Archive pour le 20 février, 2015

L’arche de Noé et l’alliance cosmique, Noah and the ark

 L'arche de Noé et l'alliance cosmique, Noah and the ark dans immagini sacre 13%20NOAH%20AND%20THE%20ARK
http://www.artbible.net/1T/Gen0601_Noah_flood/pages/13%20NOAH%20AND%20THE%20ARK.htm

Publié dans:immagini sacre |on 20 février, 2015 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO: 1 PIETRO 3,18-22

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Pietro%203,18-22

BRANO BIBLICO SCELTO

1 PIETRO 3,18-22

Carissimi, 18 Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti per ricondurvi a Dio, messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
19 E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; 20 essi avevano un tempo rifiutato di credere, quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua.
21 Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo, 22 il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

COMMENTO
1 Pietro 3,18-22
Battesimo e salvezza in Cristo
La Prima lettera di Pietro è uno scritto cristiano della fine del I secolo che si presenta come opera del grande apostolo di cui porta il nome, ma che secondo gli studiosi moderni è una raccolta di tradizioni che al massimo potrebbero risalire in qualche modo a Pietro o al suo ambiente. In mancanza di chiari riferimenti epistolari nel corpo dello scritto e a motivo del suo carattere esortativo si ritiene oggi che esso non sia una lettera vera e propria, ma un’omelia inserita in una cornice epistolare. Alcuni studiosi, basandosi sugli accenni al battesimo che vi sono contenuti, affermano che si tratti di una predica battesimale, forse organizzata in modo da riflettere la celebrazione di un battesimo comunitario.
Il brano preso in considerazione fa parte della sezione centrale dello scritto, nella quale si danno direttive per la partecipazione dei cristiani alla vita sociale (2,11-4,11). Questo tema è enunciato in 2,11-12 e poi viene sviluppato in tre momenti: a) Codice di comportamento familiare e sociale (2,13-3,12); b) Vita cristiana e sofferenza (3,13-22); c) Rinunzia alle passioni e servizio dei fratelli (4,1-11). Nel brano intermedio (3,13-22) l’autore esorta anzitutto i credenti, fatti oggetto di vessazioni da parte dei loro connazionali, perché siano sempre pronti a dare ragione della speranza che è in loro (vv. 13-17); nei successivi vv. 18-22, che sono riportati nel testo liturgico, egli accenna prima alla risurrezione di Cristo (v. 18), poi spiega il significato della sua discesa agli inferi (vv. 19-20) e infine affronta il tema del battesimo (vv. 21-22).
La risurrezione di Cristo (v. 18)
Ai cristiani perseguitati (cfr. 3,13-17) l’autore ricorda che essi devono ispirare la loro vita al modello di Cristo e associarsi alle sue sofferenze e alla sua morte dolorosa (cfr. 2,21-24). Pietro non si limita però a richiamare le sofferenze di Cristo, ma ne mette in luce il significato. Anzitutto Cristo è morto «una volta per sempre» (apax), cioè con il suo gesto ha raggiunto pienamente, una volta per tutte, il suo scopo. Inoltre egli è morto «per i peccati» (peri amartiôn) cioè per liberare l’uomo dai peccati che lo tengono schiavo. Proprio lui, che era giusto, ha dato la vita per uomini ingiusti, attuando così il compito di ricondurli a Dio: costoro sono identificati con i destinatari dello scritto, i quali sono stati liberati dai peccati e hanno sperimentato l’amicizia di Dio.
Infine Pietro sottolinea che l’opera di Cristo si è attuata secondo la dialettica carne-Spirito. Cristo è stato messo a morte «nella carne», cioè nella sua realtà umana, povera e limitata, che lo accomuna a tutta l’umanità, ma è stato reso «vivo nello Spirito», cioè in forza della potenza stessa di Dio che egli possiede nella sua pienezza. In altre parole l’autore vuole dire che, dopo e in forza della morte che lo ha colpito come ogni altro essere umano, lo Spirito di Dio ha attuato in lui una vita nuova, che si manifesta mediante la sua resurrezione, e da lui si estende a tutti i credenti (cfr. Rm 1,4).
La discesa di Cristo agli inferi (vv. 19-20)
