Archive pour mars, 2015

Station IV – Jesus meets His Mother

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Publié dans:immagini sacre |on 31 mars, 2015 |Pas de commentaires »

I CRISTIANI OSSERVANO IL CIELO MA NON LO ADORANO – ORIGENE DI ALESSANDRIA, 253

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I CRISTIANI OSSERVANO IL CIELO MA NON LO ADORANO

ORIGENE DI ALESSANDRIA, 253

CONTRO CELSO, V, 10-13

In polemica con il filosofo pagano Celso, Origene chiarisce che i cristiani non disprezzano i corpi celesti, né svalutano la loro funzione di segni naturali. Essi, tuttavia, non li adorano, perché credono soltanto nel loro Creatore e nel suo Logos. È a Dio che va ascritta la guida provvidente del mondo, non alle sue creature. Del riferimento alle stelle e ai corpi celesti Origene ne ricorda il fondamento biblico, inquadrandolo con una corretta ermeneutica.

10. In effetti, è stato scritto nel Deuteronomio: «Quando avrai rivolto lo sguardo al cielo e avrai visto il sole, la luna e le stelle, tutto il mondo del cielo, non essere trascinato ad adorare e a servire quelli che il Signore Dio tuo ha distribuito a tutti i popoli che si trovano al di sotto di tutto il cielo. Ma noi, il Signore Dio ci prese e ci condusse fuori dal crogiolo di ferro, dall’Egitto, per essere popolo di sua eredità, come lo siamo in questo giorno» [Dt 4,19-20]. Quindi il popolo degli Ebrei, chiamati da Dio ad essere «stirpe scelta», «sacerdozio regale», «popolo santo», «popolo per il suo acquisto» [1Pt 2,9], riguardo al quale è stato predetto ad Abramo dalla voce del Signore: «Rivolgi lo sguardo al cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. E gli disse: ‘Così sarà la tua discendenza’» [Gen 15,5], il popolo che aveva la speranza di diventare come le stelle in cielo, non doveva adorare quelle cose alle quali doveva essere assimilato grazie alla comprensione e all’osservazione della legge di Dio. Infatti è stato detto loro: «Il Signore vostro Dio vi ha moltiplicati, ed ecco oggi voi siete per numero come le stelle del cielo» [Dt 1,10]. In Daniele vengono espresse queste profezie ai Giudei riguardo agli uomini nel tempo della resurrezione: «E in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque è scritto nel libro; e molti di coloro che dormono nella polvere della terra si sveglieranno, questi alla vita eterna e questi altri all’oltraggio e alla vergogna eterna. I saggi splenderanno come lo splendore del firmamento e i molti giusti sorgeranno come le stelle in eterno e anche oltre» [Dn 12,1-3]. E Paolo, traendo da questo passo, quando parla della resurrezione dice: «Vi sono corpi celesti e corpi terrestri; e altro è lo splendore dei celesti e altro quello dei terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle; infatti, una stella differisce da una stella per splendore. Così è anche la resurrezione dei morti» [1Cor 15,40-42].
Pertanto non era ragionevole che quelli che erano stati istruiti ad innalzarsi nobilmente al di sopra di tutte le creature e a sperare per sé le cose più eccellenti da parte di Dio per la loro virtuosissima vita, che avevano ascoltato: «Voi siete la luce del mondo» e la vostra luce «splenda davanti agli uomini, perché essi vedano le vostre belle opere e celebrino il Padre vostro che è nei cieli» [Mt 5,14.16] e che si esercitavano a possedere la saggezza splendida e immarcescibile, o avevano ricevuto quella che è «riflesso della luce eterna»[Sap 6,12; 7,26], fossero tanto sbigottiti dalla luce sensibile del sole, della luna e degli astri, da credere, a causa della loro luce sensibile, di essere in qualche modo al di sotto di essi, pur essendo in possesso di tale luce intellegibile di conoscenza, «luce vera», «luce del mondo» «e luce degli uomini» [Gv 1,9; 8,12; 9,5; 1,4]. Se realmente bisognava adorarli, bisognava adorarli non a causa della loro luce sensibile, ammirata dalla massa, ma della loro luce intelligibile e veritiera, se davvero anche le stelle nel cielo sono esseri viventi razionali e virtuosi e sono stati illuminati con la luce della conoscenza dalla saggezza, che è «riflesso di luce eterna» [Sap 7,26]. Infatti, la loro luce sensibile è opera del Creatore dell’universo, mentre forse quella intelligibile è derivata dalla piena volontà che è giunta in loro.
11. Ma questa luce sensibile non deve essere adorata da chi vede e comprende la vera luce, da una partecipazione alla quale questi astri sono stati illuminati, e neppure da chi vede il Padre della luce veritiera, Dio, del quale è stato detto bene: «Dio è luce e in Lui non c’è nessuna tenebra» [1Gv 1,5]. E come quelli che adorano il sole, la luna e le stelle a causa della luce veritiera e celeste non potrebbero adorare una favilla di fuoco o una fiaccola sulla terra, poiché essi vedono l’incomparabile superiorità delle stelle, da loro considerate degne di adorazione, rispetto alla luce delle faville e delle fiaccole, così quelli che hanno inteso che «Dio è luce», che hanno compreso come il Figlio di Dio «è luce vera, che illumina ogni uomo che giunge nel mondo» [Gv 1,9] e che hanno compreso anche in che modo Egli dice: «Io sono la luce del mondo» [Gv 8,12] non potrebbero adorare con buona ragione quella che è come una piccola favilla nel sole, nella luna e nelle stelle, in confronto a Dio, luce della luce vera. E noi non facciamo tali affermazioni riguardo al sole, alla luna e alle stelle poiché disprezziamo siffatte creature di Dio, e neppure diciamo con Anassagora che il sole, la luna e le stelle sono «massa incandescente», ma perché percepiamo la divinità di Dio, la quale è superiore con ineffabile superiorità, e ancora quella del suo Figlio unigenito, che supera le altre cose. E noi siamo convinti che lo stesso sole, la luna e le stelle rivolgono preghiere al Dio al di sopra di tutte le cose attraverso il suo Figlio unigenito e pensiamo che non bisogna rivolgere preghiere a quelli che pregano, dal momento che anche loro stessi vogliono che ci rivolgiamo a Dio, al quale essi rivolgono preghiere, piuttosto che abbassarci verso di loro oppure dividere l’efficacia delle nostre preghiere tra Dio e loro.
12. […] Ma sia pure per usare le stesse parole di Celso, che il sole, la luna e le stelle profetizzino «piogge, calure, nuvole e tuoni». Ordunque, se essi annunciano eventi così importanti, non bisogna forse adorare ancor di più Dio, al quale essi rendono servigi mentre profetizzano, e non bisogna venerare Lui, piuttosto che i suoi profeti? E ammesso che essi profetizzino fulmini, frutti e tutto quanto si produce» e amministrino tutte le cose del genere, non per questo noi adoreremo questi esseri, che a loro volta adorano, come neppure Mosé quelli che, dopo di lui, hanno profetizzato, grazie a Dio, cose ben più importanti di piogge, calure, nuvole, tuoni, fulmini, frutti e tutti i prodotti sensibili della terra. Ma anche se il sole, la luna e le stelle potessero formulare profezie ben più importanti delle piogge, neppure in questo caso noi li adoreremo, ma adoreremo il Padre delle profezie presenti in loro e il Logos di Dio che è loro ministro. Ma ammesso che essi siano «suoi annunciatori», «messaggeri davvero celesti»: come allora non bisogna adorare anche in questo caso Dio, che è proclamato e annunciato da loro, piuttosto che questi suoi «annunciatori» e «messaggeri»?
13. Celso poi ricava da sé che noi «non consideriamo per niente il sole, la luna e le stelle». Riguardo ad essi noi riconosciamo che anche loro attendono «la rivelazione dei figli di Dio», sottoposti nel tempo presente «alla vanità» dei corpi materiali «a causa di colui che li ha sottomessi con la speranza» [Rm 8,19-20]. Ma se Celso avesse letto, tra le infinite altre cose che noi diciamo a proposito del sole, della luna e delle stelle, anche questo: «Astri e luce, lodatelo tutti», e: «Lodatelo, cieli dei cieli» [Sal 148,3-4], non avrebbe dichiarato che noi diciamo che non sono di nessun valore siffatti corpi, i quali lodano grandemente Dio. E Celso non conosce neppure questo passo: «Infatti, l’attesa della creazione attende la rivelazione dei figli di Dio, perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua volontà, ma a causa di colui che l’ha sottoposta, nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per la libertà della gloria dei figli di Dio» [Rm 8,19-21]. Qui abbia fine la giustificazione riguardo al fatto che noi non adoriamo il sole, la luna e le stelle.

