Archive pour le 18 février, 2015

Beato Angelico – Tabernacolo dei Linaioli, Firenze

Beato Angelico - Tabernacolo dei Linaioli, Firenze dans immagini sacre Tabernacolo%20linaioli
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IL BEATO GIOVANNI DA FIESOLE, 18 FEBBRAIO – “BEATO ANGELICO” – PONTIFICA COMMISSIONE BENI CULTURALI (2004)

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_commissions/pcchc/documents/rc_com_pcchc_20040218_beato-angelico_it.html

PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

OMELIA DI S.E. MONS. MAURO PIACENZA

Basilica di S. Marco a Firenze, 18 febbraio 2004

IL BEATO GIOVANNI DA FIESOLE – “BEATO ANGELICO” 18 FEBBRAIO

“Chi fa cose di Cristo, con Cristo deve stare sempre”. Vero discepolo del Santo Patriarca Domenico che o parlava con Dio o parlava di Dio. Questo è il motto che amava ripetere Fra Giovanni da Fiesole insignito dell’epiteto di “Beato Angelico” per la perfetta integrità di vita e per la bellezza quasi divina delle immagini dipinte, e in grado superlativo quelle della Beata Vergine Maria.
Queste parole non sono mie ma del Santo Padre, Giovanni Paolo II e accompagnano le Lettere apostoliche emanate di propria autorità quando concesse nel 1982 a tutto l’Ordine dei Frati Predicatori il culto liturgico con il titolo di “Beato” in onore di Fra Giovanni da Fiesole.
Onoriamo nella celebrazione liturgica di questa sera: Guido di Pietro di Dino, toscano di origine e dell’ordine domenicano, con il nome di Giovanni da Fiesole, meglio conosciuto come Beato Angelico.
La Colletta di questa Santa Messa ci ha ricordato che il Beato Angelico, ispirato dalla paterna provvidenza divina, ha saputo raffigurarci la pace e la dolcezza del paradiso a cui tutti noi tendiamo, perché come dice San Paolo nella lettera ai Romani quelli che vivono secondo lo Spirito pensano alle cose dello Spirito.
“Pittore Angelico” si dirà del Beato Giovanni, l’Angelico, epiteto che gli rimarrà per sempre, formulato dal confratello Domenico da Corella.
Tale attributo del secolo XV è stato avvalorato da Giovanni Paolo II che, in sintonia con il vivissimo desiderio dei venerati predecessori Pio XII e di Paolo VI, avendo anch’egli “nutrito sempre grande simpatia per questo uomo eccellente in spiritualità e arte”, il 3 ottobre 1982 gli riconobbe il titolo, da secoli acquisito, di “Beato”. Inoltre, nella chiesa domenicana di Santa Maria sopra la Minerva in Roma, il 18 febbraio 1984, lo proclamò Patrono universale dei cultori delle arti belle, particolarmente dei pittori. Era la prima volta che il Papa celebrava la Messa in onore del Beato, cui partecipavano cultori d’arte in concomitanza con il 1950º anno della redenzione.
Il vostro Patrono, carissimi fedeli, che sapete porre in evidenza il vero del bello e il bello del vero, è professore peritissimo (“pingendi arte. Peritissimus”) di grazia e bellezza umana e sovrumana: perché il Pittore Angelico con il pennello fatto penna del Dottore Angelico, insegna che “la grazia di Dio non distrugge, ma perfeziona la natura”.
Fra Giovanni, il cui nome significa “Dio fa grazia” è “maestro meraviglioso” (giudizio del fiorentino Antonio Manetti), che illustra i massimi momenti dell’azione della grazia riconciliante.
Nel Salmo 72 abbiamo pregato che il nostro bene è stare vicino a Dio, porre nel Signore Dio il nostro rifugio, per narrare tutte le sue opere. Il Beato Angelico ha mirabilmente narrato le opere del Signore attraverso le sue creazioni che muovono il nostro animo alla contemplazione dei divini misteri.
I suoi capolavori d’arte sono finalizzati ai capolavori della divina opera di salvezza.