Pietro prende lo spunto dalla morte di Cristo per parlare della sua discesa agli inferi. Egli collega questa nuova riflessione con la precedente mediante l’espressione «nel quale» (en hôi). Questo pronome relativo può riferirsi in generale agli eventi di cui ha appena parlato, cioè alla sua morte e risurrezione: anche la discesa agli inferi fa parte degli eventi fondamentali con cui Cristo ha concluso la sua vita. Ma il relativo può riferirsi anche allo Spirito, che è stato appena nominato: Cristo sarebbe quindi disceso agli inferi «in forza di esso», cioè con la potenza dello Spirito. Questa interpretazione è più probabile in quanto l’autore dimostra la tendenza a riferirsi, col relativo, a un sostantivo espresso immediatamente prima (cfr. 1,6.8; 2,4, ecc.).
La discesa di Cristo negli inferi è così descritta: «Andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua» (vv. 19-20). L’autore allude qui allo Sheol, che era considerato come il regno dei morti, nel quale vanno a finire le anime dei trapassati, per i sadducei senza alcuna speranza di cambiamento, per i farisei in attesa della risurrezione finale. Secondo la terminologia ebraica “andare agli inferi” era semplicemente una circonlocuzione per indicare la morte. Pietro invece la interpreta come una visita in quella regione tenebrosa, nella quale secondo lui erano tenuti come prigionieri tutti coloro che erano vissuti al tempo del diluvio universale (cfr. Gen 6-9). Costoro, pur vedendo che Noè costruiva l’arca, invece di approfittare dell’ultima possibilità che veniva loro concessa dalla pazienza di Dio, non avevano creduto in modo da essere salvati. In altre parole si tratterebbe dell’umanità che è stata sterminata per la sua malvagità al tempo di Noè. Ma forse l’autore pensa più in generale a tutta l’umanità vissuta prima di Cristo, che egli vede contrassegnata dallo stesso peccato che ha provocato la distruzione del diluvio.
A questi spiriti racchiusi nello Sheol come in una prigione Cristo andò a «predicare» (kêryssô). Come oggetto di questo annunzio le traduzioni mettono la parola «salvezza», ma il testo greco non dice che cosa ha annunziato Gesù. Secondo una interpretazione egli non ha annunziato la salvezza, ma la condanna definitiva. Ma è più probabile che si tratti invece di un’offerta di salvezza, una liberazione vera e propria, riferita ai giusti dell’Antico Testamento. È questa l’opinione di Agostino, seguito dalla maggior parte dei Padri e degli esegeti moderni.
Il battesimo (vv. 21-22)
Nell’ultima parte del brano l’acqua del diluvio è presentata come la «figura» (antitypon) del battesimo: l’autore intravede una qualche analogia tra il diluvio e il battesimo cristiano. È vero che l’acqua del diluvio è stata soprattutto strumento di morte, mentre quella del battesimo porta la salvezza; ma bisogna riconoscere che ambedue hanno in comune l’effetto di purificare dal contagio del peccato. Il battesimo è presentato anzitutto come un mezzo di salvezza che opera «ora»: questo avverbio, più che riferirsi al momento liturgico del battesimo, indica l’attualità presente della salvezza battesimale, contrapposta alla sua figura, l’acqua del diluvio, che ha operato in un remoto passato.
L’autore precisa che il battesimo non è un mezzo per togliere la sporcizia del corpo, ma una «invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza», cioè la richiesta a Dio perché mantenga l’impegno da lui preso in favore di chi lo riceve con retta intenzione. La preghiera che accompagna il rito battesimale, non può non essere esaudita se chi la pronunzia non ha una «coscienza buona», cioè le disposizioni del cuore che sono richieste per ritornare a Dio. Queste disposizioni non vengono dalla buona volontà dell’uomo, ma sono anch’esse un dono di Dio, che le opera «in virtù della risurrezione di Gesù Cristo».
Il brano termina con una professione di fede cristologica: questo Cristo che è risorto «è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze». Questa frase riprende le affermazioni delle lettere deuteropaoline circa l’esaltazione di Cristo (cfr. Ef 1,20-21; Col 2,15), alle quali Luca ha dato forma narrativa nel racconto dell’ascensione (At 1,9), facendole poi enunciare da Pietro nella sua prima predica dopo la Pentecoste. In esse si esprime la sovranità cosmica di Cristo, in forza della quale egli diventa il salvatore universale.

