Archive pour janvier, 2015

IL BATTESIMO INIZIO DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE PER GRAZIA (2005) DI BARTOLOMEO I

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IL BATTESIMO INIZIO DELLA NOSTRA DIVINIZZAZIONE PER GRAZIA (2005)

Dovremmo avere lo stesso dono della parola che aveva il nostro santo predecessore Gregorio il Teologo, il quale nella sua omelia sulla Santa Epifania – insuperabile sia teologicamente che letterariamente – esprime in maniera incomparabile la fede genuina della Chiesa sul santo battesimo trasmessa fin dai tempi antichi

DI BARTOLOMEO I, PATRIARCA ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI

In queste pagine, i mosaici della prima metà dell’XI secolo del monastero
di Hosios Loukas, Daphni, Grecia; qui sopra il battesimo di Gesù
In queste pagine, i mosaici della prima metà dell’XI secolo del monastero di Hosios Loukas, Daphni, Grecia; qui sopra il battesimo di Gesù
Dovremmo avere lo stesso dono della parola che aveva il nostro santo predecessore Gregorio il Teologo, il quale nella sua omelia sulla Santa Epifania – insuperabile sia teologicamente che letterariamente – esprime in maniera incomparabile la fede genuina della Chiesa sul santo battesimo trasmessa fin dai tempi antichi, e, riferendosi alla rivelazione del Dio Trinitario al fiume Giordano, illustra con commovente magnificenza la grandezza dell’amore del Signore per gli uomini, che con la santificazione degli elementi materiali, come l’acqua, rende possibile la partecipazione alla vita divina a noi pellegrini sulla terra.
Molteplici sono le teofanie che – nelle sue svariate religioni mitiche – l’umanità ha conosciuto fin dai tempi antichi ed esse rivelano la profondissima ma inappagata sete dell’animo umano di giungere alla comunione con il suo Creatore. La Chiesa, Corpo di Cristo, che vive il compimento delle prefigurazioni e delle visioni dell’Antico Testamento, a partire dalla manifestazione del Dio Trinitario al fiume Giordano nel momento del battesimo di Gesù, non ha mai cessato di vivere manifestazioni divine di diversa intensità, grazie alla condiscendenza misericordiosa di Dio amico dell’uomo.
Dal momento in cui il Dio Logos «si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio», come diceva Atanasio il Grande, gradualmente ha rivelato il mistero della divinizzazione degli uomini, certo non per natura ma per grazia, tramite la potenza increata dello Spirito Santo, e ha consegnato ai fedeli sé stesso come esempio: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2, 21).
Battezzato lui stesso nel Giordano, ha insegnato così la necessità del battesimo come sacramento fondamentale e introduttivo per l’incorporazione e l’innesto dei fedeli nel bell’olivo della Chiesa e ha ripetuto, nel suo famoso dialogo notturno con il discepolo Nicodemo, che «se uno non nasce dall’acqua e dallo Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5). Allo stesso modo ognuno di noi, quando riceve il battesimo, viene purificato in modo misterioso dalla macchia del peccato, e, rinato spiritualmente, ha da quel momento in poi la possibilità di partecipare dinamicamente alla vita della Chiesa, dove vivendo in purezza di spirito e di corpo può sperimentare già ora le manifestazioni divine e la manifestazione divina finale della quale godranno quanti diverranno partecipi del Paradiso, secondo la mirabile descrizione dell’evangelista Giovanni nella sua Apocalisse (capp. 21 e 22).
Quando parliamo di manifestazione divina, non intendiamo una condizione prodotta dalla fantasia, ma una totale partecipazione dell’intera persona umana, corpo e anima, ai doni dello Spirito Santo. In tale partecipazione, può accadere di sperimentare soltanto interiormente la presenza operante di Dio o può accadere di vivere anche corporalmente un cambiamento che non si può descrivere con parole umane. Così d’altronde capitò al santo apostolo Paolo che per primo visse questo fatto (2Cor 12), e si scoprì incapace di descriverlo, trattandosi di una pregustazione seppure di minima intensità del Paradiso.
Simili doni di grazia sono stati e sono ancora vissuti da moltissimi santi della Chiesa, sia antichi sia a noi contemporanei, che peraltro non li hanno cercati, visto che la manifestazione di Dio costituisce un evento straordinario, concepibile soltanto come dono di Dio, e non può essere il risultato di speciali sforzi tecnici che in una qualche maniera costringano Dio a rivelare sé stesso.
Una tale visione e condizione spirituale esige una vita assolutamente evangelica, secondo le promesse pronunciate al momento del nostro battesimo, quando «abbiamo rinunciato a Satana e siamo stati uniti a Cristo». E visto, comunque, che «viviamo nella carne e abitiamo nel mondo» e sporchiamo la candida veste del battesimo sia a causa della debolezza umana sia per la tentazione del demonio, il Signore misericordioso ci ha donato il secondo battesimo, cioè quello del pentimento e delle lacrime. Addirittura, riguardo al valore di questo secondo battesimo, san Gregorio di Nissa scrive che «anche la lacrima che gocciola ha la stessa forza del lavacro del battesimo, e un gemito di contrizione restituisce la grazia che si era perduta per poco tempo».
Con quel che abbiamo detto qui molto brevemente, abbiamo tentato di mostrare la fede ininterrotta che vive la Madre Santa, la Grande Chiesa di Cristo, riguardo al significato della manifestazione di Dio, in primo luogo al Giordano e poi nella vita quotidiana dei fedeli. La nostra discendenza da Adamo, il progenitore decaduto, certamente ci ha fatto ereditare anche tante conseguenze negative che ci ostacolano nel cammino per giungere alla visione diretta del volto di Dio. Il Signore misericordioso, però, con la sua ineffabile incarnazione e l’insieme della divina economia, ci concede la possibilità di spogliarci del vecchio Adamo corruttibile e di rivestirci in Lui del nuovo, secondo il detto paolino: «Quanti siamo battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo». Così canta la Chiesa nel giorno luminoso della festa dell’Epifania, con la gioia nel cuore, aspettando il rinnovamento di questo mondo corruttibile al momento della seconda venuta del Signore, il quale con la santificazione delle acque inaugura il ritorno alla bellezza primigenia anche della creazione stessa, che soffre con noi fino a quando Cristo sarà tutto in tutti.

PAPA FRANCESCO (SUL BATTESIMO, 13.11.13)

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PAPA FRANCESCO (SUL BATTESIMO, 13.11.13)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 13 novembre 2013

