Archive pour le 23 février, 2015

San Policarpo

 San Policarpo dans immagini sacre polycarp

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S. POLICARPO di SMIRNE (ca. 70-156) – 23 FEBBRAIO

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S. POLICARPO di SMIRNE (ca. 70-156) – 23 FEBBRAIO

S. Policarpo, secondo S. Girolamo, fu ordinato vescovo di Smirne dallo stesso S. Giovanni evangelista, al quale sarebbe succeduto verso l’anno 100. Per oltre cinquant’anni, con zelo e fortezza, governò la sua diocesi, e non è improbabile che esercitasse una certa autorità e un certo prestigio su più vaste zone dell’Asia minore, in quanto egli fu l’ultimo testimone dell’età apostolica.
Nulla sappiamo della patria e della giovinezza di Policarpo che nacque, con tutta probabilità, da genitori cristiani verso il 70. Tranne le notizie fornite dalle lettere di S. Ignazio di Antiochia, e dalla lettera di S. Policarpo ai Filippesi, conosciamo alcuni dettagli della vita di lui da S. Ireneo, vescovo di Lione, che verso il 140 fu suo discepolo, ascoltò le sue istruzioni, raccolse le sue parole, e ne conservò fedelmente il ricordo. Nella lettera che egli mandò al prete Fiorino, che aveva aderito all’eresia dello gnosticismo, scrisse difatti: « Potrei ancora indicare il luogo, il posto preciso dove il beato Policarpo sedeva e insegnava; potrei descrivere come veniva e come andava, ritrarre le fattezze del suo corpo, esporre i discorsi che teneva al popolo, raccontare la familiarità che aveva con l’apostolo Giovanni e con gli altri discepoli che avevano udito il Signore; io potrei dirti infine come ripeteva i loro racconti, e quanto essi avevano udito dalla bocca stessa di Gesù » (Eusebio, St. Eccl., V, 24,16).
S. Policarpo, secondo S. Girolamo, fu ordinato vescovo di Smirne dallo stesso S. Giovanni evangelista, al quale sarebbe succeduto verso l’anno 100. Per oltre cinquant’anni, con zelo e fortezza, governò la sua diocesi, e non è improbabile che esercitasse una certa autorità e un certo prestigio su più vaste zone dell’Asia minore, in quanto egli fu l’ultimo testimone dell’età apostolica.
S. Girolamo afferma difatti che « Policarpo fu il capo di tutta l’Asia ». Quando S. Ignazio d’Antiochia, nel 107. passò da Smirne diretto a Roma per essere sbranato dalle fiere alle quali era stato condannato, fu ricevuto con cuore di vescovo dal giovane Policarpo. Da Troade S. Ignazio gli scrisse una lettera di addio con saggi consigli, come già S. Paolo aveva fatto con Timoteo e Tito: « Abbi cura dell’unità della Chiesa, di cui non vi è nulla di meglio; sopporta tutti come il Signore sopporta te; abbi pazienza e carità con tutti, come del resto fai. Non stancarti nella preghiera; domanda a Dio una sapienza maggiore di quella che hai; vigila con uno spirito insonne; ai singoli parla secondo il metodo di Dio, addossati le infermità di tutti, a somiglianza di un perfetto atleta… Per te io offro a Dio in sacrificio me stesso e le mie catene, quelle catene che tu hai baciato ».
S. Policarpo fece tesoro dei saggi ammaestramenti. Come S. Ignazio, anch’egli scrisse parecchie lettere a privati cristiani e alle chiese asiatiche in difesa della vera fede. A noi è giunta soltanto quella che diresse alla chiesa di Filippi, nella quale egli chiese a quei buoni fedeli notizie riguardo al passaggio del suo amico Ignazio in quella città, ed al martirio di lui. Insieme con la propria lettera egli mandò agli abitanti di Filippi « quante lettere poté avere » del condannato alle belve di cui gli avevano pressantemente fatto richiesta. Nello scritto S. Policarpo insiste specialmente sull’ubbidienza dovuta « ai presbiteri e ai diaconi » che in quel tempo, con probabilità, reggevano collegialmente la piccola comunità.
