Archive pour février, 2015

BENEDETTO XVI : SALMO 125

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo

Mercoledì, 17 agosto 2005

SALMO 125

Dio nostra gioia e nostra speranza
Vespri – Mercoledì 3a settimana

1. Ascoltando le parole del Salmo 125 si ha l’impressione di vedere scorrere davanti agli occhi l’evento cantato nella seconda parte del Libro di Isaia: il «nuovo esodo». È il ritorno di Israele dall’esilio babilonese alla terra dei padri in seguito all’editto del re persiano Ciro nel 538 a.C. Allora si ripeté l’esperienza gioiosa del primo esodo, quando il popolo ebraico fu liberato dalla schiavitù egiziana.
Questo Salmo acquistava particolare significato quando veniva cantato nei giorni in cui Israele si sentiva minacciato e impaurito, perché sottomesso di nuovo alla prova. Il Salmo comprende effettivamente una preghiera per il ritorno dei prigionieri del momento (cfr v. 4). Esso diventava, così, una preghiera del popolo di Dio nel suo itinerario storico, irto di pericoli e di prove, ma sempre aperto alla fiducia in Dio Salvatore e Liberatore, sostegno dei deboli e degli oppressi.
2. Il Salmo introduce in un’atmosfera di esultanza: si sorride, si fa festa per la libertà ottenuta, affiorano sulle labbra canti di gioia (cfr vv. 1-2).
La reazione di fronte alla libertà ridonata è duplice. Da un lato, le nazioni pagane riconoscono la grandezza del Dio di Israele: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro» (v. 2). La salvezza del popolo eletto diventa una prova limpida dell’esistenza efficace e potente di Dio, presente e attivo nella storia. D’altro lato, è il popolo di Dio a professare la sua fede nel Signore che salva: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi» (v. 3).
3. Il pensiero corre poi al passato, rivissuto con un fremito di paura e di amarezza. Vorremmo fissare l’attenzione sull’immagine agricola usata dal Salmista: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo» (v. 5). Sotto il peso del lavoro, a volte il viso si riga di lacrime: si sta compiendo una semina faticosa, forse votata all’inutilità e all’insuccesso. Ma quando giunge la mietitura abbondante e gioiosa, si scopre che quel dolore è stato fecondo.
In questo versetto del Salmo è condensata la grande lezione sul mistero di fecondità e di vita che può contenere la sofferenza. Proprio come aveva detto Gesù alle soglie della sua passione e morte: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
4. L’orizzonte del Salmo si apre così alla festosa mietitura, simbolo della gioia generata dalla libertà, dalla pace e dalla prosperità, che sono frutto della benedizione divina. Questa preghiera è, allora, un canto di speranza, cui ricorrere quando si è immersi nel tempo della prova, della paura, della minaccia esterna e dell’oppressione interiore.
Ma può diventare anche un appello più generale a vivere i propri giorni e a compiere le proprie scelte in un clima di fedeltà. La perseveranza nel bene, anche se incompresa e contrastata, alla fine giunge sempre ad un approdo di luce, di fecondità, di pace.
È ciò che san Paolo ricordava ai Galati: «Chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo» (Gal 6,8-9).
5. Concludiamo con una riflessione di san Beda il Venerabile (672/3-735) sul Salmo 125 a commento delle parole con cui Gesù annunziava ai suoi discepoli la tristezza che li attendeva e insieme la gioia che sarebbe scaturita dalla loro afflizione (cfr Gv 16,20).
Beda ricorda che «piangevano e si lamentavano quelli che amavano Cristo quando lo videro preso dai nemici, legato, portato in giudizio, condannato, flagellato, deriso, da ultimo crocifisso, colpito dalla lancia e sepolto. Gioivano invece quelli che amavano il mondo…, quando condannavano a morte turpissima colui che era per loro molesto anche solo a vederlo. Si rattristarono i discepoli della morte del Signore, ma, conosciuta la sua risurrezione, la loro tristezza si mutò in gioia; visto poi il prodigio dell’ascensione, con gioia ancora maggiore lodavano e benedicevano il Signore, come testimonia l’evangelista Luca (cfr Lc 24,53). Ma queste parole del Signore si adattano a tutti i fedeli che, attraverso le lacrime e le afflizioni del mondo, cercano di arrivare alle gioie eterne, e che a ragione ora piangono e sono tristi, perché non possono vedere ancora colui che amano, e perché, fino a quando stanno nel corpo, sanno di essere lontani dalla patria e dal regno, anche se sono certi di giungere attraverso le fatiche e le lotte al premio. La loro tristezza si muterà in gioia quando, terminata la lotta di questa vita, riceveranno la ricompensa della vita eterna, secondo quanto dice il Salmo: “Chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia”» (Omelie sul Vangelo, 2,13: Collana di Testi Patristici, XC, Roma 1990, pp. 379-380).

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Notre Dame de Lourdes

 Notre Dame de Lourdes dans immagini sacre Lourdes-apparitions

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BEATA VERGINE MARIA DI LOURDES, 11 FEBBRAIO – MEMORIA FACOLTATIVA

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BEATA VERGINE MARIA DI LOURDES

11 FEBBRAIO – MEMORIA FACOLTATIVA

Questa memoria si collega alla vita e all’esperienza mistica di Maria Bernarda Soubirous (santa Bernadetta), conversa delle suore di Nevers, favorita dalle apparizioni della Vergine Maria (11 febbraio – 16 luglio 1858) alla grotta di Massabielle. Da allora Lourdes è diventata mèta di intenso pellegrinaggio. Il messaggio di Lourdes consiste nel richiamo alla conversione, alla preghiera, alla carità. (Mess. Rom.)

Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

Martirologio Romano: Beata Maria Vergine di Lourdes, che, a quattro anni dalla proclamazione dell’Immacolata Concezione della beata Vergine, l’umile fanciulla santa Maria Bernardetta Soubirous più volte aveva visto nella grotta di Massabielle tra i monti Pirenei sulla riva del Gave presso la cittadina di Lourdes, dove innumerevoli folle di fedeli accorrono con devozione.
Lourdes ricorda le apparizioni mariane più famose della storia. Esse avvennero nel 1858 ed ebbero come protagonista una ragazza di quattordici anni di nome Bernadette Soubirous. La Vergine le apparve per ben diciotto volte in una grotta, lungo il fiume Gave. Le parlò nel dialetto locale, le indicò il punto in cui scavare con le mani per trovare quella che si rivelerà una sorgente d’acqua, al contatto con la quale sarebbero scaturiti molti miracoli.
Un momento importante fu quando, in un’apparizione avvenuta il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, alla ripetuta richiesta di Bernadette, la Vergine disse di essere l’Immacolata Concezione, venendo così a confermare il dogma del concepimento immacolato di Maria promulgato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 (quattro anni prima).
Ma chi era Bernadette Soubirous? Una ragazza gentile, delicata, cagionevole di salute, cresciuta in una famiglia poverissima, la quale, al tempo delle apparizioni, abitava in un luogo molto umido e malsano. Talmente malsano che, essendo stato già una prigione, si era pensato di abbandonarlo perché troppo inospitale perfino per i detenuti.
Ciò che avvenne a Lourdes lo conosciamo dalle dettagliate deposizioni che Bernadette dovette fare dinanzi alla Commissione Diocesana incaricata di esaminare i fatti.
Tutto ebbe inizio giovedì 11 febbraio 1858, quando Bernadette si recò a raccogliere legna secca nel greto del fiume Gave, insieme ad una sorella e ad una loro amica. Il gruppetto, costeggiando la riva del fiume, giunse dinanzi ad una grotta, ma li separava da essa un piccolo canale. Le compagne di Bernadette lo attraversarono senza esitazione; ella invece non poté mettere i piedi nell’acqua gelata a causa della sua gracilissima salute. Ad un tratto la sua attenzione fu richiamata da un rumore simile a un colpo di vento. Istintivamente si giro versò gli alberi pensando che il rumore fosse venuto da quella parte e invece notò che gli alberi erano completamente immobili. Seguì un secondo rumore, capì che proveniva dal cespuglio che si trovava nella grotta. Fu allora che la ragazza vide una figura bianchissima che aveva l’aspetto di una signora. Questa le fece cenno di avvicinarsi, ma la fanciulla non ebbe il coraggio di farlo. Sorpresa e turbata, non sapeva cosa fare. Bernadette si stropicciò ripetutamente gli occhi pensando che si trattasse di un’allucinazione, ma la Signora era sempre lì, dinanzi alla sua vista. Un’ispirazione le fece tirare dal tascone la sua corona di Rosario e iniziò a recitarlo…e la Signora si unì alla preghiera. Al termine del Rosario l’apparizione scomparve.
Le compagne non avevano visto nulla, né tantomeno sospettarono di qualcosa. Bernadette chiese loro se avessero visto; ovviamente la risposta fu negativa. Sulla strada del ritorno, Bernadette accennò qualcosa alla sorella. Lo stesso fece alla sera con la madre, la quale, però, cercò di convincere la fanciulla ch’era stata solo vittima di un’allucinazione e le ordinò di non tornare più alla grotta. Intanto la sorella non tenne il segreto e riferì alle sue compagne: in breve tempo molte persone vennero a conoscenza di quello che Bernadette aveva visto. Infatti, domenica 14 febbraio, diverse ragazze della sua stessa età chiesero a Bernadette di tornare alla grotta insieme a lei. Ella si rifiutò per non disobbedire alla mamma; ma le ragazze parlarono con la donna e ne ottennero il permesso. Intanto in Bernadette cresceva la paura: e se si trattava di spiriti malefici? Corse subito in chiesa per procurarsi dell’acqua benedetta. Giunse poi alla grotta e avvenne una nuova apparizione. Per tre volte asperse la grotta con l’acqua benedetta: la Signora non si mosse e sorrise. La ragazza allora estrasse la corona e iniziò a recitare il Rosario.
Il 18 febbraio l’apparizione chiese a Bernadette di tornare alla grotta per quindici giorni consecutivi, le raccomandò di andare a dire ai sacerdoti di costruire una chiesa sul luogo delle apparizioni. La ragazza fu fedele all’appuntamento.
Il 24 e 25 febbraio la Signora invitò Bernadette a mangiare dell’erba, a fare dei gesti di penitenza e le ordinò di scavare con le mani sul lato sinistro della grotta. La fanciulla trovò dell’acqua, la Signora le disse di bere ed ella obbedì: portò l’acqua torbida alla bocca, si lavò e poi la bevve.
Il 25 marzo la Signora disse finalmente il suo nome. L’apparizione restò immobile, mostrandosi nell’atteggiamento della Vergine raffigurata nella famosa medaglia miracolosa rivelata a santa Caterina Labourè. La Signora sollevò le mani, le congiunse all’altezza del petto, levò gli occhi al cielo e disse: «Io sono l’Immacolata Concezione».
La Madonna promise a Bernadette la felicità, ma non in questo mondo. A Nevers la veggente visse da religiosa il messaggio di penitenza e di preghiera che aveva ricevuto alla grotta. Morì santamente il 16 aprile 1878, all’età di trentatré anni; età significativa visto le enormi sofferenze che contrassegnarono la sua vita. Fu beatificata nel 1925 e canonizzata nel 1933.
Le apparizioni di Lourdes vennero ufficialmente riconosciute dal vescovo di Tarbes il 18 febbraio del 1862. Ben presto fu eretta una grande chiesa così come la Vergine aveva richiesto.
Lourdes divenne subito il più celebre dei luoghi mariani. Un ufficio speciale (le Bureau médical) fu incaricato di vagliare scientificamente le guarigioni che iniziarono a verificarsi immediatamente. Di miracoli finora ne sono stati riconosciuti una settantina, ma di fatto sono molti di più. Ancora più numerose sono le conversioni.