da Contro Celso, V, 10-13, a cura di Pietro Ressa, Morcelliana, Brescia 2000, pp. 380-384.

DALL’ OSANNA AL CRUCIFIGE, DI DON GIUSEPPE LIBERTO

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DALL’ OSANNA AL CRUCIFIGE

DI DON GIUSEPPE LIBERTO

L’Osanna del trionfo

Con l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, si entra nel cuore del mistero pasquale. Prima di soffrire la passione e la morte, Gesù fece un ingresso trionfale nella città santa. Lo realizzò non con l’alterigia di un re trionfatore su un esercito sconfitto, ma con l’umile semplicità di chi sta vivendo un evento importante e misterioso della sua vita.
Gli evangelisti raccontano che il Maestro, trovandosi presso il monte degli Ulivi, ordinò a due discepoli di prelevare un puledro. I personaggi importanti, come anche i guerrieri, montavano il cavallo, perché il puledro era la cavalcatura dei poveri, dei semplici, dei pacifici. Gesù salì sopra il puledro e si diresse verso Gerusalemme; mentre avanzava, la folla stendeva i mantelli sulla strada cantando: Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli! (Lc 19,37-38). Matteo e Marco, oltre ai mantelli, aggiungono anche rami d’ulivo e fronde tolti dagli alberi. Luca ci descrive la reazione di tenerezza di Gesù che, in vista della città santa, piange su di lei che lo rifiuta e lo condanna. Quelle lacrime non sono d’impotenza, ma di amore, di delusione, di sconfitta. Per la città che lo rifiuta, Gesù prova profondo dolore (cf 19,41-44).
L’ingresso trionfale non piacque ai farisei e agli avversari di Gesù. Luca, infatti, riferisce che alcuni farisei pretendevano che il Maestro imponesse ai discepoli di tacere, ma la risposta fu tagliente: Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre (v. 40).
Perché Gesù ha voluto compiere questo gesto di trionfo in Gerusalemme, centro dell’ebraismo e custode della promessa messianica? Matteo lo annota diligentemente: Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma (21,4-5). Ora, l’applauso e l’entusiasmo della folla, anche se sinceri e spontanei, si erano fermati ai soli gesti prodigiosi, al puro aspetto antropologico. Gli interessi umani impedivano di percepire pienamente Gesù di Nazareth come uomo-Dio.
Radicalmente diverso era l’atteggiamento dei farisei e degli avversari i quali pretendevano addirittura che non inneggiassero col grido degli Osanna. Contro loro Gesù lanciò la sfida che le pietre si sarebbero sostituite ai discepoli. Chi chiude gli occhi del cuore alla verità si rende non capace a percepirla. Il rifiuto di Cristo esclude l’uomo dal suo Regno di luce e di pace. Gesù non vuole discepoli muti ma credenti che nel silenzio del cuore credono e con il canto della bocca professano il loro credere.
Il vero credente non cade nell’equivoco della folla che vede in Gesù un personaggio che si accredita come re col potere temporale di questo mondo. Gesù, consapevole che la sua regalità è oblazione, offerta e immolazione, dinanzi a Pilato rivelerà la natura e l’identità del suo regno. Egli assume la condizione di Servo sofferente e s’immola sulla croce per redimere l’umanità e riconciliarla con Dio.
Ogni giorno Gesù fa l’ingresso nelle nostre città, nelle nostre case, nelle nostre chiese, nel nostro cuore: ai credenti sono richieste solo le opere che testimoniano la fede.