Nell’ultimo anno di vita il Santo vescovo di Smirne si recò a Roma per accordarsi con il Sommo Pontefice S. Aniceto (+166) sulla data della celebrazione pasquale, che gli asiatici festeggiavano due giorni dopo la Pasqua ebraica, e i romani invece nella domenica seguente, al 14 del mese di Nisan. L’accordo non fu raggiunto, e siccome si trattava di una questione puramente disciplinare, non ne fu turbata la carità, anzi, papa e vescovo si scambiarono vicendevolmente il bacio di pace. Aniceto, per tributare pubblicamente onore a Policarpo, gli permise di celebrare il santo sacrificio nella comunità in vece sua.
A Roma la presenza del vescovo venerando contribuì alla conversione di molti erranti alla verità e all’unità. Dovette avvenire in quell’occasione il famoso incontro con Marcione, scaltro e ricco capo degli gnostici. Quando questi chiese a S. Policarpo se lo conoscesse, egli lo investì aspramente: « O sì, io riconosco il primogenito di Satana ».
Al principio della persecuzione che scoppiò a Smirne sotto il proconsole Stazio Quadrato, S. Policarpo, in seguito a delle pressioni dei fedeli, si ritirò in una casa di campagna non facendo altro giorno e notte che pregare per tutti gli uomini. Tre giorni prima che fosse arrestato, in visione, vide il suo guanciale bruciato dal fuoco. Egli disse a coloro che si trovavano con lui: « Bisogna che io sia arso vivo ». Fu scoperto in seguito alla confessione estorta ad un suo servo mediante la tortura. Il Santo vegliardo, alle guardie che a tarda sera irruppero nella sua casa per arrestarlo, fece servire la cena, e per due ore pregò « per tutta la chiesa cattolica che è nel mondo ». Durante il tragitto egli resistette alle pressioni dell’irenarco Erode che gli diceva: « Che male c’è a dire: Signore Cesare, e sacrificare e compiere le altre cerimonie che si connettono al sacrificio, e così uscire felicemente salvo? ».
All’entrata di Policarpo nello stadio, mentre il popolo gridava, i cristiani udirono dal cielo la voce: « Sii forte, o Policarpo, e d’animo virile ». Condotto davanti al proconsole, il vecchio atleta consentì volentieri a gridare: « Abbasso gli atei », ma si rifiutò di giurare per la divinità dell’imperatore. « Giura e ti libero – insistette il proconsole; – bestemmia Cristo ». Policarpo rispose: « Da ottantasei anni lo servo e in nulla mi ha fatto ingiuria; e come posso bestemmiare il mio rèe, che mi ha salvato? ». Stazio Quadrato mandò il suo banditore a gridare tre volte in mezzo allo stadio: « Policarpo ha confessato di essere cristiano ». La folla dei gentili e dei giudei con rabbia furiosa si pose allora a gridare; « Costui è il maestro dell’Asia, il padre dei cristiani, il distruttore dei nostri dèi, che insegna a molti a non sacrificare, né adorare ».
Condannato ad essere bruciato vivo, Policarpo pregò, legato come un malfattore sulla catasta di legna: « Signore, Dio onnipotente… ti benedico per avermi fatto degno di questo giorno e di questa ora, di prendere parte al numero dei Martiri, mediante il calice del tuo Cristo, alla risurrezione della vita eterna dell’anima e del corpo nell’incorruttibilità dello Spirito Santo ». Le fiamme del rogo lo avvolsero a spira senza ferirlo; il carnefice lo uccise con una pugnalata il 23 febbraio dell’anno 155.
Il Martirio di Policarpo è il più antico tra gli atti dei Martiri che possediamo, e fu scritto in forma di lettera subito dopo la morte del Santo, dalla comunità di Smirne alla chiesa di Filomelio in Frigia.
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Sac. Guido Pettinati SSP,