La risposta a qualsiasi utopia
Pio IX nella Bolla Ineffabilis Deus con cui promulgò il dogma dell’Immacolata Concezione dice chiaramente che la Vergine con i suoi privilegi è l’antidoto a tutti gli errori e a tutte le eresie. Così scrive: «La nostra bocca è piena di gioia e le Nostre labbra di esultanza, e rendiamo e renderemo sempre i più umili e i più vivi ringraziamenti a nostro Signore Gesù Cristo, per averci concesso la grazia singolare di potere, sebbene immeritevoli, offrire e decretare questo onore, questa gloria e questa lode alla sua santissima Madre. E poi riaffermiamo la Nostra più fiduciosa speranza nella beatissima Vergine, che, tutta bella e immacolata, ha schiacciato il capo velenoso del crudelissimo serpente, e ha portato la salvezza al mondo; in colei che è gloria dei profeti e degli apostoli, onore dei martiri, letizia e corona di tutti i santi; sicurissimo rifugio e fedelissimo aiuto di tutti coloro che sono in pericolo; potentissima mediatrice e riconciliatrice di tutto il mondo presso il suo Figlio unigenito; fulgidissima bellezza e ornamento della Chiesa e della sua saldissima difesa. Riaffermiamo la Nostra speranza in colei che ha sempre distrutto tutte le eresie, ha salvato i popoli fedeli da gravissimi mali di ogni genere, e ha liberato Noi stessi da tanti pericoli, che ci sovrastano. Noi confidiamo che ella voglia, con la sua validissima protezione, fare sì che la nostra santa madre, la Chiesa cattolica, superate tutte le difficoltà e sconfitti tutti gli errori, prosperi e fiorisca ogni giorno più presso tutti i popoli e in tutti i luoghi, dal mare al mare, e dal fiume sino ai confini della terra, e abbia pace, tranquillità e libertà completa (…)».
Dunque, la Vergine è colei che distrugge tutte le eresie, perché è colei che ci ha donato il Salvatore permettendo la Redenzione della più grande catastrofe di tutti i tempi: il peccato originale.
Ritorniamo a Lourdes. La Provvidenza non sceglie a caso i luoghi delle apparizioni. In quei tempi la Francia era la patria del positivismo filosofico. Tale corrente affermava che solo la conoscenza sensibile potesse permettere la conoscenza della verità, se mai la verità potesse essere davvero conosciuta. Dunque un materialismo ed un sensismo radicali, che ebbero ripercussioni anche sulla concezione dell’uomo e della sua libertà. Il positivismo, infatti, portò a ritenere che l’uomo fosse totalmente determinato dalla società: una società buona renderebbe l’uomo buono, una società cattiva renderebbe l’uomo cattivo. Invece a Lourdes la Vergine, confermando il dogma dell’Immacolata Concezione, venne a ricordare al mondo la verità del peccato originale, ovvero la verità della libertà e della responsabilità umane. Quale società può essere migliore del paradiso terrestre? Eppure l’uomo, anche nel paradiso terrestre, è stato capace di peccare. Questo perché l’uomo è libero. Certamente la società può influenzarlo ma non determinarlo. Dunque, prima di agire sulle società, bisogna agire sul cuore dell’uomo, per una continua conversione dell’uomo stesso.
Pio IX, spiegando ai cardinali il valore dell’Immacolata Concezione il giorno dopo la promulgazione del dogma, così disse: «La grandezza di questo privilegio varrà moltissimo anche a confutare coloro, i quali negano che la natura umana si sia corrotta per la prima colpa ed amplificano le forze della ragione al fine di negare o di sminuire il beneficio della rivelazione. Faccia, infine, la Vergine Beatissima, la quale sconfisse e distrusse tutte le eresie, che si svella dalle radici e si distrugga anche codesto perniciosissimo errore del razionalismo, il quale, in questi tempi infelicissimi, tanto affligge e tormenta non solo la civile società, ma anche la Chiesa» (Singulari quadam, Allocuzione al Concistoro del 9 dicembre 1854).
Il celebre pensatore spagnolo Donoso Cortes afferma che dalla negazione del peccato originale nascono tutti gli errori, perché dalla negazione del peccato originale nascono tutte le utopie. Così scrive in una sua lettera: «La negazione del peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della Rivoluzione. Supporre che l’uomo non sia caduto nel peccato originale significa negare, e si nega, il mistero della Redenzione e della Incarnazione, il dogma della personalità esteriore del Verbo e il Verbo stesso. Supporre l’integrità naturale della volontà umana, da una parte, e non riconoscere, dall’altra, l’esistenza di altro male e di altro peccato che il male ed il peccato filosofico, significa negare, e si nega, l’azione santificante di Dio sull’uomo e con essa il dogma della personalità dello Spirito Santo. Da tutte queste negazioni deriva la negazione del dogma sovrano della Santissima Trinità, pietra angolare della nostra fede e fondamento di tutti i dogmi cattolici».
La negazione del peccato originale vuol dire la possibilità che l’uomo sia per natura buono e che ciò che lo contamini siano solo le strutture sociali, per cui sarebbe possibile, qualora si creasse una sorta di “società perfetta”, il trionfo totale del bene e della completa bontà dell’uomo stesso. Insomma: l’essenza di ogni utopia, ma anche la convinzione, tipicamente moderna, secondo cui l’uomo possa, con il suo agire (in questo caso con il suo agire politico e sociale), essere “salvatore” di se stesso.
La Vergine a Lourdes indica invece due prospettive: 1) Quella del Cielo come unico fine dell’uomo. 2) Quella dell’eliminazione del peccato come principale scopo dell’agire umano.
Quella del Cielo come unico fine dell’uomo. A Bernadette l’Immacolata disse: «Non ti prometto la felicità quaggiù, ma in Paradiso». Il che significava ricordare all’uomo che la legittima speranza di migliorare la vita terrena non poteva essere sostituita con la pretesa di eliminare totalmente il male da questa stessa vita. Sappiamo che il positivismo filosofico alimentò l’utopia di un possibile mondo senza malattia e senza morte, utopia che poi naufragò tragicamente soprattutto a causa della catastrofe della Grande Guerra.
Quella dell’eliminazione del peccato come principale compito dell’agire umano. L’uomo può diventare buono principalmente con la conversione; le strutture sociali e il progresso medico scientifico hanno senz’altro un valore importante ma certamente relativo: ciò che conta è la santità. Ed ecco perché Lourdes è diventata anche la vera oasi della sofferenza fisica, che, nella tenerezza della Vergine Immacolata, può trovare straordinariamente la guarigione (i miracoli), ma ordinariamente trova di certo la forza per andare avanti e la luce per capire la relatività della vita terrena in comparazione alla pienezza della vita del Paradiso.

