OMELIA – 15 FEBBRAIO 2015 | 6A DOMENICA T.O.

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/6a-Domenica-B/03-06a-Domenica-B-2015-JB.htm

15 FEBBRAIO 2015 | 6A DOMENICA – T. ORDINARIO B | LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: MT 1,29-39

Continuando la narrazione della prima tappa dell’attività pubblica di Gesù, il vangelo ci presenta il suo incontro con un lebbroso, un malato senza nome del quale conosciamo solo la sua terribile malattia. Non sono frequenti nei vangeli i casi di cura della lebbra; oltre ai racconti paralleli di Mt 8,1-4 e Lc 5,12-16, solo Luca ci offre un altro esempio (Lc 17,11-18). Tipico di Marco è la proibizione finale di Gesù: il miracolo non deve essere divulgato. Non è da rimpiangere che il beneficiato non rispettasse l’ordine ricevuto. La lebbra, quantunque grave indisposizione della pelle, era considerata allora come la malattia più vicina alla morte, per la disintegrazione fisica che la caratterizzava, per il contagio che si temeva e per l’aspetto repulsivo di chi la soffriva. Curare dalla lebbra era considerato un portento simile alla rianimazione di un morto (Nm 12,10-12). Nei giorni di Gesù, il lebbroso, oltre ad essere quasi sempre malato incurabile, era soprattutto per tutta la vita un emarginato sociale: gli era proibita la convivenza coi sani, compresa la sua propria famiglia; viveva trasandato, in posti solitari e, dato che era considerato impuro, non poteva andare nemmeno a pregare al tempio. Il lebbroso non perdeva solo a poco a poco le sue membra a causa della malattia, ma perdeva i suoi esseri cari e la consolazione di visitare il suo Dio, nel Tempio; contava unicamente sulla sua terribile malattia ed un’enorme indigenza. Di esse rimase liberato. Come poteva tacerlo?

In quel tempo, 40si avvicinò a Gesù un lebbroso, supplicandolo in ginocchio: « Se vuoi, puoi purificarmi. » 41Sentendo compassione, stese la mano e lo toccò, dicendo: « Lo voglio, sii purificato » 42La lebbra gli fu tolta immediatamente, e fu purificato. 43E ammonendolo severamente, gli disse: 44″Guarda di non dir niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro ». 45Ma, quando andò via, incominciò a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva entrare oramai apertamente in nessuna città; rimaneva fuori, in luoghi deserti; ed anche lì accorrevano da tutte le parti.

1. LEGGERE:
Capire quello che dice il testo e come lo dice

Durante il primo viaggio di Gesù per la Galilea, predicando il vangelo ed scacciando demoni (Mc 1,39), un lebbroso si avvicina a Gesù. La sua presenza è inaspettata: il lebbroso doveva evitare di entrare in contatto coi sani. Più insolito è ancora il suo comportamento: lo supplica, inginocchiato, per la sua guarigione. L’iniziativa, dunque, parte dal malato; la sua petizione è chiara, benché cortese: se vuoi. Riconosce che può curarlo ed accetta che deve volerlo: sa che ha il potere, non sa che vuole guarirlo. Il malato, non sappiamo bene perché, perché il testo non lo menziona, mette la sua fiducia in Gesù: la sua guarigione dipende dalla buona volontà di Gesù. Portato dalla sua necessità estrema, si mette nelle sue mani.
Prima di curare, Gesù si commuove. E quello che è più è sorprendente, tocca il malato; il male del lebbroso gli ha ferito il cuore, e, toccandolo con la mano, è rimasto esposto al contagio della sua impurità. Prima di volere guarirlo, Gesù ha sentito compassione. E per guarirlo, ha rotto un tabù sociale ed una norma legale. Il miracolo non nasce solo dalla volontà di un taumaturgo, neutrale o distante; si sente infetto personalmente prima di lasciare pulito il lebbroso e rischia di trasgredire la legge.
Il racconto, con tutto ciò, non finisce col miracolo realizzato. Il silenzio imposto l’obbliga ad evitare la testimonianza personale; ma il mandato di presentarsi al sacerdote lo restituisce alla vita sociale e all’obbedienza legale. Il comportamento di Gesù è paradossale. Ma il lebbroso, appena guarito, non può lasciare di proclamare la sua buona sorte: trovarsi con Gesù l’ha guarito e convertito in suo testimone. Lo precede la sua fama di guaritore. Il racconto comincia narrando che gli si avvicinò un lebbroso. E finisce annotando che « accorrevano a lui da tutte le parti. » Dovette guarire un escluso sociale affinché la gente si lanciasse alla sua ricerca, alla ricerca di uno che..