Le Annunciazioni hanno nel registro interiore la grazia iniziale, di cui è autore il Figlio divino concepito; le Crocifissioni parlano della grazia effusa mediante il suo sangue, da dove scaturisce l’efficacia dei sacramenti; le Incoronazioni contemplano la grazia consumata o sublimata nella gloria.
In simbiosi, l’Angelico è pittore della bellezza divino-umana, seguendo lo stesso ritmo della storia della salvezza.
La preghiera sulle Offerte ci ricorderà che il Signore ha reso insigne il Beato Angelico nel commemorare la passione di Cristo, passione della quale facciamo in questa Santa Eucarestia memoria salvifica.
Nella Deposizione dalla Croce, che si ammira nel museo di San Marco, in un’atmosfera di pacata luce primaverile, Gesù viene accolto, contemplato, adorato nella sua bellezza d’amore, bellezza di sapienza.
Nell’Incoronazione della Vergine contempliamo invece la visione ultraterrena ed escatologica. Cristo “il più bello tra i figli dell’uomo” (Salmo 44), pieno di grazia e di soavità, depone un diadema finissimo sul capo della Madre: leggermente e delicatamente inchinata, in atteggiamento di umiltà, purezza, ubbidienza, come nel momento dell’Annunciazione. Tutta candida e tutta bella.
Con Gesù e Maria e con gli eletti che li attorniano, il pittore degli angeli apre la visione del paradiso. Beata pacis visio!
E’ dunque visione di paradiso e invito al paradiso: è la grazia consumata nella gloria che fa l’uomo santo e bello per sempre.
Pio XII nel discorso commemorativo del 50° centenario della morte di Fra Angelico, nota: “La sua opera diventa un messaggio perenne di cristianesimo vivo e, sotto un certo aspetto, altresì un messaggio altamente umano: fondato sul principio del potere trasumanante della religione, in virtù del quale ogni uomo, che viene a contatto diretto con Dio e i suoi misteri, torna ad essere simile a lui nella santità, nella bellezza, nella beatitudine… un tipo di uomo modello, non dissimile dagli angeli, in cui tutto è equilibrato, sereno e perfetto: modello di uomini e di cristiani forse rari nelle condizioni della vita terrena, ma da proporre all’imitazione del popolo”.
Oggi vogliamo proporre a noi stessi questo modello da imitare. Si possa dire di noi quanto Michelangelo ebbe a dire del Beato ammirando l’Annunciazione e l’Incoronazione in San Domenico di Fiesole: “Io credo che questo Frate vada in Cielo a considerare quei volti beati e poi li venga a dipingere qua in terra”. Contemplazione ed azione. Contemplata aliis tradere. Ecco la nostra azione missionaria; ecco perché i beni culturali della Chiesa non sono oggetti da museo, ma oggetti vivi, pregni di apostolicità.
Sembra quasi che il Beato Angelico si sia accostato alla Gerusalemme celeste e abbia contemplato “i primogeniti inscritti nei cieli”, come se avesse conversato con i Santi del cielo. Le sue pitture esprimono la profonda comunione spirituale che l’Angelico aveva con le realtà celesti. La sua pittura era testimonianza e preghiera, comunione profonda con i Santi Misteri che, anche questa sera, qui vengono celebrati.
Le sue pitture sono composizioni nella luce, non solo per tecnica, ma per principio di fede e di grazia; la fede è luce, la grazia è forza. Sono esse compagne nel nostro cammino sul quale ci è accanto l’artista.
“Religioso osservante e innamorato del divino, visse la religione trasfondendola nelle pitture, contemplando le quali la mente e il cuore sono tratti a pensieri e propositi santi. Per questo l’Angelico è un artista cristiano completo, è il modello insuperato di quell’armonia di vita e di arte che ogni artista cristiano, degno di questo nome, può proporsi” (cfr. S.E. Mons. Giovanni Fallani, in occasione della riapertura della Biblioteca d’arte “Beato Angelico”, presso il Convento di Santa Maria sopra la Minerva, 1963).