Autore: Corrado Gnerre 

Publié dans:feste di Maria |on 10 février, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO : ISTRUZIONI PER QUANDO È BUIO

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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

ISTRUZIONI PER QUANDO È BUIO

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.027, Lun.-Mart. 03-04/02/2014)

Nei momenti difficili della vita non si deve «negoziare Dio» usando gli altri per salvare se stessi: l’atteggiamento giusto è fare penitenza, riconoscendo i propri peccati e affidandosi al Signore, senza cedere alla tentazione di «farsi giustizia con le proprie mani». Nella messa celebrata lunedì mattina, 3 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco ha riproposto la testimonianza del re Davide, «santo e peccatore», nel «momento buio» della fuga da Gerusalemme per il tradimento del figlio Assalonne. Al termine della celebrazione, nel giorno della memoria liturgica di san Biagio, due sacerdoti hanno impartito al Papa e a tutti i presenti la tradizionale benedizione con due candele poste sulla gola in forma di croce.
Per la sua meditazione il Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele (15, 13-14.30; 16, 5-13a). «Abbiamo sentito — ha detto — la storia di quel momento tanto triste di Davide, quando lui è dovuto fuggire perché suo figlio ha tradito». Sono eloquenti le parole di Davide, che chiama Assalonne «il figlio uscito dalle mie viscere». Siamo davanti a «un grande tradimento»: anche la maggioranza del popolo si schiera «con il figlio contro il re». Si legge infatti nella Scrittura: «Il cuore degli Israeliti è con Assalonne». Davvero per Davide è «come se questo figlio fosse morto».
Ma che cosa fa Davide davanti al tradimento del figlio? Il Papa ne ha indicato «tre atteggiamenti». Innanzitutto, ha spiegato, «Davide, uomo di governo, prende la realtà come è. Sa che questa guerra sarà molto forte, sa che ci saranno tanti morti del popolo», perché c’è «una parte del popolo contro l’altra». E con realismo compie «la scelta di non far morire il suo popolo». Certo, avrebbe potuto «lottare in Gerusalemme contro le forze di suo figlio. Ma ha detto: no, non voglio che Gerusalemme sia distrutta!». E si è opposto anche ai suoi che volevano portare via l’arca, ordinando loro di lasciarla al suo posto: «L’arca di Dio rimanga in città!». Tutto questo mostra «il primo atteggiamento» di Davide, che «per difendersi non usa né Dio né il suo popolo», perché per entrambi nutre un «amore tanto grande».
«Nei momenti brutti della vita — ha notato il Pontefice — accade che, forse, nella disperazione uno cerca di difendersi come può», anche «usando Dio e la gente». Invece Davide ci mostra come suo «primo atteggiamento» proprio «quello di non usare Dio e il suo popolo».
Il secondo è un «atteggiamento penitenziale», che Davide assume mentre fugge da Gerusalemme. Si legge nel passo del libro di Samuele: «Saliva piangendo» sulla montagna «e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi». Ma, ha commentato il Papa, «pensate cosa significa salire il monte a piedi scalzi!». Lo stesso faceva la gente che era con lui: «Aveva il capo coperto e, salendo, piangeva».
Si tratta di «un cammino penitenziale». Forse, ha proseguito il Pontefice, Davide in quel momento «nel suo cuore» pensava a «tante cose brutte» e ai «tanti peccati che aveva fatto». E probabilmente diceva a se stesso: «Ma io non sono innocente! Non è giusto che mio figlio mi faccia questo, ma io non sono santo!». Con questo spirito Davide «sceglie la penitenza: piange, fa penitenza». E la sua «salita al monte», ha notato ancora il Papa, «ci fa pensare alla salita di Gesù. Anche lui addolorato a piedi scalzi, con la sua croce, saliva il monte».
Davide, dunque, vive un «atteggiamento penitenziale». Quando a noi invece, ha detto il Papa, «accade una cosa del genere nella nostra vita, sempre cerchiamo — è un istinto che abbiamo — di giustificarci». Al contrario, «Davide non si giustifica. È realista. Cerca di salvare l’arca di Dio, il suo popolo. E fa penitenza» salendo il monte. Per questa ragione «è un grande: un grande peccatore e un grande santo». Certo, ha aggiunto il Santo Padre, «come vadano insieme queste due cose» soltanto «Dio lo sa. Ma questa è la verità!».
Lungo il suo cammino penitenziale il re incontra un uomo di nome Simei, che «gettava sassi» contro di lui e contro quanti lo accompagnavano. È «un nemico» che malediceva e «diceva parolacce» all’indirizzo di Davide. Così Abisài, «uno degli amici di Davide», propone al re di catturarlo e di ucciderlo: «Questo è un cane morto» gli dice con il linguaggio del suo tempo per rimarcare come Simei fosse «una persona cattiva». Ma Davide glielo impedisce e «invece di scegliere la vendetta contro tanti insulti, sceglie di affidarsi a Dio». Si legge infatti nel passo biblico: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita — questo Simei — lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Ecco il terzo atteggiamento: Davide «si affida al Signore».
Proprio «questi tre atteggiamenti di Davide nel momento del buio, nel momento della prova, possono aiutare tutti noi» quando ci troviamo in situazioni difficili. Non si deve «negoziare la nostra appartenenza». Poi, ha ripetuto il Pontefice, bisogna «accettare la penitenza», comprendere le ragioni per cui si ha «bisogno di fare penitenza», e così saper «piangere sui nostri sbagli, sui nostri peccati». Infine, non si deve cercare di farsi giustizia con le proprie mani ma bisogna «affidarsi a Dio».
Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a invocare Davide, che noi «veneriamo come santo», chiedendogli di insegnarci a vivere «questi atteggiamenti nei momenti brutti della vita». Perché ciascuno possa essere «un uomo che ama Dio, ama il suo popolo e non lo negozia; un uomo che si sa peccatore e fa penitenza; un uomo che è sicuro del suo Dio e si affida a lui». 