Il Crucifige della Passione
Con i suoi miracoli e con la sua predicazione, diversa da quella insegnata dagli scribi e dai farisei, Gesù era diventato un personaggio scomodo, per questo motivo gli scribi e i farisei avevano deciso di eliminarlo. Si tratta di quel potere diabolico, sempre in atto, che, invece di servire, serve per eliminare chi ti è scomodo, chi non ti serve o chi non ti appartiene. Nella vita c’è sempre un “Giuda” che ti tradisce. Ed ecco, pronto il corrotto e il traditore che mette in atto il progetto dei sommi sacerdoti e degli scribi che volevano impadronirsi di Gesù per ucciderlo. Dopo aver celebrato la Pasqua con i suoi discepoli, Gesù è catturato nell’orto degli Ulivi mentre pregava. Sottoposto a giudizio sia dal tribunale religioso che da quello politico è condannato a morte mediante crocifissione. Gesù accetta, con straordinaria dignità e consapevolezza, il tradimento e il giudizio farsesco dei due tribunali. Anche se siamo abituati a vedere o a subire simili processi-farsa, tuttavia quello di Gesù ha toccato i vertici della pazzia diabolica. Quello che scombussola la ragione è il fatto che il potere religioso e politico erano convinti di agire in modo falso e perverso. Questi i capi d’accusa contro Gesù: è un menzognero, un sobillatore del popolo, un falsificatore della verità. Si proclama figlio di Dio, osa rimettere i peccati e guarire i malati di sabato, tenta, perfino, di distruggere il Tempio. Il Salvatore dell’umanità è subito catturato, processato, condannato al patibolo della croce come un malfattore.
Se il processo condotto dal potere religioso e politico fu una farsesca messa in scena, la passione e la morte che Gesù subì fu tremenda realtà che continua a scuotere il cuore e l’intelligenza dell’uomo. Siamo sempre più convinti che ogni ingiusta condanna dell’innocente grida vendetta al cospetto di Dio. Si vergognino e tremino quanti operano direttamente o indirettamente per condannare e crocifiggere i propri fratelli in umanità e fede.
Nel dramma della Passione di Gesù, Pilato, Erode, Anna, Caifa, Giuseppe d’Arimatea, i discepoli terrorizzati, Giuda il traditore suicida, sono tutti personaggi di spicco e simboli per l’umanità. Si è come Giuda quando si tradisce nell’amore e non si chiede perdono. Si è come Pilato, quando non si prende posizione chiara per la verità. Si è come Anna e Caifa, quando ci si ostina a non riconoscere Gesù come Figlio di Dio e Salvatore dell’uomo. Si è come gli apostoli, quando nelle prove, nelle persecuzioni, nel dramma del dolore ci si comporta come loro preferendo la fuga della paura all’abbandono confidente in Dio. I gesti del lavarsi le mani o di lanciare sfide a Cristo per scendere dalla croce hanno soltanto sapore di farsa. Nel dramma della Passione e della Morte, il vero trionfatore rimane Gesù Crocifisso e i fedeli discepoli uniti e configurati a Lui.

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High Altar of St Mary (detail of the Lamentation) 1477-89, Wood, Church of St. Mary, Cracow

High Altar of St Mary (detail of the Lamentation) 1477-89, Wood, Church of St. Mary, Cracow dans immagini sacre 9lament

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Publié dans:immagini sacre |on 30 mars, 2015 |Pas de commentaires »

ESSERE PASQUALE, ESSERE TERRA DI PASSAGGIO (METR. GEORGES DEL MONTE LIBANO)

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ESSERE PASQUALE, ESSERE TERRA DI PASSAGGIO (METR. GEORGES DEL MONTE LIBANO)

A cosa devo allenarmi durante il periodo di Pasqua? Se Pasqua significa passaggio, altro non mi resta che abbandonare tutto per andare incontro a Cristo. Nella festa c’è Cristo e lui soltanto. Nel cristianesimo c’è Cristo e lui soltanto. Tutto il resto è una maniera per parlare di lui. L’universo non è un suo appendice bensì ne è una traduzione. Una volta mi fu chiesto: “Se fossi obbligato a vivere da solo su un’isola deserta, che cosa ti porteresti dietro dal mondo?” Risposi: “Il sermone della montagna in Matteo e il Vangelo di Giovanni”.
Tu sai Signore che noi ortodossi, durante la settimana santa, in casa, leggiamo tutti i vangeli perché il Vangelo sei tu.
In cosa esercitarmi a Pasqua? Cercare di diventare Vangelo, di diventare Parola così che la gente possa leggermi e vivere. Il Cristianesimo è fatto di volti che hanno ricevuto l’illuminazione perché a loro volta illuminino altri. Ecco la Pasqua viva. Questo è ciò che mi rende possibile portare la gente al volto del Padre, far sì che “passino”. Come vivere? “Non sono io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Il Cristianesimo non è un sistema religioso. E’ amore, è adesione a Cristo. Egli ci fa dimenticare il nostro volto per vedere il suo e in esso il mondo intero. Essere pasquali significa essere sempre al di là di noi stessi e del mondo affinché diventiamo mondo e il mondo diventi noi. Non si tratta di sistemi o di teorie. Tutto è suo volto fino al punto tale che tutti i volti svaniscono, o meglio, in essi leggiamo il volto di lui.
Come esercitarmi? Dimenticare me stesso fino a vedere in me soltanto lui, fino a vedermi affacciato sull’infinito. Come esercitarmi? Mettermi davanti a me stesso e vedere lui come unica cosa necessaria. Non devo dialogare: devo accoglierlo. Il tuo volto, Signore, il tuo volto, questo sarà il mio anelito fino alla fine del mondo.
Io sarò “passaggio”, Signore, fino al giorno in cui ti incontrerò. Fa che io non mi distragga con me stesso: “Fa’ splendere il tuo volto sul tuo servo” (Sal 30,17) perché io sia tua luce. Portami verso di te affinché ti conosca. Non mi lasciare nell’inospitalità di questo mondo. Non lasciarmi in preda alle fiere. Vieni, e in questo tuo venire io sarò creato. Venendo da me, Signore, continuerò a camminare verso il tuo volto. Vedendoti, il tuo volto diventerà per me il mondo. Che cosa può mai giovarmi se non il tuo volto solo? Esso è Pasqua. Non mi distragga da te altro volto. Inchioda su di te i miei occhi. Ogni giorno desidero il tuo volto, Sovrano. Esso solo mi basta, per me è vita. Addestrami a vederti tutto per me in questo secolo e nel secolo a venire cosicché io possa sentire che tu sei l’essere. Ammaestrami a lasciare tutto affinché ti veda. Quando ti raggiungerò, ti prenderai tu cura di me. Diventerò pasquale in te. Quando ti raggiungerò, sarà finito il mio peregrinare.
Nulla dopo Cristo, nulla senza Cristo. Ciò che non è dilatazione di lui o parlare di lui non è nulla. Nella Pasqua o divento lui o non sono niente. Amandolo, cresco per lui e in lui. Non voglio oltre a lui nulla perché egli è tutto. Tutti i santi sono in lui e verso di lui. Quando li guardi, non cercare loro. Cerca il volto di Gesù dipinto in loro.
Come esercitarmi? Tutto quello che c’è da fare è portarmi verso il Signore. Presso di lui, esisteremo, nel Padre, inizio e fine, verso il quale il Cristo della storia è tutto proteso. Non sono nulla se non divento pasquale, cioè con lo sguardo rivolto al Padre-meta.
Nulla sono se il Signore non mi porta al volto del Padre suo e ciò non avverrà se non quando diventerò terra pasquale, luogo di passaggio da me stesso al Padre per Cristo Gesù.