Linee interpretative
La morte di Cristo non è stata dunque un incidente di percorso, ma un evento accettato volontariamente da lui perché era l’unico che gli permetteva di manifestare pienamente la sua fedeltà al Padre e la solidarietà con l’uomo limitato e peccatore. Solo accettando fino in fondo il suo destino Gesù poteva esprimere la radicalità della sua scelta a favore degli uomini, soprattutto gli ultimi, i più poveri e diseredati. Proprio per la sua radicalità questo gesto ha un impatto profondo su coloro che ne vengono a conoscenza e li spinge a sopportare le proprie sofferenze con lo stesso spirito e per lo stesso scopo.
Nel contesto del mistero pasquale, Cristo ha dunque ricevuto la pienezza dello Spirito per proporre la salvezza a tutti gli uomini, anche a quelli che erano vissuti prima di lui, non esclusi i peccatori più pervertiti, come quelli del tempo di Noè. Con questa immagine di tipo mitologico e leggendario, propria delle concezioni cosmologiche di allora, l’autore vuole affermare che la salvezza portata da Cristo opera misteriosamente a favore di tutti gli uomini, anche di coloro che sono vissuti prima di lui. Infatti nella sua esperienza personale si rende visibile, in modo chiaro e urgente, quella spinta che ha portato uomini di ogni razza e religione a dare la vita per i loro fratelli.
Il coinvolgimento nell’esperienza di Cristo ha la sua radice nel rito del battesimo, che produce in chi lo riceve effetti di purificazione dal male e di rinnovamento interiore. Chi lo riceve si impegna a vivere come figlio di Dio, in conformità a Cristo. Ma questa partecipazione non dipende dalla buona volontà del soggetto, bensì da un dono di Dio che viene chiesto nel rito del battesimo e si attua in forza dell’influsso salvifico di Cristo risorto e asceso al cielo. Il battesimo è dunque un rito accompagnato da una preghiera con cui viene portata a termine la salvezza inaugurata da Dio nell’Antico Testamento.

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Nuovo Testamento |on 20 février, 2015 |Pas de commentaires »

OMELIA I DOMENICA DI QUARESIMA B

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/6-Quaresima/1a-Domenica-B-2015/10-01a-Quaresima-B-2015-UD.htm

22 FEBBRAIO2015 | 1A DOMENICA – T. QUARESIMA B | OMELIA

1A DOMENICA – T. QUARESIMA 2015

Per cominciare
Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo » è il messaggio di questa prima domenica di quaresima. Un messaggio che ci è stato consegnato già mercoledì scorso, quando il sacerdote ha posto sul nostro capo la cenere della penitenza, come segno visibile della nostra volontà di prendere sul serio questo periodo forte dell’anno liturgico.

