PIETRA VIVA: LA BELLEZZA DELL’ALTARE LITURGICO

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PIETRA VIVA: LA BELLEZZA DELL’ALTARE LITURGICO

« LE COSE BELLE MANIFESTANO LA FORZA ATTRAENTE DELLA VERITÀ »

DI RANDY STICE

Tu sei bellezza … Tu sei bellezza! esclamava di Dio San Francesco d’Assisi. Dio che è bellezza è anche Essere, colui che ha creato e sostiene ogni cosa (cfr. Col. 1,16-17). La bellezza perciò è una categoria dell’essere e ogni bellezza partecipa in qualche misura della bellezza di Dio, come insegna il Concilio Vaticano II: « Per loro natura, le belle arti hanno relazione con l’infinita bellezza divina che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell’uomo » (Sacrosanctum Concilium, n.122). Poiché la bellezza è una categoria dell’essere, nel determinare la bellezza di qualcosa, si deve prima conoscere la sua natura essenziale. Jacques Maritain lo chiamava « segreto ontologico », da lui definito « l’intimo essere » e « l’essenza spirituale ». Il segreto ontologico delle cose è « l’invisibile realtà spirituale del loro essere oggetti di comprensione ».
La Costituzione sulla Sacra Liturgia offre la chiave per il segreto ontologico delle cose in uso nella sacra liturgia: « le cose appartenenti al culto sacro splendano veramente per dignità, decoro e bellezza, per significare e simbolizzare le realtà soprannaturali » (Sacrosanctum Concilium, n.122). Ecco il loro segreto ontologico: significati e simboli delle realtà soprannaturali. Per questa ragione, lo scopo ultimo è « una nobile bellezza piuttosto che una mera sontuosità » (n. 124). Ecco perché, se si vuole giudicare la bellezza dell’altare liturgico, occorre determinare quanto esso sia segno e simbolo delle realtà soprannaturali, e lo stesso occorre ancor prima determinare per l’edificio chiesa.
Prima di considerare la questione dell’ontologia, dobbiamo specificare la nostra metodologia estetica. A questo scopo ci rivolgiamo a San Tommaso d’Aquino. Egli insegna che le cose belle possiedono tre qualità: ‘integritas, consonantia et claritas’. L’integritas si riferisce alla completezza e alla perfezione: nulla di essenziale manca, nulla di estraneo è presente. La consonantia è la qualità della proporzionalità in relazione a un fine, quello che Dio predispone. La claritas, il terzo elemento, è il potere di un oggetto di rivelare la sua realtà ontologica. Umberto Eco la descrive come « la comunicabilità fondamentale della forma, che si realizza in chi guarda o vede l’oggetto ». Una cosa per essere veramente bella, deve avere tutti e tre gli elementi costitutivi (integritas), proporzionata al suo fine ultimo (consonantia), e manifestare la propria realtà essenziale (claritas).
Parlando del consonante, Umberto Eco descrive pure la differenza importante che esiste tra cose differenti ma interconnesse, che formano quello che egli chiama « una densa rete di relazioni… Infatti siamo liberi di considerare la relazione di tre, quattro o un’infinità di cose proporzionate tra loro e proporzionate anche rispetto a un intero unificante ». « In breve, si tratta di una duplice relazione delle parti tra loro e con l’intero di cui sono parte ». Applicato a un edificio ecclesiale e alle sue suppellettili, ciò descrive una moltitudine di relazioni: dal presbiterio alla navata, dall’altare al persbiterio, dall’altare al tabernacolo, dall’ambone alla cattedra del celebrante, e così via.
Chiarita la metodologia, passiamo ora alla questione del segreto ontologico dell’edificio chiesa e dell’altare. L’ontologia dell’edificio ecclesiale deriva dall’ontologia della Chiesa. La Lumen Gentium descrive la Chiesa come segue: « Questo edificio viene chiamato in varie maniere: casa di Dio, nella quale cioè abita la sua famiglia, la dimora di Dio nello Spirito, la dimora di Dio con gli uomini, e soprattutto tempio santo, il quale, rappresentato da santuari di pietra, è l’oggetto della lode dei santi Padri ed è paragonato a giusto titolo dalla liturgia alla Città santa, la nuova Gerusalemme » (Lumen Gentium, n.6).
Notare come la frase leghi la natura della Chiesa alla natura dell’edificio chiesa, leghi le immagini bibliche che descrivono la dimora di Dio con il suo popolo ai luoghi di culto di pietra che sono « paragonati dalla liturgia alla Città santa, la nuova Gerusalemme ». Ontologicamente quindi, l’edificio chiesa è un’immagine del Tempio, e la Città santa immagine della nuova Gerusalemme descritta nel libro dell’Apocalisse.
Figura centrale nella nuova Gerusalemme è l’Agnello (cfr. Ap. 21, 22-23; 22,1.3), che offre il contesto per l’ontologia dell’altare liturgico. Esso è simbolo del Cristo, centro del ringraziamento attualizzato nell’Eucaristia, l’altare del sacrificio e mensa del Signore. Per prima cosa, l’altare è simbolo di Cristo, come affermava Sant’Ambrogio nel IV secolo: « L’altare è l’immagine del corpo di Cristo e il corpo di Cristo sta sull’altare ». Il Catechismo della Chiesa Cattolica riassume tale importante simbolismo: « l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente in mezzo all’assemblea dei suoi fedeli sia come la vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi » (1383).