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Credo, attraverso il quale ogni domenica facciamo la nostra professione di fede, noi affermiamo: «Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati». Si tratta dell’unico riferimento esplicito a un Sacramento all’interno del Credo. In effetti il Battesimo è la “porta” della fede e della vita cristiana. Gesù Risorto lasciò agli Apostoli questa consegna: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato» (Mc 16,15-16). La missione della Chiesa è evangelizzare e rimettere i peccati attraverso il sacramento battesimale. Ma ritorniamo alle parole del Credo. L’espressione può essere divisa in tre punti: «professo»; «un solo battesimo»; «per la remissione dei peccati».
1. «Professo». Cosa vuol dire questo? È un termine solenne che indica la grande importanza dell’oggetto, cioè del Battesimo. In effetti, pronunciando queste parole noi affermiamo la nostra vera identità di figli di Dio. Il Battesimo è in un certo senso la carta d’identità del cristiano, il suo atto di nascita, e l’atto di nascita alla Chiesa. Tutti voi conoscete il giorno nel quale siete nati e festeggiate il compleanno, vero? Tutti noi festeggiamo il compleanno. Vi faccio una domanda, che ho fatto altre volte, ma la faccio ancora: Chi di voi si ricorda la data del proprio Battesimo? Alzi la mano: sono pochi (e non domando ai Vescovi per non far loro provare vergogna…). Ma facciamo una cosa: oggi, quando tornate a casa, domandate in quale giorno siete stati battezzati, cercate, perché questo è il secondo compleanno. Il primo compleanno è quello della nascita alla vita e il secondo compleanno è quello della nascita alla Chiesa. Farete questo? È un compito da fare a casa: cercare il giorno in cui io sono nato alla Chiesa, e ringraziare il Signore perché nel giorno del Battesimo ci ha aperto la porta della sua Chiesa. Al tempo stesso, al Battesimo è legata la nostra fede nella remissione dei peccati. Il Sacramento della Penitenza o Confessione è, infatti, come un “secondo battesimo”, che rimanda sempre al primo per consolidarlo e rinnovarlo. In questo senso il giorno del nostro Battesimo è il punto di partenza di un cammino bellissimo, un cammino verso Dio che dura tutta la vita, un cammino di conversione che è continuamente sostenuto dal Sacramento della Penitenza. Pensate a questo: quando noi andiamo a confessarci delle nostre debolezze, dei nostri peccati, andiamo a chiedere il perdono di Gesù, ma andiamo pure a rinnovare il Battesimo con questo perdono. E questo è bello, è come festeggiare il giorno del Battesimo in ogni Confessione. Pertanto la Confessione non è una seduta in una sala di tortura, ma è una festa. La Confessione è per i battezzati! Per tenere pulita la veste bianca della nostra dignità cristiana!
2. Secondo elemento: «un solo battesimo». Questa espressione richiama quella di san Paolo: «Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,5). La parola “battesimo” significa letteralmente “immersione”, e infatti questo Sacramento costituisce una vera immersione spirituale nella morte di Cristo, dalla quale si risorge con Lui come nuove creature (cfr Rm 6,4). Si tratta di un lavacro di rigenerazione e di illuminazione. Rigenerazione perché attua quella nascita dall’acqua e dallo Spirito senza la quale nessuno può entrare nel regno dei cieli (cfr Gv 3,5). Illuminazione perché, attraverso il Battesimo, la persona umana viene ricolmata della grazia di Cristo, «luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9) e scaccia le tenebre del peccato. Per questo, nella cerimonia del Battesimo, ai genitori si dà una candela accesa, per significare questa illuminazione; il Battesimo ci illumina da dentro con la luce di Gesù. In forza di questo dono il battezzato è chiamato a diventare egli stesso “luce” – la luce della fede che ha ricevuto – per i fratelli, specialmente per quelli che sono nelle tenebre e non intravedono spiragli di chiarore all’orizzonte della loro vita.
Possiamo domandarci: il Battesimo, per me, è un fatto del passato, isolato in una data, quella che oggi voi cercherete, o una realtà viva, che riguarda il mio presente, in ogni momento? Ti senti forte, con la forza che ti dà Cristo con la sua morte e la sua risurrezione? O ti senti abbattuto, senza forza? Il Battesimo dà forza e dà luce. Ti senti illuminato, con quella luce che viene da Cristo? Sei uomo e donna di luce? O sei una persona oscura, senza la luce di Gesù? Bisogna prendere la grazia del Battesimo, che è un regalo, e diventare luce per tutti!
3. Infine, un breve accenno al terzo elemento: «per la remissione dei peccati». Nel sacramento del Battesimo sono rimessi tutti i peccati, il peccato originale e tutti i peccati personali, come pure tutte le pene del peccato. Con il Battesimo si apre la porta ad una effettiva novità di vita che non è oppressa dal peso di un passato negativo, ma risente già della bellezza e della bontà del Regno dei cieli. Si tratta di un intervento potente della misericordia di Dio nella nostra vita, per salvarci. Questo intervento salvifico non toglie alla nostra natura umana la sua debolezza – tutti siamo deboli e tutti siamo peccatori -; e non ci toglie la responsabilità di chiedere perdono ogni volta che sbagliamo! Io non mi posso battezzare più volte, ma posso confessarmi e rinnovare così la grazia del Battesimo. È come se io facessi un secondo Battesimo. Il Signore Gesù è tanto buono e mai si stanca di perdonarci. Anche quando la porta che il Battesimo ci ha aperto per entrare nella Chiesa si chiude un po’, a causa delle nostre debolezze e per i nostri peccati, la Confessione la riapre, proprio perché è come un secondo Battesimo che ci perdona tutto e ci illumina per andare avanti con la luce del Signore. Andiamo avanti così, gioiosi, perché la vita va vissuta con la gioia di Gesù Cristo; e questa è una grazia del Signore. 

Apostle Paul in prison

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Publié dans:immagini sacre |on 7 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

FEDELTÀ NEL TEMPO – ENZO BIANCHI

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FEDELTÀ NEL TEMPO – ENZO BIANCHI

Fedeltà è un’attiva lotta la cui arena è il cuore umano. È nel cuore che si gioca la fedeltà! Questo significa che essa è vivibile solo a misura della propria libertà interiore, della propria maturità umana e del proprio amore…