Metr. Georges Khodr del Monte Libano
19.4.2014 (fonte: al-Nahar)
traduzione dall’arabo
a cura di Natidallospirito.com

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GIOVANNI PAOLO II – (I CARMI DEL SERVO DI YHWH)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1987/documents/hf_jp-ii_aud_19870225.html

GIOVANNI PAOLO II – (I CARMI DEL SERVO DI YHWH, Isaia, Antico e Nuovo Testamento)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 25 febbraio 1987

1. Durante il processo dinanzi a Pilato, Gesù, interrogato se fosse re, dapprima nega di esserlo in senso terreno e politico; poi, richiesto una seconda volta, risponde: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 37). Questa risposta collega la missione regale e sacerdotale del Messia alla caratteristica essenziale della missione profetica. Il profeta, infatti, è chiamato e inviato a rendere testimonianza alla verità. Come testimone della verità egli parla in nome di Dio. In un certo senso egli è la voce di Dio. Tale fu la missione dei profeti che Dio mandò lungo i secoli a Israele.

È particolarmente nella figura di Davide, re e profeta, che la caratteristica profetica è unita alla vocazione regale.

2. La storia dei profeti dell’Antico Testamento indica chiaramente che il compito di proclamare la verità, parlando a nome di Dio, è anzitutto un servizio in relazione sia al divino mandante, sia al popolo, al quale il profeta si presenta come inviato da Dio. Ne consegue che il servizio profetico è non solo eminente e onorevole, ma anche difficile e faticoso. Ne è un esempio evidente la vicenda occorsa al profeta Geremia, il quale incontra resistenza, rigetto e perfino persecuzione, nella misura in cui la verità proclamata è scomoda. Gesù stesso, che più volte ha fatto riferimento alle sofferenze subite dai profeti, le ha sperimentate personalmente in modo pieno.

3. Questi primi accenni al carattere ministeriale della missione profetica ci introducono alla figura del servo di Dio (“Ebed Jahwe”) che si trova in Isaia (precisamente nel cosiddetto “Deutero-Isaia”). In questa figura la tradizione messianica dell’antica alleanza trova un’espressione particolarmente ricca e importante se consideriamo che il servo di Jahvè, nel quale spiccano soprattutto le caratteristiche del profeta, unisce in sé, in certo modo, anche la qualità del sacerdote e del re. I Carmi di Isaia sul servo di Jahvè presentano una sintesi vetero-testamentaria sul Messia, aperta a sviluppi futuri. Benché scritti tanti secoli prima di Cristo, servono in maniera sorprendente all’identificazione della sua figura, specialmente per quanto riguarda la descrizione del servo di Jahvè sofferente: un quadro così aderente e fedele che si direbbe ritratto avendo sotto gli occhi gli avvenimenti della Pasqua di Cristo.

4. È doveroso osservare che i termini “Servo” e “Servo di Dio” sono largamente impiegati nell’Antico Testamento. Molti eminenti personaggi si chiamano o sono definiti “servi di Dio”. Così Abramo (Gen 26, 24), Giacobbe (Gen 32, 11), Mosè, Davide e Salomone, i profeti. Anche ad alcuni personaggi pagani che svolgono una loro parte nella storia di Israele, la sacra Scrittura attribuisce questo termine: così per esempio a Nabucodonosor (Ger 25, 8-9) e a Ciro (Is 44, 26). Infine tutto Israele come popolo viene chiamato “servo di Dio” (cf. Is 41, 8-9; 42, 19; 44, 21; 48, 20), secondo un uso linguistico di cui troviamo eco anche nel cantico di Maria che loda Dio perché “ha soccorso Israele, suo servo” (Lc 1, 54).

5. Quanto ai Carmi di Isaia sul servo di Jahvè constatiamo anzitutto che essi riguardano non un’entità collettiva, quale può essere un popolo, ma una persona singola, che il profeta distingue in certo modo da Israele-peccatore: “Ecco il mio servo che io sostengo – leggiamo nel primo Carme -, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta . . . non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra . . .” (Is 42,1-4). “Io, il Signore . . . ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Is 42, 6-7).

6. Il secondo Carme sviluppa lo stesso concetto: “Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane: il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra” (Is 49, 1-2). “Mi disse: È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe . . . Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is 49, 6). “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola” (Is 50, 4). E ancora: “si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui chiuderanno la bocca” (Is 52, 15). “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità” (Is 53, 11).

7. Questi ultimi testi, appartenenti ai Carmi terzo e quarto, ci introducono con impressionante realismo nel quadro del servo sofferente al quale dovremo ancora tornare. Tutto quanto Isaia dice sembra preannunziare in modo sorprendente ciò che all’alba stessa della vita di Gesù predirà il santo vecchio “Simeone”, quando lo saluterà come “luce per illuminare le genti” e insieme come “segno di contraddizione” (Lc 2, 32.34). Già dal Libro di Isaia la figura del Messia emerge come profeta, che viene al mondo per rendere la testimonianza alla verità, e che proprio a motivo di questa verità sarà respinto dal suo popolo, divenendo con la sua morte motivo di giustificazione per “molti”.

8. I Carmi sul servo di Jahvè trovano ampia risonanza “nel Nuovo Testamento”, fin dall’inizio dell’attività messianica di Gesù. Già la descrizione del battesimo nel Giordano permette di stabilire un parallelismo con i testi di Isaia. Scrive Matteo: “Appena battezzato (Gesù) . . . si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui” (Mt 3, 16); in Isaia è detto: “Ho posto il mio spirito su di lui” (Is 42, 1). L’evangelista aggiunge: “Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3, 17) mentre in Isaia Dio dice del servo: “il mio eletto in cui mi compiaccio” (Is 42, 1). Giovanni Battista indica Gesù che si avvicina al Giordano, con le parole: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo” (Gv 1, 29), esclamazione che rappresenta quasi una sintesi del contenuto del terzo e del quarto Carme sul servo di Jahvè sofferente.