Mauro Piacenza
Presidente
Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

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MATERIALITÀ E SIMBOLOGIA BIBLICA DELL’ACQUA – di GIANFRANCO RAVASI –

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MATERIALITÀ E SIMBOLOGIA BIBLICA DELL’ACQUA

di GIANFRANCO RAVASI –

L’Osservatore Romano 2 settembre 2011

È questa la stagione nella quale riusciamo a comprendere in pienezza il valore di quella tetrade aggettivale che san Francesco ha dedicato nel suo Cantico a “sor’acqua”: “utile et humile et pretiosa et casta”. Tanti sono i profili che questa realtà presenta, soprattutto a livello sociale, come vediamo ininterrottamente nelle “lotte per l’acqua”, nelle tragedie legate alla siccità, nelle stesse politiche: si pensi, per stare vicino a noi, anche alla recente vicenda del referendum che l’aveva proprio per tema.
Si tratta, infatti, di una realtà veramente “utile et pretiosa”, principio della nostra composizione organica e della stessa sopravvivenza. Noi ora ci accontenteremo di lasciare spazio alla Bibbia che ci parlerà non solo della “materialità” dell’acqua ma anche e soprattutto della sua “simbolicità”. … Un panorama assolato, una steppa arida, un’oasi verdeggiante incastonata in una valle, una pista che si dipana negli spazi solitari, qualche raro albero e cespuglio: può sembrare uno stereotipo paesaggistico orientale, ma è effettivamente questo l’habitat prevalente dell’uomo della Bibbia ed è così che l’acqua costituisce, ieri e oggi, il cardine dei desideri e delle contese, l’archetipo dei simboli e delle idee del nomade e del sedentario.
La parola majim, “acqua”, risuona oltre 580 volte nell’Antico Testamento, come l’equivalente greco hydor ritorna un’ottantina di volte nel Nuovo (metà di queste occorrenze sono nel solo Vangelo di Giovanni); circa 1.500 versetti dell’Antico e oltre 430 del Nuovo Testamento sono “intrisi” d’acqua, perché oltre ai vocaboli citati c’è una vera e propria costellazione di realtà che ruotano attorno a questo elemento così prezioso, a partire dal pericoloso jam, il “mare”, o dal più domestico Giordano, passando attraverso le piogge (con nomi ebraici diversi, se autunnali, invernali o primaverili), le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, i serbatoi celesti, il diluvio, l’oceano e così via. Per non parlare poi dei verbi legati all’acqua come bere, abbeverare, aver sete, dissetare, versare, immergere (il “battezzare” nel greco neotestamentario), lavare, purificare…. Un filo d’acqua scorre idealmente attraverso le pagine delle Sacre Scritture, testimoniando una sete ancestrale, legata a coordinate geografiche ed ecologiche segnate dall’aridità.
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Non per nulla la Bibbia si apre con la creazione della luce e dell’acqua (Genesi, 1, 3-10) e con le piogge e la canalizzazione delle sorgenti (Genesi, 2, 4-6) e si chiude con “unfiume d’acqua viva limpida come cristallo che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello” (Apocalisse, 22, 1). E in mezzo c’è sempre l’ansiosa ricerca dell’acqua e la sete. Basti solo pensare a Israele nel deserto e al suo grido: “Dateci acqua da bere!” (Esodo, 17, 2), o alla siccità vista come una maledizione celeste pronunziata dal profeta in nome di Dio: “Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto – minaccia Elia – non ci sarà né rugiada né pioggia se non quando lo dirò io” (1 Re, 17, 1).
Geremia ci ha lasciato uno dei più vivaci e drammatici ritratti di questa piaga endemica del Vicino Oriente: “I ricchi mandano i loro servi in cerca d’acqua; essi si recano ai pozzi ma non la trovano e tornano coi recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perché non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto perché non c’è erba. Gli onagri si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli; i loro occhi languiscono perché non si trovano erbaggi” (14, 3-6)…. È per questo che, quando s’affacciano le nubi e cade la pioggia, si è convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: “Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani” (28, 12).
Tuttavia il Creatore, che è Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dirà Gesù: “Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo, 5, 45). E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Salmista – in un dipinto poetico di straordinaria fragranza (65, 10-14) – immagina che il Signore passi col suo carro delle acque “dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto (…) e tutto canta e grida di gioia”.