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AMARE DIO

http://www.clerus.org/clerus/dati/1999-06/14-2/AMAREDIO.rtf.html

AMARE DIO

Chi non sente il desiderio di attuare la propria vocazione, qualunque essa sia, e vivere la vita in pienezza? Chi non ha mai sognato di giungere alla piena identità con se stesso, con il proprio essere? Acquistare la piena maturità in Cristo è l’anelito segreto di ogni cristiano. E proprio questo desiderio di pienezza di vita che spinge l’uomo a porsi in cammino e a intraprendere il « santo viaggio » verso la completa attuazione di ciò a cui è chiamato.
Come riamare Dio da cui ci scopriamo immensamente amati? Ci sarà un modo semplice e attuale per compiere l’itinerario di crescita spirituale a cui il Vangelo ci chiama, e così giungere a rispondere all’Amore con quella pienezza di amore a Dio che è la santità e l’integrale maturità umana di tutta la persona.
Sì, il modo c’è! Ed e semplice e sicuro e attuale oggi più che mai. È racchiuso in una parola del Vangelo: « Non chiunque mi dice, Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli,, (Mc 13, 31). In questo conformarsi al volere del Padre si attua la risposta d’amore. « Chi osserva la sua parola – scrive Giovanni riferendosi alla rivelazione di Gesù -, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto » ( 1 Gv 2, 5). Non conta tanto dire di sì a parole. Importano i fatti, come ci insegna Gesù nella parabola dei due figli (cf. Mc 21, 28-31). Si mostra l’amore facendo la volontà di Dio nel presente, vivendo con interezza il quotidiano, compiendo per amore e con sincerità, per Iddio, quanto attimo per attimo ci è suggerito dallo Spirito attraverso la Parola di Dio, le circostanze di ogni giorno, i doveri e le condizioni della nostra vita, i piccoli gesti abituali… Scegliere Dio è scegliere ciò che lui vuole.
È qui che forse possiamo ritrovare finalmente la semplicità del vivere evangelico. È questo anche l’insegnamento dei più grandi mistici che, pur sperimentando fenomeni spirituali straordinari, sapevano bene che la perfezione non consiste nel far miracoli o nell’operare in modo straordinario, ma – come scrive ad esempio san Paolo della Croce – « in essere perfettissimamente unito alla santissima volontà di Dio, e chi è più unito e trasformato in questo divinissimo beneplacito, quello è il più umile, il più povero di spirito, il più perfetto, il più santo ».
Con la semplicità e la profondità che gli sono proprie, anche il Curato d’Ars non esitava ad affermare che « la santità non consiste nel fare grandi cose, ma nel compiere fedelmente i comandi di Dio e nell’adempiere i doveri dello stato in cui il buon Dio ci ha messi ». Ed ancora recentemente, Paolo Vl confermava la validità di questa strada per l’uomo di oggi, quando diceva: « La santità a noi richiesta non è quella dei miracoli, cioè dei fenomeni straordinari, ma quella della volontà buona e ferma che, in ogni vicenda ordinaria del vivere comune, cerca la dirittura logica della ricerca della volontà di Dio ».
Come riamare l’Amore? Facendo cio che a lui piace! Santità e volontà di Dio sono quindi sinonimi, anche se il termine volontà di Dio va compreso in tutta la sua profondità. Come tante altre parole del vocabolario cristiano, anche questa espressione ha perduto il suo smalto, divenendo spesso scialba, antiquata, fino ad assumere una patina opaca. Spesso è purtroppo sinonimo di rassegnazione o ha fatto da copertura all’ingiunzione autoritaria della volontà di un uomo su altri uomini. Occorre riscoprirla per quello che veramente è: l’incontro tra Dio e l’uomo, la manifestazione che Dio fa di se stesso, e la piena conformazione dell’uomo, in tutto il suo essere, al Dio che rivelandosi si comunica.
Dio ha su ciascuno un disegno d’amore: da sempre l’ha pensato, voluto, amato. Un disegno che si svela progressivamente nel tempo attraverso un rapporto dialogico nel quale, a mano a mano che si aderisce al suo progetto d’amore, si prende coscienza di come Dio ci ha pensati. Creati nel Figlio, ognuno di noi è, nel profondo della sua persona, verbo nel Verbo, parola nella Parola. Per conoscersi occorre quindi rispecchiarsi nella Parola, che si è dispiegata nelle parole del Vangelo. Vivendo il Vangelo, rievangelizzandoci, entriamo in comunione con la Parola originaria e archetipa, e anche la nostra parola prende consistenza. La volontà di Dio non è allora un’imposizione esteriore, arbitraria. È piuttosto il fiorire della nostra più autentica personalità fino a diventare quel verbo d’amore che il Padre da sempre ha pronunciato nel suo Verbo divino. È un rapporto con Dio, un dialogo. Lui mi parla, si svela e mi svela. Io gli rispondo adeguandomi a lui, divenendo come mi ha pensato nel suo disegno d’amore. Si intesse così tutto un legame, sempre più profondo, attraverso il quale io mi realizzo pienamente in una crescita continua che mi porta a diventare quel capolavoro che Dio da sempre ha visto e custodito in sé. Fare la volontà di Dio è l’opposto dell’alienazione: è il pieno ritrovamento di se stessi.
La parola di Dio che sono io, proprio perché parola nella Parola, non è mai disgiunta dalle altre parole che Dio ha pronunciato nel suo amore fecondo e inesauribile. II mio disegno è parte di un disegno più vasto che mi pone in rapporto con gli altri, con le persone con cui vivo, con l’umanità intera, ma anche con gli angeli e con i santi che già dimorano nel seno del Padre. Quando infatti Dio ci pensa, non ci pensa separati dagli altri: ci vede tutti come membri della sua grande famiglia, legati gli uni agli altri, in dono gli uni verso gli altri. Così la vocazione a riamare l’Amore ci pone in dialogo di comunione con gli altri, cos) come ci pone in dialogo di comunione con Dio. Donandoci e accogliendoci, in una costante reciprocità, « usciamo » fuori da noi e diventiamo ciò che siamo chiamati ad essere: il capolavoro pensato da Dio.

