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PRIMI SEGNI E PRODIGI DI GESÙ (LC 4,31-44)

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PRIMI SEGNI E PRODIGI DI GESÙ (LC 4,31-44)

Carlo Cravero

Si delinea un profilo del ministero di Gesù caratterizzato dai tratti del profeta liberatore. Essendo tale azione di Gesù possibile sotto l’azione dello Spirito, si sottolinea la sua qualità di guaritore della totalità della persona umana e non soltanto di taumaturgo. Ecco dunque perché, secondo Luca, la chiamata di Pietro è successiva a questa serie di miracoli. Quando Gesù manderà i discepoli a svolgere la loro prima missione, egli darà loro autorità di compiere gli stessi prodigi di esorcismo e guarigione, ma sempre in relazione con l’annuncio del regno di Dio (Lc 9,20).
Il profilo di Gesù presentato in questi episodi motiva e convalida il messaggio del Messia e la sua identità profetica, rendendo visibile come Dio attraverso queste opere visita il suo popolo (Lc 24,19; At 2,22). Inoltre, si sviluppa un nesso specifico tra sabato e santità, già chiaro nel Decalogo (Es 20,9.11; Dt 5,12). Esorcizzando il demonio e liberando l’uomo dalla possessione, Gesù si avvicina all’opera di Dio che fece uscire il popolo dalla schiavitù dell’Egitto «con mano potente e braccio teso» (Dt 7,19). Facendo le opere di Dio, Gesù manifesta la sua santità (v. 34) a cominciare dal silenzio imposto al nemico, che rappresenta tutte le forze ostili all’uomo.

Che c’è fra te e noi, Gesù nazareno? (4,31-37)
Dopo l’inaugurazione del ministero a Nàzaret Gesù discende a Cafarnao e Luca sintetizza in modo magistrale il ministero del Messia in gesti e parole: alla potenza e autorità della sua parola segue l’efficacia dei suoi gesti; il miracolo è parola in azione. Questi primi due miracoli, l’esorcismo e la febbre, hanno come referenti un uomo e una donna, segno eloquente dell’universalità dell’azione di Gesù; la salvezza portata da Cristo non fa distinzione di sessi.
Gesù scende a Cafarnao (4,31); precisando che è una città della Galilea, Luca localizza l’annuncio della parola. Essa avviene di sabato, il giorno del riposo della creazione. La venuta di Gesù nel sabato esprime così l’aurora del sabato definitivo, l’ottavo giorno della festa, in cui l’eternità di Dio ha fatto irruzione nel mondo: Gesù è l’eterno divenuto oggi.
La predicazione di Gesù in questo contesto vede il riconoscimento quale parola di autorità, senza alcun riferimento agli scribi. La reazione della gente a tale parola è segnalata dallo stupore[3]. Questo non indica necessariamente la fede, ma apre le porte a un cammino di ricerca; non sempre infatti questo stupore porta al riconoscimento dell’identità di Gesù, come già mostra l’episodio della sinagoga di Nàzaret.
L’indemoniato rappresenta al meglio la situazione dell’uomo alienato, completamente in balia dell’avversario e del male, e privo della sua libertà[4]. Questa situazione di dolore viene collocata dentro la sinagoga: nessun ambiente può dirsi al sicuro dal male, nessuno è salvo per meriti personali. Questa impurità, che si cela nei luoghi propri dell’ascolta della Parola e della vita della comunità riunita in preghiera, si rivela minacciosa di fronte alla santità di Gesù ed esplode in un alto grido di terrore, di chi vuole mettere paura. Il demonio conosce bene Gesù dalla frase che gli dice contro, ma conosce anche molto bene che Gesù è il più forte; per questo, non potendo vincerlo, non gli resta che urlare.
L’espressione «che c’è tra noi e te» impone uno stacco e un abisso assoluto tra il potere delle tenebre e del male rispetto a Gesù; è un’opposizione tra forze, resa ancora più eloquente dal forte utilizzo dei pronomi «noi» e «tu», quali rappresentanti accreditati di forze opposte. Il «noi» si contrappone al «Santo». Così il primo esorcismo già contiene in sé tutte le caratteriste dell’agire di Gesù. Ma nelle stesse parole del demonio è anche contenuto l’esito dell’incontro-scontro con il Cristo: non si può resistere a lui, ogni tentativo è vano, perché Gesù è nettamente più forte. L’avversario stesso lo riconosce in modo disarmante: egli viene per la sua rovina. Il diavolo non cerca nemmeno di lottare, perché conosce la superiorità di Gesù.
A differenza di Marco, Luca accentua ancora di più la potenza del Messia con l’effetto immediato della liberazione dopo una semplice parola d’ordine. Gesù impone il silenzio. Il verbo utilizzato è molto forte: letteralmente significa «mettere la museruola». Gesù dissocia il male dal malato e zittisce il male, non il malato! Proprio per questo Gesù è estremamente duro con il male: lui, che è venuto per liberare l’uomo (Lc 5,31), si rivolge direttamente al male per sciogliere l’uomo che ne è vittima. Davanti al Signore il male riconosce la sua difformità e, proprio in quanto male, urla la libertà e la santità di Dio come una rovina. La potenza della Parola è così evidente, che il demonio si sottomette silenziosamente e totalmente, tanto da uscire dal corpo dell’uomo senza contorcerlo e fargli alcun male, ma solo buttandolo nel mezzo.
Il commento della gente (vv. 36-37) aumenta il valore di tale gesto, a dimostrazione dell’autorità e della potenza della Parola. Ora, dal momento che si presenta con tale autorità verso i ministri del “regno” demoniaco, Gesù si rivela come il ministro del «regno di Dio» (v. 43), il forte predetto da Giovanni (Lc 3,16); questa stessa autorità verrà conferita in seguito ai suoi discepoli (Lc 9,1; 10,19).
Al demonio non si insegna, si ordina! L’esorcismo contiene così una lieta notizia: il male dell’uomo è vinto. Ecco l’importanza di questo episodio narrato all’inizio del ministero pubblico di Gesù; questo è il suo programma di vita, addirittura incluso nella duplice menzione del potere della sua parola (vv. 32.36). Indica il frutto maturo di questa parola: la riduzione al silenzio e la messa in fuga definitiva del male (v. 35).

A casa di Simone (4,38-41)
L’orizzonte spaziale si sposta dalla sinagoga a una casa privata, la casa di Simone. Gesù è il dominatore del male in ogni gesto e atteggiamento; se la potenza della Parola vince il male, si è finalmente liberi per servire. Questo servizio è il programma del Messia: rendere l’uomo come lui, ossia come colui che serve (Lc 22,27). Egli domina la febbre della donna con un comando, non c’è bisogno nemmeno di toccarla; basta la sua posizione: in piedi e davanti a lei, che invece giace impotente in preda alla febbre. Gesù non si avvicina solamente al letto dell’ammalata, ma le si accosta e minaccia la febbre, come aveva minacciato lo spirito immondo nella sinagoga. Così nell’emissione della parola di intimazione alla malattia Gesù si china di fronte al dolore dell’umanità. La sua autorità di Messia si esprime nel servizio al povero e al bisognoso; essere capo e maestro non è inteso nell’ottica del potere, ma del servizio. Nella persona di Gesù, che da ricco che era si è fatto povero per arricchire tutti noi (cf. 2Cor 8,9), ogni miracolo è frutto del chinarsi di Dio sull’umanità. Come per l’episodio precedente, al comando della Parola segue l’esecuzione immediata della liberazione.
Si noti come opportunamente Luca utilizzi lo stesso verbo di comando come nel v. 35, in modo tale da stabilire un legame tra l’esorcismo e la guarigione. Medesimo è l’esito: la fuga. Così al gesto e alla parola di Gesù segue la perfetta reintegrazione della donna all’interno del suo mondo familiare: essa si alza immediatamente e si mette a servizio del Signore; la vera libertà esiste come tale solo in un’ottica di servizio[5]. Il servizio della donna non significa solo che è guarita dal male fisico, ma indica una guarigione più profonda: la donna è liberata da quella febbre e da quello spirito che impediscono di servire e costringono a servirsi degli altri per essere serviti. Se il servirsi degli altri è sinonimo di schiavitù, servire è il principio della liberazione; il primo è espressione di egoismo, il secondo di amore. Nel servizio l’uomo diventa se stesso e rivela Dio, di cui è immagine e somiglianza[6].
La casa di Simone è il campo di battaglia dove l’uomo è alle prese con la malattia; è il luogo dello scontro, dove il male sembra essere notevolmente più forte dell’uomo, fino alla venuta di Gesù. La febbre paralizza e colui che ne è la causa impedisce di servire; così come la morte e la malattia, che impediscono all’uomo di rimanere in piedi. Solo Gesù può donare la forza per rialzarsi, cioè ritornare alla vera vita.
Simone non pronuncia una parola e non manifesta alcuna reazione alla guarigione della suocera. È ancora necessario che trascorra del tempo insieme con Gesù perché lo possa riconoscere come il Cristo di Dio (Lc 9,20); in ogni caso resta il primo ad aver accolto Gesù nella sua casa (v. 38). In questa bellissima immagine lucana con Simone la Chiesa è già presente in figura fin dal primo giorno del ministero di Gesù.
È evidente il parallelismo con la scena precedente: l’immediata guarigione indica l’assoluta superiorità di Gesù rispetto al male, l’attenzione all’integralità della persona umana e la portata universale della salvezza. Inoltre, questa donna diventa il modello di ogni credente: la liberazione operata da Gesù non raggiunge il suo scopo nella retta professione di fede che fanno i demoni (vv. 34.41; Gc 2,19), ma nel servizio. La suocera di Pietro è il frutto del vangelo: incarna lo Spirito di Gesù ed è tipo di tutti coloro che ne seguiranno la Parola.
Ecco allora perché la narrazione a questo punto prende in esame un moltitudine di persone che si presentano a Gesù. Prima un esorcismo per un uomo e una guarigione per una donna; ora miracoli per l’umanità! Ciò che Luca ha tratteggiato in due racconti, ora viene riportato con un racconto complessivo. Prima il male interiore, poi il male fisico, ora tutto insieme. Si completa così lo sguardo introduttivo su Gesù: gli uomini lo vedono come il salvatore, i demoni lo gridano Figlio di Dio e lo conoscono come Cristo. Gesù, da parte sua, si proclama evangelizzatore del regno di Dio, spinto dalla necessità di annunciare alle città la buona notizia (v. 43).
La notte indica anche il tempo indisponibile per l’uomo. Con le tenebre cessa, infatti, ogni attività umana e tutto si placa. La notte è anche simbolo della morte, tempo assolutamente indisponibile, che Gesù stesso conoscerà, dall’oscurarsi del sole del venerdì fino alla luce nuova del «primo giorno dopo il sabato». Il fatto prodigioso è proprio che Gesù operi di notte, al buio. Se di giorno aveva operato miracoli, ecco che di sera opera un’infinità di prodigi in favore di tutti gli uomini che ricorrono a lui e si prende cura di ciascuno (v. 40). Che Luca voglia dire anticipatamente che Gesù agisce definitivamente alla fine del suo giorno? Egli infatti salverà l’uomo di notte, durante la «sua» notte (Lc 4,1; 22,53; 23,44); questo sole che tramonta è il Cristo crocifisso che si china sulle notti dell’uomo e le illumina. Se la prospettiva del giorno dell’uomo è la sera, l’oscurità e la morte, la prospettiva di Dio in Cristo è la vittoria sul male e sulla morte: la notte così non è solo il luogo della verità dell’uomo che riconosce la sua debolezza; è anche il luogo della verità di Dio, che dal nulla fa tutte le cose.
Si nota una differenza di rilievo rispetto ai miracoli precedenti: qui Gesù impone le mani. Lo fa non in modo confuso o generalizzato, ma su ciascun malato, in modo personale. La sua è la mano di Dio che si tende sull’umanità ferita e stanca; il contatto indica la comunione con Dio e la liberazione: dove arriva Dio il male è sconfitto. I demoni dopo la loro espulsione riconoscono la forza di Gesù, però questo non li porta alla conversione. Nella distorsione demoniaca tale professione di fede diventa bestemmia; la sola conoscenza non opera la salvezza, perché soltanto il riconoscimento del vero essere di Gesù può dare la salvezza all’uomo.

Un nuovo giorno (4,42-44)
Si cambia decisamente scena con l’inizio del nuovo giorno (v. 42). Gesù si trova in un luogo non ben precisato, ma desertico; le folle lo raggiungono e tentano di trattenerlo, ma lui si sottrae: non si può limitare l’azione di Gesù, né tanto meno manipolarlo. A Nàzaret viene cacciato, mentre a pochi chilometri di distanza lo si vuole trattenere; da una parte lo si rifiuta, dall’altra lo si vorrebbe forzare a rimanere. La fede, invece, è adesione alla sua persona nel modo concreto del servizio. Gesù si sottrae a questo tentativo di sequestrare privatamente la salvezza, perché essa è un dono per tutti, non solo per alcuni: bisogna che lui annunci la Parola.
Tutto è concentrato nella rapida risposta di Gesù, dove il suo andare altrove trova piena corrispondenza con l’ubbidienza all’imperativo divino. È suo compito rimanere inserito nelle cose del Padre (Lc 2,49). Questo è l’orientamento del percorso per l’annuncio del vangelo: la meta è Gerusalemme, dove si compirà la volontà del Padre e da dove inizierà un viaggio universale per i suoi discepoli, fino ai confini della terra (cf. At 1,8). Questo passo rivela già una comprensione di Gesù in chiave post-pasquale.
Per la prima volta compare l’espressione «annunciare il regno di Dio» quale senso della missione di Gesù (ricorrerà altre 37 volte). Il regno di Dio è un evento che supera il semplice insegnamento, è sempre in relazione con la Parola; esso è legato in modo indissolubile con la persona di Gesù, le sue azioni riprendono e rendono attuali le promesse dei profeti. In questo consiste il vero compimento: Gesù avvera le profezie perché le fa sue; è compimento perché con lui l’antico diventa nuovo. Non è un semplice adeguamento delle promesse, perché il nuovo che dona Gesù è assolutamente l’antico che risplende con maggiore magnificenza.
Nella conclusione del v. 44. si delinea l’apertura della salvezza: essa era iniziata nella sinagoga di Nàzaret (4,14) e si conclude nelle sinagoghe della Giudea (4,44), passando attraverso le città della Galilea. È l’itinerario del Signore nella prospettiva del viaggio: come il Messia liberatore ha camminato per le strade, così la sua Parola dovrà correre fino ai confini del mondo (At 1,8).
[1] Risulta sicuramente interessante al riguardo studiare la proposta di struttura e commento realizzata da R. Meynet, Il Vangelo secondo Luca. Analisi retorica, EDB, Bologna 2003, pp. 203-213.
[2] Nella traduzione della Conferenza episcopale italiana è reso con «ordinare», «comandare».
[3] G. Rossé, Il Vangelo di Luca, Città Nuova, Roma 2001, p.162, fa notare che l’evangelista utilizza la parola «logos», che identifica la parola di Dio, come in Lc 5,1; 8,21. Negli Atti il termine indica il vangelo proclamato agli uomini (4,4.29).
[4] S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB, Bologna 1994, p.110, dice che «il senso profondo dell’esorcismo è rendere l’uomo a se stesso, e quindi a Dio di cui è immagine, liberandolo da quel male che gli fa perdere Dio e quindi se stesso».
[5] È bene ricordare in chiave teologica il momento dell’esodo del popolo ebraico. Si diventa veramente liberi solo quando si serve Dio nella terra promessa nel passaggio dalla schiavitù al servizio.
[6] Per quanto concerne la dimensione del servizio è forte il richiamo di 1Gv 3,18. Fausti osserva come il servizio «è la caratteristica speciale e fondamentale di Gesù, lasciata in eredità ai suoi discepoli prima di morire (Lc 22,24-27; Gv 13,1-17)» (Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Luca, p. 114).