«Ascoltate oggi la sua voce» (Salmo 95,7): nella Bibbia è l’alleanza con il Signore che definisce il tempo di Israele, del popolo di Dio: un tempo esistenziale misurato sul davar, la parola-evento del Signore, e sull’obbedienza del popolo di Dio a questa parola. Il tempo nella Scrittura è sempre legato alla storicità radicale dell’uomo, alla sua struttura di creatura che nell’oggi decide il proprio destino tra vita e morte, tra benedizione e maledizione. Per questo la storia è orientata a un télos – fine e meta – svelato dagli interventi di Dio che si manifesta nei progressi e nelle regressioni dell’umanità, ed è storia di salvezza perché Dio chiama continuamente l’uomo a camminare verso la luce, verso una meta che è il Regno, e gli fornisce i mezzi per farlo nell’attesa dello shalom, dono di Dio e coronamento della fedeltà degli uomini.?È questa concezione del tempo che verrà prolungata nel Nuovo Testamento: venuta la «pienezza del tempo» (Galati 4,4), Dio manda suo Figlio, nato da donna, e la sua vita, la sua passione-morte-resurrezione appaiono eventi storici, unici, collocati in un tempo preciso, e inaugurano gli ultimi tempi, quelli in cui noi viviamo nell’attesa della sua gloriosa venuta, attesa del Regno e del rinnovamento del cosmo intero. Con la prima venuta di Gesù nella carne ha inizio un kairos, un tempo propizio che qualifica tutto il resto del tempo. Gesù, inaugurando il suo ministero, annuncia che il tempo è compiuto (Marco 1,15), che l’ora della piena realizzazione è iniziata, che occorre convertirsi e credere all’Evangelo (Marco 1,15; Matteo 4,17); di conseguenza occorre utilizzare il tempo: il tempo di grazia è realtà in Gesù Cristo! Passione, morte e resurrezione di Gesù non sono un semplice evento del passato: sono la realtà del presente sicché l’oggi concreto è immerso nella luce della salvezza. Questo è il tempo favorevole, questo il giorno della salvezza (cfr. 2 Corinti 6,2)!?
Il primo atteggiamento del cristiano di fronte al tempo è allora quello di cogliere l’oggi di Dio nel proprio oggi, facendo obbedienza alla Parola che oggi risuona. Il nostro rapporto con il tempo, con Chronos tiranno che divora i suoi figli, viene così trasformato per assumere dei connotati precisi: si tratta di saper giudicare il tempo (cfr. Luca 12,56), di «discernere i segni dei tempi» (Matteo 16,3) per giungere a cogliere «il tempo della visita di Dio» (Luca 19,44). Il credente sa che i suoi tempi sono nelle mani di Dio: «Ho detto: Tu il mio Dio; i miei tempi nella tua mano» (Salmo 3I,I5B-I6A). È l’atteggiamento fondamentale: i nostri giorni infatti non ci appartengono, non sono di nostra proprietà. I tempi sono di Dio e per questo nei Salmi l’orante chiede a Dio: «Fammi conoscere, Signore, la mia fine, qual è la misura dei miei giorni» (Salmo 39,5) e invoca: «Insegnaci a contare i nostri giorni, e i nostri cuori discerneranno la sapienza» (Salmo 90,12). La sapienza del credente consiste in questo saper contare i propri giorni, saperli leggere come tempo favorevole, come oggi di Dio che irrompe nel proprio oggi.?Il cristiano deve «vegliare e pregare in ogni tempo» (Luca 21,36), impegnato in una lotta antidolatrica in cui il tempo alienato è l’idolo, il tiranno che cerca di dominare e rendere schiavo l’uomo. Per Paolo il cristiano deve cercare di usare il tempo a disposizione per operare il bene (cfr. Galati 6,10), deve approfittare del tempo e, soprattutto, quale uomo sapiente, deve salvare, redimere, liberare, riscattare il tempo (cfr. Efesini 5,16; Colossesi 4,5).?
Tutto questo perché il tempo del cristiano è tempo di lotta, di prova, di sofferenza. Anche dopo la vittoria di Cristo, dopo la sua resurrezione e la trasmissione delle energie del Risorto al cristiano, resta ancora operante l’influsso del «dio di questo mondo» (2 Corinti 4,4), sicché il tempo del cristiano permane tempo di esilio, di pellegrinaggio (cfr. 1Pietro 1,17), in attesa della realtà escatologica in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr. 1Corinti 15,28). Il cristiano infatti sa – e non ci si stancherà mai di ripeterlo in un’epoca che non ha più il coraggio di parlare né di perseveranza né tanto meno di eternità, in un’epoca appiattita sull’immediato e l’attualità – il cristiano sa che il tempo è aperto all’eternità, alla vita eterna, a un tempo riempito solo da Dio: questa è la meta di tutti i tempi, in cui «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Ebrei 13,8; cfr. Apocalisse 1,17). Il télos delle nostre vite è la vita eterna e quindi i nostri giorni sono attesa di questo incontro con il Dio che viene.
Se questa è la dimensione autentica del tempo del cristiano, allora capiamo in profondità la portata di queste affermazioni di Dietrich Bonhoeffer: «La perdita della memoria morale non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia, della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la bellezza e in generale tutte le grandi realizzazioni richiedono tempo, stabilità, “memoria”, altrimenti degenerano. Chi non è disposto a portare la responsabilità di un passato e a dare forma a un futuro, costui è uno “smemorato”, e io non so come si possa colpire, affrontare, far riflettere una persona simile».
Scritte più di cinquant’anni fa, queste parole sono ancora molto attuali e pongono il problema della fedeltà e della perseveranza: realtà oggi rare, parole che non sappiamo più declinare, dimensioni a volte sentite perfino come sospette o sorpassate e di cui – si pensa – solo qualche nostalgico dei «valori di una volta» potrebbe auspicare un ritorno. Ma se la fedeltà è virtù essenziale a ogni relazione interpersonale, la perseveranza è la virtù specifica del tempo: esse pertanto ci interpellano sulla relazione con l’altro. Non solo, i valori che tutti proclamiamo grandi e assoluti esistono e prendono forma solo grazie ad esse: che cos’è la giustizia senza la fedeltà di uomini giusti? Che cos’è la libertà senza la perseveranza di uomini liberi? Non esiste valore né virtù senza perseveranza e fedeltà! Così come, senza fedeltà, non esiste storia comune, fatta insieme. Oggi, nel tempo frantumato e senza vincoli, queste realtà si configurano come una sfida per l’uomo e, in particolare, per il cristiano. Quest’ultimo, infatti, sa bene che il suo Dio è il Dio fedele, che ha manifestato la sua fedeltà nel Figlio Gesù Cristo, «l’Amen, il Testimone fedele e verace» (Apocalisse 3,14) in cui «tutte le promesse di Dio sono diventate sì» (cfr. 2 Corinti 1,20).?Queste dimensioni sono dunque attinenti al carattere storico, temporale, relazionale, incarnato della fede cristiana, e la delineano come responsabilità storica. La fede esce dall’astrattezza quando non si limita a informare una stagione o un’ora della vita dell’uomo, ma plasma l’arco della sua intera esistenza, fino alla morte. In questa impresa il cristiano sa che la sua fedeltà è sostenuta dalla fedeltà di Dio all’alleanza, che nella storia di salvezza si è configurata come fedeltà all’infedele, come perdono, come assunzione della situazione di peccato, di miseria e di morte dell’uomo nell’incarnazione e nell’evento pasquale. La fedeltà di Dio verso l’uomo è cioè diventata responsabilità illimitata nei confronti dell’uomo stesso. E questo indica che le dimensioni della fedeltà e della perseveranza pongono all’uomo la questione ancor più radicale della responsabilità. L’irresponsabile, così come il narcisista, non sarà mai fedele. Anche perché la fedeltà è sempre fedeltà a un «tu», a una persona amata o a una causa amata come un «tu»: non ogni fedeltà è pertanto autentica! Anche il rancore, a suo modo, è una forma di fedeltà, ma nello spazio dell’odio. La fedeltà di cui parliamo avviene nell’amore, si accompagna alla gratitudine, comporta la capacità di resistere nelle contraddizioni.
Jankélévitch definisce la fedeltà come «la volontà di non cedere all’inclinazione apostatica». Essa è pertanto un’attiva lotta la cui arena è il cuore umano. È nel cuore che si gioca la fedeltà! Questo significa che essa è vivibile solo a misura della propria libertà interiore, della propria maturità umana e del proprio amore! Le infedeltà, gli abbandoni, le rotture di impegni assunti e di relazioni a cui ci si era impegnati, situazioni tutte che spesso incontriamo nel nostro quotidiano, rientrano frequentemente in questa griglia. E dicono come sia limitante, all’interno della chiesa, ridurre il problema della fedeltà e della perseveranza, e quindi del loro contrario, alla sola dimensione giuridica, di una legge da osservare. In gioco vi è sempre il mistero di una persona, non semplicemente un gesto di rottura da sanzionare. Il gesto di rottura va assunto come rivelatore della situazione del cuore, cioè della persona. Anzi, in profondità, la dimensione dell’infedeltà non è estranea alla nostra stessa fedeltà, così come l’incredulità traversa il cuore del credente stesso. Che altro è la Bibbia se non la testimonianza della tenacissima e ostinata fedeltà di Israele a voler narrare la storia della propria infedeltà di fronte alla fedeltà di Dio? Ma come riconoscere la propria fedeltà se non a partire dalla fede in Colui che è fedele? In questo senso il cristiano «fedele» è colui che è capace di memoria Dei, che ricorda l’agire del Signore: la memoria sempre rinnovata della fedeltà divina è ciò che può suscitare e sostenere la fedeltà del credente nel momento stesso in cui gli rivela la propria infedeltà. E questo è esattamente ciò che, al cuore della vita della chiesa, avviene nell’anamnesi eucaristica.