Se l’altare è il simbolo di Cristo, deve per forza anche essere « il centro dell’assemblea, al quale si deve la massima venerazione » (Eucharisticum Mysterium). L’Istruzione Generale riafferma l’insegnamento dell’Eucharisticum Mysterium, quando lo descrive come « il centro del rendimento di grazie compiuto nell’Eucaristia ». Terzo, l’altare è « il luogo nel quale si compiono i misteri salvifici », l’altare del sacrificio. E’ il luogo, dice l’Istruzione Generale al Messale Romano, « sul quale si rende efficace il Sacrificio della Croce attualizzato nei segni sacramentali ». Quarto, è la mensa della cena sacrificale, « la mensa del Signore alla quale è convocato il Popolo di Dio per partecipare alla Messa ». Unendo questi due ultimi aspetti, il Catechismo dice: « l’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore » (n.1383). Un altare che « serva con la sua dignità e bellezza al decoro del culto » (Sacrosanctum Concilium n.122), rivelerà questa quadruplice ontologia.
Benché i documenti del Magistero non usino la terminologia dell’Aquinate, mostrano di conoscere implicitamente i suoi tre elementi. Riguardo alle specificazioni dell’altare, i documenti della Chiesa parlano dei suoi vari elementi, della sua ‘integritas’, la sua interezza o completezza. L’Istruzione Generale al Messale Romano sottolinea la centralità dell’altare: « l’altare sia collocato in un luogo che veramente sia il centro verso il quale l’attenzione dell’intera assemblea dei fedeli si volge in modo naturale ». Il libro della Conferenza Episcopale Americana « Built of Living Stones », fa riferimento ad altri due elementi, l’altare del sacrificio e la mensa del pasto sacrificale: « la forma e la dimensione devono riflettere la natura dell’altare come luogo del sacrificio e la mensa attorno alla quale Cristo riunisce la comunità per nutrirla ». Ciascuno di questi passaggi si riferisce all’integritas dell’Aquinate.
Il concetto di consonantia, proporzionalità a un fine, trova riscontro allo stesso modo nei documenti del Magistero. L’Introduzione all’Ordine della Messa stabilisce che « dimensione e proporzioni dell’altare devono essere adeguati alla normale celebrazione eucaristica festiva per ospitare le patene, le pissidi e i calici per la Comunione dei fedeli ». Anche la consonantia come « densa rete di relazioni » è presente. Ad esempio l’Esortazione ‘Eucharisticum Mysterium’ dice: « I Pastori siano consapevoli che la disposizione della chiesa contribuisce grandemente a una degna celebrazione e a un’attiva partecipazione dei fedeli ». Fa eco ‘Built of Living Stones’: « Considerando le dimensioni dell’altare, i parroci si assicurino che le principali suppellettili nel presbiterio siano armonicamente propozionate all’altare … L’altare sia collocato centralmente nel presbiterio e sia al centro dell’attenzione nella chiesa ». Un altare che abbia consonantia sarà appropriato alla funzione liturgica e in armonia con le altre suppellettili sacre.
Il terzo elemento dell’Aquinate, claritas, si riferisce al potere di un oggetto di rivelare la sua realtà ontologica. Una cosa può possedere consonantia e integritas, ma se non si rendono percepibili, non sarà bella. E’ quanto dice l’Istruzione Generale quando specifica che « la natura e la bellezza del luogo e delle suppellettili favoriscano la devozione ed esprimano visivamente la santità dei misteri ivi celebrati ». Secondo l’Eucharisticum Mysterium, l’altare sia « collocato e costruito in modo tale che sia sempre visto segno di Cristo stesso ». Un aspetto chiave dell’altare come simbolo di Cristo è l’altare di pietra. L’Istruzione Generale dispone che « vi sia un altare fisso in ogni chiesa, affinché sia più chiaramente e permanentemente significato Gesù Cristo, la pietra viva (1 Pt. 2,4; Ef. 2,20) ». Benché negli Stati Uniti gli altari di legno siano permessi, un altare « con la mensa di pietra naturale » rafforzerà la ‘claritas’ dell’altare, « poiché rappresenta Cristo Gesù, la Pietra Viva ». Da questi riferimenti, risulta bene come l’altare debba mostrare chiaramente la sua realtà ontologica.
Le cose belle rivelano più facilmente e completamente la loro realtà ontologica e manifestano la forza attraente della Verità. La bellezza di un edificio chiesa rifletterà la sua ontologia come Tempio e nuova Gerusalemme, e un bell’altare mostrerà la sua realtà di immagine di Cristo stesso, l’altare del sacrificio, la tavola del banchetto celeste e del ringraziamento. I tre elementi costitutivi della bellezza secondo San Tommaso d’Aquino – integritas, consonantia, claritas – costituiscono una utile metodologia per far sì che quanto è destinato alla sacra liturgia sia degno, bello e in grado di far volgere le menti con devozione verso Dio. La fedeltà alle realtà ontologiche produrranno un edificio chiesa che sarà « veicolo per portare la presenza del Trascendente » (Evdokimov), in cui « ogni altare…dal più grande al più piccolo, sia illuminato dall’altare d’oro del Cielo (Ap. 8,3), e divenga la sua replica sulla terra, la rappresentazione di Cristo stesso » (G. Webb).

The Institute for Sacred Architecture, n. 21 – Primavera 2012
http://www.sacredarchitecture.org/articles/living_stone_the_beauty_of_the_liturgical_altar/
trad. it. di d. Giorgio Rizzieri

(29/01/2013)

Publié dans : liturgia, LITURGIA: STUDI |le 24 février, 2015 |Pas de Commentaires »

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