Preghiera del Padre Nostro

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Publié dans:immagini sacre |on 21 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

Papa Francesco, Saluto ai malati nell’Aula Paolo VI (3.12.2014)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2014/documents/papa-francesco_20141203_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 3 dicembre 2014

Saluto ai malati nell’Aula Paolo VI

Buongiorno!

Voi oggi siete qui perché il tempo è bruttino, e qui non piove, grazie a Dio… E dopo voi potete vedere l’udienza sul maxischermo. Grazie tante della vostra visita, e vi chiedo di pregare per me.
[il Papa va in mezzo ai malati. Alla fine aggiunge:]
Adesso voi rimanete qui, seguite l’udienza sul maxischermo, senza pioggia, qui, tranquilli. Adesso preghiamo la Madonna per chiedere la benedizione: Ave Maria, …

[Benedizione]
E prepariamoci per il Natale, pensando che Gesù viene. Vi auguro che Gesù venga nel cuore di ognuno di voi, e vi benedica e vi dia forza per andare avanti. E pregate per me! Grazie!

Viaggio Apostolico in Turchia
Cari fratelli e sorelle, buongiorno. Ma, non sembra tanto buona la giornata, è un po’ bruttina… Ma voi siete coraggiosi e a brutta giornata buona faccia, e andiamo avanti! Questa udienza si svolge in due posti diversi, come facciamo quando piove: qui in piazza e poi ci sono gli ammalati in Aula Paolo VI. Io li ho già incontrati, li ho salutati, e loro seguono l’udienza tramite il maxischermo, perché sono malati e non possono venire sotto la pioggia. Li salutiamo di qua con un applauso.
Oggi voglio condividere con voi alcune cose del mio pellegrinaggio che ho compiuto in Turchia da venerdì scorso a domenica. Come avevo chiesto di prepararlo e accompagnarlo con la preghiera, ora vi invito a rendere grazie al Signore per la sua realizzazione e perché possano scaturire frutti di dialogo sia nei nostri rapporti con i fratelli ortodossi, sia in quelli con i musulmani, sia nel cammino verso la pace tra i popoli. Sento, in primo luogo, di dover rinnovare l’espressione della mia riconoscenza al Presidente della Repubblica turca, al Primo Ministro, al Presidente per gli Affari Religiosi e alle altre Autorità, che mi hanno accolto con rispetto e hanno garantito il buon ordine degli eventi. Questo richiede lavoro, e loro hanno lo hanno fatto questo volentieri. Ringrazio fraternamente i Vescovi della Chiesa cattolica in Turchia, il Presidente della Conferenza episcopale, tanto bravo, e ringrazio per il loro impegno le comunità cattoliche, come pure ringrazio il Patriarca Ecumenico, Sua Santità Bartolomeo I, per la cordiale accoglienza. Il beato Paolo VI e san Giovanni Paolo II, che si recarono entrambi in Turchia, e san Giovanni XXIII, che fu Delegato Pontificio in quella Nazione, hanno protetto dal cielo il mio pellegrinaggio, avvenuto otto anni dopo quello del mio predecessore Benedetto XVI. Quella terra è cara ad ogni cristiano, specialmente per aver dato i natali all’apostolo Paolo, per aver ospitato i primi sette Concili, e per la presenza, vicino ad Efeso, della “casa di Maria”. La tradizione ci dice che lì è vissuta la Madonna, dopo la venuta dello Spirito Santo.
Nella prima giornata del viaggio apostolico ho salutato le Autorità del Paese, a larghissima maggioranza musulmano, ma nella cui Costituzione si afferma la laicità dello Stato. E con le Autorità abbiamo parlato della violenza. E’ proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza. Per questo ho insistito sull’importanza che cristiani e musulmani si impegnino insieme per la solidarietà, per la pace e la giustizia, affermando che ogni Stato deve assicurare ai cittadini e alle comunità religiose una reale libertà di culto.
Oggi prima di andare a salutare gli ammalati sono stato con un gruppo di cristiani e islamici che fanno una riunione organizzata dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso, sotto la guida del Cardinale Tauran, e anche loro hanno espresso questo desiderio di continuare in questo dialogo fraterno fra cattolici, cristiani e islamici.
Nel secondo giorno ho visitato alcuni luoghi-simbolo delle diverse confessioni religiose presenti in Turchia. L’ho fatto sentendo nel cuore l’invocazione al Signore, Dio del cielo e della terra, Padre misericordioso dell’intera umanità. Centro della giornata è stata la Celebrazione Eucaristica che ha visto riuniti nella Cattedrale pastori e fedeli dei diversi Riti cattolici presenti in Turchia. Vi hanno assistito anche il Patriarca Ecumenico, il Vicario Patriarcale Armeno Apostolico, il Metropolita Siro-Ortodosso ed esponenti Protestanti. Insieme abbiamo invocato lo Spirito Santo, Colui che fa l’unità della Chiesa: unità nella fede, unità nella carità, unità nella coesione interiore. Il Popolo di Dio, nella ricchezza delle sue tradizioni e articolazioni, è chiamato a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, in atteggiamento costante di apertura, di docilità e di obbedienza. Nel nostro cammino di dialogo ecumenico e anche dell’unità nostra, della nostra Chiesa cattolica, Colui che fa tutto è lo Spirito Santo. A noi tocca lasciarlo fare, accoglierlo e seguire le sue ispirazioni.
Il terzo e ultimo giorno, festa di sant’Andrea Apostolo, ha offerto il contesto ideale per consolidare i rapporti fraterni tra il Vescovo di Roma, Successore di Pietro, e il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, successore dell’apostolo Andrea, fratello di Simon Pietro, che ha fondato quella Chiesa. Ho rinnovato con Sua Santità Bartolomeo I l’impegno reciproco a proseguire sulla strada verso il ristabilimento della piena comunione tra cattolici e ortodossi. Insieme abbiamo sottoscritto una Dichiarazione congiunta, ulteriore tappa di questo cammino. E’ stato particolarmente significativo che questo atto sia avvenuto al termine della solenne Liturgia della festa di sant’Andrea, alla quale ho assistito con grande gioia, e che è stata seguita dalla duplice Benedizione impartita dal Patriarca di Costantinopoli e dal Vescovo di Roma. La preghiera infatti è la base per ogni fruttuoso dialogo ecumenico sotto la guida dello Spirito Santo, che come ho detto è Colui che fa l’unità.
Ultimo incontro – questo è stato bello e anche doloroso – è stato quello con un gruppo di ragazzi profughi, ospiti dei Salesiani. Era molto importante per me incontrare alcuni profughi dalle zone di guerra del Medio Oriente, sia per esprimere loro la vicinanza mia e della Chiesa, sia per sottolineare il valore dell’accoglienza, in cui anche la Turchia si è molto impegnata. Ringrazio ancora una volta la Turchia per questa accoglienza di tanti profughi e ringrazio di cuore i salesiani di Istanbul. Questi Salesiani lavorano con i profughi, sono bravi! Ho incontrato anche altri padri e un gesuita tedeschi e altri che lavorano con i profughi ma quell’oratorio salesiano dei profughi è una cosa bella, è un lavoro nascosto. Ringrazio tanto tutte quelle persone che lavorano con i profughi. E Preghiamo per tutti i profughi e i rifugiati, e perché siano rimosse le cause di questa dolorosa piaga.
Cari fratelli e sorelle, Dio onnipotente e misericordioso continui a proteggere il popolo turco, i suoi governanti e i rappresentanti delle diverse religioni. Possano costruire insieme un futuro di pace, così che la Turchia possa rappresentare un luogo di pacifica coesistenza fra religioni e culture diverse. Preghiamo inoltre perché, per intercessione della Vergine Maria, lo Spirito Santo renda fecondo questo viaggio apostolico e favorisca nella Chiesa il fervore missionario, per annunciare a tutti i popoli, nel rispetto e nel dialogo fraterno, che il Signore Gesù è verità, pace e amore. Solo Lui è il Signore.

Publié dans:PAPA FRANCESCO |on 21 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

LA STORIA DI GESÙ DI NAZARET, IL SALVATORE

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LA STORIA DI GESÙ DI NAZARET, IL SALVATORE

di G. Butindaro

Ai giorni dell’imperatore Cesare Augusto, una giovane vergine di Nazareth (una cittadina della Galilea) che era stata promessa sposa a Giuseppe, figlio di Giacobbe, che era della casa di Davide, ricevette la visita di un santo angelo di Dio il quale le preannunziò che ella avrebbe concepito e partorito un figlio che sarebbe stato grande e sarebbe stato chiamato Figlio dell’Altissimo; il suo nome sarebbe stato Gesù. A lui Dio avrebbe dato il regno di Davide suo padre ed Egli avrebbe dominato su Israele in eterno. Maria, questo il nome della giovane vergine, sentendo dirgli quelle parole chiese come sarebbe potuto avvenire tutto ciò dato che lei non conosceva uomo; e l’angelo le rispose che lo Spirito Santo sarebbe venuto sopra di lei, e la potenza di Dio l’avrebbe coperta della sua ombra, per cui il santo che sarebbe nato sarebbe stato chiamato Figliuolo di Dio. Al che Maria rispose all’angelo che le fosse fatto secondo la sua parola.
E così avvenne, Maria rimase incinta per virtù dello Spirito Santo, senza che Giuseppe l’avesse conosciuta. Ma quando Giuseppe, tempo dopo, si accorse che la sua promessa sposa era incinta si propose di lasciarla di nascosto; ma mentre aveva queste cose nell’animo un angelo di Dio gli apparve in sogno e gli disse di non preoccuparsi di prendere Maria in sposa perché quello che in lei era generato era dallo Spirito Santo; e che lui avrebbe dovuto mettere al figlio che doveva nascere il nome di Gesù che significa ‘YHWH salva’ (YHWH è il nome ebraico di Dio che si pronuncia Yahweh). Tranquillizzato da quelle parole, Giuseppe appena si svegliò prese in sposa Maria, sapendo per certo che il messaggero di Dio che gli era apparso non gli aveva mentito.

Proprio in quei giorni avvenne che uscì da parte di Cesare Augusto un decreto che si facesse un censimento di tutto l’impero. Allora Giuseppe prese la sua sposa che era incinta e si recò a Betleem a farsi registrare perché, come abbiamo detto innanzi, egli era della casa di Davide. Ed avvenne che mentre si trovavano a Betleem di Giuda, Maria partorì il fanciullo a cui in capo a otto giorni, quando fu circonciso, fu posto il nome di Gesù.
Il giorno stesso in cui Gesù nacque, apparve a dei pastori della contrada di Betleem un angelo del Signore il quale gli annunziò la buona notizia che in quel giorno nella città di Davide era nato il Salvatore, che era Cristo (dal greco Christòs che significa ‘Unto’), il Signore. Essi dunque, udito ciò, si recarono a Betleem e vi trovarono il fanciullino e divulgarono quello che era loro stato detto di quel bambino. Al sentire quelle cose coloro che erano là presenti si meravigliarono.
Quando si compirono i giorni durante i quali – secondo la legge – la donna che aveva partorito un figlio maschio doveva rimanere a purificarsi del suo sangue, i suoi genitori lo portarono in Gerusalemme per presentarlo al Signore, ed anche per offrire l’olocausto e il sacrificio per il peccato che prescriveva la legge di Mosè.
In seguito, quando Gesù aveva ancora poche settimane giunsero a Betleem, presso la casa dove egli era tenuto, dei magi provenienti dall’Oriente i quali lo adorarono, e aperti i loro tesori gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. Come avevano fatto quegli uomini a giungere a Betleem? In questa maniera: mentre erano in Oriente era apparsa loro la sua stella che li aveva condotti in Israele. Giunti a Gerusalemme avevano chiesto dove fosse il re dei Giudei che era nato perché essi erano venuti per adorarlo. Ed il re della Giudea, Erode, chiamati gli scribi e i capi sacerdoti, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere, ed essi gli dissero che il Cristo doveva nascere in Betleem di Giudea. Il re dunque aveva mandato i magi a Betleem (dopo essersi informato del tempo in cui la stella era apparsa loro), dicendogli di tornare poi da lui quando avrebbero trovato il fanciullino perché pure lui voleva andare ad adorarlo. Ma i magi dopo avere trovato il fanciullino Gesù, non tornarono da Erode perché furono divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode; quindi per altra via tornarono al loro paese.
Questo naturalmente fece infuriare Erode che si vide beffato dai magi; e allora egli mandò a sterminare tutti i maschi ch’erano in Betleem e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù (secondo il tempo del quale egli s’era informato dai magi). Ma il fanciullino Gesù non fu messo a morte perché Dio mediante un angelo aveva avvertito per tempo Giuseppe dicendogli di prendere il fanciullino e sua madre e di andare in Egitto e rimanervi fino a nuovo ordine. Quando poi Erode fu morto, allora Dio, sempre mediante un suo angelo, avvertì Giuseppe e gli disse di tornare in Israele.
Giunto in Israele, Giuseppe si ritirò in Galilea e precisamente nella città di Nazareth. Qui in Nazareth Gesù fu allevato dai suoi genitori e cresceva in sapienza e in statura, si fortificava e la grazia di Dio era sopra lui.