La Parola di Dio
Genesi 9,8-15. Ci viene raccontata la fine del diluvio. Iahvè conferma l’alleanza con Noè e con l’umanità. Noè è come un nuovo Adamo: Dio gli promette che non distruggerà più l’umanità e pone nel cielo suggestiva l’ »icona » dell’arcobaleno.
1ª Pietro 3,18-22. Pietro ricorda che il battesimo è come un diluvio di purificazione e ci trasmette la salvezza di Cristo risorto. Come cristiani siamo scampati anche noi al diluvio. Ci presenta poi la glorificazione di Gesù, che ora siede alla destra di Dio, nella pienezza della sua sovranità.
Marco 1,12-15. Il vangelo presenta le tentazioni di Gesù, i quaranta giorni vissuti nella penitenza, prima di iniziare la vita pubblica. È la sua quaresima. Poi rinnovato e deciso inizia la sua predicazione.

Riflettere…
o Gesù si sottopone alla prova del deserto immediatamente dopo il suo battesimo, che lo ha proclamato Figlio di Dio e lo ha « intronizzato » ufficialmente agli occhi dei presenti come messia.
o Gesù è spinto dallo stesso Spirito che si è posato su di lui nel momento del battesimo, e inizia con quaranta giorni di penitenza e di duro deserto la sua vita pubblica. È anche il suo modo di vivere la propria identità messianica, il voler evitare sin dall’inizio ogni trionfalismo.
o Gesù, secondo il racconto di Marco, nel deserto viene tentato da Satana e vive in armonia con gli animali selvatici. È chiara nell’intenzione di chi scrive fare riferimento ad Adamo, il primo uomo uscito dalle mani di Dio. Gesù è l’Adamo definitivo, dopo che Dio ha riproposto inutilmente la sua alleanza con l’umanità attraverso Noè, Abramo e Mosè. Nella prima lettura si ricorda quella di Noè. Gesù riprende il progetto iniziale di Dio e dà alla storia la svolta che si attendeva il Creatore.
o Marco non presenta in dettaglio le tentazioni di Gesù, come fanno Matteo (4,1-11) e Luca (4,1-13). Gesù non viene nemmeno presentato come un « superuomo », ma come qualcuno da imitare nella normalità apparente di chi rifiuta di sottomettersi alle lusinghe del male.
o Il sottoporsi alla tentazione, sottolinea anche l’umanità di Gesù. Come scrive Paolo ai Filippesi: « Pur essendo nella condizione di Dio, Cristo non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… » (2,6-8).
o Gesù lascia il deserto quando Giovanni Battista viene imprigionato, ma si mette sulla stessa scia, entrando senza paura nella mischia, nonostante i rischi legati alla sua missione, soprattutto da parte dei potenti del tempo.
o Un dottore della legge farà questo elogio di Gesù: « Maestro, sappiamo che tu sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno » (Mt 22,16-17). Questa schiettezza e libertà di parola Gesù la manifesterà anche nei confronti delle autorità e degli avversari, senza alcun complesso. Quando gli dicono che Erode ha intenzione di farlo uccidere, sembra raccogliere la sfida ed esclama: « Andate a dire a quella volpe… » (Lc 13,31). Erode non gli fa paura.
o Gesù evita la grande città e proclama la venuta del regno di Dio nella Galilea. Gesù conosce la sua gente sin da ragazzo. È stato anche lui una volta uno di questi artigiani che si avvicinano per ascoltarlo, e conosce molto bene le condizioni di vita di questa gente. Per questo le sue parole partono dalla vita e giungono al cuore. « Nelle sue parole c’è l’odore del sudore della vita » (Endo Shusaku).
o Gesù predica il regno di Dio. Che è qualcosa da costruire, un tempo di fraternità nuova, una società di pace e di diritti riconosciuti. Qualcosa dunque da annunciare, tenendo presenti i progetti di Dio sull’umanità.
o Gesù dirà del regno di Dio: « A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra » (Mc 4,30-32). Il regno di Dio è come un seme che un uomo getta sul terreno, « che germoglia e cresce, come, egli stesso non lo sa » (Mc 4,26-29).
o Il regno di Dio appartiene a un futuro ancora e sempre da costruire, ma che ci coinvolge nel presente. Infatti dipende dalla nostra volontà di conversione.
o L’impegno di conversione non va visto però soltanto negli aspetti faticosi e pesanti: non così lo presenta Gesù. Il regno di Dio che viene a noi, se è accolto come un dono inaspettato, diventa la « buona notizia » che ti cambia la vita e ti riempie di gioia.
o Gesù non è prima di tutto come lo ha dipinto Giovanni il Battista, un rigido riformatore, un fustigatore dei costumi, ma sin dall’inizio predica progetti pieni di novità, di gioia inattesa e di speranza.