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 10 février, 2015 |Pas de commentaires »

CHMAKOFF 7 GIORNO DELLA CREAZIONE

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http://www.artbible.net/1T/Gen0201_7rest_Shabbat/pages/21%20CHMAKOFF%207%20JOUR%20DE%20LA%20CREATION.htm

Publié dans:immagini sacre |on 9 février, 2015 |Pas de commentaires »

BEATI GLI AFFLITTI… SANT’AGOSTINO, In Ps 85,24

http://www.iviandantidellamore.net/Meditazioni%20(beatitudini2).htm

BEATI GLI AFFLITTI…

SANT’AGOSTINO, In Ps 85,24

1. Gesù, venuto ad annunciare la buona novella ai poveri, è venuto anche « a predicare ai prigionieri la liberazione… a rimettere in libertà gli oppressi » (Lc4, 18 ). Ecco il segno inconfondibile della salvezza promessa da Dio al suo popolo e annunciata dai profeti: il Messia si china su tutte le miserie umane per salvarle, per dare sollievo e gioia agli afflitti, per consolare chi piange. Tuttavia gli afflitti, come i poveri, non mancheranno mai nel mondo. Le guarigioni miracolose operate dal Signore – « ciechi riacquistano la vista, zoppi camminano, lebbrosi vengono mondati, sordi odono » (Lc 7,22) – non sono che il simbolo di una salvezza più profonda ed essenziale. L’opera di Gesù non si ferma ai corpi, ma va più a fondo: tocca i cuori e li sana dal più grande dei mali: il peccato. Le afflizioni fisiche e mentali, le malattie, i lutti, le oppressioni, gli affanni della vita diventano il veicolo attraverso il quale l’opera della salvezza raggiunge più facilmente l’uomo.
« Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete », ha detto Gesù (Lc 6,25). Chi vive nel godimento, chi ha tutto ciò che vuole e non manca di nulla, corre un rischio tremendo. Soddisfatto di sé e della vita terrena, non avverte la precarietà della sua situazione, non sente il bisogno di essere salvato, non apre il cuore alla Speranza, delle cose celesti. Al contrario l’afflitto, impotente a liberarsi dalle sue tribolazioni, si rende conto che Dio solo può aiutarlo: da lui solo può essere salvato per il tempo e per l’eternità. Gli afflitti che, come i poveri, accettano dalle mani di Dio la loro sorte, che si sottomettono a lui con umiltà, e pur soffrendo non cessano di credere al suo amore di Padre e alla sua provvidenza infinita, sono proclamati beati da Gesù « perché saranno consolati» (Mt5,4). E se la consolazione piena sarà soltanto nella vita eterna, qui in terra, in mezzo alle loro angustie, non saranno privi del conforto di sentirsi più vicini a Cristo che porta con loro e per loro la croce.
2. Quando i mali fisici o morali tormentano l’uomo e sembrano inchiodarlo in situazioni irrimediabili, non è facile credere alla beatitudine proclamata dal Signore. Eppure il dolore nasconde sempre un mistero di vita e di salvezza. «Quanti seminano fra le lacrime mieteranno nel giubilo – dice il salmo -. Chi all’andare cammina in pianto, portando il seme da spargere, al ritorno viene con giubilo, portando i suoi covoni » (Sal 126, 5-6). Come il chicco di grano deve marcire nel solco per dar vita a nuove spighe, così l’uomo deve essere macerato nella sofferenza per dare frutti di letizia eterna. Ma bisogna aspettare e sperare la propria consolazione solo da Dio. Bisogna attendere lui, l’Unico che salva e cambia il pianto in gioia vera. Bisogna avere il coraggio di abbracciare la croce non solo con rassegnazione, ma con amore, con volontà decisa di seguire Gesù sofferente fino al Calvario, fino al sepolcro, perché soltanto dalla morte può fiorire la risurrezione. E questo farlo con cuore dilatato dalla carità che accetta di patire e di morire anche per la risurrezione dei fratelli. Allora si capisce perché S. Paolo ha potuto dire: «Sono ricolmo di consolazione, pervaso di gioia nonostante ogni nostra tribolazione» (2 Cr 7,4). È là beatitudine della sofferenza che incomincia ad avverarsi quaggiù per chi sa patire con Cristo per la salvezza del mondo.
Ma per coloro che amano Dio ci sono altri motivi di pianto. Sono le lacrime roventi di S. Agostino che non cessa di lamentarsi: « Tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato» (Conf. X, 27, 38 ). Sono le lacrime della Maddalena penitente e di Pietro che piange il suo fallo. Sono le lacrime di chi, pur amando sinceramente Dio, deve ogni giorno rimproverarsi qualche debolezza, qualche infedeltà; lacrime sante di compunzione, dono dello Spirito Santo, che purificano dal peccato e uniscono a Dio. E lacrime ancora per tutto il male che, dilagando nel mondo, fa tante vittime, travolge tanti innocenti, fa deviare dalla fede, travaglia la Chiesa, offende Dio. Anche queste lacrime, che sono una partecipazione al pianto di Cristo su Gerusalemme e alla sua agonia nell’orto del Getsemani, saranno consolate, perché chi soffre con Cristo sarà con lui glorificato (Rm 8, 17).