Quando Gesù raggiunse i trenta anni circa lasciò la Galilea e si recò al fiume Giordano a farsi battezzare da Giovanni il Battista, che era apparso da qualche tempo nel deserto della Giudea predicando un battesimo di ravvedimento per la remissione dei peccati. Chi era costui? Egli non era né Elia, e neppure il Cristo, come lui stesso ebbe a rispondere a quei Farisei che lo avevano interrogato un giorno al di là del Giordano dove lui stava battezzando; ma egli era colui del quale aveva parlato Dio tramite il profeta Malachia quando disse: « Ecco, io vi mando il mio messaggero; egli preparerà la via davanti a me » (Mal. 3:1). Un uomo perciò che Dio aveva mandato innanzi al suo Unto per preparargli la via. Ma in che maniera il messaggero di Dio avrebbe preparato la strada davanti all’Unto di Dio? Testimoniando di lui affinché tutti credessero per mezzo di lui; e questo difatti è quello che fece Giovanni.
Quando in quel giorno il Battista lo battezzò e Gesù fu uscito dall’acqua avvenne che i cieli si apersero ed egli vide scendere su di lui lo Spirito Santo in forma corporea a guisa di colomba ed udì una voce che disse: « Questo è il mio diletto Figliuolo nel quale mi son compiaciuto » (Matt. 3:17). Da allora il Battista cominciò ad attestare alle turbe: « Ho veduto lo Spirito scendere dal cielo a guisa di colomba, e fermarsi su di lui. E io non lo conoscevo; ma Colui che mi ha mandato a battezzare con acqua, mi ha detto: Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quel che battezza con lo Spirito Santo. E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figliuol di Dio » (Giov. 1:32-34). In occasione dunque del suo battesimo in acqua Gesù di Nazareth fu unto da Dio di Spirito Santo.
Dopo che Gesù fu unto, lo Spirito Santo lo condusse nel deserto affinché fosse tentato da Satana. Dopo che ebbe digiunato per quaranta giorni e quaranta notti per tre volte il tentatore cercò di farlo cadere in peccato; ma Gesù si oppose a lui in maniera efficace citandogli la legge del Signore che egli aveva riposto nel suo cuore secondo che è scritto: « La legge del suo Dio è nel suo cuore; i suoi passi non vacilleranno » (Sal. 37:31). Il diavolo allora lo lasciò fino ad altra occasione, e gli angeli di Dio vennero a servirlo.

Dopo di ciò, Gesù tornò in Galilea dove cominciò a predicare e ad insegnare, glorificato da tutti. Venne anche a Nazareth dove era stato allevato, ma qui i suoi concittadini si levarono pieni di ira contro di lui perché dopo che egli ebbe letto in sinagoga quel passo di Isaia dove è detto: « Lo Spirito del Signore, dell’Eterno è su me, perché l’Eterno m’ha unto per recare una buona novella agli umili; m’ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore rotto, per proclamare la libertà a quelli che sono in cattività, l’apertura del carcere ai prigionieri, per proclamare l’anno di grazia dell’Eterno » (Is. 61:1), egli affermò che in quel giorno quella Scrittura s’era adempiuta, e che nessun profeta è ben accetto nella sua patria. Essi allora lo cacciarono fuori dalla città e cercarono di precipitarlo giù dal ciglio del monte su cui era fabbricata Nazareth, ma egli passando in mezzo a loro se ne andò a Capernaum, città sul mare ai confini di Zabulon e Neftali, dove fissò la sua residenza, infatti questa città è chiamata la sua città (cfr. Matt. 9:1).
Gesù andava attorno di città in città e di villaggio in villaggio predicando ed annunziando la buona novella del regno di Dio. Egli diceva alla turbe: « Ravvedetevi e credete all’Evangelo » (Mar. 1:15); quindi esortava tutti a pentirsi dei loro peccati ed a credere nella buona notizia di cui lui era l’ambasciatore per volontà di Dio. Il profeta Isaia infatti aveva detto del Cristo che egli avrebbe recato una buona novella ai poveri. Ma in che cosa consisteva questa buona notizia in cui Gesù ordinava agli uomini di credere? Nel fatto che Dio nella pienezza dei tempi aveva mandato nel mondo il suo Figliuolo affinché chiunque credesse in lui non perisse ma avesse vita eterna. In altre parole nella meravigliosa notizia che Dio nel suo grande amore aveva mandato nel mondo il suo Figliuolo affinché per mezzo di lui il mondo fosse salvato, e che per essere salvati era necessario, indispensabile, credere in lui.

Oltre ad annunziare ai Giudei il ravvedimento e la fede in lui, Gesù insegnò molte cose in parabole alle turbe e così si adempirono le parole del profeta: « Io aprirò la mia bocca per proferir parabole, esporrò i misteri dei tempi antichi » (Sal. 78:2).
Ma Gesù operò anche tante guarigioni in mezzo ai Giudei. Egli risuscitò pure i morti e cacciò molti demoni dai corpi di coloro che li possedevano, e questo perché Dio era con lui.
Ma nonostante Gesù andasse in giro per il paese dei Giudei facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo perché Dio era con lui, ci furono molti che non credettero in lui, e dissero di lui che era un mangione e un ubriacone, uno che seduceva le persone, un pazzo, uno che aveva il principe dei demoni e mediante di esso cacciava i demoni, un peccatore perché violava il sabato, un bestemmiatore perché chiamava Dio suo Padre e si faceva uguale a lui. Calunnie, solo calunnie; perché Gesù fu un uomo temperato in ogni cosa; un uomo che non cercò mai il suo interesse come invece fanno i seduttori di menti che insegnano cose che non dovrebbero per amore di disonesto guadagno; un uomo ripieno di sapienza, ma non di quella dei principi di questo mondo ma di quella di Dio misteriosa ed occulta; un uomo ripieno di Spirito Santo che cacciava i demoni per l’aiuto dello Spirito; un uomo che non violò mai il Sabato perché in giorno di Sabato è lecito di fare del bene, è lecito di salvare una persona e lui in quel giorno faceva proprio questo guarendo coloro che avevano bisogno di guarigione; un uomo verace che non si fece uguale a Dio per presunzione ma perché egli era uguale a Dio per natura essendo il suo Unigenito Figliuolo venuto da presso a Lui. Ma quantunque fosse uguale a Dio, Egli non reputò una cosa da ritenere con avidità questa uguaglianza con Dio ma umiliò se stesso prendendo la forma di servo, divenendo simile ai figliuoli degli uomini. Ecco perché molti non riconobbero in lui il Figlio di Dio perché si presentò sotto forma di un umile servo che apparentemente non aveva nulla di diverso dagli altri uomini.
Queste calunnie naturalmente fecero soffrire Gesù perché egli si vide rigettato proprio da quelli di casa sua; egli soffrì come i profeti che erano stati prima di lui i quali erano stati mandati da Dio al popolo per il suo bene ed invece furono rigettati e calunniati in ogni maniera quasi che essi cercassero il suo male. Si adempirono così le parole del profeta Isaia con cui egli aveva definito il Cristo: « Uomo di dolore, familiare col patire » (Is. 53:3), e così fu infatti Gesù Cristo.
Tra coloro che rigettarono Gesù ci furono i capi sacerdoti e i Farisei i quali, avendo disconosciuto lui e le dichiarazioni dei profeti che si leggevano ogni sabato, deliberarono di pigliarlo e di farlo morire.

Alcuni giorni prima della Pasqua, Gesù salì a Gerusalemme entrandovi montato sopra un asinello. Avvenne proprio in quei giorni che precedevano la Pasqua che Satana entrò in uno dei discepoli di Gesù, chiamato Giuda Iscariota, il quale andò dai capi sacerdoti per darglielo nelle mani. Ed essi rallegratisi di ciò, promisero di dargli in cambio del denaro, trenta sicli d’argento. Da quel momento perciò Giuda Iscariota cercava il momento opportuno di tradirlo.
Avvenne così che durante la festa della Pasqua, dopo che Gesù ebbe mangiato la Pasqua coi suoi discepoli che Giuda uscì da dove essi erano radunati. Poco dopo venne nell’orto del Getsemani, dove Gesù intanto era andato coi suoi discepoli per pregare, con una grande turba che aveva spade e bastoni. Dopo avere ricevuto il convenuto segnale da parte di Giuda, costoro misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono; esattamente come avrebbero fatto con un malfattore. Tutti i suoi discepoli allora lo lasciarono e se ne fuggirono.
Lo portarono prima davanti al Sinedrio che lo condannò come reo di morte perché si era dichiarato il Figlio di Dio, e quindi per bestemmia. Quando i membri del Sinedrio dissero: « È reo di morte » (Matt. 26:66), gli sputarono in viso e gli diedero dei pugni; e altri lo schiaffeggiarono, dicendo: « O Cristo profeta, indovinaci: Chi t’ha percosso? » (Matt. 26:68). Poi, legatolo, lo menarono dal governatore Ponzio Pilato per chiedergli di crocifiggerlo. Questi in un primo tempo aveva deliberato di liberarlo perché non trovava in lui nulla che fosse degno di morte (lo aveva anche mandato da Erode che in quei giorni si trovava in Gerusalemme il quale lo aveva schernito coi suoi soldati, ed anche lui non aveva trovato in Gesù alcuna delle colpe di cui l’accusavano i capi sacerdoti e gli scribi), ma siccome la moltitudine chiedeva con grande grida di crocifiggerlo acconsentì a quello che essa chiedeva e perciò comandò che fosse fatto prima flagellare e poi crocifiggere. I soldati del governatore lo menarono allora dentro il pretorio e lo vestirono di porpora, gli misero sul capo una corona di spine, una canna nella mano destra, e prostratisi davanti a lui lo beffavano dicendo: Salve, re dei Giudei! e gli percuotevano il capo con la canna e gli sputavano addosso.
Dopo averlo spogliato della porpora e rivestito dei suoi vestimenti lo menarono fuori al luogo detto Golgota, dove lo inchiodarono sulla croce affinché si adempissero le parole: « M’hanno forato le mani e i piedi » (Sal. 22:16), in mezzo a due malfattori e questo affinché si adempissero le parole di Isaia: « E’ stato annoverato fra i trasgressori » (Is. 53:12).
Mentre era appeso sulla croce i soldati presero le sue vesti e ne fecero quattro parti affinché ognuno di loro ne avesse una parte, mentre la tunica la tirarono a sorte per sapere a chi toccherebbe; questo avvenne affinché si adempisse la Scrittura: « Spartiscon fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste » (Sal. 22:18).
Un’altra cosa che avvenne mentre Gesù era appeso sulla croce agonizzante fu che lui venne schernito da coloro che passavano di là e dai capi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani i quali gli dicevano: « Ha salvato altri e non può salvar se stesso! Da che è il re d’Israele, scenda ora giù di croce, e noi crederemo in lui. S’è confidato in Dio; lo liberi ora, s’Ei lo gradisce, poiché ha detto: Son Figliuol di Dio » (Matt. 27:42-44); e questo avvenne affinché si adempissero le parole di Davide: « Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo: Ei si rimette nell’Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce » (Sal. 22:7-8), ed ancora: « Apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente » (Sal. 22:13).
Prima che Gesù spirasse gridò: « Elì, Elì, lamà sabactanì? cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Matt. 27:46), e in quel momento uno degli astanti corse a prendere una spugna e inzuppatala d’aceto e postala in cima ad una canna gli diè da bere. Questo avvenne affinché si adempisse quello che era stato detto da Davide: « Nella mia sete, m’han dato a ber dell’aceto » (Sal. 69:21).
Dopo che Gesù spirò, i soldati vennero a fiaccare le gambe a coloro che erano sulla croce, fiaccarono le gambe ai due che erano stati crocifissi con lui, ma a Gesù non gliele fiaccarono, perché lo videro già morto, affinché si adempisse la Scrittura che dice: « Niun d’osso d’esso sarà fiaccato » (Giov. 19:36; Sal. 34:20). Quella sera si adempì anche la Scrittura: « Ed essi riguarderanno a me, a colui ch’essi hanno trafitto » (Zacc. 12:10).

Ma perché morì Gesù Cristo? « Egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità » (Is. 53:5), dice Isaia. Quindi la sua morte sulla croce, voluta e decretata dai Giudei ed eseguita materialmente dai Gentili, non fu altro che l’adempimento delle parole del profeta Isaia. E perciò diciamo che fu Dio che fece sì che i Giudei e i Gentili si mettessero assieme contro il suo Unto per ucciderlo e questo affinché con la sua morte egli ci liberasse dal peccato.
Vediamo ora di spiegare questo concetto molto importante. Il peccato è entrato nel mondo tramite un uomo solo di nome Adamo e questo peccato è passato su tutti gli uomini, per cui tutti hanno peccato. Ma che cosa rende forte il peccato nell’uomo? La legge, perché, come dice Paolo, essa è « la forza del peccato » (1 Cor. 15:56). Sempre Paolo spiega questo quando dice che: « Il peccato, còlta l’occasione, per mezzo del comandamento, mi trasse in inganno; e, per mezzo d’esso, m’uccise » (Rom. 7:11), in altre parole il peccato fa leva sulla legge per portare la morte nell’uomo. La legge è sì buona e santa, ma il peccato si usa di essa proprio per cagionare la morte nell’uomo. Per fare un paragone, è come se un omicida si usasse di un pezzo di legno fatto da Dio per uccidere un altro uomo. Chi ammazza non è il legno fatto da Dio e buono in se stesso, ma l’omicida che si usa di esso per adempiere il suo criminoso disegno. Così il peccato omicida si usa della legge, data da Dio ad Israele e perciò buona, per uccidere spiritualmente le persone. Quindi occorreva annullare il peccato, cioè spogliarlo del suo potere che aveva sull’uomo. E GESÙ HA FATTO PROPRIO QUESTO CON IL SUO SACRIFICIO, HA ANNULLATO IL PECCATO; LO HA POTUTO FARE QUESTO PERCHÉ EGLI SI È CARICATO DELLE NOSTRE INIQUITÀ MORENDO SULLA CROCE PER NOI TUTTI. Ecco perché chi crede in lui viene affrancato dal peccato, perché Gesù sulla croce ha crocifisso il suo (di chi crede) vecchio uomo. Quindi il credente in Cristo è morto con Cristo al peccato; e di conseguenza la legge ha cessato di dominarlo perché la legge signoreggia l’uomo solo mentre egli vive e non anche dopo che è morto. Ed il credente mediante il corpo di Cristo è morto alla legge, a quella cioè che lo teneva soggetto a schiavitù, per appartenere ad un altro, cioè a colui che è risorto dai morti.