9. Un rapporto analogo lo si trova nel brano in cui Luca riporta le prime parole messianiche pronunziate da Gesù nella sinagoga di Nazaret, quando Gesù legge il testo di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 17-19). Sono le parole del primo Carme sul servo di Jahvè (Is 42, 1-7; cf. anche 61, 1-2).

10. Se poi guardiamo alla vita e al ministero di Gesù, egli ci appare come il Servo di Dio, che porta salvezza agli uomini, che li guarisce, che li libera dalla loro iniquità, che li vuole guadagnare a sé non con la forza ma con la bontà. Il Vangelo, specialmente quello secondo Matteo, fa spesso riferimento al Libro di Isaia, il cui annuncio profetico viene attuato in Cristo, come quando narra che “Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8, 16-17; cf. Is 53, 4). E altrove: “Molti lo seguirono ed egli guarì tutti . . . perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia: Ecco il mio servo . . .” (Mt 12, 15-21), e qui l’evangelista riporta un lungo brano dal primo Carme sul servo di Jahvè.

11. Come i Vangeli, così anche gli Atti degli Apostoli dimostrano che la prima generazione dei discepoli di Cristo, a cominciare dagli apostoli, è profondamente convinta che in Gesù ha trovato compimento tutto ciò che il profeta Isaia ha annunciato nei suoi Carmi ispirati: che Gesù è l’eletto Servo di Dio (cf. per esempio At 3, 13.26; 4,27.30; 1 Pt 2, 22-25), che compie la missione del servo di Jahvè e porta la Legge nuova, è luce e alleanza per tutte le nazioni (cf. At 13, 46-47). Questa medesima convinzione la ritroviamo quindi nella “Didaché”, nel “Martirio di san Policarpo”, e nella Prima Lettera di san Clemente Romano.

12. Bisogna aggiungere un dato di grande importanza: Gesù stesso parla di sé come di un servo, alludendo chiaramente a Is 53, quando dice: “Il Figlio dell’uomo . . . non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45; Mt 20, 28). Lo stesso concetto egli esprime quando lava i piedi agli apostoli (Gv 13, 4.12-15).

Nell’insieme del Nuovo Testamento, accanto ai brani e alle allusioni al primo Carme del servo di Jahvè (Is 42, 1-7), che sottolineano l’elezione del servo e la sua missione profetica di liberazione, di guarigione e di alleanza per tutti gli uomini, il numero maggiore di testi fa riferimento al terzo e al quarto Carme (Is 50, 4-11; Is 52, 13-53,12) sul servo sofferente. È la medesima idea così sinteticamente espressa da san Paolo nella Lettera ai Filippesi, quando inneggia a Cristo:

“Il quale, pur essendo di natura divina, / non considerò un tesoro geloso / la sua uguaglianza con Dio; / ma spogliò se stesso / assumendo la condizione di servo / e divenendo simile agli uomini . . . / umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 6-8).

 

Domenica delle Palme e della Passione del Signore

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Publié dans:immagini sacre |on 27 mars, 2015 |Pas de commentaires »