2. MEDITARE:
APPLICARE QUELLO CHE DICE IL TESTO ALLA VITA

Nei miracoli di Gesù si manifesta, efficace e presente, il regno di Dio. Risaltando, inoltre, i sentimenti di Gesù, Marco umanizza il miracolo: la sua pietà verso il malato lo portò a guarirlo; la sua compassione lo liberò della vergogna. Gesù restituisce alla comunità l’uomo emarginato, ma non desidera che si conosca il prodigio; il rispetto della legge segnala qui la meta autentica della cura: solo il sacerdote deve constatare quello che è successo. Ma chi si è avvicinato al regno, non può tacere. E contro lo stesso Gesù, gli fa da testimone. Niente di buono può dire su Cristo chi niente di buono ha sperimentato. Non dovrebbe importarci che ci trovi malati; se riusciamo ad attirare la sua attenzione, ritorneremo curati da lui e con lui gioiremo. E per inopportuno che sia, nonostante la sua ammonizione, gireremo il mondo proclamando il bene che ci ha fatto. Se per percorrere questa strada è necessario solo non sentirsi bene del tutto, con se stesso e col proprio mondo, che cosa ci impedisce di iniziare?
Di questa situazione disperata, senza uscita, ne seppe approfittare il lebbroso del vangelo per la sua salvezza; nel suo gesto, e nella reazione di Gesù, potremmo immaginarci un possibile accesso a Gesù, e la nostra salvezza. Solo così la narrazione che abbiamo sentito sarà per noi parola di Dio, buona notizia, vangelo fatto opportunità di vita e motivo di speranza.
Benché ci sembri logico che un malato cerchi chi possa curarlo, il caso è che, essendo lebbroso, gli era espressamente proibito dalla legge di avvicinarsi a qualunque persona. I lebbrosi erano obbligati a farsi conoscere con urla, per evitare il contatto con chi passava vicino: questo, invece, si avvicina e supplica in ginocchio; non gli interessa quello che era prescritto, per riuscire ad ottenere che Gesù lo esaudisca; prende l’iniziativa e si fida di Gesù che passava da lontano: se vuoi, puoi mondarmi. Il lebbroso si sottomette alla volontà di Gesù, prima di manifestarle la propria; si dichiara d’accordo con Gesù, senza che conosca ancora la sua reazione. Si appoggia più su quello che Gesù vuole che non su ciò che desidera; gli importa di più la volontà di Gesù che la propria. Affidarsi è la migliore maniera di chiedere qualcosa, senza esigerlo.
Bisogna ammirare la fede, sorta da una situazione senza speranza, di questo malato: si ha bisogno di molta fiducia in Gesù per accettare dall’inizio una sua decisione che non sappiamo se ci esaudisca realmente. Ma solo così, la domanda, perfino quella dettata da certe leggi, si fa largo ed è ascoltata. Il lebbroso ha scommesso su Gesù, chissà perché non aveva un altro a cui confidarsi; ma ciò non importa: gli confidò il suo male e la sua disposizione ad accontentarsi di quello che gli desse. Apprenderemo qualche giorno a pregare come il lebbroso? Quando ci stringeremo a Gesù, che cosa ci porta a lui, come gli facciamo presenti le nostre necessità? La fiducia previa, l’audacia di andare alla sua ricerca contro quello che pensino o comandino gli altri, l’accettazione espressa della sua volontà, ci apriranno il suo cuore. Così succedette in quel tempo al lebbroso. Ed a noi potrebbe succederci oggi, in qualunque giorno, se avessimo la fede del lebbroso e mettessimo la nostra fiducia in Cristo.
Fu la sua estrema necessità che diede coraggio al lebbroso per andare, rompendo le norme, in cerca di Gesù; ma fu la simpatia di Gesù, la sua profonda tenerezza davanti ad una terribile malattia, quello che lo portò a toccare, contro ogni logica e contro la legge di allora, il malato contagioso: Gesù lo guarì avvicinandosi al suo male, visibilmente commosso.