PREGHIERA: Mio Dio, eccomi davanti a te, povero, piccolo, spoglio di tutto. lo non sono nulla, non ho nulla, non posso nulla… Tu sei il mio tutto, tu sei la mia ricchezza.
Mio Dio, ti ringrazio di aver voluto che io non fossi nulla davanti a te… Ti ringrazio delle delusioni, delle ingiustizie, delle umiliazioni. Riconosco che ne avevo bisogno. O mio Dio, sii benedetto quando mi provi. Annientami sempre più. Che io sia nell’edificio non come la pietra lavorata e levigata dalla mano dell’artista, ma come il granello di sabbia oscuro, sottratto alla polvere della strada.
Mio Dio, ti ringrazio di avermi lasciato intravedere la dolcezza delle tue consolazioni. Ti ringrazio di avermene privato. Non rimpiango nulla se non di non averti amato abbastanza. Non desidero nulla se non che la tua volontà sia fatta. O Gesù, la tua mano è dolce, perfino nel culmine della prova. Che io sia crocifisso, ma crocifisso per te.
GENERAL DE SONIS, Vie (par A. Bessières)

Tu, o Signore, mi hai consolato nella tristezza. Nessuno infatti cerca la consolazione se non è nella miseria… Questa, purtroppo, è la regione degli scandali, delle tentazioni, di tutti i mali; ma se qui gemiamo, meriteremo di godere lassù; se qui soffriamo, meriteremo di essere consolati lassù… Questa è la regione dei morti. Scompare la regione dei morti, viene la regione dei viventi. Nella regione dei morti c’è la fatica, il dolore, la paura, la sofferenza, la tentazione, il gemito, il sospiro; Qui ci sono i felici all’apparenza e gli infelici nella realtà, perché falsa è quaggiù la felicità mentre vera è la miseria. Ma riconoscendo di essere ora nella vera miseria, sarò poi nella vera felicità; E appunto perché ora sono misero, ascolto te, o Signore, che dici: « Beati coloro che piangono ».
Si, veramente beati quelli che piangono! Niente è tanto affine alla miseria come il pianto; nulla è tanto lontano e contrario alla miseria quanto la beatitudine; eppure tu parli di piangenti e li chiami beati… Ma perché sono beati? Per ciò che sperano. Perché invece piangono? Per ciò che sono attualmente. Fa’, o Signore, che io pianga in questa vita mortale, nelle tribolazioni della vita presente, nel mio esilio; ma poiché riconosco di essere in tali miserie e ne gemo, fa’ che io sia beato.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2015

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/sick/documents/papa-francesco_20141203_giornata-malato.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2015

(è stata celebrata domenica 8 febbaio e mercoledì 11 per la B.V. di Lourdes)

Sapientia cordis.
«Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo»
(Gb 29,15)

Cari fratelli e sorelle,
in occasione della XXIII Giornata Mondiale del Malato, istituita da san Giovanni Paolo II, mi rivolgo a tutti voi che portate il peso della malattia e siete in diversi modi uniti alla carne di Cristo sofferente; come pure a voi, professionisti e volontari nell’ambito sanitario.
Il tema di quest’anno ci invita a meditare un’espressione del Libro di Giobbe: «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (29,15). Vorrei farlo nella prospettiva della “sapientia cordis”, la sapienza del cuore.
1. Questa sapienza non è una conoscenza teorica, astratta, frutto di ragionamenti. Essa piuttosto, come la descrive san Giacomo nella sua Lettera, è «pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (3,17). È dunque un atteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli e riconosce in essi l’immagine di Dio. Facciamo nostra, pertanto, l’invocazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni / e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12). In questa sapientia cordis, che è dono di Dio, possiamo riassumere i frutti della Giornata Mondiale del Malato.
2. Sapienza del cuore è servire il fratello. Nel discorso di Giobbe che contiene le parole «io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo», si evidenzia la dimensione di servizio ai bisognosi da parte di quest’uomo giusto, che gode di una certa autorità e ha un posto di riguardo tra gli anziani della città. La sua statura morale si manifesta nel servizio al povero che chiede aiuto, come pure nel prendersi cura dell’orfano e della vedova (vv.12-13).
Quanti cristiani anche oggi testimoniano, non con le parole, ma con la loro vita radicata in una fede genuina, di essere “occhi per il cieco” e “piedi per lo zoppo”! Persone che stanno vicino ai malati che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi. Questo servizio, specialmente quando si prolunga nel tempo, può diventare faticoso e pesante. È relativamente facile servire per qualche giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare. E tuttavia, che grande cammino di santificazione è questo! In quei momenti si può contare in modo particolare sulla vicinanza del Signore, e si è anche di speciale sostegno alla missione della Chiesa.
3. Sapienza del cuore è stare con il fratello. Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo. È lode a Dio, che ci conforma all’immagine di suo Figlio, il quale «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Gesù stesso ha detto: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).
Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati. Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!
4. Sapienza del cuore è uscire da sé verso il fratello. Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato, perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell’altro. In fondo, dietro questo atteggiamento c’è spesso una fede tiepida, che ha dimenticato quella parola del Signore che dice: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Per questo, vorrei ricordare ancora una volta «l’assoluta priorità dell’“uscita da sé verso il fratello” come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale e come il segno più chiaro per fare discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta alla donazione assolutamente gratuita di Dio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 179). Dalla stessa natura missionaria della Chiesa sgorgano «la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove» (ibid.).
5. Sapienza del cuore è essere solidali col fratello senza giudicarlo. La carità ha bisogno di tempo. Tempo per curare i malati e tempo per visitarli. Tempo per stare accanto a loro come fecero gli amici di Giobbe: «Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore» (Gb 2,13). Ma gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse la punizione di Dio per una sua colpa. Invece la vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto.
L’esperienza di Giobbe trova la sua autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. E questa risposta d’amore al dramma del dolore umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica della fede (cfr Omelia per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014).
Anche quando la malattia, la solitudine e l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis. Si comprende perciò come Giobbe, alla fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Anche le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo.
6. Affido questa Giornata Mondiale del Malato alla protezione materna di Maria, che ha accolto nel grembo e generato la Sapienza incarnata, Gesù Cristo, nostro Signore.

O Maria, Sede della Sapienza, intercedi quale nostra Madre per tutti i malati e per coloro che se ne prendono cura. Fa’ che, nel servizio al prossimo sofferente e attraverso la stessa esperienza del dolore, possiamo accogliere e far crescere in noi la vera sapienza del cuore.