VIVERE LA DIVINA AVVENTURA
L’uomo è il culmine della creazione e tutta la riassume in sé.
Fra tutti gli esseri della terra è il solo fatto a immagine e somiglianza di Dio e ha un rapporto personale con lui: un rapporto di conoscenza, di amore, di amicizia, di comunione. Aderendo a ciò che Dio vuole da lui, l’uomo stesso si realizza come uomo e il suo essere trova felicità e pienezza.
Ma fin dal principio l’uomo rifiuta il rapporto con il Creatore; vuole affermare se stesso e diventare Dio, prescindendo da lui, anzi contro di lui.
Anche di fronte al peccato del primo uomo Dio non lo abbandona, lo punisce, ma lo salva. Egli lo caccia dal giardino, ma gli lascia la vita e la speranza di una redenzione.
Con la chiamata di Abramo, l’umanità dice di nuovo il suo « sì » a Dio, e ha inizio così l’avventura di un nuovo cammino morale, spirituale e sociale.
Dopo avere stretto l’alleanza con Abramo e la sua discendenza, Dio rivela a Mosè sul Monte Sinai la propria volontà nel Decalogo, che aiuta l’uomo ad essere più uomo sia in rapporto con Dio che con i suoi simili.
Per mostrare all’uomo tutto il suo amore Dio manda il Figlio Gesù nel quale tutti possono trovare un modello della piena conformità al volere del Padre.
Gesù mostra agli uomini tutta la volontà di Dio, attraverso la sua vita e i suoi insegnamenti, ma soprattutto con il Comandamento Nuovo: « Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri » (Gv 13, 34).
Per il cristiano, fare la volontà di Dio significa « vivere come Gesù », cioè vivere quel rapporto d’amore di figlio col Padre, che si attua nel fare la sua volontà.
Questo amore totale a Dio e agli uomini che Gesù chiede agli altri, egli lo ha vissuto prima di tutti, fino a dare la sua vita per noi.
La volontà di Dio, come ce la mostra il Nuovo Testamento con la vita, la morte e la risurrezione di Gesù, non è l’osservanza di un codice di precetti, ma è tutta e solo Amore, perché è soltanto sull’amore che saremo giudicati.
Se ci incamminiamo per la strada della volontà di Dio, egli ci guida lungo sentieri pensati attimo per attimo dal suo amore, inventati dalla sua fantasia e suggeriti dalla sua provvidenza.
Vivendo cosi, si acquista una grande elasticità nel comprendere la volontà di Dio e si compone un disegno magnifico di cui forse non si capisce subito il senso, ma di cui si sa di certo che è proposto da un Padre che ci vuole bene.
Scriveva Chiara Lubich nel 1946: « Far da Gesù sulla terra, prestare a Dio la nostra umanità affinché la usi per farvi rivivere il suo Figlio diletto. Per questo far come Gesù: solo la Volontà del Padre.
« E la Volontà del Padre è racchiusa nel Vangelo ed è: essere una sola cosa con Dio Padre per mezzo e con l’esempio di Gesù ed essere una sola cosa con tutti i fratelli: « Ut omnes unum sint »".
Nel Vangelo vissuto fu trovata dunque la chiave per comprendere la Volontà di Dio. E, per attuare quello che Gesù chiama il suo Comandamento, Chiara e le sue prime compagne fecero un patto di amore scambievole.
La guerra, che faceva da sfondo al Movimento nascente, aiutò a far capire un’altra cosa fondamentale, e cioè che la Volontà di Dio va fatta subito perché un momento dopo sarebbe troppo tardi.
« L’unico tempo che avevamo nelle nostre mani – ricorda Chiara – era il momento presente. Il passato non era più, il futuro non sapevamo se ci sarebbe mai stato: vivendo il presente, si vivrà bene il futuro quando sarà presente.
« Come un viaggiatore non cammina avanti e indietro nel treno, per affrettare la corsa, ma sta seduto al suo posto, così noi dobbiamo star fermi nel presente.
« Il treno del tempo cammina da sé e, presente dopo presente, arriveremo al momento dal quale dipende l’eternità ».
Un altro esempio è quello del sole con i raggi. « Ognuno di noi cammina nella vita su un raggio distinto da quello del fratello ma pur sempre su un raggio di sole e cioè nella Volontà di Dio.
« Cosi ognuno si sente, per l’unica Volontà che ci lega fra noi e al Padre in Gesù, uno col fratello, con Gesù, col Padre ».
Bisogna camminare sempre in quel raggio e rimanere costantemente nella Volontà di Dio dell’attimo presente. E per rimanerci occorre far tacere la nostra Volontà, facendo solo la sua.
Quando ci accorgiamo di aver trascorso qualche attimo nella Volontà nostra, « fuori dal raggio », nelle tenebre, l’unico modo per migliorarci è rimettersi a far subito in quell’attimo la Volontà divina.
E mentre gli attimi in cui si vive fuori del raggio possono sembrare come i tanti nodi di un disegno intricato e senza senso, quando si crede alla misericordia di Dio, e si vedono le cose con gli occhi suoi, tutto appare come una magnifica trama, che è il disegno di Dio su ciascuno di noi.