Dopo che Gesù spirò sulla croce, venne un certo Giuseppe d’Arimatea che era un uomo ricco e che era diventato anch’egli discepolo di Gesù, il quale chiesto il corpo a Pilato, prese il corpo di Gesù, lo avvolse in un panno lino netto e lo depose nella sua tomba che aveva fatta scavare lì nei pressi, e nella quale ancor nessuno era stato posto. Fu così che si adempì quell’altra Scrittura che dice: « Gli avevano assegnata la sepoltura fra gli empi, ma nella sua morte, egli è stato col ricco » (Is. 53:9).
Ma il terzo giorno Dio lo risuscitò dai morti perché era impossibile che Cristo fosse ritenuto dalla morte; ed anche la sua risurrezione era stata preannunziata da Dio nella sua parola infatti Davide aveva detto: « Tu non lascerai l’anima mia nell’Ades, e non permetterai che il tuo Santo vegga la corruzione » (Atti 2:27). E’ chiaro che qui Davide non parlò di lui perché il suo corpo rimase nel sepolcro e vide la corruzione, ma parlò della risurrezione del Cristo, di uno dei suoi discendenti, perché lui sapeva che Dio gli aveva promesso con giuramento che lo avrebbe fatto sedere sul suo trono in eterno secondo che è scritto: « L’Eterno ha fatto a Davide questo giuramento di verità, e non lo revocherà: Io metterò sul tuo trono un frutto delle tue viscere » (Sal. 132:11).

Dopo che Gesù risuscitò si fece vedere da quelli che egli aveva scelti, mangiò e bevve con loro, e discusse con loro delle cose relative al regno di Dio e diede loro dei comandamenti; dopodiché fu assunto in cielo alla destra della Maestà e questo affinché si adempissero le parole di Davide: « L’Eterno ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi » (Sal. 110:1). E dal cielo, a suo tempo, egli tornerà con gloria e potenza.

Ravvediti e credi in Lui

Una delle cose che Gesù prima di essere assunto in cielo ordinò di fare fu quella di predicare nel suo nome agli uomini il ravvedimento e la remissione dei peccati (cfr. Luca 24:46-47). Questo è quello che fecero gli apostoli dopo che lui fu assunto in cielo, e questo è quello che facciamo noi oggi a distanza di quasi duemila anni in obbedienza all’ordine di Cristo Gesù.
Ti esortiamo quindi nel nome di Cristo a pentirti dei tuoi peccati e a credere in Gesù Cristo, perché SOLO MEDIANTE LA FEDE IN LUI PUOI OTTENERE LA REMISSIONE DEI TUOI PECCATI secondo che è scritto: « Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve la remissione dei peccati mediante il suo nome » (Atti 10:43). Gesù Cristo infatti ha l’autorità di rimettere agli uomini i loro peccati, come l’aveva quando era sulla terra (cfr. Mar. 2:5-11), perché egli è il Figlio di Dio, e questo egli fa PERSONALMENTE verso coloro che credono in lui. Non c’è dunque bisogno di nessun altro mediatore tra Dio e gli uomini, oltre a Gesù Cristo, al fine di ottenere la remissione dei propri peccati. Te lo ripetiamo: nessuno (cfr. 1 Tim. 2:5-6).
Credi nel nome del Figliuolo di Dio e otterrai la remissione dei tuoi peccati. E non solo, otterrai anche la vita eterna secondo che è scritto: « Chi crede ha vita eterna » (Giov. 6:48), per cui SARAI SICURO che quando morirai andrai in paradiso – un luogo celeste meraviglioso dove non c’è nè dolore nè pianto e dove regna la pace (cfr. 2 Cor. 12:2-4; Giob. 25:2) – e comincerai perciò ad avere il desiderio di partire dal corpo e abitare con il Signore in Paradiso (cfr. Fil. 1:23; 2 Cor. 5:8). Non indugiare, non posticipare questa decisione a domani o a qualche altro giorno (cfr. 2 Cor. 6:2), potrebbe essere troppo tardi per farlo perché all’improvviso potresti morire senza avere neppure il tempo di pentirti e credere in Gesù e te ne andresti direttamente all’inferno – un luogo orribile che esiste nel cuore della terra dove arde il fuoco e le anime dei peccatori soffrono dei tormenti atroci e terribili (cfr. Luca 16:24) – senza avere più per tutta l’eternità un’altra opportunità di pentirti e credere in Gesù. Questa è infatti la fine che aspetta tutti coloro che non si ravvedono e non credono in Gesù Cristo (Sal. 9:17).
Due vie stanno dinnanzi a te: quella del peccato che mena all’inferno e sulla quale ti trovi, e quella santa che mena in paradiso sulla quale ci troviamo noi per la grazia di Dio e che ti abbiamo indicato: abbandona la via del peccato e incamminati per la via santa, e non te ne pentirai giammai perché è scritto che del ravvedimento che mena alla salvezza non c’è mai da pentirsi (cfr. 2 Cor. 7:10).

 

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Santa Agnese di Francisco de Zurbarán

Santa Agnese di Francisco de Zurbarán dans immagini sacre Francisco_de_Zurbar%C3%A1n_-_Santa_In%C3%AAs

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SANT’ AGNESE VERGINE E MARTIRE – 21 GENNAIO

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SANT’ AGNESE VERGINE E MARTIRE

21 GENNAIO

ROMA, FINE SEC. III, O INIZIO IV

Agnese nacque a Roma da genitori cristiani, di una illustre famiglia patrizia, nel III secolo. Quando era ancora dodicenne, scoppiò una persecuzione e molti furono i fedeli che s’abbandonavano alla defezione. Agnese, che aveva deciso di offrire al Signore la sua verginità, fu denunciata come cristiana dal figlio del prefetto di Roma, invaghitosi di lei ma respinto. Fu esposta nuda al Circo Agonale, nei pressi dell’attuale piazza Navona. Un uomo che cercò di avvicinarla cadde morto prima di poterla sfiorare e altrettanto miracolosamente risorse per intercessione della santa. Gettata nel fuoco, questo si estinse per le sue orazioni, fu allora trafitta con colpo di spada alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli. Per questo nell’iconografia è raffigurata spesso con una pecorella o un agnello, simboli del candore e del sacrificio. La data della morte non è certa, qualcuno la colloca tra il 249 e il 251 durante la persecuzione voluta dall’imperatore Decio, altri nel 304 durante la persecuzione di Diocleziano. (Avvenire)

Patronato: Ragazze
Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco

Emblema: Agnello, Giglio, Palma
Martirologio Romano: Memoria di sant’Agnese, vergine e martire, che, ancora fanciulla, diede a Roma la suprema testimonianza di fede e consacrò con il martirio la fama della sua castità; vinse, così, sia la sua tenera età che il tiranno, acquisendo una vastissima ammirazione presso le genti e ottenendo presso Dio una gloria ancor più grande; in questo giorno si celebra la deposizione del suo corpo.
In data odierna, 21 gennaio, il Calendario liturgico romano fa memoria della santa vergine Agnese, la cui antichità del culto presso la Chiesa latina è attestata dalla presenza del suo nome nel Canone Romano (odierna Preghiere Eucaristica I), accanto a quelli di altre celebri martiri: Lucia, Cecilia, Agata, Anastasia, Perpetua e Felicita.
Nulla sappiamo della famiglia di origine di Sant’Agnese, popolare martire romana. La parola “Agnese”, traduzione dell’aggettivo greco “pura” o “casta”, fu usato forse simbolicamente come soprannome per esplicare le sue qualità. Visse in un periodo in cui era illecito professare pubblicamente la fede cristiana. Secondo il parere di alcuni storici Agnese avrebbe versato il sangue il 21 gennaio di un anno imprecisato, durante la persecuzione di Valeriano (258-260), ma secondo altri, con ogni probabilità ciò sarebbe avvenuto durante la persecuzione dioclezianea nel 304. Durante la persecuzione perpetrata dall’imperatore Diocleziano, infatti, i cristiani furono uccisi così in gran numero tanto da meritare a tale periodo l’appellativo di “era dei martiri” e subirono ogni sorta di tortura.
Anche alla piccola Agnese toccò subire subire una delle tante atroci pene escogitate dai persecutori. La sua leggendaria Passio, falsamente attribuita al milanese Sant’Ambrogio, essendo posteriore al secolo V ha perciò scarsa autorità storica. Della santa vergine si trovano notizie, seppure vaghe e discordanti, nella “Depositio Martyrum” del 336, più antico calendario della Chiesa romana, nel martirologio cartaginese del VI secolo, in “De Virginibus” di Sant’Ambrogio del 377, nell’ode 14 del “Peristefhanòn” del poeta spagnolo Prudenzio ed infine in un carme del papa San Damaso, ancora oggi conservato nella lapide originale murata nella basilica romana di Sant’Agnese fuori le mura. Dall’insieme di tutti questi numerosi dati si può ricavare che Agnese fu messa a morte per la sua forte fede ed il suo innato pudore all’età di tredici anni, forse per decapitazione come asseriscono Ambrogio e Prudenzio, oppure mediante fuoco, secondo San Damaso. L’inno ambrosiano “Agnes beatae virginia” pone in rilievo la cura prestata dalla santa nel coprire il suo verginale corpo con le vesti ed il candido viso con la mano mentre si accasciava al suolo, mentre invece la tradizione riportata da Damaso vuole che ella si sia coperta con le sue abbondanti chiome. Il martirio di Sant’Agnese è inoltre correlato al suo proposito di verginità. La Passione e Prudenzio soggiungono l’episodio dell’esposizione della ragazza per ordine del giudice in un postribolo, da cui uscì miracolosamente incontaminata.
Assai articolata è anche la storia delle reliquie della piccola martire: il suo corpo venne inumato nella galleria di un cimitero cristiano sulla sinistra della via Nomentana. In seguito sulla sua tomba Costantina, figlia di Costantino il Grande, fece edificare una piccola basilica in ringraziamento per la sua guarigione ed alla sua morte volle essere sepolta nei pressi della tomba. Accanto alla basilica sorse uno dei primi monasteri romani di vergini consacrate e fu ripetutamente rinnovata ed ampliata. L’adiacente cimitero fu scoperto ed esplorato metodicamente a partire dal 1865. Il cranio della santa martire fu posto dal secolo IX nel “Sancta Sanctorum”, la cappella papale del Laterano, per essere poi traslato da papa Leone XIII nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, che sorge sul luogo presunto del postribolo ove fu esposta. Tutto il resto del suo corpo riposa invece nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura in un’urna d’argento commissionata da Paolo V.
Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, nella suddetta opera “De Virginibus” scrisse al riguardo della festa della santa: “Quest’oggi è il natale di una vergine, imitiamone la purezza. E’ il natale di una martire, immoliamo delle vittime. E’ il natale di Sant’Agnese, ammirino gli uomini, non disperino i piccoli, stupiscano le maritate, l’imitino le nubili… La sua consacrazione è superiore all’età, la sua virtù superiore alla natura: così che il suo nome mi sembra non esserle venuto da scelta umana, ma essere predizione del martirio, un annunzio di ciò ch’ella doveva essere. Il nome stesso di questa vergine indica purezza. La chiamerò martire: ho detto abbastanza… Si narra che avesse tredici anni allorché soffrì il martirio. La crudeltà fu tanto più detestabile in quanto che non si risparmiò neppure sì tenera età; o piuttosto fu grande la potenza della fede, che trova testimonianza anche in siffatta età. C’era forse posto a ferita in quel corpicciolo? Ma ella che non aveva dove ricevere il ferro, ebbe di che vincere il ferro. […] Eccola intrepida fra le mani sanguinarie dei carnefici, eccola immobile fra gli strappi violenti di catene stridenti, eccola offrire tutto il suo corpo alla spada del furibondo soldato, ancora ignara di ciò che sia morire, ma pronta, s’è trascinata contro voglia agli altari idolatri, a tendere, tra le fiamme, le mani a Cristo, e a formare sullo stesso rogo sacrilego il segno che è il trofeo del vittorioso Signore… Non così sollecita va a nozze una sposa, come questa vergine lieta della sua sorte, affrettò il passo al luogo del supplizio. Mentre tutti piangevano, lei sola non piangeva. Molti si meravigliavano che con tanta facilità donasse prodiga, come se già fosse morta, una vita che non aveva ancora gustata. Erano tutti stupiti che già rendesse testimonianza alla divinità lei che per l’età non poteva ancora disporre di sé… Quante domande la sollecitarono per sposa! Ma ella diceva: « È fare ingiuria allo sposo desiderare di piacere ad altri. Mi avrà chi per primo mi ha scelta: perché tardi, o carnefice? Perisca questo corpo che può essere bramato da occhi che non voglio ». Si presentò, pregò, piegò la testa… Ecco pertanto in una sola vittima un doppio martirio, di purezza e di religione. Ed ella rimase vergine e ottenne il martirio”. (tratto da De Virginibus, 1. 1)

ORAZIONE DAL MESSALE
Dio onnipotente ed eterno,
che scegli le creature miti e deboli per confondere le potenze del mondo,
concedi a noi, che celebriamo la nascita al cielo di sant’Agnese vergine e martire,
di imitare la sua eroica costanza nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

TRIDUO A SANT’AGNESE
1. O singolare esempio di virtù, gloriosa Santa Agnese, per quella viva fede da cui fosti animata fin dalla più tenera età e che ti rese così accetta a Dio da meritare la corona del martirio, ottienici la grazia di conservare intatta la fede e di professarci sinceramente cristiani non a parole, ma con le opere, affinché confessando Gesù innanzi agli uomini, Gesù faccia di noi favorevole testimonianza innanzi all’eterno Padre.
- Gloria al Padre
2. O Santa Agnese, martire invitta, per quella ferma speranza che avesti nell’aiuto divino, quando condannata dall’empio preside romano a veder macchiato il giglio della tua purezza, non ti sgomentasti poiché eri fermamente abbandonata alla volontà di quel Dio che manda i suoi Angeli per proteggere quelli che in Lui confidano, con la tua intercessione ottienici da Dio la grazia di custodire gelosamente la purezza affinché ai peccati commessi non aggiungiamo quello abominevole della diffidenza nella Misericordia divina.
- Gloria al Padre
3. O Vergine forte, purissima Santa Agnese, per la carità ardente non offesa dalle fiamme della voluttà e del rogo con cui i nemici di Cristo cercavano di perderti, ottienici da Dio che si estingua in noi ogni fiamma non pura e arda soltanto il fuoco che Gesù Cristo venne ad accendere sopra la terra affinché, dopo aver vissuto con purezza, possiamo essere ammessi alla gloria che meritasti con la tua purezza e con il martirio.
- Gloria al Padre

PREGHIERA A SANT’AGNESE
O ammirabile Sant’Agnese,
quale grande esultanza provasti quando alla tenerissima età di tredici anni,
condannata da Aspasio ad essere bruciata viva,
vedesti le fiamme dividersi intorno a te,
lasciarti illesa ed avventarsi invece contro quelli che desideravano la tua morte!
Per la grande gioia spirituale con cui ricevesti il colpo estremo,
esortando tu stessa il carnefice a conficcarti nel petto
la spada che doveva compiere il tuo sacrificio,
ottieni a tutti noi la grazia di sostenere con edificante serenità tutte le persecuzioni
e le croci con cui il Signore volesse provarci
e di crescere sempre più nell’amore a Dio per suggellare con la morte dei giusti
una vita di mortificazione e sacrificio.
Amen.