 

Publié dans:Enzo Bianchi, meditazioni |on 7 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

LIBERATI PER RESTARE LIBERI – GALATI 5,1-26

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LIBERATI PER RESTARE LIBERI – GALATI 5,1-26

CAMMINO DI SPRITUALITÀ 2012/2013 – DOMENICA 17 FEBBRAIO

La fede, il cammino di fede è un cammino di libertà. Nella Bibbia la libertà è sempre una questione di relazione liberi da…, liberi per… forse poco si è considerato che le Scritture sono un grande messaggio di libertà, di liberazione. Nella libertà l’uomo si mostra immagine di Dio, si sottrae alla schiavitù degli idoli; questa libertà ci è data solo da Cristo, è la “libertà per la quale Cristo ci ha liberati” (Gal 5,1). E’ una libertà che è liberazione da ogni legalismo, da ogni intolleranza, da ogni assolutismo. La comunità del Signore se non vuole contrastare lo Spirito deve assecondare questa libertà che nasce dall’ascolto obbediente di una vita filiale autentica. Leggiamo ora il testo: davvero Dio è la libertà dell’uomo, è Dio l’amore dell’uomo e l’uomo è immagine di Dio quando è persona, è amore e libertà.
Paolo è estremamente attento a riflettere e ad annunciare libertà. Nei testi del N. T il sostantivo eleutheria è usato 16 volte da Paolo (su 23) .
E’ la grande sfida che Paolo porta nell’esperienza apostolica. Contestato, Paolo rivendica la sua completa ed esclusiva dipendenza da Dio: è la sua azione libera e gratuita che guida la storia della salvezza. “Apostolo non da uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (Gal 1,1; cfr 1 Cor 1,1).
Questo brano di Paolo riprende e conclude il tema precedentemente trattato della libertà cristiana dalla legge e fa da ponte di passaggio alla parte esortativa della Chiesa. Paolo ha di fronte forti opposizioni e contrasti. E Paolo, di fronte ai tentativi di compromesso tra fede cristiana e legalismo giudaico, reagisce opponendo un netto out- out. Si tratta di scegliere tra circoncisione–legge e Cristo-fede. I Galati avvertono che Cristo porta una novità radicale, che è in rottura con la prativa giudaica imposta. Si pensi che i giudaizzanti premevano nel dire che la circoncisione era segno dell’elezione del popolo di Dio e non se ne poteva fare a meno.
Paolo reagisce con radicalità perché vi è in gioco una questione di principio che è quello di non rinnegare l’esclusivo ruolo salvifico di Cristo morto e risorto (v. 2.36); interpreta il cristianesimo in chiave di gratuità e di dono (cfr v. 4).
Come si avverte questo richiamo teologico di Paolo è di estrema attualità.
Il v. 1 ha valore programmatico perché si dichiara che Gesù è il protagonista di questo evento di liberazione (cfr Gal 3,13 : 4,5). Il fine del gesto di dedizione totale del crocefisso è “per una vita di libertà”. Ecco perché vi è un forte richiamo a vivere un’esistenza libera. La fede in Gesù Cristo fa compiere l’esodo dalla terra di schiavitù e in Gesù ci è consegnata la responsabilità di vivere da uomini liberi, di costruire una storia nuova.
Il nostro esodo dalla schiavitù si è realizzato come grazia nel battesimo (3.27) perché lì ci si è immersi in Cristo morto e risorto, godendo del dono di un ‘esistenza libera e che annuncia che la fede è un evento di liberazione. Si noti che non è un punto di arrivo per Paolo, ma un punto di partenza. Ci rende responsabili personalmente e nella storia che viviamo. Non possiamo fare altro che custodire la libertà interiore che è la gioia della gratuità, del non possedere e dell’essere totalmente dedicati a questa novità, toccando nella storia che si vive questa passione di libertà.
Paolo invita alla vigilanza, cioè di non ricadere nel passato; la libertà interiore chiede di non ritornare agli idoli, a qualsiasi forma di idolatria.
Si noti che la libertà era un grande ideale politico delle città greche; lo stoicismo l’aveva anche trasferita sul piano esistenziale, con un ascetismo personale. Paolo la inserisce nel suo sistema teologico: la fede è il dono della salvezza donata da Dio per mezzo di Gesù Cristo. Potremmo dire che la fede è il dono della salvezza in Cristo, è esperienza di libertà. Paolo contrasta il legalismo giudaico. Per noi è offerto una sguardo di libertà che ci indica un orizzonte di pienezza di vita che lasci alle spalle qualsiasi dominio del peccato. Accogliere la libertà significa convertirci. La libertà è più profonda di noi stessi, potremmo dire. E’ una scelta che attraversa contrasto e lotte. Cristo si è consegnato alla morte “per strapparci al malvagio mondo presente” (v1,4).
E’ un esodo radicale da un’esistenza fondata su se stessi e su un falso sentimento di onnipotenza, di bastare a se stessi. Si respira libertà in una vita qualificata dalla logica dell’accoglienza del dono reciproco, della “fede operante mediante l’amore” (v. 6).
Un teologo protestante Barth, commentando la lettera ai Romani dice “Il Vangelo ci annuncia la trasformazione della nostra creaturalità in libertà” . Libertà che solo un Padre Vero può fondare e suscitare. La resurrezione attesta l’eccesso gratuito e appassionato dell’amore di Dio. La crocefissione è una tortura, il segno universale di come il male, quando si afferma, sottopone alla storia l’essere umano e le creature. Il male può catturare, torturare, mandare a morte la vita creata e il Figlio stesso di Dio ma non può cancellare né l’uno, né l’altro.
Il mistero pasquale è un evento che ci riguarda in profondità. La fede è questo sentirci raggiunti da questa radicalità. Bonhoffer afferma: “Solo quando si conosce l’impronunciabilità del nome di Dio si può anche pronunciare finalmente il nome di Gesù Cristo, solo quando si amano la vita e la terra, al punto tale che sembra che con esse tutto sia perduto e finito, si può credere alla risurrezione dei morti e a un mondo nuovo”.