* * *
Tutti i santi non fanno che esortarci a vivere la Volontà di Dio:
Per san Francesco di Sales: « L’anima che ama Iddio è tanto trasformata nella divina Volontà da meritare di essere chiamata « Volontà stessa di Dio »".
« L’anima corre come un cavallo sfrenato – dice Caterina da Siena – di grazia in grazia velocemente e di virtù in virtù, ‘ché non ha alcun freno che la trattenga dal correre, perché ha tagliato in se ogni disordinato appetito e desiderio della propria Volontà, i quali sono i freni e i legami che non lasciano correre le anime degli uomini spirituali ».
« Non dimenticatelo mai – dice Teresa d’Avila – perché è importantissimo. L’unica brama di chi vuol darsi all’orazione deve essere di fare il possibile per risolversi a conformare la sua Volontà a quella di Dio ».
« La somma perfezione non sta nelle dolcezze interiori, nei grandi rapimenti, nelle visioni e nello spirito di profezia, bensì nella perfetta conformità del vostro volere a quello di Dio ».
« Mentre pensavo se non avessero ragione di vedermi di malocchio uscir di clausura per fondare monasteri e se non fosse meglio darmi con maggior impegno all’orazione, intesi queste parole: « Finché si è sulla terra, il profitto non consiste nel maggiormente godermi, ma nel fare la mia Volontà »".
Una regola d’oro che tutti i santi ci confermano è di vivere bene l’oggi, l’affanno di ogni giorno, il momento presente.
Caterina da Siena diceva: « La fatica che è passata, noi non l’abbiamo, però che è fuggito il tempo; quella che è a venire non l’abbiamo però che non siamo sicuri di avere il tempo ».
E Antonio Abate: « Ricominciare oggi di nuovo, nella purezza di cuore e nell’obbedienza alla Volontà di Dio ».
Maestra del vivere il presente è Teresa di Lisieux: « Approfittiamo del nostro unico momento di sofferenza, badiamo solo all’attimo che passa; un attimo è un tesoro ».
« La mia vita è un baleno, un’ora che passa, è un momento che presto mi sfugge e se ne va.
Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra non ho altro che l’oggi ».
I1 completo abbandono alla Volontà di Dio, Teresa d’Avila l’ha espresso con una bellissima poesia:
« Vita o morte, trionfo oppure infamia, infermità o salute, sia in pace che tu mi voglia o in orride pene continue e acute, tutto accetta e gradisce questo cuore: Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore.
« Dammi ricchezza o in povertade astringimi, inferno dammi o cielo, vita sepolta fra più dure tenebre o senza velo: a tutto mi sottometto, o dolce Amore: Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore.
« L’Alma, se vuoi, di gioia inalterabile oppure d’assenzio inonda; divozione, orazione, ratti ed estasi o siccità profonda; nel tuo volere trova pace il cuore: Dimmi che vuoi da me, dimmi, Signore ».
La tensione fra Volontà umana e Volontà divina è vissuta da Gesù stesso nell’Orto degli Ulivi:
« Padre, se è possibile, si allontani da me questo calice… Tuttavia sia fatto non ciò che voglio io, Padre, ma ciò che vuoi tu ».
« Soffri e non vorresti lamentarti – dice José Maria Escrivà – Non importa se ti lamenti. È la reazione naturale della nostra povera carne. Purché la tua Volontà voglia, ora e sempre, quello che vuole Dio ».
Ma poi vengono i frutti: « La piena accettazione della Volontà di Dio porta necessariamente la gioia e la pace: la felicità nella croce ».
La Chiesa ha illuminato sempre con la sua dottrina il cammino dell’uomo verso Dio, chiarendogli i misteri del suo volere.