Autore: Fabio Arduino                      

 

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GERUSALEMME PATRIA DI TUTTI – « LECTIO » DEL SALMO 122, TRATTO DA: C.M. MARTINI

http://www.nostreradici.it/a_jerusalem.htm#meditatio

[TRATTO DA: CARLO MARIA MARTINI, LETTURA ECUMENICA DELLA PAROLA, 9-10 SETTEMBRE 1994,

GERUSALEMME PATRIA DI TUTTI, EDB, BOLOGNA 1995]

« LECTIO » DEL SALMO 122

[Testo del Salmo]
Nel testo ebraico questo salmo è intitolato Cantico delle ascensioni o delle ascesi, dei gradini, delle salite, un titolo che caratterizza ben quindici salmi (dal 120 al 134), detti pure I canti del pellegrinaggio, raccolti insieme per servire da cantici del pellegrinaggio a Gerusalemme.
Nella versione originale, il 122 è anche il primo dei quindici che viene attribuito a Davide, insieme ai due successivi (dei rimanenti uno è ascritto a Salomone mentre per gli altri non ci sono ipotesi). Certamente c’è un motivo per tale attribuzione, pur se non si ritiene che essa sia autentica e storica perché il salmo sarebbe stato composto più tardi, quando il pellegrinaggio a Gerusalemme era diventato un’abitudine.
In ogni caso, Davide è il fondatore della città e il Salmo 122 presuppone Davide come un personaggio: « Là ha sede il trono di giustizia, il trono di Davide » (v. 5). Probabilmente, parlando di Gerusalemme come città « costruita, salda e compatta », il salmista intende riferirsi alla città ricostruita dopo l’esilio, che diventa quindi il vanto e la gioia di Israele.
L’attribuzione del salmo a Davide è comunque fondata, perché esso testimonia un grande amore alla città costruita da Davide quale capitale del suo popolo.
Quali sono gli elementi costitutivi del salmo?
Anzitutto notiamo una inclusione, cioè una parola che ricorre all’inizio e alla fine: casa del Signore, dimora del Signore. « Andiamo alla dimora del Signore » (v. 1); « Per la casa del Signore » (v. 9).
È interessante osservare come poi non si parli più di questa casa, ma piuttosto della città: ciò significa che dapprima Gerusalemme è vista in particolare come luogo del tempio e poi anche come città nel suo insieme.
Un altro elemento fondante è la triplice menzione di Gerusalemme (vv. 2. 3. 6), descritta nelle sue porte, nelle sue mura, nei suoi baluardi. Appellata tre volte, delineata con tre caratteristiche e indicata con il pronome « tu »: « alle tue porte », « sia pace a chi ti ama ».
Altro elemento strutturale del salmo è che Gerusalemme è vista quale luogo di pace. Ben quattro le occorrenze di questo termine: « domandate pace per Gerusalemme », « sia pace a coloro che ti amano », « sia pace sulle tue mura », « su di te sia pace ». Il gioco di parole è evidente: « Gerusalemme » veniva interpretata quale « città dello shalom », della pace: sia pace alla città della pace, domandate pace per la città della pace.
Infine il salmo è caratterizzato anche da altre ripetizioni che gli imprimono un ritmo poetico, molto bello: le tribù, le tribù del Signore, i seggi di giustizia, i seggi della casa di Davide.
Vi cogliamo, pur se non possiamo penetrare a fondo il ritmo dell’originale, quell’affiato che ne fa un poema, un cantico, qualcosa che nasce dal cuore e, attraverso ritmi, ripetizioni, assonanze (sono tante nel testo ebraico) mette in luce un’anima innamorata di Gerusalemme.
Tenendo conto di questi elementi formali, cerchiamo di capire la struttura logica del salmo, facilmente suddivisibile secondo le tappe di un pellegrinaggio.
Un pellegrinaggio viene anzitutto deciso; immaginiamo che il salmo venga cantato da un gruppo di pellegrini che giungono alle porte della città. Essi devono fermarsi per sbrigare alcune pratiche burocratiche previste prima dell’ingresso; si riposano e contemplano la città. Contemplandola ripensano all’inizio del cammino, al momento in cui hanno deciso di partire; è il v. 1, « Quale gioia quando mi dissero: ‘Andremo alla casa del Signore »‘.
Dopo l’inizio, è immediatamente sottolineato l’arrivo: ora ci siamo, « i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! » (v. 2).
Al v. 3 Gerusalemme viene contemplata dall’esterno, ammirata quale costruzione salda e compatta, in cui tutto è unità. È un riferimento alla città sul monte, che dà l’impressione di compattezza (sulla roccia), e insieme alla situazione spirituale della città, salda perché fondata sul Signore, unificata dallo Spirito di Dio.
Quindi, Gerusalemme è contemplata nelle sue caratteristiche e nel suo ruolo (w. 4-5). Si tratta di una riflessione a livello morale: meta di pellegrinaggio, luogo di culto, di lode, di testimonianza della gloria di Dio, centro amministrativo e politico: « I seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide », casa a cui fu promessa la perpetuità. Dunque un centro religioso e un centro politico-amministrativo a cui si guarda con fiducia per i beni che ci attendono dalla responsabilità politica che ricade su Gerusalemme.
A questo punto segue la preghiera che può essere pensata a due cori, partendo dal v. 6: « Domandate pace per Gerusalemme ». Anzi, colui che ha espresso la sua gioia, magari il capo- pellegrinaggio, rivolge un invito ai compagni pellegrini: « Do- mandate… ». E all’invito risponde il coro: « sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi » (v. 7). Il capo, allora, riprende da solo: « Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: ‘Su di te sia pace!’. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene » (w. 8-9). Qui ritorna l’appellazione a Gerusalemme con il « tu », come a una persona amica che si incontra e cui si augura il bene, la pace.
Dunque, due cori, nel senso di un solista e di un gruppo.
Sul tempo in cui il salmo è stato scritto ho già accennato un’ipotesi: il tempo dopo l’esilio, quando il tempio è ricostruito e il popolo va in pellegrinaggio alla città santa, l’unico simbolo rimasto dell’unità di Israele.

« Meditatio »del Salmo 122
Per rileggere il messaggio, sono possibili diverse piste, diverse linee. Ne ho scelte tre: una lettura storico-esistenziale (messianica); una lettura più specificamente cristiana; e una terza personale, che riguarda ciascuno di noi.
Gli elementi di una lettura storico-esistenziale sono i grandi simboli del cammino umano contenuti nel salmo, che ne fanno una realtà di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutte le culture.
Due sono i principali. n primo è il pellegrinaggio, menzionato non quale tema specifico, bensì nel suo decidersi, nel suo compiersi. È un grande simbolo del cammino umano, della vita dell’uomo e dell’umanità, della vita di tutti gli uomini e di tutte le donne considerati come collettività. n simbolo avverte: se la vita umana è colta come pellegrinaggio, allora essa non è un vagare senza scopo e neppure una fuga dal paradiso, priva di speranza; al contrario, è un camminare verso un termine. Questa è già un’apertura straordinaria per accogliere l’esistenza umana come una realtà che ha un senso preciso. E quando abbiamo riconosciuto che tale cammino ha un senso e una meta, scoppia la gioia: « Quale gioia… ».
Gerusalemme è l’altro simbolo, la meta stessa del cammino. Un simbolo universale perché si tratta di una città, di un luogo di incontro, un luogo di relazioni molteplici, dove i diversi si ritrovano. Quindi l’umanità non va verso una dispersione, una Babele confusa, ma verso un luogo nel quale tutti si incontreranno, si capiranno, intesseranno rapporti reciproci.
Questa città è salda, non delude. n tema della saldezza è il più ripreso dal Nuovo Testamento, che non cita esplicitamente il Salmo 122 però ne riprende il contenuto: andiamo verso una città salda, solida, ben costruita, compatta, dove tutto è unità. Questo è il termine del cammino umano. Ed è anche il luogo d’incontro armonioso e aperto con Dio, dove Dio è lodato e dove c’è ordine perché la legge è fatta osservare, dove c’è il trono di giustizia e ci sono i seggi del giudizio. L’umanità va verso un luogo dove la giustizia, quella di Dio, non la nostra, trionfa. Dove, soprattutto, l’umanità spera di vivere l’ideale della pace e della sicurezza: « Domandate pace per Gerusalemme, su di te sia pace e tranquillità nelle tue mura, sicurezza nelle tue case ».
L’umanità è così definita come colei che anela a una tale città, che va verso di essa e trova speranza nella fiducia di camminare e di essere condotta alla meta. Una visione quindi molto positiva, anzi propositiva perché ne derivano molte conseguenze per il modo di camminare dei popoli.
Da questa visione nasce pure una certa pazienza storica: a noi spetta di porre le premesse affinché si vada sempre meglio verso la città armoniosa, unita, capace di lodare l’Eterno, di vivere l’ordine della giustizia.
Una lettura cristiana ci fa subito pensare a Gesù che ha vissuto profondamente la gioia del Salmo 122. Già a dodici anni aveva esclamato: quale gioia ho provato ascoltando i miei genitori che mi dicevano: andiamo alla dimora del Signore! E probabilmente l’ha cantato alle porte di Gerusalemme quella prima volta e poi ogni volta, fino all’ultimo pellegrinaggio nel quale si avviava piangendo verso la città santa: « Oh, se tu riconoscessi ciò che giova alla tua pace! ». Anzi, nel testo greco il salmo usa l’espressione erofesafe de fa eis eirenen (v. 6) ripresa dal Nuovo Testamento: se tu riconoscessi le cose che riguardano la pace di Gerusalemme.
Dunque Gesù ha cantato questo salmo nella gioia e nella sofferenza sapendo che la sua sofferenza era parte del cammino di Gerusalemme e dell’umanità verso la pace.
Partendo dalla lettura che ne ha fatto Gesù, ci domandiamo se il Salmo 122 risuona anche negli scritti apostolici neotestamentari. Non mi sono venute alla mente citazioni specifiche, tuttavia il tema della città salda è molto presente.
Ef 2, 19-20, 22: « Voi non siete più stranieri ne ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti [...] In Gesù ogni costruzione cresce bene ordinata per essere tempio santo del signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio ».
Questo tema è penetrato fortemente nello spirito di Paolo, che ne fa un simbolo interpretativo della crescita della comunità cristiana, che è la realtà che viene edificata come la città del salmo.
L’aspetto di pellegrinaggio verso tale città è però presente in particolare in Eb 11 e in Eb 12: Abramo ha potuto partire e lasciare tutto in quanto « aspettava la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso » (11, 10); « Chi dice così, dimostra di essere alla ricerca di una patria » (11, 14), pellegrino sulla terra; « Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città » (11, 15-16).
E ancora: « Vi siete accostati alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste » (12, 22), ecco la menzione diretta. Alla città che fa parte delle cose incrollabili: « Rimangono le cose che sono incrollabili. Perciò riceviamo in eredità un regno incrollabile » (12, 27-28).
Riassumendo il messaggio del salmo: l’uomo è in cammino, pellegrino verso una città salda, compatta, nella quale Dio è lodato, nella quale è la pienezza della pace, una città che non delude e per cui vale la pena abbandonare le altre città.
Nella spiritualità del Nuovo Testamento è penetrato inoltre il pensiero delle moltitudini, di tutte le tribù della terra. Le moltitudini salgono ora verso tale città, e tutte sono chiamate « moltitudini del Signore ».
Così, la lettura cristiana diventa lettura ecclesiale; la chiesa non è la meta, la grande città, ma è un popolo in marcia verso quella città.
Se Israele testimonia « là » la tua gloria, Signore, se « là » ha sede il trono di giustizia, i nostri interessi sono veramente là? È il « là » di questa città verso cui camminiamo il nostro criterio di giudizio storico? Perché, se è così, allora tutte le altre realtà sono relative, tutti gli eventi (storici, sociali, politici, culturali, ecclesiali) vanno valutati tanto quanto rispondono a un cammino verso la città compatta, pacifica, giusta, oppure rallentano o fanno deviare il cammino.
Quindi il cristiano, interrogato sulle sue speranze, dovrebbe rispondere spontaneamente: le mie speranze sono la Gerusalemme celeste, sono là le mie speranze. È i « là » della pienezza dell’azione di Dio nel suo popolo, nell’umanità.
La lettura più personale del salmo dà spazio a tante riflessioni.
Pensiamo ai pellegrinaggi che ciascuno di noi ha fatto a Gerusalemme e nei quali probabilmente ha cantato, evocato, recitato il Salmo 122 allorché ha visto le mura della città. Nella preghiera potremmo ringraziare il Signore per le esperienze che ci ha donato nei nostri pellegrinaggi, per quanto ci ha fatto capire su Gerusalemme. Ogni volta che ne rivediamo le mura, proviamo una fortissima emozione. E se non siamo mai stati a Gerusalemme, come immaginiamo il pellegrinaggio verso la città santa, come lo viviamo nella preghiera?
« Andiamo con gioia! » è parola che esprime la tensione verso il pellegrinaggio, equivale a dire: sapevo che sarebbe venuto questo momento e penso a ciò che da sempre ho desiderato.