Paolo in questa lettera dice che i credenti liberi dalla legge si aspettano il compimento ultimo della salvezza mossi dallo Spirito e grazie alla fede (v. 59).
Questo è l’unico passo paolino in cui la giustificazione appare oggetto di speranza finale. Vuol dire che la libertà è avvertita anche come attesa, che mette in tensione positiva il presente con il futuro. Affidarsi al dinamismo dello Spirito significa essere trascinati in una speranza di cui si intravvedono i segni. Paolo, nell’inno alla carità ,dirà appunto fede, speranza e carità. E il futuro escatologico, il compimento finale è la carità, questo amore che non ha di fronte la morte, vinta per sempre.Ecco perché di fronte a questo scenario diventa insignificante il fatto di essere circoncisi o no, il ritualismo legalista; per la vita ultima non ha nessun peso essere circoncisi o no, conta solo “la fede operante mediante l’amore”. Fede non è un assenso intellettuale, ma un’adesione che coinvolge la vita, le imprime orientamento operativo. La fede genera comportamenti e gesti di amore, é un’energia creatrice. Insomma, le fede non è un sentimento consolatorio, imprime un dinamismo di libertà, è operosa. Dire che la fede è dono non sollecita un atteggiamento passivo ed essa va accolta e contemplata. Ci apre a un nuovo campo di azione, si traduce in opera di amore. “Per mezzo dell’amore mettetevi gli uni a servizio degli altri” (5,14).
Il contrasto è tra chi opera chiuso in se stesso o per propri tornaconti e chi invece si rapporta agli altri nella logica del dono e del disinteresse (5,13-6,10). Paolo non è tra i difensori del quietismo spirituale. Ma va detto che l’operosità non è accanto al credere, ma esprime la nostra esistenza di fede.
La Chiesa operosa deve vivere di questa profezia. I vv 7-12 si applicano alla Chiesa dei Galati e Paolo si esprime con una concretezza senza mezzi termini. Vi sono ricordi del passato, del presente, riferimenti oppositori, espressioni fiduciose, invettive. Vi è una dimostrazione del modo personale con cui Paolo vive la crisi. I Galati erano incamminati bene ma ad un certo punto sorge un intoppo. Non è certamente opera di Dio che li ha chiamati a libertà (v. 13), ma per opera di imbonitori da non prendere alla leggera perché la loro azione è corrosiva. Non va sottovalutata e capita che questi versetti contengano un’attualità anche per noi. Paolo non gira attorno ai problemi perché ha un grande amore per la comunità e si sente apostolo e guida proprio in nome del Vangelo Saranno pochi questi oppositori, ma non vanno sottovalutati. Appare comunque fiducioso (v. 10) , anche perché il Signore che non fa mancare il suo aiuto, ma contrasta decisamente gli oppositori, non elude il conflitto. Il suo amore per la comunità non lo fa tacere e per questo usa toni accesi (vv. 11-12), proprio perché quegli oppositori vorrebbero annullare la scandalosa iniziativa di Dio di offrire all’umanità la salvezza che è Cristo maledetto dalla Legge. E’ una scandalosa novità rivelata dalla fiducia di Gesù. Per questo sono nemici della Croce di Cristo “che vadano a farsi castrare”. Frase durissima, se si tiene conto che la castrazione era impedimento alla partecipazione al popolo di Dio. (Deut. 23,2),. Insomma, equivale a una scomunica. Ma anche si smitizza il segno dell’appartenenza al popolo di dio dell’A.T.
E a questo punto Paolo si pone da pedagogo un problema vero “senza legge come si fa?”. Non vuole che venga interpretato, la sua teologia della libertà in chiave libertinistica. Non si promuove uno spontaneismo selvaggio e incontrollato? Non si erge a norma il capriccio personale? Non si riduce tutto “ciascuno fa quello che gli piace?” non si permette così il dominio della carne, cioè dell’egocentrismo e della sfrenata ricerca di se stessi e del proprio tornaconto? Sono interrogativi anche questi di grande rilevanza proprio perché Paolo ha superato il legalismo religioso, proprio perché Paolo ha superato illegalismo sviluppa una lotta contro la degenerazione antinomistica della libertà cristiana.
Coniuga libertà e amore. Il credente è stato liberato da Cristo e reso libero di amare (5,13 -15). E’ il dinamismo operativo suscitato dalla fede che contrasta lo spirito della carne che fa ripiegare su se stessi. E’ dunque l’operare nel gratuito che respinge gli impulsi negativi ed egoistici. Paolo, da grande educatore nella fede, sviluppa l’antitesi Spirito-carne (5,16-25).
Il Vangelo paolino significa libertà di amare, capacità di donarsi e accogliere il dono degli altri. E’ un evento di liberazione per grazia che impegna in un cammino di persone libere. La libertà di amare poggia sulla liberazione dalla chiusura in se stessi. La libertà cristiana è un servizio reso per amare non oppressivo. Si tratta di accogliere questi versetti come esortazione precisa anche per il nostro cammino quaresimale. Per Paolo, a differenza degli stoici, è un essere liberi per gli altri, non vivendo come individui autosufficienti. Ma forse conviene che ciascuno di noi abbia la forza e la gioia di iniziare un cammino quaresimale individuando un programma di vita spirituale concreto come Paolo ha fatto con i Galati. La nuova vita dei credenti, che nel battesimo e per la fede hanno partecipato all’essere di Cristo morto e risorto, passa attraverso anche la morte e la rinuncia “Ora chi appartiene a Cristo ha crocefisso la carne con le sue passioni e concupiscenze”.
”Se viviamo animati dallo spirito dobbiamo seguire lo spirito”.
Il cammino quaresimale inizia.

