Archive pour le 12 février, 2015

Jerusalem, The old city walls near the Jaffa Gate.

Jerusalem, The old city walls near the Jaffa Gate. dans immagini 1280px-Jerusalem_-_Walls_leading_to_Jaffo_Gate

http://en.wikipedia.org/wiki/City_of_David_National_Park

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NEVE SILENZIO E STUPORE

http://web.tiscali.it/pulchritudo/page174/page211/page211.html

NEVE SILENZIO E STUPORE

È diventato famoso il verso di una battuta del poeta francese Francois Villon, nato a Parigi attorno al 1431 e morto dopo il 1463: Mais où sontles neiges d’antan?, « Ma dove sono le nevi di un tempo?”.
Si ripete spesso che non nevica più come accadeva nella nostra infanzia, che il tempo è cambiato e che le stagioni sono trasformate.
Forse è questione di nostalgia del passato, anche se per noi del terzo millennio c’è di mezzo quella devastazione ambientale che abbiamo perpetrato e di cui le grandi nazioni non mostrano segni di pentimento o ravvedimento.
Ebbene, noi ora vorremmo evocare una sorta di quadretto invernale attraverso il rimando a un solenne e vasto inno al Creatore composto da un sapiente biblico vissuto nel Il sec. a.C., il cui nome completo era Gesù Ben Sira, chiamato convenzionalmente il Siracide.
Il suo canto al Creatore si stende dal 42,15 fino a 43,33 del suo libro e si apre con una celebrazione del mistero divino e, dello splendore cosmico: «Quanto sono amabili tutte le sue opere! Eppure solo una scintilla se ne può osservare!… Esse sono a coppia, una di fronte all’altra; nulla ha creato di incompleto…». Ma quest’ultima frase nell’originale ebraico, ritrovato a partire dalla fine dell’Ottocento e a metà del secolo scorso (prima possedevamo solo la versione greca dell’opera eseguita dal nipote del Siracide), suona così: «Ogni creatura è diversa dall’altra; non ne ha fatta nessuna inutile!».
Dopo questa premessa sfilano le creature più affascinanti: il sole che «emette vampe di fuoco, fa brillare i suoi raggi e abbaglia gli occhi»; la luna che è come un orologio cosmico (si ricordi che il calendario ebraico è lunare); le stelle simili a sentinelle nelle loro varie postazioni; l’arcobaleno «teso dalle mani di Dio», «affascinante nel suo splendore»; ecco poi i vari eventi meteorologici, come il guizzare dei fulmini, il volo delle nubi nel cielo, il tuono che fa tremare la terra, il turbinio dei venti.
È a questo punto che si apre la scena dell’inverno con la meraviglia della neve che spesso imbianca i colli su cui si leva Gerusalemme. Il poeta biblico canta così quella stagione: «Scende la neve come uccellini che si posano; la sua discesa sembra quella delle cavallette che si posano. L’occhio contempla la bellezza del suo candore e il cuore stupisce nel vederla fioccare.
Il Signore riversa poi sulla terra la brina come se fosse sale: gelandosi forma come tante punte di spine.
Soffia la gelida tramontana: sulla superficie dell’acqua si condensa il ghiaccio che si depone sull’intera massa delle acque che si rivestono così d’una corazza» (43,18-20).
Subentra poi l’estate; ma lo spazio maggiore è riservato proprio all’inverno, la stagione che più impressiona chi vive in un paesaggio spesso assolato e arido. Tuttavia lo sguardo del poeta biblico non è mai solo “romantico”. Subito dopo, infatti, il Siracide canta: «Potremmo dire tante cose e mai finiremmo se non per dire: Egli è tutto! … Egli, il Grande, sopra tutte le creature! Il Signore è terribile e grandioso, meravigliosa è la sua potenza!» (43,27-29)

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BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, TESTIMONI E INVIATI DI CRISTO (2006)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060322.html

BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, TESTIMONI E INVIATI DI CRISTO (2006)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 22 marzo 2006