Conclusione
In quale modo la Gerusalemme di oggi partecipa, nel suo destino doloroso e tragico, alle benedizioni di Dio, alla promessa di pace?
Partecipa anzitutto attraverso la nostra instancabile preghiera per la sua pace, le nostre preghiere per la città reale e simbolica che conosciamo, di cui tocchiamo le mura: Sia pace sulle tue mura!

Ci domandiamo se e come operiamo per la pace di Gerusalemme, la cui pace è simbolo, segno, radice e causa della pace di tante altre città.
Il Salmo 122 ci impegna dunque a pregare e a operare per la pace nella giustizia.

Gesù nel Getsemani

Gesù nel Getsemani dans immagini sacre

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«ASCOLTATE OGGI LA SUA VOCE» (SALMO 95/94,8)

http://www.usminazionale.it/2008_01/manicardi.htm

«ASCOLTATE OGGI LA SUA VOCE» (SALMO 95/94,8)

Ermenegildo Manicardi
Rettore dell’Almo Collegio Capranica

Parlerò da esegeta, ossia da amico mosso dalla preoccupazione del testo e del suo reale impatto sugli ascoltatori. Come dice la Dei Verbum, sulla scorta di San Girolamo, «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». I testi ispirati, le Sacre Scritture, sono uno strumento spirituale eccellente, che ci è stato donato per avvicinarci a Cristo e per conoscerlo così come lui è.
Le nostre meditazioni, per essere veramente spirituali, devono essere bibliche in senso reale. A volte bisogna fare anche qualche sacrificio. Quando siamo stanchi e sfiniti, forse è preferibile lasciare che la nostra mente e il nostro cuore vagabondino nel silenzio davanti al Signore senza speciali riferimenti biblici. Quando invece abbiamo ancora forze, anche se siamo un po’ affaticati, è bene che si perseveri nella lectio divina, ossia in una preghiera che si fa guidare da un testo biblico concreto. Nella preghiera non guidata dalle parole bibliche si può correre, non di rado, il pericolo di raccontare – in fondo a noi stessi –qualche cosa di troppo soggettivo. Rimaniamo allora nel «quando» di ciò che conosciamo bene, che forse è causa dei nostri stessi disagi e che in ogni caso non ci libera. Il testo biblico, invece, che è fuori di noi, ci costringe a vedere le cose da punti di vista più oggettivi, più esterni e ci ricorda quanto è veramente gradito al Signore e perfetto (cf Rm 12,1-2).
Non bisogna mai dimenticare che fra le poche istruzioni di preghiera date da Gesù, c’è questa norma: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Spesso noi lasciamo che la nostra mente corra troppo su se stessa, galoppando sul proprio esclusivo terreno. Il tema che avete scelto dice: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore». Non mi racconterò ancora una volta quello che penso «io», riandando ai miei stati d’animo più o meno lieti; farò, invece, un «esercizio spirituale»: mi aprirò ad un dono che mi viene «dal Signore». Adesso cerchiamo di realizzare un momento di preghiera di questo tipo, ascoltando il Signore tramite uno dei salmi più famosi, il Salmo 95 (94), usato spesso come salmo all’Invitatorio, che apre la Liturgia delle ore. Esso inizia con le parole «Venite, applaudiamo al Signore».

Parte prima: «RUMINATIO»
Entriamo nel testo del Salmo 95/94 e stiamo in compagnia del testo. La definizione più bella, per indicare un salmo, è probabilmente quella di itinerario. Il salmo propone dei passaggi. «Ascolterò che cosa dice il Signore». Entriamo all’interno del Salmo, cominciamo a camminare nello spazio che le sue parole creano e seguiamo le tappe che esso propone nel suo itinerario.
Andiamo allora «dentro» il salmo. Per fare veramente questa operazione è necessario dimenti-care almeno tutti gli attuali stati d’animo. Siete arrivate qui molto diverse: alcune più liete, altre meno liete, alcune più tristi, altre meno tristi. Questo va lasciato fuori, perché se no non si ascolta. Facciamo un paragone. Noi ascoltiamo sempre la gente? Se siamo nervosi, tristi, offesi, riusciamo ad ascoltare solo con molta fatica. Se ci lasciamo andare allo stato d’animo pesante, che ci ha colto, l’ascolto sarà molto superficiale. A volte, quando mi sento molto preoccupato, faccio l’esperienza che è necessaria molta disciplina per non rispondere in modo formale. «Ascolto» vuol dire che interrompo il fiume delle mie sensazioni per rivolgermi alla persona che mi viene incontro. Se non sospendo il flusso delle mie preoccupazioni e sensazioni, posso leggere anche cinquanta testi biblici e non fare vera lectio divina. La ruminatio deve portarci via dal nostro mondo abituale, per farci entrare in un altro mondo, quello di Dio che parla. Dobbiamo liberarci dai nostri stati d’animo, per caricarci davvero delle preoccupazioni di Dio, che il testo, parola ispirata, ci vuole comunicare.

Dobbiamo allora percorrere con pazienza le parole del testo del Sal 95/94, perché proprio questo salmo, che abbiamo scelto per la lectio, ci regali il suo mondo come mondo della nostra preghiera.

La struttura del Salmo 95/94

Quante tappe ha l’itinerario proposto dal Salmo 95 (94)? Alcuni lettori pensano che siano due, altri invece ne propongono tre.
Nella Nuovissima versione della Bibbia delle Edizioni Paoline, p. Angelo Lancellotti si pone, di fatto, nel gruppo di esegeti che vedono nel salmo due parti. Egli cataloga questo salmo come «liturgia della fedeltà del Signore» e distingue due parti: nella prima vede un «invito alla solenne celebrazione in veste innica» (vv. 1-7); nella seconda, invece, un «ammonimento sotto forma di oracolo» (vv. 8-11).
La prima parte del salmo è un invito solenne a celebrare il Signore ed è in forma di inno. La forma di inno è molto evidente, soprattutto a causa di alcuni imperativi che invitano a lodare il Signore (vv. 1-2 e v. 6) e delle motivazioni che suggeriscono la ragione per cui dobbiamo venire e applaudire (vv. 3-5; poi v. 7).
La seconda parte è, invece, un ammonimento, espresso in forma d’oracolo. È Dio stesso che ammonisce in diretta, per mezzo di un profeta (cf v. 8a) che si mette a parlare in nome di Dio stesso: «Non indurite il vostro cuore…» (vv. 8b-11).
Per gli esegeti che seguono la divisone in due parti le tappe fondamentali del salmo sono un «inno/oracolo» e un «invito/ammonimento». Questa divisione dice solo quali sono i generi letterari fondamentali del Salmo: modulo innico e modulo oracolare.
Più ricca, anche per la preghiera, appare la proposta di individuare, nel Salmo 95 (94), tre parti. P. Tiziano Lorenzin nel volume: I salmi delle Edizioni Paoli-ne, vede nel salmo un’azione liturgica, strutturata da tre imperativi che introducono tre parti:

- vv.1-5 «Venite»
Invito al tempio

- vv.6-7 «Venite»; oppure, meglio, «Entrate»
Ingresso nel tempio

- vv.8-11 «Ascoltate»
Ascolto della Parola

I tre imperativi imprimono al salmo un movimento che propone tre passaggi: invito alla lode, invito all’adorazione, invito alla riflessione. In concreto abbiamo:
1) un invito ad andare verso il santuario, che comprende partenza della processione, saluto gioioso e lode;
2) un invito non solo a venire, ma ad entrare, adorare e confessare il Signore;
3) un invito ad ascoltare, che comprende richiesta del silenzio, discorso di Dio e ammonimento.
Il salmo, che recitiamo quasi ogni mattina, propone un itinerario triplice: bisogna venire, bisogna entrare e, infine, bisogna ascoltare. Non basta stare in ginocchio, ma c’è un crescendo d’impegno:
1) «Venite» subito (quando vi svegliate);
2) «Entrate» nel luogo più intenso della sua presenza (probabilmente la cappella);
3) «Ascoltate, oggi, la sua voce» e ricordate come, molte altre volte, l’ascolto in realtà non sia riuscito.
Un invitatorio non banale: venite alla roccia (Sal 95/94,1-2)
Il Sal 95/94 inizia con un invitatorio, «venite applaudiamo al Signore», che va verso un titolo centrale di Dio: «La roccia della nostra salvezza». L’orante non dice «scudo», «fonte», «sole», «aurora», ecc. Lasciamoci illuminare dalla specificità dell’immagine.
Perché mai si parla di «roccia»? Più sotto si parlerà di Massa e Meriba, ossia i luoghi della tentazione e contestazione in cui il popolo chiede acqua e Dio la trarrà dalla roccia (cf v. 8). L’idea sottesa alla scelta di questo titolo può dunque essere benissimo: Dio è la roccia della nostra salvezza, perché da lui scaturisce l’acqua che disseta il popolo anche in circostanze dove abbeverarsi parrebbe impossibile (cf Es 17,1-7; Nm 20,2-13). Il salmista, inoltre, ha forse in mente una seconda possibile allusione, che potrebbe irrobustire la prima. Gli oranti sono invitati ad entrare nel tempio di Gerusalemme, che è costruito sulla roccia dalla quale Ezechiele promette che scaturirà l’acqua che tutto risana (cf Ez 47,1.12). San Paolo identifica la pietra da cui scaturisce l’acqua nel deserto con una roccia che seguiva il popolo nei suoi spostamenti: «tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano, infatti, da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (1Cor 10,4).
Rientrare nella profondità e nella bellezza di questi orizzonti vasti, quando preghiamo, ci fa certamente bene. Nell’invitatorio mattutino, queste prospettive sono un dono quotidiano che il Signore ci fa per educarci. Se siamo veramente capaci di attivare questi meccanismi siamo vivi e ci rinnoviamo, altrimenti si rischia di appassire.
Che cosa si deve fare per an-dare al Signore? Si deve «applaudire», «acclamare». Si tratta di avere entusiasmo per chi ci fa il dono di questa giornata. Con l’applauso si passa dal dono al donante. Di fronte al dono che ho ricevuto mi viene voglia di lo-dare il donatore. La bellezza del regalo ci spinge ad avere un’idea della bontà del donatore ed ecco l’applauso che esplode. L’inizio della giornata è un invito a capire i doni che il Signore ci ha fatto, ma in forma di lode, andando verso la figura di colui che ci presenta questi doni. I bambini sono abituati a ringraziare e a concentrarsi sul dono. La lode che apre la nostra giornata deve invece essere il risultato del nostro avere compreso la grandezza di colui che ci fa il dono. Quando il dono è capito, si va verso la persona del donante; in concreto: verso la roccia da cui scaturisce l’acqua della nostra salvezza. «Offrire sacrifici di ringraziamento»: non solo rendergli grazie, ma prendere qualcosa ed offrirla al Signore, rendendola sacra al Signore. Si tratta di quel sacrificio che neanche il Sal 51/50 – così sospettoso della ritualità (cfr. il v. 18) – non rifiuta: «Allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare» (v. 21).
Già l’invitatorio del Sal 95/94 contiene un grande insegnamento spirituale. Per coglierlo bene occorre attenzione e ruminatio. È necessario leggere e rileggere i salmi, forse anche studiarli per percepire, quando si prega, una ricchezza sempre maggiore. Se mi si permette un paragone spregiudicato: un salmo è quasi un palloncino da gonfiare, che spin-ge il nostro cuore ad allargarsi. Il lavoro di ruminatio è gonfiare il palloncino perché quanto è stato collocato dentro di noi cresca e dilati la nostra persona. Un salmo, se è veramente cresciuto dentro di noi, spinge verso le pareti del cuore, dilata le arterie e il sangue torna copioso a circolare.
La creazione e le mani di Dio: trascendenza e amorevolezza (Sal 95/94,3-5)
I motivi per la lode di Dio sono sostanzialmente due. Anzitutto «grande Dio è il Signore, grande re sopra tutti gli dei». La sua unicità si mostra nello splendore della corte divina dove tutti confluiscono. Secondo i capitoli iniziali del Libro di Giobbe in questa corte celeste penetra persino il satana tentatore (cf Gb 1,6). Il primo motivo per lodare Dio è la grandezza assoluta della sua trascendenza.
Il secondo motivo completa il primo: «nella sua mano sono gli abissi della terra». La trascendenza di Dio non gli impedisce di essere l’amorevole creatore di tutto l’universo. Con immaginazione felice, il salmista rappresenta il mondo attraverso quattro elementi, che corrispondono ai punti cardinali. Egli parte dalla dimensione verticale e mette in contrasto «gli abissi della terra» con «le vette dei monti». Passa poi alla linea orizzontale e contrappone «il mare» fatto da lui e «la terra», addirittura plasmata. Si supera la prima descrizione genesiaca in cui il mare e la terra sono separati, per indicare come la terra a sua volta separata sia stata anche particolarmente curata (almeno secondo il parere del salmista). Tutto è di Dio, che guarda in verticale e in orizzontale, abbracciando la realtà del cosmo.
Merita attenzione l’insistenza sulle mani, che sono ricordate due volte: «Nella sua mano sono gli abissi della terra» (v. 4) e «le sue mani hanno plasmato la terra» (v. 5). Il salmista vuol far pensare alla mano di Dio, che rappresenta il suo «fare» forte e amorevole. L’immagine è impressionante e commovente ad un tempo. Le cose che sono nella proprietà di Dio fanno apparire la sua mano come enorme: essa è larga a sufficienza per comprendere gli abissi della terra e le vette dei monti. Si tratta di una mano quindi che crea, che plasma come uno scultore le ve-nature dell’universo, che mantiene nella sussistenza tutto ciò che ha creato.
Adorare Dio che guida «il popolo della sua mano» (Sal 95/94,6-7)
Un nuovo invito a lodare e ad assumere un atteggiamento d’adorazione ricapitola il motivo della creazione e lo ripete applicandolo al popolo degli oranti. Il nuovo motivo di lode, che il salmo suggerisce, è la consapevolezza che il Signore è anche colui che ha creato e formato il popolo: «venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati» (v. 6).
La dichiarazione: «Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo» (v. 7) ricupera la formula dell’alleanza in forza della quale Israele appartiene al Signore e il Signore ad Israele. Nell’insieme dunque il Salmo loda due creazioni parallele: quella dell’universo e quella del popolo eletto.
La traduzione «il gregge che egli conduce» rende in maniera un po’ astratta la locuzione usata nel salmo che parla invece – molto plasticamente – del «gregge della sua mano». Certamente in questa espressione è intesa la guida che Dio dona al suo popolo, ma è anche dichiarato che il popolo è opera delle sue mani, nello stesso senso in cui prima si è parlato dell’universo e della creazione operata dalle mani di Dio.
«Entrare», «adorare», ma soprattutto «ascoltare» (Sal 95/94,8-11)
L’ultima tappa dell’itinerario, proposto dal salmo 95/94, conduce dall’ingresso adorante nel tempio alla necessità di «ascoltare la voce» del Signore (v. 8).
È illusorio pensare che basti entrare nel «tempio», nel luogo dove Dio ha compiuto i suoi prodigi, per avvicinarsi veramente al Signore e partecipare allo spazio dei suoi doni. Il tempio è vera-mente il luogo costruito dalla presenza dell’amore di Dio. Per questo si deve andare verso il tempio e là adorare.Tutto questo, però, non basta. Per entrare vera-mente nel tempio, alla fine è necessario aprirsi e passare all’ascolto. C’è una dialettica deci-siva tra il «cercare», che conduce la persona nel tempio, e l’«ascoltare», che ha la funzione di dischiudere il soggetto a qualcosa di nuovo. Cercando, l’uomo segue il meglio di ciò che il suo cuore propone; egli, per così dire, si dilata ma secondo un principio che parte da lui, ossia il proprio desiderio. Ascoltando, noi immettiamo in noi stessi degli elementi che ci spingono a crescere a par-tire da qualcosa che è donato dall’esterno.
L’insistenza sull’ascolto è formulata da un salmista/profeta che parla a nome di Dio. L’oracolo, con cui il salmo si chiude, insiste sulla necessità di ascoltare prendendo una lezione dalla storia passata del popolo, nel momento del deserto, ossia al tempo della sua massima vicinanza con Dio liberatore. L’appello è molto chiaro. Voi che siete entrati oggi in questo tempio, lo spazio che Dio ha creato, non fate come i vostri padri che «mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere» (v. 9).
Nella tappa decisiva appare dunque chiara la necessità di raggiungere una maggiore maturità. Non è detto che basti entrare nello spazio voluto e creato da Dio perché si compia la comunione con lui. A Meriba e a Massa il po-polo, che viveva apparentemente il dono dell’esodo, arrivò in realtà a contestare e a tentare il Signore.
Emerge così ripetutamente la dimensione del «cuore», come luogo distinto dal semplice camminare nello spazio di Dio: «non indurite il cuore» (v. 8) e «sono un popolo dal cuore traviato» (v. 10). Nell’insieme del salmo c’è un contrasto di simboli, veramente interessante e decisivo: nel caso di Dio si parla della «mano»; per l’uomo, invece, si parla del «cuore». La mano di Dio (il suo agire) è sempre amorevole. Il cuore dell’uomo (ossia il suo profondo sentire, pensare, decidere) è, invece, incerto ed esposto al pericolo. Il cuore umano può essere errante o addirittura «traviato». Il caso dei «padri», che non attraversarono il deserto lo dimostra chiaramente. Essi camminarono certamente dietro Mosè, ma il loro cuore non camminava in sintonia vera con i loro passi.
Il problema dell’uomo è il suo cuore. È necessario ascoltare, ossia uscire da sé perché, dentro di sé, potrebbe esserci qualche cosa che non va, anche se i passi all’esterno appaiono corretti. Si potrebbe camminare nel deserto, obbedendo «esteriormente» al Signore, ma se non ci si apre all’ascolto non si entrerà nel luogo del suo riposo.
Le ultime parole dell’oracolo che sigilla il salmo appaiono terribili. Dio assicura con un giuramento dichiarato: «Non entreranno nel luogo del mio riposo» (v. 11). L’uomo è creato per il riposo con Dio. Si raggiunge il riposo di Dio soltanto ascoltandolo. Se non ascolto sono irrimediabilmente «nel mondo» e «del mondo».
L’«oggi», che Dio questa mat-tina mi dona, è in connessione con «il luogo del riposo», ma c’è il cuore da trasformare. Ascolterò Dio e, se pregherò ascoltando, riuscirò a vedere la realtà in maniera non soltanto materiale. Potrò allora non ricadere nelle mie preoccupazioni solite, che mi avvincono ad una realtà ripetitiva ed ossessiva. La preghiera è un caso molto serio della nostra vita soltanto se è fatta bene, ossia se è vissuta da noi come l’esodo capace di farci uscire dalle nostre prigionie. Se invece è soltanto ascolto di noi stessi (e non di Dio), essa rischia di restare una ripetizione ossessiva dei nostri problemi e, allora, credendo di pregare, noi ci faremmo, in realtà, solo del male. È perciò molto importante tenere disciplinata la nostra preghiera perché essa sia ascolto di Dio e non chiacchiera nostra. «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credo-no di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt
6.7-8). «Uscite ed ascoltate». Nella giornata, che abbiamo davanti, dobbiamo entrare nel luogo creato da Dio, nel tempio che è la storia creata da Lui. Cosa posso fare per entrare, questa mattina, nelle giornate mie, vivendole come dono creato da Dio? Lo posso fare se ascolto la sua voce, altrimenti vivo nel mondo che mi circonda semplicemente essendo di questo mondo. Bisogna riuscire a farci educare dalla voce del Signore per capire che la realtà non è semplicemente quello che è percepibile e visibile. La realtà è oggetto dell’amore di Dio, ed è verso tale amore di Dio, che circonda e attraversa la realtà, che io voglio muovermi nella mia città. I problemi avranno la durezza di ieri. Se per caso ne avessi risolto uno oggi, la soluzione di ieri potrà forse servire a fare spazio ad un altro problema che già viene avanti. Molto importante è che ogni giorno io abbia una chiave «divina» per rileggere i problemi. Oggi puoi avere maggiore profondità di ieri; nella tua lettura ci sono giorni felici e giorni più complicati, ma questo non dipende da te. Da te dipende invece come reagisci e se veramente hai deciso di aprirti.