don Virginio Colmegna

I Tre Re Magi, St Peter’s Lutheran Church

I Tre Re Magi, St Peter's Lutheran Church dans immagini sacre 3kings

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Publié dans:immagini sacre |on 5 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI : SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE (2011)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110106_epifania_it.html

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì, 6 gennaio 2011

Cari fratelli e sorelle,

nella solennità dell’Epifania la Chiesa continua a contemplare e a celebrare il mistero della nascita di Gesù salvatore. In particolare, la ricorrenza odierna sottolinea la destinazione e il significato universali di questa nascita. Facendosi uomo nel grembo di Maria, il Figlio di Dio è venuto non solo per il popolo d’Israele, rappresentato dai pastori di Betlemme, ma anche per l’intera umanità, rappresentata dai Magi. Ed è proprio sui Magi e sul loro cammino alla ricerca del Messia (cfr Mt 2,1-12) che la Chiesa ci invita oggi a meditare e a pregare. Nel Vangelo abbiamo ascoltato che essi, giunti a Gerusalemme dall’Oriente, domandano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (v. 2). Che genere di persone erano, e che specie di stella era quella? Essi erano probabilmente dei sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di “leggere” negli astri il futuro, eventualmente per ricavarne un guadagno; erano piuttosto uomini “in ricerca” di qualcosa di più, in ricerca della vera luce, che sia in grado di indicare la strada da percorrere nella vita. Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare. Forse il modo per conoscere meglio questi Magi e cogliere il loro desiderio di lasciarsi guidare dai segni di Dio è soffermarci a considerare ciò che essi trovano, nel loro cammino, nella grande città di Gerusalemme.
Anzitutto incontrarono il re Erode. Certamente egli era interessato al bambino di cui parlavano i Magi; non però allo scopo di adorarlo, come vuole far intendere mentendo, ma per sopprimerlo. Erode è un uomo di potere, che nell’altro riesce a vedere solo un rivale da combattere. In fondo, se riflettiamo bene, anche Dio gli sembra un rivale, anzi, un rivale particolarmente pericoloso, che vorrebbe privare gli uomini del loro spazio vitale, della loro autonomia, del loro potere; un rivale che indica la strada da percorrere nella vita e impedisce, così, di fare tutto ciò che si vuole. Erode ascolta dai suoi esperti delle Sacre Scritture le parole del profeta Michea (5,1), ma il suo unico pensiero è il trono. Allora Dio stesso deve essere offuscato e le persone devono ridursi ad essere semplici pedine da muovere nella grande scacchiera del potere. Erode è un personaggio che non ci è simpatico e che istintivamente giudichiamo in modo negativo per la sua brutalità. Ma dovremmo chiederci: forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale? Forse anche noi siamo ciechi davanti ai suoi segni, sordi alle sue parole, perché pensiamo che ponga limiti alla nostra vita e non ci permetta di disporre dell’esistenza a nostro piacimento? Cari fratelli e sorelle, quando vediamo Dio in questo modo finiamo per sentirci insoddisfatti e scontenti, perché non ci lasciamo guidare da Colui che sta a fondamento di tutte le cose. Dobbiamo togliere dalla nostra mente e dal nostro cuore l’idea della rivalità, l’idea che dare spazio a Dio sia un limite per noi stessi; dobbiamo aprirci alla certezza che Dio è l’amore onnipotente che non toglie nulla, non minaccia, anzi, è l’Unico capace di offrirci la possibilità di vivere in pienezza, di provare la vera gioia.
I Magi poi incontrano gli studiosi, i teologi, gli esperti che sanno tutto sulle Sacre Scritture, che ne conoscono le possibili interpretazioni, che sono capaci di citarne a memoria ogni passo e che quindi sono un prezioso aiuto per chi vuole percorrere la via di Dio. Ma, afferma sant’Agostino, essi amano essere guide per gli altri, indicano la strada, ma non camminano, rimangono immobili. Per loro le Scritture diventano una specie di atlante da leggere con curiosità, un insieme di parole e di concetti da esaminare e su cui discutere dottamente. Ma nuovamente possiamo domandarci: non c’è anche in noi la tentazione di ritenere le Sacre Scritture, questo tesoro ricchissimo e vitale per la fede della Chiesa, più come un oggetto per lo studio e la discussione degli specialisti, che come il Libro che ci indica la via per giungere alla vita? Penso che, come ho indicato nell’Esortazione apostolica Verbum Domini, dovrebbe nascere sempre di nuovo in noi la disposizione profonda a vedere la parola della Bibbia, letta nella Tradizione viva della Chiesa (n. 18), come la verità che ci dice che cosa è l’uomo e come può realizzarsi pienamente, la verità che è la via da percorrere quotidianamente, insieme agli altri, se vogliamo costruire la nostra esistenza sulla roccia e non sulla sabbia.
E veniamo così alla stella. Che tipo di stella era quella che i Magi hanno visto e seguito? Lungo i secoli questa domanda è stata oggetto di discussione tra gli astronomi. Keplero, ad esempio, riteneva che si trattasse di una “nova” o una “supernova”, cioè di una di quelle stelle che normalmente emanano una luce debole, ma che possono avere improvvisamente una violenta esplosione interna che produce una luce eccezionale. Certo, cose interessanti, ma che non ci guidano a ciò che è essenziale per capire quella stella. Dobbiamo riandare al fatto che quegli uomini cercavano le tracce di Dio; cercavano di leggere la sua “firma” nella creazione; sapevano che “i cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,2); erano certi, cioè che Dio può essere intravisto nel creato. Ma, da uomini saggi, sapevano pure che non è con un telescopio qualsiasi, ma con gli occhi profondi della ragione alla ricerca del senso ultimo della realtà e con il desiderio di Dio mosso dalla fede, che è possibile incontrarlo, anzi si rende possibile che Dio si avvicini a noi. L’universo non è il risultato del caso, come alcuni vogliono farci credere. Contemplandolo, siamo invitati a leggervi qualcosa di profondo: la sapienza del Creatore, l’inesauribile fantasia di Dio, il suo infinito amore per noi. Non dovremmo lasciarci limitare la mente da teorie che arrivano sempre solo fino a un certo punto e che – se guardiamo bene – non sono affatto in concorrenza con la fede, ma non riescono a spiegare il senso ultimo della realtà. Nella bellezza del mondo, nel suo mistero, nella sua grandezza e nella sua razionalità non possiamo non leggere la razionalità eterna, e non possiamo fare a meno di farci guidare da essa fino all’unico Dio, creatore del cielo e della terra. Se avremo questo sguardo, vedremo che Colui che ha creato il mondo e Colui che è nato in una grotta a Betlemme e continua ad abitare in mezzo a noi nell’Eucaristia, sono lo stesso Dio vivente, che ci interpella, ci ama, vuole condurci alla vita eterna.
Erode, gli esperti delle Scritture, la stella. Ma seguiamo il cammino dei Magi che giungono a Gerusalemme. Sopra la grande città la stella sparisce, non si vede più. Che cosa significa? Anche in questo caso dobbiamo leggere il segno in profondità. Per quegli uomini era logico cercare il nuovo re nel palazzo reale, dove si trovavano i saggi consiglieri di corte. Ma, probabilmente con loro stupore, dovettero costatare che quel neonato non si trovava nei luoghi del potere e della cultura, anche se in quei luoghi venivano offerte loro preziose informazioni su di lui. Si resero conto, invece, che, a volte, il potere, anche quello della conoscenza, sbarra la strada all’incontro con quel Bambino. La stella li guidò allora a Betlemme, una piccola città; li guidò tra i poveri, tra gli umili, per trovare il Re del mondo. I criteri di Dio sono differenti da quelli degli uomini; Dio non si manifesta nella potenza di questo mondo, ma nell’umiltà del suo amore, quell’amore che chiede alla nostra libertà di essere accolto per trasformarci e renderci capaci di arrivare a Colui che è l’Amore. Ma anche per noi le cose non sono poi così diverse da come lo erano per i Magi. Se ci venisse chiesto il nostro parere su come Dio avrebbe dovuto salvare il mondo, forse risponderemmo che avrebbe dovuto manifestare tutto il suo potere per dare al mondo un sistema economico più giusto, in cui ognuno potesse avere tutto ciò che vuole. In realtà, questo sarebbe una sorta di violenza sull’uomo, perché lo priverebbe di elementi fondamentali che lo caratterizzano. Infatti, non sarebbero chiamati in causa né la nostra libertà, né il nostro amore. La potenza di Dio si manifesta in modo del tutto differente: a Betlemme, dove incontriamo l’apparente impotenza del suo amore. Ed è là che noi dobbiamo andare, ed è là che ritroviamo la stella di Dio.
Così ci appare ben chiaro anche un ultimo elemento importante della vicenda dei Magi: il linguaggio del creato ci permette di percorrere un buon tratto di strada verso Dio, ma non ci dona la luce definitiva. Alla fine, per i Magi è stato indispensabile ascoltare la voce delle Sacre Scritture: solo esse potevano indicare loro la via. E’ la Parola di Dio la vera stella, che, nell’incertezza dei discorsi umani, ci offre l’immenso splendore della verità divina. Cari fratelli e sorelle, lasciamoci guidare dalla stella, che è la Parola di Dio, seguiamola nella nostra vita, camminando con la Chiesa, dove la Parola ha piantato la sua tenda. La nostra strada sarà sempre illuminata da una luce che nessun altro segno può darci. E potremo anche noi diventare stelle per gli altri, riflesso di quella luce che Cristo ha fatto risplendere su di noi. Amen.

EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2015): RIVESTIAMOCI DELLA LUCE DI CRISTO

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RIVESTIAMOCI DELLA LUCE DI CRISTO

PADRE ANTONIO RUNGI

EPIFANIA DEL SIGNORE (06/01/2015)

La solennità dell’Epifania, della manifestazione di Cristo a tutta l’umanità quale unico redentore e salvatore, ci invita a rialzarci, a rivestirci di luce, ad abbandonare tutte le tenebre, di qualsiasi genere, che possono oscurare il cuore e la mente di ogni persona e del genere umano. Infatti sono tantissime le tenebre che avvolgono questo mondo, in questo nostro tempo segnato da tanti avvenimenti negativi, frutto dell’oscurità più totale che si è affermata nella mente dell’uomo moderno. Fare spazio alla luce, al positivo, alla gioia significa fare spazio a Gesù Cristo, come i re Magi, questi scienziati del tempo di Cristo, questi intellettuali e saggi che, mossi dalla curiosità della stella cometa, si incamminano per « vedere » fino a che punto quel punto di luce acceso nell’universo avesse portato il sapere umano. Ebbene il punto dove si ferma questa stella nuova ed inattesa, inaspettata, fu la grotta di Betlemme, ai piedi di Gesù bambino, la novità assoluta di allora e di sempre, perché Cristo fa nuove tutte le cose, in ogni tempo ed in ogni epoca.
Il tema della luce, che è poi nella sacra scrittura segno ed espressione della fede, accompagna la liturgia di questa bellissima solennità che concluede tutte le feste. Se è vero che dopo l’Epifania si riprendono i ritmi soliti della vita quotidiana, almeno nel nostro Paese, è pur vero che da domani in poi la vera festa del cuore, dell’anima, della vita interiore non va via, permane, anzi accresce ed aumenta in consistenza in quanto i frutti spirituali di questo periodo di Natale che abbiamo vissuto si vedono a distanza. Dalle tante celebrazioni, a partire dalla messa di mezzanotte di Natale, alla festa della Santa Famiglia, al Te Deum di ringraziamento di fine anno, alla celebrazione della solennità della Madre di Dio, nel primo giorno del nuovo anno, e agli altri momenti di festa e celebrazioni varie, è stato un inno continuo alla luce che viene dal cielo e rischiara le tenebre della nostra mente e della nostra storia, in quanto a noi viene la Luce stessa che è Gesù.
Questa luce attesa da secoli è preannunciata dai profeti ed ha una particolarità tutta sua che Isaia, nel testo della prima lettura di oggi, ce ne far godere gli effetti e i riflessioni sul nostro modo di pensare e di agire. E’ la cavalcata dei Re Magi verso Betlemme, già anticipata dal grande profeta dell’era messianica. Egli guarda lontano e vede sorgere questa luce, che diraderà le tenebre e metterà ordine nel cose di questo mondo, tutto prenderà un nuovo indirizzo, in quanto viene la luce del Signore e la gloria di Dio risplenderà su questo mondo. Tutti i popoli della terra, se si faranno guidare da questa stella, da questa luce, potranno essere sereni e tranquilli e vivere in pace e prosperità, ad assaporare la gioia della salvezza, che Cristo viene a portare all’umanità intera.
In poche espressioni è san Paolo Apostolo nel brano della sua lettera agli Efesini che ci fa comprendere esattamente il senso della celebrazione odierna: « che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo ». Nessuno, quindi, è escluso dal piano della salvezza del genere umano che Gesù Cristo porta a compimento nel mistero della sua morte e risurrezione, che l’Epifania ci anticipa nei suoi aspetti liturgici, al punto tale che in questa giornata si legge l’Annuncio della Pasqua, per indicare il punto di partenza e di arrivo di ogni valida azione liturgica e di ogni festa cristiana.
Cercare Gesù, incontrare Gesù, annunciare Gesù questa è la gioia più grande di ogni autentico cristiano. I tre santi magi che incontrano Gesù, dopo aver scrutato il cielo per tanti anni, lo fanno non nella stella cometa che pure compare nel firmamento del cielo, ma lo incontrano sulla terra. Quasi a dire che quel Gesù che era in cielo, è disceso sulla terra, poi ha vissuto qui, ha sofferto qui, è morto qui, condannato al patibolo per mani assassine, ma è risorto qui, per poi ascendere da dove era disceso ed andarci a preparare un posto, perché dove è Lui saremo anche noi membra del corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, nella quale siamo entrati a far parte mediante il meraviglioso dono e sacramento del Battesimo. Come i santi re magi che incontrano Gesù dobbiamo gioire sinceramente nel profondo del cuore e dobbiamo essere sempre persone di gioia. Chi non incontra Gesù vive nella tristezza perenne, come ha vissuto Erode che è morto disperato perché ha cercato, inutilmente, di uccidere la speranza e la vita dell’umanità che era e che è Gesù Cristo. Anche oggi queste figure e personaggi pericolosi esistono su tutto il globo terrestre, capaci di azzerare nel cuore di intere nazioni la gioia e la speranza di vivere, perché criminali nella mente, nel cuore e nell’azione. Ecco perché i magi, una volta incontrato Cristo, la luce, la pace, la fede, non rincontreranno Erode, lo evitano deliberatamente, perché hanno trovato quello che cercavano, la vera scienza e sapienza incarnata.
L’esempio dei Magi possa costituire per tutti noi, cristiani del XXI secolo, che da pochi giorni hanno iniziato il loro cammino nel nuovo anno, un forte richiamo a cercare sempre la luce e la verità, ad essere dalla parte dell’amore e non dell’odio, dalla parte di Dio e non di senza Dio e degli oppositori di Dio. La fede vera ci deve spronare a cercare quella luce della mente, del cuore e dell’agire che ci porta costantemente ad essere testimoni e messaggeri di Cristo nel nostro tempo, con tutte i suoi pregi e i suoi limiti.
Sia questa la preghiera per l’Epifania 2015 che ho composto per la circostanza e che vi invito a recitarla in questo giorno santo, ricco di significati religiosi, spirituali, umani e sociali:
Prostrati davanti a Te Gesù Bambino,
come i Re Magi venuti dall’Oriente,
noi oggi ti ringraziamo per averci scelti,
prima della creazione del mondo,
per essere santi e immacolati nella carità.
Ti ringraziamo di tutto l’amore
che porti all’umanità, della misericordia
che effondi su di noi abbondantemente
in ogni momento della nostra esistenza.
Non siamo degni di così grande amore,
che dalla Grotta di Betlemme
giunge fino al sepolcro vuoto del Calvario
nel giorno solenne della tua Pasqua
di morte e risurrezione.
Dona, Signore, ai nostri giorni
la fede necessaria per affrontare
le tempeste dell’esistenza,
per risorgere continuamente in Te,
che sei la grazia e la gioia in eterno.
Manda noi, quali tuoi messaggeri di speranza,
fino agli estremi confini del mondo,
dove più dura si fa la lotta
per la sopravvivenza umana,
e dove più forte
è il dolore sul volto di ogni uomo.
Fa’ che tutta la nostra vita
sia un sorriso continuo,
per portare la gioia ai tanti bambini
offesi ed umiliati dalla vita,
alle madri che subiscono
umiliazioni di ogni tipo,
alle donne che continuano
a disprezzare la loro vita,
agli uomini che continuano ad uccidere
perché senza Dio
o in nome di un falso Dio.
Fa’, o Signore, che la luce
del Vangelo della gioia,
che inizia nella Grotta,
alla presenza dei pastori
e dei sapienti del tuo tempo,
possa raggiungere il cuore
e la mente di ogni fratello
e sorella della terra,
e trasformare la loro esistenza
in una lode perenne,
a Te, che sei la Gioia Eterna.
Amen.

Misteri della gioia, Natività

 Misteri della gioia, Natività dans immagini sacre
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Publié dans:immagini sacre |on 3 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