Siccome ci manca la fiducia che ebbe il lebbroso, non troviamo Gesù commosso davanti a noi, né riusciamo a sentirci afferrati dalla sua mano. Coloro che vanno a Gesù col proprio male, per terribile che sia, e lo pregano, carichi di fiducia: se vuoi, puoi curarmi, gli sentiranno dire: lo voglio, sii mondato. Perché non abbiamo trovato ancora la mano e la compassione di Gesù? non sarà perché, non avendo accettato il nostro male, non troviamo ragione alcuna per affidarlo a Dio? Che cosa ci fa dubitare del valore del saper pregare, del fidarsi di Dio! abbiamo bisogno di coraggio, non piccolo, per affrontare i nostri mali, se vogliamo uscire in cerca di aiuto. Perdiamo il buon Dio solo perché ci crediamo o già buoni o non sufficientemente ammalati.
Gesù non cura solo il lebbroso, lo restituisce alla società: libera l’uomo dalla sua malattia e dalla sua solitudine. Quando Dio guarisce, non cura solo il nostro male interiore, trasforma anche le nostre relazioni con gli altri, ci guarisce in profondità e ci impone la convivenza: a colui che gli è stata restituita la salute, deve diventare fratello degli altri; a chi guarisce, Gesù lo introduce, già mondo, tra gli uomini che si credono sani. È la sua forma di curare il mondo. Non è per garantire l’incontro con Gesù che non abbiamo ragioni per andare verso gli altri; né lo è una eucaristia che ci salvi solo dai nostri peccati o una vita di fede che ci liberi dai nostri fratelli; e – capiamolo bene – fratelli sono tutti quelli che il male ha reso fratelli con noi. Unicamente chi incontra Gesù per trovarsi con gli altri, è completamente guarito: la solitudine nella quale viviamo la nostra fede che ci fa indifferenti al male degli altri, preoccupati solo del nostro, è segno inequivocabile che non siamo stati curati da Gesù. Per quanto malati ci sentiamo, per quanto glielo chiediamo, se la nostra vita di credenti non ci guarisce interiormente e non ci integra di più nella vita degli altri, a poco servono i nostri incontri con Gesù.
Chi trova Gesù, come il lebbroso, si converte, nonostante contro lo stesso comando di Gesù, nel suo testimone più efficace: non si può tacere la propria guarigione, non si può tacere la grazia ricevuta. Il riconoscimento è opera del cuore e le labbra non hanno la forza per tacere i sentimenti; così l’antico lebbroso si trasformò inopinatamente in profeta loquace: crea intorno a sé un movimento di simpatia verso Gesù, fino al punto che gli fu difficile la sua vita giornaliera ed il suo riposo; costa ben poco al malato, in altri tempi escluso, parlare bene, e molto di chi l’ha guarito.
E noi? Se è vero che non vediamo troppi entusiasmi per Gesù intorno a noi, nel nostro mondo, in famiglia,.. non sarà perché non siamo riusciti ancora a sentirci guariti da Gesù? O se egli ha fatto già la sua parte, se ci ha presi già tante volte per mano e ha detto si lo voglio, sii mondato, non sarà perché non vogliamo dire con la nostra vita il bene che ci ha fatto Dio? Se Egli è per noi la cosa più importante, la cosa migliore che abbiamo, perché tacerlo?; perché occultarlo agli altri? Non sarà che non siamo ancora convinti del tutto della bontà di Gesù, che può e vuole curarci? Ci mancherà, a noi credenti di oggi, quello che eccedé al lebbroso di ieri: fiducia nel potere, fede nella buona volontà di Gesù?

JUAN J. BARTOLOME sd

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