Gli Apostoli, testimoni e inviati di Cristo

Cari fratelli e sorelle,

la Lettera agli Efesini ci presenta la Chiesa come una costruzione edificata « sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù » (2, 29). Nell’Apocalisse il ruolo degli Apostoli, e più specificamente dei Dodici, è chiarito nella prospettiva escatologica della Gerusalemme celeste, presentata come una città le cui mura « poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello » (21, 14). I Vangeli concordano nel riferire che la chiamata degli Apostoli segnò i primi passi del ministero di Gesù, dopo il battesimo ricevuto dal Battista nelle acque del Giordano.
Stando al racconto di Marco (1, 16-20) e di Matteo (4, 18-22), lo scenario della chiamata dei primi Apostoli è il lago di Galilea. Gesù ha da poco cominciato la predicazione del Regno di Dio, quando il suo sguardo si posa su due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Sono pescatori, impegnati nel loro lavoro quotidiano. Gettano le reti, le riassettano. Ma un’altra pesca li attende. Gesù li chiama con decisione ed essi con prontezza lo seguono: ormai saranno « pescatori di uomini » (cfr Mc 1, 17; Mt 4, 19). Luca, pur seguendo la medesima tradizione, ha un racconto più elaborato (5, 1-11). Esso mostra il cammino di fede dei primi discepoli, precisando che l’invito alla sequela giunge loro dopo aver ascoltato la prima predicazione di Gesù e sperimentato i primi segni prodigiosi da lui compiuti. In particolare, la pesca miracolosa costituisce il contesto immediato e offre il simbolo della missione di pescatori di uomini, ad essi affidata. Il destino di questi « chiamati », d’ora in poi, sarà intimamente legato a quello di Gesù. L’apostolo è un inviato, ma, prima ancora, un « esperto » di Gesù.
Proprio questo aspetto è messo in evidenza dall’evangelista Giovanni fin dal primo incontro di Gesù con i futuri Apostoli. Qui lo scenario è diverso. L’incontro si svolge sulle rive del Giordano. La presenza dei futuri discepoli, venuti anch’essi, come Gesù, dalla Galilea per vivere l’esperienza del battesimo amministrato da Giovanni, fa luce sul loro mondo spirituale. Erano uomini in attesa del Regno di Dio, desiderosi di conoscere il Messia, la cui venuta era annunciata come imminente. Basta ad essi l’indicazione di Giovanni Battista che addita in Gesù l’Agnello di Dio (cfr Gv 1, 36), perché sorga in loro il desiderio di un incontro personale con il Maestro. Le battute del dialogo di Gesù con i primi due futuri Apostoli sono molto espressive. Alla domanda: « Che cercate? », essi rispondono con un’altra domanda: « Rabbì (che significa Maestro), dove abiti? ». La risposta di Gesù è un invito: « Venite e vedrete » (cfr Gv 1, 38-39). Venite per poter vedere. L’avventura degli Apostoli comincia così, come un incontro di persone che si aprono reciprocamente. Comincia per i discepoli una conoscenza diretta del Maestro. Vedono dove abita e cominciano a conoscerlo. Essi infatti non dovranno essere annun-ciatori di un’idea, ma testimoni di una persona. Prima di essere mandati ad evangelizzare, dovranno « stare » con Gesù (cfr Mc 3, 14), stabilendo con lui un rapporto personale. Su questa base, l’evangelizzazione altro non sarà che un annuncio di ciò che si è sperimentato e un invito ad entrare nel mistero della comunione con Cristo (cfr 1 Gv 1,3).
A chi saranno inviati gli Apostoli? Nel Vangelo Gesù sembra restringere al solo Israele la sua missione: « Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele » (Mt 15, 24). In maniera analoga egli sembra circoscrivere la missione affidata ai Dodici: « Questi Dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: « Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele »" (Mt 10, 5s.). Una certa critica moderna di ispirazione razionalistica aveva visto in queste espressioni la mancanza di una coscienza universalistica del Nazareno. In realtà, esse vanno comprese alla luce del suo rapporto speciale con Israele, comunità dell’alleanza, nella continuità della storia della salvezza. Secondo l’attesa messianica le promesse divine, immediatamente indirizzate ad Israele, sarebbero giunte a compimento quando Dio stesso, attraverso il suo Eletto, avrebbe raccolto il suo popolo come fa un pastore con il gregge: « Io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda… Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro » (Ez 34, 22-24). Gesù è il pastore escatologico, che raduna le pecore perdute della casa d’Israele e va in cerca di esse, perché le conosce e le ama (cfr Lc 15, 4-7 e Mt 18, 12-14; cfr anche la figura del buon pastore in Gv 10, 11ss.). Attraverso questa « raccolta » il Regno di Dio si annuncia a tutte le genti: « Fra le genti manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatta e la mano che avrò posta su di voi » (Ez 39, 21).
E Gesù segue proprio questo filo profetico. Il primo passo è la « raccolta » del popolo di Israele, perché così tutte le genti chiamate a radunarsi nella comunione col Signore, possano vedere e credere. Così, i Dodici, assunti a partecipare alla stessa missione di Gesù, cooperano col Pastore degli ultimi tempi, andando anzitutto anche loro dalle pecore perdute della casa d’Israele, rivolgendosi cioè al popolo della promessa, il cui raduno è il segno di salvezza per tutti i popoli, l’inizio dell’universalizzazione dell’Alleanza. Lungi dal contraddire l’apertura universalistica dell’azione messianica del Nazareno, l’iniziale restringimento ad Israele della missione sua e dei Dodici ne diventa così il segno profetico più efficace. Dopo la passione e la risurrezione di Cristo tale segno sarà chiarito: il carattere universale della missione degli Apostoli diventerà esplicito. Cristo invierà gli Apostoli « in tutto il mondo » (Mc 16, 15), a « tutte le nazioni » (Mt 28, 19; Lc 24, 47, « fino agli estremi confini della terra » (At 1, 8). E questa missione continua. Continua sempre il mandato del Signore di riunire i popoli nell’unità del suo amore. Questa è la nostra speranza e questo è anche il nostro mandato: contribuire a questa universalità, a questa vera unità nella ricchezza delle culture, in comunione con il nostro vero Signore Gesù Cristo.

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