Accompagno questa supplica per tutti voi con la mia Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 dicembre 2014

Memoria di San Francesco Saverio

 

Gesù guarisce la suocera di Pietro

Gesù guarisce la suocera di Pietro dans immagini sacre CY74-6-09

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Publié dans:immagini sacre |on 6 février, 2015 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – L’ALTROVE DI GESÙ, CERCATORE APPASSIONATO

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – L’ALTROVE DI GESÙ

CERCATORE APPASSIONATO

Gb 7, 1-4; 6-7; Sal 146; 1Cor 9, 16-19.22-23; Mc 1, 29-39

 C’è una parola in questo evangelo di oggi che ci provoca particolarmente. E’ una piccola parola: “altrove”, in greco “allachoû”. In questo testo di Marco, Gesù confessa che la ragione più profonda della sua missione è proprio in un “altrove”: Gesù è sempre per un altrove; la sua è una via che non si arresta mai in un “qui” definitivo e comprensivo di tutto. E ci sono degli altrove perché ci sono sempre altri: altre folle, altri dolori, altri cuori, altre orecchie che devono ascoltare la Parola dell’Evangelo.
Gesù non si lascia imprigionare dalle folle che premono; Gesù ama la gente, ma non si fa fermare da nessuno. Gesù è un cercatore appassionato di uomini che cercano, ed è anche un cercatore appassionato di uomini che non cercano o, drammaticamente, non cercano più. Lui li cerca, perché desidera accendere in essi la ricerca…
Gesù desidera incontrare ogni uomo, e per questo sente la necessità di incontrare il Padre suo nella preghiera solitaria e silenziosa. Gesù ha tempo per il Padre, ha tempo per la solitudine silenziosa. E l’alba lo trova così: orante, in un tempo bruciato tutto per il Padre, senza lasciarsi fuorviare dai bisogni che premono, ma sedotto invece dalla necessità più profonda del suo cuore e del cuore del Padre.
Gesù non si lascia ingannare dalle urgenze, come capita sempre più nello spazio ecclesiale!, ma si lascia afferrare dal necessario, e il necessario si configura proprio nell’altrove: l’altrove dell’intimità con il Padre, l’altrove di un annunzio senza frontiere.
L’altrove di Gesù non è una via di fuga dal quotidiano, poiché questa si configurerebbe come accidia o “disincarnazione”, assurdo per Colui che è l’incarnazione di Dio nella carne dell’uomo! L’altrove di Gesù è invece un altrove che cerca la storia, che cerca gli uomini concreti, li prende per mano, ne ascolta le storie e li conduce alla vita ed al servizio.
La narrazione della guarigione della suocera di Pietro è un racconto vivissimo e caratteristico, ma non è solo questo.
Raccontando questa semplicissima vicenda, Marco desidera sottolineare come Gesù abbia ascoltato l’uomo e le sue sofferenze («gli parlarono di lei»), come Gesù si sia fatto vicino all’uomo nella sua concreta fragilità («le si avvicinò»), e come lo abbia sollevato toccando la sua carne ammalata («la fece alzare prendendola per mano»); Marco usa qui il verbo “eghéiro” che è il verbo pasquale della risurrezione, e lo fa per dirci che l’Evangelo va letto sempre nella prospettiva pasquale. Lo scopo dell’Evangelo, delle parole e dei gesti di Gesù, va ricercato sempre in quella dinamica in cui il contatto con Gesù fa passare dalla morte alla vita, dall’immobilità all’attività, dal non-senso al senso.
La predicazione dell’Evangelo è annunzio di una buona notizia che guarisce, dà la vita e rende gli uomini atti ad amare e a servire.
Nel dialogo con gli apostoli, i quali vorrebbero far tornare Gesù lì dove ha già predicato e mostrato i frutti dell’Evangelo (le guarigioni numerose), Gesù afferma che è venuto per un altrove che mai è esaurito, e a cui deve annunziare (il verbo “keriùssein”!) la buona notizia del Regno. Il testo, anzi, dice che per questo è uscito, con una espressione che ci fa riflettere: è uscito allo scoperto, si è mostrato, è uscito da Dio… Insomma l’annunzio dell’altrove è il motivo del suo invio da parte di Dio.
Leggendo questo testo di Marco penso che, come Chiesa, dobbiamo lasciarci provocare su molti punti: sulla nostra capacità di relazione con l’uomo di oggi; sulla capacità quanto mai necessaria di ascoltare le sue istanze e le sue domande, senza avere risposte sempre precostituite, senza pregiudiziali ma cercando sempre e solo l’uomo concreto, la sua realtà fatta di carne e sangue.
Il testo ci provoca inoltre alla riflessione su quell’altrove che è l’intimità con Dio, e su quell’altrove che è la ricerca inesausta di orizzonti sempre più vasti, senza chiusure in circoli ristretti o di presunti “giusti”.
Marco ci pone con forza, come Chiesa, la domanda sulla passione per l’annunzio dell’Evangelo: quella passione che spinse sempre Gesù all’altrove; quella passione che Paolo proclama nel passo che oggi si legge della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto: Guai a me se non evangelizzo!
Paolo scrive di essersi fatto tutto a tutti per guadagnarne il maggior numero: anche lui mai sazio come il suo Signore; anche lui sempre alla ricerca di un altrove che abbia la bellezza della diversità di tanti cuori umani, in cui si deve versare l’Evangelo di Gesù. Paolo lo grida: per il discepolo è dovere evangelizzare! Non è nè un’attività secondaria, nè tanto meno un hobby per il tempo libero, per gli scampoli di tempo. Non ci si può dar pace da questa assoluta priorità e necessità!
Attenti però a non fare di questo dovere una fonte di attivismo sfrenato che ci fa smarrire noi stessi; la Chiesa dei nostri tempi è affetta gravemente da questa “peste” che non annunzia l’Evangelo, ma lo mortifica e ne mostra un volto meramente filantropico, che nulla ha a che vedere con l’annunzio esigente e trasbordante del Regno.
Questo dovere di cui Paolo scrive sia invece fonte di santa inquietudine, che metta in moto la Chiesa per quel che davvero conta ed è essenziale, e la metta in moto a partire dall’intimità vissuta con Dio. Nella solitudine del deserto, la comunità credente deve ritrovare le ragioni di quell’amore che l’ha amata e che le chiede amore, amore che la spinge all’altrove…da lì, dall’intimità del deserto dell’ascolto adorante, sorge ogni vera passione per l’annunzio dell’Evangelo.
Gesù nella sua vita fece così! La sua vita tra noi fu inquieta passione per il Padre e per l’umanità; la sua vita fu passione per quell’annunzio per cui era uscito dal Padre (cfr Gv 16, 28), per cui era venuto a camminare sulle nostre strade e ad abitare le nostre case.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