DA « CANTO DI NATALE » BRANO DI CHARLES DICKENS

http://www.ilnatale.org/leggende/canto_natale_dickens.htm

DA « CANTO DI NATALE » BRANO DI CHARLES DICKENS

… Corse alla finestra, l’aprì e sporse fuori la testa; niente nebbia, niente bruma; una giornata chiara, luminosa, gioviale, stimolante, fredda; un freddo che frustava il sangue e metteva voglia di ballare; un sole d’oro, un cielo incantevole; aria fresca e dolce; campane gioiose. Oh, splendido, splendido!
« Che giorno è oggi? », gridò Scrooge, verso la strada, a un ragazzo vestito a festa, che forse si era fermato proprio per guardare lui.
« Eh…? », rispose il ragazzo, con tutto lo stupore di cui era capace.
« Che giorno è oggi, mio bel figliolo? », chiese Scrooge.
« oggi… », replicò il ragazzo, « ma come? È Natale! »
« È Natale », disse Scrooge a se stesso. « Non l’ho lasciato passare. Gli spiriti hanno fatto tutto in una notte sola. Possono fare qualunque cosa vogliono, naturalmente; naturalmente, possono fare qualunque cosa vogliono! » « Senti, ragazzino. »
« Sì », rispose il ragazzo.
« Sei un ragazzino intelligente », disse Scrooge, « un ragazzino straordinario. Sai se hanno venduto quel tacchino che c’era appeso in mostra alla bottega? Non il tacchino piccolo, ma quello grosso. »
« Quale, quello grosso come me? », rispose il ragazzino.
 » – Che ragazzino delizioso! E un piacere parlare con lui. – Sì, figliolo mio. »
« C’è ancora appeso adesso », replicò il ragazzo.
« C’è », disse Scrooge. « Va’ a comperarlo. »
« È matto! », rispose il ragazzo.
« No, no », disse Scrooge. « Va’ a comperarlo, e di che lo portino qui, perché possa dare l’indirizzo dove deve essere mandato. Ritorna col commesso e ti darò uno scellino; ritorna con lui in meno di cinque minuti e ti darò mezza corona. »
Il ragazzo partì come una palla di fucile; e chi avesse potuto far partire una palla con una velocità pari a metà della sua avrebbe dovuto avere la mano ben ferma sul grilletto.
« Lo voglio mandare a Bob Cratchit », mormorò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando in una risata. « Non saprà chi è che glielo ha mandato. E grande il doppio di Tiny Tim. Nessuno ha mai fatto uno scherzo così ben riuscito come quello di mandare quel tacchino a Bob. »
La calligrafia con la quale scrisse l’indirizzo non era molto ferma; tuttavia, in un modo o nell’altro, lo scrisse, poi scese giù ad aprire la porta di strada per trovarsi pronto all’arrivo del commesso del pollaiolo. Mentre stava sulla porta, aspettandolo, gli cadde sott’occhio il batacchio.
« A questo vorrò bene finché vivo », gridò Scrooge, accarezzandolo con le mani. « E dire che prima lo avevo appena guardato! Che espressione onesta c’è in quella faccia! E un batacchio magnifico. Ma ecco il tacchino. Hello, come state? Buon Natale! »
Quello era un tacchino! E impossibile che quell’uccello fosse mai stato in piedi. Le zampe gli si sarebbero piegate sotto in un minuto, come bastoncini di ceralacca.
« Ma è impossibile portarlo fino a Camden Town. Bisogna che prendiate una carrozza. »
Il risolino col quale pronunciò queste parole, e quello col quale pagò il tacchino, e quello col quale pagò la carrozza, e quello col quale ricompensò il ragazzo, furono superati soltanto da quello col quale tornò a sedersi senza fiato sulla sua sedia, continuando a ridere finché non gli venne da piangere.
Farsi la barba non fu cosa facile perché la mano continuava a tremargli molto; e farsi la barba è una cosa che richiede attenzione anche quando uno, facendosela, non si mette a ballare; pure, se si fosse tagliato la punta del naso, ci avrebbe messo sopra un pezzetto di cerotto e sarebbe stato perfettamente soddisfatto lo stesso.
Si vestì dei suoi abiti migliori, e finalmente uscì in strada. In questo momento la gente stava uscendo dalle case, così come egli l’aveva vista in compagnia dello Spettro del Natale Presente. E Scrooge, camminando con le mani dietro la schiena, guardava tutti quanti con un sorriso compiaciuto. Per dirla in breve, aveva l’aria così irresistibilmente piacevole che tre o quattro tipi di buon umore dissero « buon giorno, signore, buon Natale », e Scrooge disse spesso, più tardi, che di tutti i suoni gioiosi che egli aveva mai udito, quelli al suo orecchio erano stati i più gioiosi.
Non aveva fatto molta strada, quando vide venirgli incontro quel signore imponente che il giorno prima era entrato nel suo ufficio dicendo: « La ditta Scrooge e Marley, credo ». Sentì un colpo al cuore nel pensare all’occhiata che gli avrebbe dato il vecchio signore nel momento in cui si fossero incontrati; ma conosceva ormai quale strada gli si apriva diritta dinanzi e la prese.
« Caro signore », disse Scrooge, affrettando il passo, e prendendo il vecchio per ambe le mani, « come state? Spero che abbiate avuto successo ieri. E stato molto gentile da parte vostra. Buon Natale, signore! »
« Il signor Scrooge? »
« Sì », disse Scrooge: « questo è il mio nome, e ho paura che non vi riesca molto gradito. Permettetemi di chiedervi scusa, e vogliate avere la bontà…  » e qui Scrooge gli sussurrò qualcosa all’orecchio.
« Signore Iddio! », gridò il signore, come se gli fosse stato mozzato il fiato. « Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio? »
« Per favore », disse Scrooge, « neanche un soldo di meno. In questa somma, vi assicuro, sono compresi molti arretrati. Volete farmi questo favore? »
« Ma, caro signore », disse l’altro, stringendogli la mano, « non so che cosa dire di fronte a una simile munifi… »
« Non dite niente, vi prego », replicò Scrooge. « Venite a trovarmi. Verrete a trovarmi? »
« Ma certo », esclamò il vecchio signore, ed era chiaro che diceva sul serio.
« Grazie », disse Scrooge, « vi sono molto obbligato. Vi ringrazio mille volte. Dio vi benedica. »
Si recò in chiesa, passeggiò per le strade, guardò la gente che si affrettava in tutte le direzioni, accarezzò bambini sulla testa, rivolse la parola ai mendicanti, guardò dentro le cucine delle case e dentro le finestre, e trovò che tutto quanto gli procurava piacere. Non aveva mai sognato che una passeggiata, che una cosa qualunque potesse dargli tanta felicità. Nel pomeriggio si diresse verso la casa di suo nipote.
Passò e ripassò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di avere il coraggio di andar su e bussare. Finalmente si decise e lo fece.
« E in casa il vostro padrone, mia cara? », disse Scrooge alla domestica. Ragazza graziosa, davvero!
« Sì, signore. »
« Dov’è, amor mio? », disse Scrooge.
« E in sala da pranzo, insieme con la signora. Vi accompagno di sopra, col vostro permesso. »
« Grazie, lui mi conosce », disse Scrooge, che aveva già la mano sulla maniglia della sala da pranzo. « Entrerò qui, mia cara. »
Fece girare la maniglia pian piano, e si affacciò alla porta semiaperta. Stavano guardando la tavola apparecchiata con un gran lusso, perché i padroni di casa, quando sono giovani, sono sempre nervosi su questo punto e vogliono esser sicuri che tutto sia in perfetto ordine.
« Fred! », disse Scrooge.
Signore! come trasalì la sua nipote acquisita! Per un attimo Scrooge si era scordato che c’era anche lei, seduta in un angolo, col panchettino sotto i piedi; altrimenti non lo avrebbe fatto di certo.
« Ma come, benedetto Iddio », gridò Fred, « chi è mai? »
« Sono io, tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Vuoi lasciarmi entrare, Fred? »
Lasciarlo entrare! E un miracolo che, stringendogli la mano, non gli staccasse addirittura il braccio. Si sentì a casa propria in cinque minuti. Non c’era nulla che potesse essere più cordiale. Sua nipote aveva esattamente lo stesso aspetto, e così Topper quando arrivò, e così la sorellina paffutella quando arrivò e così tutti quanti quando arrivarono. Festa meravigliosa, giochi meravigliosi, armonia meravigliosa, felicità meravigliosa.
Però la mattina seguente arrivò presto in ufficio. Oh, se ci arrivò presto! Solo poter arrivare per primo e sorprendere Bob Cratchit che arrivava in ritardo: era questa la cosa che più gli stava a cuore.
E vi riuscì; sì, vi riuscì. L’orologio batté le nove – niente Bob; le nove e un quarto – niente Bob. Era ben diciotto minuti e mezzo in ritardo. Scrooge stava seduto con la porta spalancata, in modo da poterlo veder entrare nella cisterna.
Si era levato il cappello e la sciarpa prima di aprire la porta, e si arrampicò in un baleno sul suo panchetto, correndo via con la penna come se tentasse di riacchiappare le nove.
« Ehi là! », grugnì Scrooge, con la sua voce consueta, imitandola il più fedelmente possibile. « Che cosa significa arrivare a quest’ora? »
« Vi chiedo mille scuse, signor Scrooge », disse Bob, « sono in ritardo. »
« Davvero? », ripeté Scrooge. « Sì, credo che siate in ritardo. Venite un momento qua, per favore! »
« Una volta sola all’anno, signor Scrooge », supplicò Bob, venendo fuori dalla cisterna. « Non succederà più. Ieri siamo stati un po’ allegri. »
« Ora vi dirò una cosa, amico mio », disse Scrooge. « Non intendo tollerare più a lungo questa razza di cose, e perciò », proseguì, balzando su dalla sedia e dando a Bob una tale spinta nel panciotto da farlo andare all’indietro barcollando dentro la cisterna, « e perciò mi propongo di aumentarvi lo stipendio. »
Bob tremò e si avvicinò un po’ più al righello. Ebbe per un momento l’idea dì servirsene per stordire Scrooge, e poi tenerlo fermo e chiedere alla gente della corte aiuto e una camicia di forza.
« Buon Natale, Bob! », disse Scrooge, con una serietà che non poteva essere fraintesa, battendogli sulle spalle. « Un Natale più buono, Bob, mio bravo figliolo, di quelli che vi ho dato per molti anni. Vi aumenterò lo stipendio e tenterò di assistere la vostra famiglia nelle sue difficoltà; e questo stesso pomeriggio discuteremo i vostri affari, seduti davanti a un bel punch natalizio fumante. Ravvivate il fuoco, Bob Cratchit, e comperatevi un’altra paletta per il carbone, prima di mettere il punto su un’altra i. »
Scrooge fece più che mantenere la parola. Fece tutto quanto, e infinitamente di più: e per Tiny Tim, il quale non morì, fu un secondo padre. Divenne un amico, un padrone, un uomo così buono, come poteva mai averne conosciuto quella buona vecchia città, o qualunque altra buona vecchia città, borgata o villaggio di questo buon mondo. Alcuni ridevano, vedendo il suo cambiamento; ma egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento. E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie. Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell’uomo era lui. Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E cosi, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!

(Brano di Natale di Charles Dickens)

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