Attualizzare
* Le letture invitano alla conversione, ad approfittare del « tempo compiuto » quaresimale per riscoprire la salvezza giunta a noi attraverso il battesimo e realizzare una vita cristiana più convinta e piena.
aIl diluvio è stato il grande battesimo dell’umanità, un battesimo di purificazione radicale. La conversione è la risposta personale ai doni di Dio, la risposta dell’uomo al desiderio di Dio di entrare in dialogo con l’umanità.
* La quaresima è tempo di deserto, di riflessione su di sé e sulla vita, tempo di silenzio. Un tempo abbastanza lungo per un cammino di conversione personale serio. La prima conversione a cui siamo chiamati è probabilmente quella di prendere sul serio questa quaresima.
* Dalla prova dei quaranta giorni del diluvio nasce con Noè la nuova umanità, un’alleanza nuova con Dio. Anche noi potremo uscire da questa quaresima diversi. Viviamo in tempi messianici, lo sposo è già venuto: è il momento che aspettavamo, è il momento giusto per noi.
* Gesù, prima di farsi travolgere dalla vita pubblica, ha vissuto quaranta giorni di prove e privazioni nel deserto. Quaranta giorni pieni di simboli: da quelli di Noè, ai giorni di Elia verso il monte di Dio, a quelli di Giona (« Quaranta giorni e Ninive sarà distrutta »). Il numero quaranta fa riferimento anche ai quaranta giorni di Mosè sul Tabor per ricevere i dettati della Legge, e anche ai quarant’anni di marcia nel deserto degli ebrei verso la terra promessa.
* Tutti siamo chiamati alla conversione. Probabilmente gli ebrei al tempo di Gesù hanno colto con stupore e sorpresa l’invito di Gesù alla conversione. Secondo le loro convinzioni secolari, erano i pagani che avrebbero dovuto convertirsi, non la stirpe eletta, il popolo dell’alleanza.
* Soprattutto i capi religiosi hanno colto tutta la rottura che veniva a rappresentare l’invito di Gesù. Eppure loro più di altri avevano bisogno di cambiare il cuore. Loro più di altri faranno fatica a farsi piccoli per il regno, a entrare seriamente in un atteggiamento di disponibilità. Gesù stesso ha trovato meno difficoltà a « convertire » i peccatori pubblici e incalliti, che a indirizzare i « giusti » del suo tempo verso una mentalità più evangelica.
* Sarà forse anche il nostro caso, di noi che ci troviamo a messa e ci riteniamo tutto sommato cristiani praticanti e migliori di altri, ma che a volte facciamo perfino fatica a dare a Dio il momento della messa della domenica, giorno della risurrezione del Signore.
* A molti le parola quaresima richiama momenti di penitenza e di riti speciali. In realtà si tratta soprattutto di cambiare l’orientamento di fondo della nostra vita, modificare il nostro modo di riflettere sulle cose. È ciò che esprime la parola metànoia (« conversione »), che in greco significa « cambiare la mente », il proprio punto di vista, cambiare il cuore. Oppure la parola ebraica shûb, un verbo molto usato nella Bibbia, che significa « volgersi, tornare, ritornare », tipico di chi ha sbagliato strada, e deve fare un’inversione a « u » per ritrovare il proprio sentiero.
aCambiare cuore, ritrovare il sentiero, ma come manifestare poi la vita ritrovata? Tradizionalmente tre sono gli orientamenti che i cristiani assumono nel tempo della quaresima per raggiungere e manifestare la propria volontà di conversione: il deserto (penitenza, digiuno, silenzio), la preghiera, la carità.