DOMENICA DELLE PALME – Gianfranco Ravasi

http://www.suoredimariabambina.org/tempoliturgico/tempoliturgico201503_8.html

DOMENICA DELLE PALME

Gianfranco Ravasi

Isaia 60, 4-7; Filippesi 2, 6-11; Marco 14,1 – 15,47

La liturgia di oggi ci presenta a commento del racconto della passione di Marco un brano tratto dal Libro delle consolazioni di Isaia e un inno della Chiesa primitiva che Paolo ha inserito nella lettera ai Filippesi.
Nel contesto dell’annuncio di speranza e di consolazione del Secondo Isaia (Is 40-55) si inseriscono i quattro Carmi del Servo di Jahweh nei quali la Chiesa ha sempre visto una prefigurazione del Messia, e soprattutto della sua passione. In effetti il terzo di questi Carmi, quello che leggiamo in questa domenica, è una composizione autobiografica che racconta l’esperienza di persecuzione di cui è vittima il profeta. Annunciatore della Parola di Dio agli sfiduciati (v. 4), ai quali si presenta come modello di costanza nella speranza, il profeta subisce persecuzione e violenza. È percosso sulla schiena, secondo il trattamento riservato agli stolti e alle bestie (Gb 16, 7-11; Prov 10, 13; 19, 29) lui che è il sapiente per eccellenza perché porta la Parola di Dio.
L’inno cristologico della lettera ai Filippesi era, con ogni probabilità, originariamente una professione di fede molto antica ad uso liturgico che Paolo inserisce nella lettera per invitare i cristiani di quella comunità a vivere secondo uno stile ispirato alla vita di Cristo.
Si parte proprio dalla preesistenza e dalla divinità (v, 6) per sottolineare il senso della vicenda terrena del Cristo. Egli da quella condizione si è abbassato, ha «svuotato» se stesso facendosi «servo», come l’uomo che è servo del peccato, e condividendo anche la morte (vv. 7-8), cioè la radicalità estrema della realtà umana. Fin qui il soggetto è stato Gesù; d’ora in poi l’inno descrive l’intervento di Dio su questa storia: il soggetto sarà il Padre.
«Perciò» il Padre lo ha esaltato al di sopra di tutto (v. 9), lo ha fatto oggetto di adorazione universale (v. 10) e gli ha dato il titolo di «Signore» (v. 11), termine col quale la Bibbia greca traduceva Jahweh (Kyrios).
La professione di fede nella divinità di Cristo è in stretta connessione con la sua vicenda terrena. Nelle coppie terminologiche «condizione di Dio» — «simile all’uomo» e «servo» — «Signore» è racchiuso il mistero di Gesù Cristo nostro Signore. Proprio perché il Cristo ha attraversato l’intera vicenda umana, l’uomo può essere recuperato a Dio e riconquistato nella sua totalità.
E, parallelamente, solo la vicenda di Gesù e in particolare la croce ci permettono di incontrare Dio che si rivela nel suo Figlio.
Guidati da queste due chiavi di lettura possiamo allora accingerci a leggere il racconto della passione. Andremo a cercare un uomo trattato come un buffone, rifiutato dai suoi contemporanei e che invece parla a nome di Dio (prima lettura), e un uomo che attraverso la sua vicenda mostrerà il vero volto di Dio, perché egli solo può dire di Dio Abbà-Padre (seconda lettura).
Con l’arresto (14, 43-51) Gesù è abbandonato dai discepoli che fuggono spaventati: il racconto del giovanetto che fugge nudo sembra il tipo dell’atteggiamento di chi finora ha seguito Gesù, ma non ha ancora capito quale mistero racchiuda veramente quest’uomo.
Quella domanda sulla vera identità di Gesù che ha fatto da motivo conduttore per tutto il vangelo di Marco comincia a ricevere ora una risposta definitiva: la croce dirà veramente chi egli sia. Durante il processo (14, 52-65) Gesù svela la sua vera identità, per la prima volta dice chiaramente che egli è il Figlio di Dio. Di fronte a questa rivelazione scattano però il rifiuto e la condanna del Sinedrio e il rinnegamento di Pietro (14, 66-72).
In modo quasi ironico anche l’autorità romana riconoscerà la verità di Gesù solo nella motivazione della condanna: in una coreografia che richiama le apparizioni pubbliche dei re, con un ministro alla destra e uno alla sinistra, è crocefisso il «re dei giudei». Di fronte alla croce, però, Marco colloca il vertice tematico del suo vangelo: ora è possibile professare veramente il riconoscimento del Cristo, ora è possibile la fede. Il centurione romano per primo riconoscerà in quell’uomo crocefisso il Figlio di Dio (15, 39).
Anche noi allora dobbiamo guardare alla croce per riconoscere il Figlio di Dio, per ripulire la nostra fede dagli idoli che ci siamo fatti, magari manipolando secondo i nostri schemi il Dio della croce, per professare la nostra fede limpida assieme al centurione romano.
Il Dio della croce ci si presenta come il Dio che si «svuota» e condivide la situazione dell’uomo: questa è la lettura della sua vicenda terrena secondo la professione di fede dell’inno di Filippesi. Il Dio della croce non è il Dio che sta lassù e al quale dobbiamo strappare la vita eterna, ma è il Dio che viene quaggiù per offrirci la sua comunione. Lui si è fatto nostro fratello chiamandoci a farci fratelli gli uni degli altri, perché così siamo in comunione con lui. La via della salvezza diventa allora la via della condivisione e della solidarietà contro l’egoismo e l’individualismo.
Il Dio della croce non è nemmeno un Dio che ci strappa al mondo, che cancella la vicenda di questa storia umana, è il Dio che è venuto nella storia dell’uomo per dare ad essa un significato. Anche la morte non è più un fallimento, una fine, ma è un momento decisivo, come per Cristo è stata il momento della completa adesione a Dio. La via della salvezza allora non è la via del disinteresse per questo mondo, della fuga per cercare qualcos’altro, ma la via in cui si vive la storia per il suo vero valore: una storia che Dio ha fatto la sua storia di salvezza.
Infine il Dio della croce non è il Dio della resa dei conti, non è il Dio che giudica secondo la giustizia dell’uomo, ma è il Dio misericordioso e disponibile, che aspetta che l’uomo torni a lui come il padre della parabola di Lc 15. Non è il Dio che pianifica giustiziando i cattivi, ma che aspetta che tutti possano salvarsi: il Dio della croce vuole che nessuno si perda (Gv 3, 17). La via della salvezza è allora quella della misericordia, quella che fugge i giudizi affrettati, quella protesa a sollevare gli uomini, quella che si preoccupa di perderne il meno possibile lungo la strada.
Questa liturgia è anche un concreto invito catechetico allo studio e alla meditazione del ciclo evangelico «Passione-Pasqua», una delle prime «schede» della predicazione cristiana apostolica, uno dei primi articoli di fede del credo cristiano (1 Cor 15, 3-5; At 13). Si tratta di pagine destinate a credenti che celebrano liturgicamente la Pasqua del Signore: At 4, 24-31 presenta appunto la Commemorazione della Passione in un contesto di preghiera. Non è quindi, come abbiamo visto, una mera biografia o un racconto drammatico che voglia suscitare commozione sentimentale.
È invece una narrazione «profetica» che cerca di svelare negli eventi la presenza salvifica di Dio che, divenendo nel Figlio uomo, può salvare l’uomo. Marco in particolare ci offre un testo fortemente kerigmatico pur secondo l’ottica del «segreto messianico»; l’obbiettività dei fatti è dura, realistica, scandalosa. Ma questa paradossalità diviene annuncio di salvezza. Infatti è dalla croce che si ha la piena e più alta adesione di fede.
La Passione, allora deve diventare il vero thesaurus credentium, come scriveva l’Imitazione di Cristo.
O, come suggeriva una glossa agostiniana, la narrazione della Passione, «diretta dalla fede, deve dirigere la fede».

SPUNTI PASTORALI
1. Il Dio della croce è il Dio «svuotato» (11 lettura), solidale con l’uomo sino alla frontiera estrema, quella della morte. Da questa vicinanza estrema nasce una diversa concezione di Dio: egli non sta lassù, isolato nella sua splendida sfera trascendente, ma si fa solidale e fratello.
Da questa vicinanza estrema nasce una diversa concezione dell’uomo: la «carne» e la storia dell’uomo hanno un senso, contengono un seme di divinità e di eternità che sta crescendo e fiorendo.
Il mondo e l’uomo sono ora santi e consacrati dal passaggio di Dio: è nata la «storia della salvezza». Da questa vicinanza estrema nasce anche una diversa concezione del destino: alla visione del Dio giudice si sostituisce quella del Dio che ama e che si dona per riscattare dal male il suo fratello più debole. Scriveva J. Moltmann nella sua nota opera II Dio crocifisso: «Il Dio della libertà, il vero Dio, non lo si conosce dalla potenza e dalla gloria che egli manifesta nel mondo ma dalla sua impotenza e agonia sofferte sul legno della vergogna, sulla croce di Gesù. Gli dei del potere e dell’opulenza, che vivono nel mondo e nella sua storia, stanno dall’altra parte della croce, perché è in loro nome che Gesù viene crocifisso».