Parte seconda: «MEDITATIO»
La ruminatio ci ha fatto entrare ormai con sicurezza nel mondo creato dalla parola divina contenuta nel salmo. Scegliamo alcuni punti particolarmente idonei a raccordare la parola ruminata e la nostra vita. Questa parte della lectio ci porta ad illuminare con la parola meditata alcune situazioni della nostra vita. Al tempo stesso, quanto riscontriamo nella nostra esistenza ci aiuta a comprendere in modo ancora più concreto quanto la parola divina afferma.
1) Si entra nel mondo creato da Dio solo se si ascolta la sua voce, se il mondo non appare nella sua profanità. Come faccio a vedere la sacralità del mondo? Solo se c’è in me l’ascolto, altrimenti vedo quello che vedono tutti. Ho le paure e le angosce che hanno tutti.
2) A fronte della mano di Dio si trova il cuore dell’uomo. La mano di Dio crea, possiede, pascola. Il cuore dell’uomo è incerto ed errante. Gesù non direbbe mai: «Va’ dove ti porta il cuore». Gesù direbbe piuttosto: «Cerca dentro il tuo cuore, fai discernimento di quello che c’è nel tuo cuore. Stai attento a dove ti porta il cuore, perché il cuore ha bisogno di essere purificato». In una pagina decisiva Gesù accusa quanti lavano stoviglie e mani, per essere puri, e dimenticano il cuore. «Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?».
Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (Mc 7,17-23). Nel Vangelo secondo Luca, Gesù spiega bene che il seme della parola divina porta frutto non semplicemente nel «cuore» dell’ascoltatore, ma nel «cuore buono». «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza (Lc 8,15). Tal-volta noi pensiamo e diciamo: Metti la Parola nel cuore e tutto funzionerà bene. Questo però, non è il pensiero di Gesù. L’idea di Gesù è che la parola porta frutto nel cuore buono e perfetto. Se non è buono, proprio il cuore avviluppa con le spine la Parola e la soffoca.
3) La parola sul riposo di Dio è quella più difficile del salmo. Non siamo creati per questo mondo, ma siamo creati per il riposo divino, ossia perché arriviamo a riposarci con Dio. Dio ha creato il mondo in sei giorni per riposarsi il settimo giorno. Il settimo giorno è stato creato anche per l’uomo. L’uomo è stato creato nel sesto giorno perché nel settimo entri nel riposo con Dio. Di conseguenza c’è il rischio di non entrare nel riposo. Per la loro disobbedienza ho giurato nel mio sdegno: «non entreranno nel luogo del mio riposo». Nel salmo, che stiamo meditando, i quarant’anni dell’esodo sono rappresentati come una specie di settimana che deve condurre nella terra promessa, che è il simbolo del riposo in tutta la vita dell’uomo in cammino verso Dio. Siamo stati creati per il riposo. Lo raggiungeremo questo riposo di Dio? In che cosa consiste il nostro impegno per raggiungere il riposo? Consiste nell’ascolto: «Ascoltate oggi la mia voce» e, allora, arriverete al riposo. Se oggi, invece, non ascoltate, non entrerete nel riposo del Signore.
4) Nella Prima lettera ai Corinzi anche S. Paolo lo ha detto bene proprio rievocando il cammino dell’esodo e le contestazioni di Massa e Meriba. «Non voglio, infatti, che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rap-porto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. [ …] Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere […] infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (cf 1Cor 10,1-12).
5) Su questa stessa linea si potrebbe riflettere sul naufragio dei discepoli di Gesù durante la sua esistenza terrena. Lo seguivano, ma non lo seguivano evidentemente come la passione ha mostrato in maniera terribile. Al Getsemani fuggirono tutti. Restarono solo il discepolo amato e la madre. È soprattutto il vangelo di Marco a sottolineare un camminare dietro Gesù, un discepolato completamente naufragato (cf soprattutto Mc 14,26-31. 50-52). Funzionerà solo perché dopo la Pasqua c’è la ripresa del cammino ripartendo dalla Galilea (cf Mc 16,7). E allora? Il nostro discepolato, la nostra consacrazione verso che cosa pellegrina? Dove va questo pellegrinaggio? Si tratta di capire che il riposo è preparato dall’ascolto. Il Nuovo Testamento non dice che ci si salva a buon mercato. La grazia è proprio «a caro prezzo». Ha bisogno di una risposta. Non ci sono automatismi. «Oggi» è il giorno della salvezza, ma «oggi» è il giorno della salvezza nell’ascolto. Nessun «oggi» è tranquillo, denso di santità, denso di grazia. Siamo in un tempo di grazia che il Signore ha creato, il Signore è il nostro pastore, ma il Signore ci dice: «Ascoltate oggi la mia voce». Forse ci dice: «Adeguate il vostro cuore alle mie mani».