* Deserto. Papa Luciani (il papa dei 33 giorni) ricordava un facchino di Milano che dormiva tranquillo non distante dai binari, nonostante il gran rumore dei treni, e del via vai continuo di gente. Diceva papa Luciani: « C’è bisogno ogni tanto di riposare, di rifarsi per tornare al proprio lavoro, che è monotono, stressante e faticoso ».
* Quanto al digiuno, non proprio popolare nel nostro tempo, a meno che non si tratti di diete per dimagrire o per salvarsi da una malattia, il documento dei vescovi italiani « Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza » (1994) afferma che appartengono da sempre alla vita della chiesa, e rispondono al bisogno del cristiano di conversione. Ma rientrano anche in quelle forme di comportamento religioso che sono soggette alla mutazione dei tempi. Le attuali trasformazioni sociali e culturali rendono problematici, se non addirittura anacronistici e superati, usi e abitudini fino a ieri da tutti accettati. Diventa allora necessario ripensarli.
* La proposta tradizionale è di privarsi o di moderarsi non solo del cibo, ma anche di tutto ciò che può essere di qualche ostacolo alla vita spirituale, alla meditazione, alla preghiera e alla disponibilità al servizio del prossimo.
* Il nostro tempo è caratterizzato dallo spreco, da una corsa sfrenata verso spese voluttuarie, e, insieme, da diffuse e gravi forme di povertà, o addirittura di miseria. In questo contesto, ogni persona è sollecitata ad assumere uno stile di vita improntato a una maggiore sobrietà e talvolta anche ad austerità, che inducano a gesti generosi.
* Quanto alla Preghiera, essa funziona e ci cambia il cuore, e arriva lontano, anche dove noi non ci aspetteremmo. André Frossard, autore del libro Dio esiste, io l’ho incontrato, racconta come avvenne la sua conversione. Alle cinque del pomeriggio entra in una chiesa, stanco di aspettare un amico che ritardava. Entra in chiesa, dove c’erano delle suore che pregavano davanti a Gesù eucaristico esposto. « Forse quelle sorelle parlavano di me al Signore, senza conoscermi », scrisse.
* Infine la Carità. Madre Teresa entra in una capanna buia e sporca. Chiede all’ammalato: « Posso pulirla? ». « Io sto bene così », risponde quell’uomo. In un angolo vede una grossa lampada abbandonata, piena di polvere. « Non l’accendete mai questa lampada? ». « E per chi? Sono anni che nessuno viene a trovarmi ». « E se venissimo noi, accendereste la lampada? ». Egli non disse no e le suore andarono. Tre anni dopo le suore dicono a Madre Teresa: « Quell’uomo ci ha detto che da quel giorno la lampada è sempre stata accesa ».

Il senso del digiuno
« Ecco come tu dovrai praticare il digiuno: durante il giorno di digiuno tu mangerai solo pane e acqua; poi calcolerai quanto avresti speso per il tuo cibo durante quel giorno e tu offrirai questo denaro a una vedova, a un orfano o a un povero; così tu ti priverai di qualche cosa affinché il tuo sacrificio serva a qualcuno per saziarsi. Egli pregherà per te il Signore. Se tu digiunerai in questo modo, il tuo sacrificio sarà gradito a Dio » (il Pastore d’Erma).
« Noi vi prescriviamo il digiuno, ricordandovi non solo la necessità dell’astinenza, ma anche le opere di misericordia. In questo modo, ciò che voi avrete risparmiato sulle spese ordinarie si trasforma in alimento per i poveri » (san Leone Magno).

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA: Giorno di Festa, Anno B

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31