2. Davanti alla croce di Cristo sfila l’umanità con la sua risposta: c’è il rifiuto drammatico di Giuda, l’odio implacabile del potere sinedrale, la fragilità traditrice di Pietro, la paura del giovinetto anonimo, ma c’è anche il vertice dell’amore e della fede, quello del centurione romano che accoglie nella sua pro-fessione di fede (Mc 15, 39) le parole rivelatrici pronunziate da Gesù durante il suo processo. Si chiude così l’itinerario di tutti i credenti: «Veramente costui è Figlio di Dio!».Dio.

da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola

OMELIA 29 MARZO – DOMENICA DELLE PALME

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25108.html

OMELIA 29 MARZO – DOMENICA DELLE PALME

mons. Antonio Riboldi

Domenica delle Palme

Ci volle un gran coraggio – che è la natura dell’amore – da parte di Gesù per entrare in Gerusalemme quel giorno delle Palme. Lui sapeva molto bene e lo avevano avvertito i suoi, gli Apostoli, che il vaso dell’odio e della volontà di toglierLo di mezzo, in coloro che Gesù, disturbava, perché addirittura metteva in crisi la religione dei padri come da loro era interpretata e insegnata, ormai traboccava. Non si sapeva come questo odio potesse esplodere, ma gli Apostoli percepivano che questa volta poteva succedere qualcosa di tragico; certo non immaginavano neppure che sarebbe finita, come poi accadrà, con l’arresto, la passione e la morte in croce del loro amato Maestro. Eppure Gesù li aveva preparati alla Sua fine.
Aveva detto che Lui un giorno sarebbe salito a Gerusalemme e lì gli scribi e i farisei – ossia quei custodi della legge che Gesù non esitava a definire ‘ipocriti’ per il fatto che erano esigenti nel pretendere l’osservanza della legge, che trasgredivano con facilità, ‘nascondendosi’ dietro un’immagine di un Dio padrone e non il vero Dio d’Israele, che sempre è stato per il Suo popolo un Padre premuroso – innocente, Lo avrebbero fatto arrestare, flagellare e condannare a morte, con la sola colpa di essere la VERITA’ e l’AMORE.
Più volte Gesù aveva affermato che sarebbe stato arrestato e messo a morte, ma che poi il terzo giorno sarebbe risorto, e, con la sua morte e resurrezione, avrebbe aperto a tutti la possibilità della resurrezione, la nostra resurrezione!
Chissà con quanta tristezza nel cuore Gesù andava con il suo pensiero alla sorte che gli sarebbe toccata. E fa una grande impressione, al solo leggere il Vangelo, pensare a Gesù che nella notte del Giovedì, dopo avere celebrato la Pasqua con i suoi, si ritira solo nel Getsemani a pregare, chiedendo la compagnia dei tre diletti apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni.
Quante volte, anche noi, nel momento del dolore e della prova, ci sentiamo come Gesù che suda sangue e cerca la compagnia e il sostegno degli amici, che erano a due passi da Lui.
Ma li trova addormentati. Era davvero solo a soffrire: una sofferenza che, sapendo quello che Lo attendeva, gli fa dire: ‘Padre, se è possibile, passi da me questo calice ‘.
Una preghiera che, se fosse stata accolta dal Padre, avrebbe annullato la nostra possibilità di partecipare alla resurrezione.
Ma Gesù è l’Amore, un Amore che non conosce confini e limiti, ecco dunque la sua consapevole scelta e decisione, come uomo e come Dio: ‘ma si compia in me la tua volontà ».
Suscita tanta tristezza il racconto di Gesù che cerca conforto negli apostoli, che aveva scelto, con cui aveva condiviso tutto, volendoli in quel sublime momento vicino a Sé, e… li trova addormentati! Sono scene che richiamano tante volte la nostra storia nel dolore.
Quante volte cerchiamo compagnia e conforto e troviamo solitudine! E, ancor peggio, quante volte siamo ‘addormentati’ di fronte alle richieste di aiuto di chi è nel dolore!!
Quanti insegnamenti ci offre Gesù per la nostra vita, quando soffriamo o quando dovremmo essere un sostegno per chi soffre.
Ma Gesù conosce la nostra debolezza e non si scandalizza. Infatti solo qualche giorno prima della Sua Passione, si era abbandonato all’amore espresso da chi lo accoglieva portando le palme.
Oggi, ricordiamo quel momento di festa, in cui prevalse in tutti un senso o una voglia di pace.
E’ bello anche per noi metterci al seguito di Gesù nel solenne ingresso in Gerusalemme.
Così lo racconta Marco:
« Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il Monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse: ‘Andate nel villaggio, che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale mai nessuno è salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: ‘Perché fate questo?’ rispondete: ‘Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito’.
Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada e lo sciolsero.
E alcuni dei presenti però dissero loro: ‘Perché fate questo?’. Risposero: ‘Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito’ e li lasciarono fare.
Essi condussero l’asinello da Gesù e vi gettarono sopra i loro mantelli ed Egli vi montò sopra.
E molti stendevano i propri mantelli sulla strada ed altri delle fronde che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi e venivano dietro, gridavano: ‘Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli! ‘. (Mc. 11, 1-10)
E’ stato davvero un atto di gioia e coraggio quello di Gesù, osannato da gente semplice che vedeva in Lui il Messia che suscitava tanta speranza: una speranza che non ha le sue basi nella pomposità degli uomini, che amano esibirsi, ma nella semplicità che ha radici nella povertà di spirito.
Sono davvero gli umili, la gente semplice, quella che, anche oggi, ‘vede’ oltre le apparenze e fa festa a Gesù, che è tra di noi.
Entrare nella vita, cavalcando un asino e attorniato da gente modesta, non so se possiamo chiamarlo, secondo i nostri parametri moderni, un ‘trionfo’. Noi siamo abituati ad altro ed è per questo che non riusciamo a scorgere ed accogliere la bellezza della Pasqua.
Ma per i credenti ci si commuove oggi, celebrando la domenica delle Palme, anche solo tentando di intuire i sentimenti nel cuore di GESÙ, che, conoscendo le Scritture sul Servo sofferente, ben sapeva ciò che lo attendeva in settimana: non più la dolcezza e spontaneità dei ‘piccolì, ma la furia dell’odio di altri che non Lo sopportavano.
Il racconto della passione di Gesù, che la Chiesa ci offre oggi, in chi sa entrare nello spirito del Vangelo, ha sempre un effetto profondo nel suo cuore.
Subito ci viene da identificarci con qualche personaggio che ha un ruolo, più o meno importante nella vicenda. Viene da chiederci « Io chi sono? ». Forse Pietro che nel pericolo Lo rinnega? O Maria di Magdala che lo segue nella via del Calvario fin sotto la croce, condividendo dolore e umiliazione? O Pilato che si lava le mani per non avere fastidi, anche se questo suo non assumersi responsabilità, significa aprire la strada a ingiustizie e crimini? O forse, seppur in momenti diversi, un po’ di ciascuno di loro vive in noi?
Per questo, nonostante le nostre fragilità e le nostre infedeltà, siamo chiamati, come ogni uomo, ad accompagnare Gesù sul Calvario, per essere inondati dal fiume di misericordia che sgorga dal suo costato. Sarà questo lo spirito con cui vogliamo vivere in questa settimana Santa?
Lo auguro di cuore a tutti per uscire ‘nuovi’, davvero risorti a vita nuova nella Pasqua.
Auguri di una buona e santa Settimana!
INVITO ALLA PARTECIPAZIONE, NELLA FEDE, AI RITI DELLA SETTIMANA SANTA.
Chiamiamo, quella che precede la Pasqua, Settimana santa, perché in essa non solo ricordiamo, ma siamo chiamati a partecipare alle stupende liturgie, in cui si compiono i Misteri che si celebrano. Partecipando alle varie celebrazioni, si ha come l’impressione di vedere all’opera l’amore di Dio, che, per associarci di nuovo alla Sua famiglia, ‘si serve’ del Figlio per farci persone nuove, degne di far parte della Loro stessa famiglia, compiendo atti che non sono un ricordo, ma memoria attuale e fondamenta della vita della Sua Chiesa.
Non è concepibile per un fedele fermarsi al ‘folklore’ esterno, che tante volte circonda le varie liturgie. Basta pensare ai cosiddetti ‘sepolcri’, che si allestiscono, la sera del giovedì santo, o alle tante ‘scenografie’ della Via Crucis nella notte della Pasqua di Resurrezione.
Sono simboli o rappresentazioni degli avvenimenti, ma occorre, nella fede, ‘entrare e partecipare’ alla grande Opera divina, al Mistero, che si compie.
Non dobbiamo restare solo spettatori, ma diventare credenti, che vogliono farsi coinvolgere, con tutto il loro essere, dal Mistero di Amore che è la Pasqua di resurrezione di Cristo e nostra.
GIOVEDÌ SANTO: in tutte le cattedrali delle Diocesi al mattino i presbiteri celebrano la festa del sacerdozio, alla presenza e in comunione con il proprio vescovo.
La S. Messa è detta del S. Crisma, perché vengono benedetti e consacrati gli OLI SANTI.
Alla sera vi è la solenne celebrazione Eucaristica, definita ‘In Coena Domini’, ossia ‘nella Cena del Signore’. È la solennità della ‘prima Comunioné della Chiesa, rappresentata dagli Apostoli, con il