Il Concilio Vaticano II ci ricorda la consolante affermazione di Paolo: « Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità ».
Con chiarezza poi il Concilio ci ricorda: « Il Padre vuole che noi riconosciamo ed efficacemente amiamo Cristo in ciascuno dei nostri fratelli. Ma vi è anche la vita di tutti i giorni, con le sue vicende che, se vengono prese con fede dalla mano del Padre celeste, servono a santificarci, perché sono il mezzo per cooperare alla Volontà divina ».
La voce di Dio parla anche attraverso i Vescovi, dice il Concilio: « Essi fanno le parti dello stesso Cristo, Maestro, Pastore e Pontefice ».
C’è poi la voce di Dio che parla nel nostro cuore. Per chi la sa ascoltare essa diventa come il faro che guida sulla rotta dell’esistenza.
Nel Concilio si è parlato spesso anche di segni dei tempi nei quali bisogna imparare a scorgere con la luce della fede il progetto di Dio nel cammino della storia. Fra questi segni dei tempi vi è la ricerca dell’unità fra le Chiese separate.
« La Volontà di Cristo – dice Giovanni Paolo II – ci stimola a lavorare seriamente e costantemente per l’unità con tutti i nostri fratelli cristiani ».
* * *
Ma come va fatta la Volontà di Dio? « Con estrema fiducia e senza riserva », dice Giovanni Paolo II. « La nostra resa alla Volontà di Dio deve essere totale, il Sì detto una volta per sempre ».
Di fronte alla morte che vede giungere, Paolo VI ci apre il suo animo: « Non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente la Tua Volontà. Fare presto, fare tutto, fare bene. Fare lietamente ciò che ora tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita ».
Papa Giovanni nel suo « Giornale dell’anima » scriveva: « La mia vera grandezza consiste nel fare totalmente e con perfezione la Volontà di Dio.
Tutto il creato compie la Volontà di Dio. I cieli, mossi dalla sua Volontà, gli stanno sottomessi in pace – scrive Papa Clemente Romano -: Il giorno e la notte percorrono il corso da lui prescritto senza ostacolarsi a vicenda. Il sole e la luna e i cori delle stelle girano come egli ha ordinato, in armonia, e senza deviare dall’orbita da lui segnata. L’immenso mare ricurvo, che per l’opera sua creatrice si raccolse nei suoi alvei, non oltrepassa mai i confini che gli pose intorno ».
Nel « Padre Nostro » chiediamo: « Sia fatta la tua Volontà come in cielo così in terra ».
« Quando questo sarà compiuto, allora tutto sarà cielo – esclama Pietro Crisologo -. Allora tutti saranno una cosa sola, anzi uno solo, il Cristo, tutti, quando in tutti vivrà l’unico Spirito di Dio ».
Scriveva Chiara Lubich nel Natale ’46 alle sue prime compagne: « Sì, sì, sì virile, fortissimo, totalitario, attivissimo alla Volontà di Dio… …Se tutte faremo la Volontà di Dio saremo prestissimo quella perfetta unità che Gesù vuole in terra come nel Cielo. E questo non è il nostro sogno? Se poi tutta la nostra vita, nell’attimo presente, sarà questo « sì » ripetuto con uguale intensità, vedremo veramente avverato quello che abbiamo chiesto e tanto desiderato come dono di Natale: essere Gesù. Questo vi invito a fare tutte. Perché su tutte Iddio ha posto una magnifica stella, la sua particolare Volontà su ciascuna di noi, seguendo la quale arriveremo unite al Paradiso e vedremo dietro la nostra luce camminare molte stelle! ».

Publié dans:meditazioni |on 23 février, 2015 |Pas de commentaires »

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