Publié dans:MEDITAZIONI PER LA DOMENICA |on 6 février, 2015 |Pas de commentaires »

5A DOMENICA T. ORDINARIO B – OMELIA

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8 FEBBRAIO 2015 | 5A DOMENICA – T. ORDINARIO B | OMELIA

L’IMPEGNATIVA GIORNATA DI CRISTO E DEI SUOI DISCEPOLI

Noi sacerdoti siamo criticati perchè lavoriamo poco. Gesù, Paolo, gli Apostoli, i Missionari lavorarono e lavorano duramente. In parte è vero. Ma quanto costa la preparazione interiore, lo studio, la preghiera…Sto scrivendo alle 5 del mattino!

Le letture di oggi

- Dice Giobbe: « I giorni dell’uomo sulla terra sono un tormento, sono giorni di duro lavoro… » (Giobbe 7,1).
- Dichiara Paolo: « Guai a me se non annunzio Cristo! » (1Cor 9,16).
- Marco: « Così Gesù viaggiò per tutta la Galilea predicando nelle sinagoghe e scacciando i demoni » (1, 39).
Solo a Giobbe, a Paolo, a Gesù tocca passare giornatacce di duro lavoro, sotto il sole, a piedi ovunque, senza perdere tempo prezioso?
Quanti poveri assomigliano a Giobbe! Ma quanti anche si godono la vita alle spalle degli altri… – In tutte le categorie c’è chi lavora duramente e chi fa il bamboccione.
Papa Francesco sta fustigando « senza pietà » gli operai della vigna del Signore, che sono soprattutto laici, mica solo preti e vescovi. Se conosciamo la vera vita cristiana, non possiamo stare un solo secondo inerti, sul divano.
L’esempio di Gesù prima e di Paolo poi è trascinante.
Gesù lo fa gratuitamente e si accontenta di quello che gli offrono. Certamente non passa le notti in hotel da cinque stelle! Quante notti sul monte a pregare… E di giorno sotto il forte sole della Palestina, sempre in giro a fare il suo dovere chiestogli dal Padre: predicare e guarire. Alla sera, una cena frugale e una pietra per cuscino. Neppure un materasso! E quando morirà, è su un durissimo legno verticale. Tre chiodi lo sostengono. Non morirà in una modernissima clinica privata!

Paolo: lavoro per amore di Dio… senza paga umana!

Paolo: in uno scritto si permette una forte polemica facendo una lunga lista di inaudite difficoltà e sofferenze provate nei suoi viaggi. Ai Corinzi spiega a puntino il suo metodo pastorale. Secondo la tradizione ebraica e secondo gli insegnamenti di Gesù, avrebbe diritto di essere « pagato » per vivere con dignità. Predica, predica, predica, ma ecco la novità: non vuole nulla in cambio. Si mantiene lavorando da fabbricante di tende militari.
« A chi mi critica rispondo così: Non ho anch’io il diritto di mangiare e bere a vostre spese? Non ho anch’io il diritto di portare con me una moglie credente come hanno gli altri apostoli, i fratelli del Signore e Pietro? Da quando in qua un soldato presta servizio nell’esercito a sue spese? E chi pianta una vigna non ne mangia forse l’uva? E chi conduce un gregge, non beve il latte di quel gregge? … Dice la Bibbia: Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano. lo non faccio uso di questo diritto, anzi sopporto ogni specie di difficoltà per eliminare qualsiasi ostacolo all’annunzio di Cristo. Preferisco morire piuttosto di fare uso del diritto d’essere mantenuto. Mi è stato imposto di annunziare Cristo. Compio semplicemente il mio dovere. Se dovessi annunziare la Parola di mia spontanea volontà, sarebbe giusto che ricevessi una paga.
La mia soddisfazione? ANNUNZIARE CRISTO GRATUITAMENTE, senza usare i diritti che la predicazione del Vangelo mi darebbe » (1Cor, cap. 9).

Guai a me se non annuncio Cristo!

E’ una pagina biblica poco conosciuta. Troppo lunga? Aiuta tanti cristiani a rivedere la propria posizione. Per vocazione ogni cristiano deve impegnarsi ad evangelizzare: sacerdoti, genitori, insegnanti, religiosi. Se non lo facciamo, lo confessiamo?… E’ un peccato veniale o mortale?…
Certamente i giorni sulla terra sono un duro lavoro, ci sta dicendo Giobbe. Come giustifichiamo tanto tempo perduto in stupidaggini, in chiacchiere inutili? Non ci sta fustigando a dovere Papa Francesco? Non spetta solo a lui predicare ed evangelizzare. Chiamati ad essere Chiesa, automaticamente dobbiamo diventare evangelizzatori in qualsiasi ambiente Dio ci ponga. Dovremmo dire anche noi: « Guai a me se non annunzio Cristo! »
Famiglie cristiane che non evangelizzano, comunità parrocchiali o religiose che non evangelizzano! Don Bosco non si lasciava sfuggire mai neppur la più piccola occasione per evangelizzare con la sua « parolina all’orecchio ». Troppi cristiani bestemmiano invece di annunziare Cristo. Troppi cristiani non evangelizzano perchè non accettano più di essere evangelizzati, soprattutto la domenica, che sta diventando giorno dello sport e dello shopping. Sicuramente Gesù nelle lunghe notti di preghiera avrà pregato anche per noi. Non vuole che cadiamo nella tentazione di diventare dei cristiani dormienti.
Caro Giobbe, insegnaci qualcosa di importante per oggi! Caro Paolo, trasmettici un poco della tua PARRESIA, che è impegno serio a lavorare per Cristo evangelizzando! Caro Gesù, non più « pensaci tu! ». Svegliaci e sgridaci quanto basta per essere degni tuoi discepoli.

Padre Tiziano SOFIA sdb

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