Corpo e Sangue di Gesù, donato per sempre quella sera. Una Cena che è la grande manifestazione di Dio che si fa Dono, Pane di Vita, per noi: ‘Mistero grande della fede’.
È qui che si misura quanto conta l’Eucarestia per noi: se poco o se tanto. Ognuno deve chiederselo. Durante la S. Messa vi è la lavanda dei piedi: da Gesù impariamo cosa voglia dire ‘essere servi’ del fratello, chinandosi con gioia per ‘lavargli i piedi’. Non è dare cose, ma ‘donare noi stessi’, la nostra attenzione, il nostro ascolto, il nostro tempo, la nostra accoglienza….
Segue quindi l’esposizione del SS. mo Sacramento per l’adorazione, in quello che un tempo si chiamava ‘sepolcrò.
Al Gloria vengono ‘legate’ le campane che non suoneranno più fino alla Resurrezione.
VENERDÌ SANTO: alle tre del pomeriggio si legge il Passio, quindi vi è il bacio della Croce, come atto di devozione ed amore e la S. Comunione. In tanti luoghi dopo si partecipa alla Via Crucis per le vie cittadine. Noi con chi siamo, il venerdì santo?
Con Maria, Giovanni e le donne a ricordare in Chiesa la passione e baciare il Crocifisso, in attesa della speranza… della resurrezione? O siamo vittime della paura, propria di chi fugge perché non trova più una ragione nella speranza e nel perdono? Ma, se così, dove possiamo andare?
Oppure, Dio non voglia, siamo tra quelli che giocano la vita sull’egoismo, a cui non interessa più che Dio abbia fatto dono del Figlio, per permetterci di uscire dal sepolcro dei nostri peccati e tornare a conoscere la vera vita, senza avere consapevolezza che questa è la vera strada per crocifiggersi… ma senza speranza?
Non si può conoscere la bellezza della vita, se non si conosce l’amore e….. Colui che è l’Amore! SABATO SANTO: la Chiesa, in attesa della resurrezione ‘tace’. Normalmente verso mezzanotte si celebra la Pasqua di Resurrezione, preceduta dalle letture che sono il racconto dell’amore di Dio verso di noi. Si accende il cero pasquale che sarà esposto come segno di Cristo, Luce del mondo. Fino al canto del Gloria e il rinnovato suono delle campane, espressione della gioia ritrovata per la Resurrezione del Maestro, anticipazione della nostra stessa resurrezione.
SONO GIORNI CHE RACCONTANO, CELEBRANO E FANNO MEMORIA – CIOÈ ATTUALIZZANO – LA NOSTRA. SALVEZZA. È UN GRANDE ATTO DI FEDE E DI RINGRAZIAMENTO PARTECIPARE.
Noi ci saremo?
Invochiamo lo Spirito, che ci introduca nel cuore del Mistero della Settimana santa.
Consentiamo a Dio, con fiducia nella Sua Misericordia, di operare nella nostra esistenza, donandoci la Sua pienezza di Vita eterna, oggi quaggiù e domani presso di Lui.

Luk-23,26_Way to Calvary

Luk-23,26_Way to Calvary dans immagini sacre 15%20MASTER%20THOMAS%20DE%20COLOSWAR%20CHRIST%20CARRYING

http://www.artbible.net/3JC/-Luk-23,26_Way%20to%20Calavary_Chemindu%20calvaire/index3.html

Publié dans:immagini sacre |on 26 mars, 2015 |Pas de commentaires »
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