L’uomo dà il suo contributo con le canalizzazioni e la tecnica idraulica: basti solo visitare nella fortezza di Meghiddo in Galilea l’imponente acquedotto o seguire la galleria (di 540 metri) scavata nell’VIII secolo prima dell’era cristiana, dal re Ezechia per portare l’acqua dalla sorgente di Ghicon fino alla riserva di Siloe a Gerusalemme (una lapide, conservata ora al museo archeologico di Istanbul evoca il momento emozionante della caduta dell’ultimo diaframma e dell’incontro delle due squadre di operai che da lati opposti avevano condotto lo scavo)…. Proprio perché è al centro della esistenza fisica, l’acqua diventa un simbolo dei valori assoluti, della vita anche nella sua dimensione spirituale, della stessa trascendenza.
Melville in quel particolare “romanzo d’acqua” che è Moby Dick scriveva: “Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé, fratello di Giove? Certo tutto questo non è senza significato. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso che, non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che vedeva nella fonte, vi si immerse e annegò. Ma quella stessa immagine anche noi la vediamo in tutti i fiumi e oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto”. La stessa chiave è, dunque, adottata anche nella Bibbia e secondo uno spettro molto variegato di significati, non solo positivi. Pensiamo solo al segno del diluvio come atto giudiziario divino compiuto attraverso l’acqua e allo stesso esodo nel mar Rosso che si chiude come un sepolcro di morte sugli Egiziani oppressori o al citato jam, il “mare”, che meriterebbe una trattazione a sé stante, essendo per Israele il simbolo del caos, del nulla e persino del male: per questo Cristo cammina sulle onde e fa piombare i porci, animali impuri, nel mare e riesce a sostenere su quelle acque anche il discepolo impaurito, Pietro (Matteo, 14, 24-31)….
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L’acqua è, però, prima di tutto e sopra tutto segno di vita e di trascendenza. Noi ora ci accontenteremo di mettere quasi in fila, in una sorta di elenco, alcuni dei tanti valori metaforici che le acque acquistano: esse, infatti, nella Bibbia non sono mai dolcemente contemplate come “chiare fresche dolci acque” alla maniera petrarchesca, ma sono celebrate come rimandi a realtà nascoste più alte. Così, l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita. Basti solo evocare l’indimenticabile comparazione geremiana: “Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua” (2, 13). L’acqua è segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi: “Verranno giorni – dice il Signore – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete d’acqua, ma di ascoltare la parola del Signore… Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Amos, 8, 11 e Isaia, 55, 10-11)….
L’acqua è simbolo della sapienza divina effusa in Israele: “Essa trabocca come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi, fa dilagare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia (…) Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola! Ed ecco il mio canale è divenuto un fiume e il mio fiume un mare” (Siracide, 24, 23-25.28-29).
L’acqua annunzia l’era messianica e la rinascita dell’umanità: “Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa; la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” (Isaia, 35, 6-7). Anzi, l’acqua diventa l’emblema di Cristo, come si intuisce nel celebre dialogo con la Samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Giovanni, 4, 14). È per questo che l’evangelista testimonia con insistenza che dal costato del Cristo crocifisso “uscì sangue e acqua” (19, 34). E come si intuisce nelle parole destinate alla donna di Samaria, l’acqua diventa anche il segno della vita nuova del credente nel quale è effuso lo Spirito di Dio. Gesù, durante la festa ebraica delle Capanne (che comprendeva proprio un rituale con l’acqua di Siloe), aveva esclamato: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Giovanni, 7, 7-39).
L’acqua, allora, è immagine della vita nuova del fedele che con essa si purifica il cuore del male (“Lavami da tutte le mie colpe”, Salmi, 51, 4), secondo quel rito lustrale che è presente in quasi tutte le culture religiose. Essa rappresenta, così, anche la rigenerazione interiore, destinata a dare frutti di giustizia: “Il giusto sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua; darà frutti a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (Salmi, 1, 3).
Ma l’acqua rimane soprattutto il simbolo supremo di quel Dio di cui l’uomo ha sempre sete ed è questa la costante preghiera di tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia (letteralmente “la mia gola”) ha sete di Dio, del Dio vivente (…) O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua…” (Salmi, 42, 2-3; 63, 2).

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 18 février, 2015 |Pas de commentaires »

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