno di questi (Mc 2, Mt 9,9; Lc 5,27). Alla sequela di Cristo c’è posto per tutti, basta rispondere senza mezze misure o reticenze alla sua chiamata. Il racconto evangelico, è di una essenzialità disarmante. L’imperativo appartiene a Gesù: “Seguimi!”. Al discepolo spetta la risposta confermata nel gesto concreto: seguire e mangiare insieme. Non sono questi i presupposti dell’Eucaristia che la Chiesa riconosce come “luogo” della chiamata, del convito e della guarigione? La Tradizione riserva a Matteo un certo primato: il suo Vangelo è il primo della lista. Forse questo per ricordarci che è testimone chi ha sperimentato il passaggio dagli ultimi ai primi, dalla morte alla vita.

Quale casa?
Il racconto non precisa di quale casa si tratta, se quella di Levi o quella di Gesù. Luca elimina ogni dubbio: l’ospite è Levi (Lc 5,29); mentre lo stesso Matteo non specifica (Mt 9,10). In Mc 1,29 e 2,1 si fa riferimento alla casa di Simone a Cafarnao, in essa le parole autorevoli del Maestro s’intrecciano con il gesto di guarigione fisica e interiore. Il caso della guarigione della suocera di Pietro termina con un pasto: “si mise a servirli” (Mc 1,29-31); mentre la doppia guarigione del paralitico si conclude con l’invito di Gesù a tornare nella propria casa (Mc 2,1-12). La figura del pubblicano, per le esigenze della legge d’Israele, non poteva avere dimora religiosa o appartenenza comunitaria, egli per l’impurità del suo mestiere era accomunato ai ladri, agli usurai, ai pastori e agli schiavi; ed escluso dall’alleanza. Si comprende a questo punto che Gesù frequentando la sua casa o viceversa, rimane impigliato nell’accusa d’impurità legale tanto più che consumare un pasto, era ritenuto in Israele un atto di sacralità e di comunione profonda. Il gesto compiuto da Gesù, oltre alla manifesta dissidenza con la legislazione corrente che dimentica la persona (Mt 9,13), dimostra che la dimora di Dio e dell’umanità s’intrecciano mirabilmente e ogni uomo che risponde generosamente alla chiamata diventa suo commensale. D’altro canto l’allusione alla tribù di Levi (Nm 18,20.24; 26,62) separata dal resto delle tribù e senza luogo nella terra promessa, ricorda che Gesù chiama il nuovo Israele a ricevere in eredità non la terra, ma il regno di Dio. In definitiva, la chiamata di Levi è figura della chiamata degli esclusi d’Israele questi, accomunati ai pagani, sono inseriti tra le primizie del regno di Dio.

… alla mensa della salvezza
La chiamata di Levi inaugura il messaggio universalista di Gesù che rifiuta in modo esplicito le barriere innalzate nel nome di Dio o per il sentire degli uomini. Se da una parte a Gesù non interessano i precedenti o il vuoto mormorio che riempie le strade, dall’altra, al discepolo è chiesta una decisione autentica e liberante: “alzatosi lo seguì”. Il tavolo delle imposte (Mc 2,14) è ricordo del passato di Levi, mentre la mensa del banchetto (Mc 2,15) è memoriale della salvezza ricevuta. Fra queste coordinate si estende la seconda scena che i tre Evangeli sinottici riservano al banchetto che Gesù consuma con i peccatori. Tale gesto, posto in apertura del Vangelo, riassume la missione del Maestro di Nazareth ed è annuncio del pasto salvifico che egli morto e risorto, condividerà con i suoi discepoli in ogni tempo.

Gli invitati: i seguaci di Gesù
Il racconto presenta subito il biglietto da visita degli invitati al banchetto: gli esattori (pubblicani) uniti ai peccatori sono i primi della lista; poi Gesù e i suoi discepoli. Questi ultimi, appaiono per la prima volta nella narrazione. Infine con i molti che lo seguivano, il racconto lascia intravedere un numero indeterminato di persone. A tutti è rivolto l’invito-chiamata che si prolungherà nel tempo e nella storia coinvolgendo una moltitudine di uomini e donne cercatori della salvezza. È la comunità formata da uomini nuovi provenienti da Israele e dalle genti, primizia della futura “comunità universale”. La casa e il banchetto ne rappresentano il segno visibile. Gesù è descritto da Marco mentre “giace a mensa” (Mc 2,15). Il verbo giacere, stare sdraiato, coricato è detto degli infermi (la suocera di Pietro Mc 1,30; il paralitico Mc 2,4; i morti Mc 5,40; Simone il lebbroso Mc 14,3); forse tale congiunzione linguistica, ha delle tracce nel detto popolare: “chi mangia lotta con la morte”. D’altro canto, per descrivere la posizione di quelli che mangiano insieme a Gesù, si dice “adagiati”. Con questa leggera sfumatura Marco anticipa nel gesto di Gesù il mistero della Pasqua. Egli invita al banchetto nuovo la comunità che è frutto della sua morte e risurrezione.

La guarigione come salvezza
Il banchetto è immagine dell’Eucaristia, annunciata nelle pagine del Vangelo e celebrata dalla Chiesa. Il nutrimento offerto, non è il cibo dei perfetti o di quelli che si ritengono tali. È medicina dei deboli, compagnia di Dio nella fragilità, farmaco d’immortalità per l’uomo pellegrino. Ogni volta che la Chiesa si raduna, confessa la paralisi del peccato e sente la distanza tra la sua vita, le sue scelte e l’amore di Dio. Chi colma questo vuoto? Chi permette al cuore di esercitare la sua libertà? Solo chi è venuto a chiamare i peccatori e non i giusti, i deboli e non i sani. Cos’è allora la salvezza? Accogliere l’amore gratuito e universale di Gesù che per noi si è fatto peccato (2Cor 5,21). Tale incontro salvifico che accorcia le distanze tra Dio e l’uomo, si compie nel pasto conviviale, e ci rende familiari di Dio e suoi commensali (Ef 2,19). Gesù non solo perdona i peccati, gesto che solo Dio può compiere (Mc 2,6), ma entra in comunione con l’uomo condividendo la sua vita divina.

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