Parte terza: «COLLATIO»
La collatio può comprendere un confronto nei piccoli gruppi e uno scambio in assemblea plenaria.
Punti suggeriti per il confronto nei piccoli gruppi
* Consigli per l’invitatorio
– Abbiamo, all’inizio delle nostre giornate, il senso dell’«oggi»?
– Riusciamo ad attivarlo e come?
– Ci sono esperienze?
* L’apertura all’ascolto nella mia vita
– Come avviene di fatto?
- C’è davvero?
- Che cosa incide di più?
* quello che percepisco di mio?
* quello che medito e viene da «fuori»?
* c’è il rischio del ripiegamento: le troppe parole nostre
– C’è differenza fra essere in ricerca ed essere in ascolto?
* Un passaggio necessario
– Ci sono modi per aiutare il passaggio dall’«oggi liturgico», che ripropone l’historia salutis, all’«oggi esperienziale», che s’incentra sulla persona concreta e vuole valorizzarla?
Dallo scambio in assemblea
Dopo aver ascoltato le sintesi del confronto nei piccoli gruppi, sono emerse alcune domande.
A) Quali sono i passaggi cruciali, che fanno esistere la «lectio» come veramente biblica?
Ci sono state, in questi anni, molte proposte di scansione della lectio. Forse lo schema preferi-bile è in cinque passaggi.
1) LETTURA IN SENSO STRETTO O «RUMINATIO»: è l’incontro della persona con il testo; in questo incontro il testo torna ad essere vivo e diventa uno spazio in cui l’orante può entrare e muoversi. Questo spazio è creato dal dono del testo ispirato e dall’impegno dell’orante che utilizza tutte le sue possibilità per intendere bene – anzi al meglio – il testo biblico che ha scelto di ascoltare.
2) RIFLESSIONE O «MEDITATIO»: dopo aver ben analizzato il testo, ci si chiede: che cosa della mia esperienza è illuminato dal testo? E che cosa la mia esperienza permette di capire che è importante nel testo? È un movimento circolare. In termini ancora più concreti: che cosa questo testo dice della mia vita? e che cosa la mia vita fa capire essere importante in questo testo?
3) PREGHIERA/«ORATORIO»: la preghiera fatta dentro a quello che il testo ha creato, a quello che è emerso. Questo è un punto assolutamente decisivo perché la lectio sia preghiera di ascolto, senza ricaduta dell’orante nel proprio mondo personale precedente, non ancora compiutamente illuminato da questa concreta parola del Signore, che è stata messa come forza dinamica della meditazione in corso.
4) CONTEMPLAZIONE/«CONTEMPLATIO»: non credo sia opportuno avventurarsi a una descrizione di quello che è il dono specifico di Dio all’orante. Meglio accogliere con riconoscenza.
5) MESSA IN COMUNE O «COLLATIO»: si tratta di un confronto comunitario, di una messa in comune («metto insieme» in latino si può dire confero). È uno scam-bio fraterno in cui si possono mettere insieme alcune cose. Non è obbligatorio perché spesso si può fare – e si fa – lectio da soli. Nei casi in cui la lectio sia vissuta da più persone, una messa in comune di qualche frutto è molto utile. Segue poi la vita.
B) Quale rapporto posso intravedere tra il mio «oggi» e l’«oggi» di Dio?
Come intendere l’oggi mio in rapporto con l’oggi di Dio? Certo la realtà è una sola, ma il mio cuore è diviso. La divaricazione non esiste nella realtà: nella real-tà esiste solo l’oggi di Dio. Con tutto ciò, arrivare a capire nel nostro oggi l’«oggi di Dio» non è così semplice. Se non mi metto in ascolto, l’oggi rimane l’oggi delle mie preoccupazioni, l’oggi dell’orologio. Come facciamo allora a ridurre all’unità l’«oggi», che rischio, per la debolezza del mio cuore, di percepire frammentato in due polarità? Come faccio a non appartenere irrimediabilmente al mio modestissimo «oggi dell’orologio», delle mie preoccupazioni, visto che in realtà vivo nell’oggi di Dio, di fatto spesso senza averne coscienza e senza rendermene conto? Certo io vivo alla luce del sole, ma per avere una visione teologica del sole – per esempio per percepire il sole come creatura di Dio, come frutto della roccia che ci salva – ho bisogno di pensarci. Altrimenti alla luce del sole forse mi abbronzo, ma mi abbronzo dentro l’oggi dell’orologio. È qui che ap-pare chiara l’importanza della preghiera per l’apertura della persona. Non è Dio che ha bisogno di essere pregato: siamo noi che abbiamo bisogno di pregare. Dio, di per sé, non desidera la nostra preghiera, ma la nostra comunione con Lui. Desidera amarci ed essere amato. Ed è amato solo nella misura in cui noi ci rendiamo conto che egli ci ama. È un’operazione del cuore.
Esiste, quindi, un unico «oggi» ed è quello di Dio; ma il nostro cuore pone una specie di divisione, perché esso ha un suo oggi che non è perfettamente identico a quello di Dio. La meditazione (o, se volete, il discernimento) porta ad avvicinare il mio oggi all’oggi di Dio. Certo Dio ha messo nell’oggi anche le preoccupazioni che mi attraversano, però non c’è solo quello. Il rischio è che le mie preoccupazioni diventino il tutto di Dio. C’è il pericolo che io – anche se con nobili sentimenti – mi concentri molto sui problemi e veda un oggi di Dio deformato. Certo la crescita, le crisi, le sofferenze, le gioie, i passi indietro miei e di coloro che amo sono cose che manda Dio dentro al suo oggi. Però, se non sto attento, c’è il pericolo che noi ci riduciamo a questi elementi più emozionali e non diamo uno sguardo contemplativo. Il cristianesimo o sarà contemplativo o non sarà, aveva sostenuto Rahner già mezzo secolo fa. Egli si rendeva conto molto bene della visione complicata della realtà di oggi, per cui se un cristiano non diventa contemplativo, le cose gli scivolano via, dentro questi ingranaggi terribili.
C) Cosa vuol dire che il cuore vero è solo il cuore purificato?
Ripetutamente noi dobbiamo riprendere la navigazione a livelli superiori. Si parte dal postulandato, poi si arriva ai dieci anni di consacrazione, poi ai venti, ecc. C’è un periodo formativo e c’è un periodo «ri-formativo». Sotto i colpi della realtà, talvolta pesanti e pesantissimi, noi capiamo dov’è il nostro cuore. A volte sentiamo qualcuno che dice: «Sono diventato meno buono!». Spesso mi capita di consolare: meno male che sei diventato meno buono! Pensaci bene: prima non eri così buono, come apparivi. Avevi paura di scontentare, vo-levi fare bella figura, non volevi conflitti antipatici, eri troppo te-nero … e allora «volentieri» cede-vi. Adesso che sei più adulto e meno preoccupato di piacere, ti trovi di fronte ad una sfida più grande: devi essere buono dopo avere capito che, alla fine, tu sei indipendente dal giudizio degli altri più di quanto credessi. Cuore vero allora è nel senso di cuore purificato. Non si tratta di tirar via il cuore falso e tirar fuori il cuore vero. La realtà è che il nostro cuore ha delle bontà e degli egoismi e allora, attraverso l’uso spirituale della Bibbia, va bonificato il terreno. Il nostro cuore è un terreno sassoso. Se volete avere un buon terreno, dovete con pazienza togliere i sassi e fare i muretti. E così viene fuori il cuore purificato.D) Dov’è che sperimento la novità, dov’è che mi lascio colpire senza essere nella noiosissima ripetitività?
Come ci sono nuovi accadimenti e nuove azioni nella giornata, ci deve essere anche una novità di lettura della parola, di celebrazione dell’ascolto. Ognuno di noi ha il problema fondamentale: come faccio a rinnovarmi? C’è qualche trucco per essere auto-innovativo. È un problema molto urgente e di cui siamo responsabili noi. Bisogna attivarsi. In questo senso la Scrittura può dare un aiuto grandissimo: anche una sottolineatura di mezza parola scritta, che rimane con noi nella giornata, può dare un buon sapore alla mente ed energia per ripartire, soprattutto nei momenti di stanchezza e bassa pressione. È una responsabilità personale di gestione del nostro vissuto psicologico, che poi si riverbera su tutto il resto.
E) Puntare così tanto sulla lettura spirituale della Bibbia non espone all’intellettualismo?
Leggere la Bibbia è di fatto la ricerca di un mondo di valori molto concreti, che hanno segnato potentemente vite molto solide. Nella Bibbia noi affrontiamo parole umane, che sono anche parole divine e che possono muovere il nostro cuore; parole, che possono essere foriere di novità, di idee ricomprese e di nuovi punti di vista. Senza la Scrittura, saremmo affidati alla circolarità di noi stessi, dei nostri problemi. Ecco, invece, che la Parola scritta, lungi dal portarci in un mondo teorico e astratto, spezza il nostro orizzonte chiuso. La parola umana accessibilissima, ricca della forza della parola di Dio, accende qua e là per noi delle luci. Tu senti allora con commozione che c’è vera-mente l’«oggi di Dio», che è più grande dei tuoi problemi. «Ti ascolto e ti seguo». Avete scelto un buon tema: ti seguo solo se ti ascolto, perché se non ti ascolto m’illudo di seguirti, faccio l’itinerario scelto da me e dico che è la tua sequela. È facile cadere in questa trappola. Quando si può dire veramente che seguiamo il Signore? Lo dobbiamo seguire tra i nostri fratelli, certo. Il Signore ci parla attraverso i nostri fratelli, la parola di Dio scritta e la Parola ancora più ampia che è tutta la nostra vita. La Parola di Dio scritta ci blocca su alcuni punti e ci invita ad «allargare», altrimenti avremmo molta vita, ma con il pericolo di cadere nel soggettivismo: io mi faccio la vita che voglio, però ho imparato a dire che seguo il Signore. In realtà la mia vita (anche da religioso) finisce per essere un itinerario tutto mio e solo mio.

 

LA TEOLOGIA, SCUOLA DI UMILTÀ CONTRO IL NICHILISMO (Bruno Forte, Benedetto XVI)

http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=563:la-teologia-scuola-di-umilta-contro-il-nichilismo&catid=169:questioni-teologiche

LA TEOLOGIA, SCUOLA DI UMILTÀ CONTRO IL NICHILISMO

Mons. Forte analizza gli ultimi interventi di Benedetto XVI in materia di teologia

Domanda. Lo scorso anno, nell’omelia per la messa celebrata alla presenza dei membri della Commissione Teologica Internazionale, il Papa ha spiegato che il vero teologo non è colui che cerca di misurare il mistero di Dio con la propria intelligenza ma colui che è cosciente della propria limitatezza. In quell’occasione il Papa ha indicato nell’umiltà la via per giungere alla verità, mettendo in guardia contro i teologi saccenti che si comportano come gli antichi scribi. Crede che il Papa faccia riferimento a una tendenza visibile ai nostri giorni?
Risposta. Io credo che questo sia un punto fondamentale che distingue la teologia cristiana da ogni forma di gnosi. La differenza fondamentale è che nella teologia tutto nasce dall’ascolto, quindi dall’auditus Verbi, mentre nella gnosi tutto è autoproduzione intellettuale del soggetto. Questo è il vero motivo per cui l’unica autentica eresia cristiana è la gnosi: la presunzione di un’autoredenzione dell’uomo che non abbia bisogno dell’intervento dell’Altro e dall’Alto, cioè dell’intervento di Dio. Una teologia che si fondi, com’è nella sua natura, sulla Rivelazione, non può che essere innanzitutto ascolto e quindi è humilitas: un atteggiamento di profonda disponibilità e docilità di fronte all’azione di Dio, che entra nella storia in maniera sorprendente e al tempo stesso la conferma nella sua dignità, aprendola al novum adveniens della sua promessa.
E’ un tema che Ratzinger da teologo ha ripetutamente sottolineato e che gli deriva dalla sua frequentazione di Agostino, che è il genio dell’intellectus fidei vissuto nell’ascolto, nell’uso dell’intelligenza al servizio dell’ascolto della Parola di Dio e gli deriva anche da Bonaventura. Direi che è il filone agostiniano-francescano quello che predomina nella formazione teologica di Joseph Ratzinger, che nel suo magistero di Papa riemerge nel suo richiamo forte all’humilitas e all’auditus. Aggiungerei che questo tema risulta quanto mai importante oggi in una società che ha conosciuto l’ebrezza della ragione e dunque la tentazione gnostica nei vari volti della ideologia moderna e che oggi in questa inquietudine della post-modernità se non si apre all’ascolto e all’humilitas rischia la grande tentazione del nichilismo, cioè del non-senso. In altre parole: chi potrà salvarci? A questa domanda non si può che rispondere: l’Altro che viene a noi, cioè il Dio vivente e questo implica l’umiltà dell’accoglienza. La gnosi in questa società post-moderna, dove la ragione totalizzante ha conosciuto una crisi profonda e il bisogno del suo superamento critico, viene spiazzata nella sua stessa convinzione fondamentale, che è l’assolutezza del soggetto e della sua capacità di conoscenza o di produzione del vero.
Domanda. Nel settembre del 2007, nel visitare l’abbazia cistercense di Heiligenkreuz il Papa ha denunciato una certa “teologia che non respira più nello spazio della fede”, ponendo l’accento invece sulla “teologia in ginocchio”, una bella espressione coniata da Hans Urs von Balthasar. Allo stesso modo nel presentare la figura di san Bernardo di Chiaravalle durante una Udienza generale, Benedetto XVI ha detto che senza fede e preghiera la ragione da sola non riesce a trovare Dio e la teologia diventa un “vano esercizio intellettuale”. E’ questo uno scenario presente nell’ambito della teologia attuale?
Risposta. Il primo elemento decisivo è che proprio perché nasce dall’ascolto della Parola di Dio, la teologia ha bisogno non solo di una radicale humilitas ma anche di una forma di accoglienza amorosa, perciò orante di essa. Von Balthasar ha insistito moltissimo su questo aspetto, sostenendo che la santità non è un superfluo rispetto all’esercizio del teologo, ma ne è una condizione fondamentale. Non è un caso che grandissimi teologi, specie i Padri della Chiesa, sono stati anche dei santi. Dunque il bisogno di mettersi in ginocchio davanti al mistero e di ascoltare, di vivere l’auditus non solo con l’umiltà ma con l’amoroso e perseverante accoglienza della fede orante, è connaturale all’identità della teologia cristiana. E anche in questo nel pensiero di Joseph Ratzinger c’è non solo la continuità con il filone agostiniano e bonaventuriano, ma c’è anche un’altra intuizione molto importante, peraltro ripresa nel Vaticano II, e cioè che c’è un rapporto tra il vissuto cristiano, il pensato cristiano e la liturgia.
La liturgia in quanto culmen et fons, come dice il Vaticano II, è ciò da cui tutto parte e a cui tutto tende dell’esistenza cristiana, sia nel suo vissuto che nella sua dimensione riflessa. Ecco perché una teologia senza anima liturgica, cioè senza capacità di lodare e invocare Dio, è un vano esercizio intellettuale. E’ un’altra forma di quella gnosi che rischia di inquinare la capacità dell’uomo di aprirsi a Dio. Nella grande visione teologica cristiano-cattolica l’uomo è stato fatto capax Dei: ebbene questa capacità è condizionata da una parte dall’humilitas e dall’altra dalla capacità di invocare il dono di Dio e di lasciarsene pervadere in un atteggiamento dossologico e liturgico, e cioè di glorificazione di Dio, che è non di meno disponibilità a lasciarsi plasmare dalla Sua azione nella nostra vita. Quando tutto questo è portato alla parola nasce propriamente la teologia.
E qui c’è anche un’altra considerazione da fare sul rapporto tra teologia e spiritualità. Noi abbiamo vissuto una crisi di questo rapporto nell’epoca della teologia moderna, cioè di quella teologia influenzata dalla contrapposizione illuministica tra Vernunftswahrheit e Geschichtswahrheit, verità di ragione e verità di fatto. Nella concezione illuministica solo la verità di ragione è verità, perché presenta un’assolutezza e universalità che invece le verità di fatto non hanno. Il cristianesimo, al contrario, si fonda su una verità di fatto, che è la rivelazione storica di Dio. Allora sembrava a una certa teologia di impianto illuministico-liberale che non potesse conciliarsi l’esercizio teologico puro con una forma di spiritualità, di vissuto spirituale, lasciato piuttosto alla devozione.
Questo fossato tra teologia e spiritualità ha prodotto grandi danni nell’epoca della teologia moderna: lo si è visto soprattutto nella teologia liberale e in alcune forme del modernismo cattolico, ma continua a produrre danni laddove, per esempio, negli anni ’60 e ’70 alcune forme della teologia cristiana si sono lasciate condizionare dall’ideologia moderna anche rivoluzionaria. Oggi noi sentiamo, invece, di ritornare allo statuto originale fondante del fare teologia che è quello di portare al pensiero l’esperienza del Mistero proclamato e quindi ascoltato e celebrato nella liturgia, vissuto e testimoniato nella fede e nella carità.
Quindi teologia non è solo docta fides, cioè una fides quaerens intellectum, ma anche docta caritas, cioè è il portare alla parola il vissuto dell’amore, il dono dell’amore di Dio che ci viene fatto nella liturgia e nella Grazia dei sacramenti, ma che deve essere poi testimoniato nel vissuto dei gesti dell’eloquenza silenziosa della carità. Teologia e spiritualità così ritrovano il nesso fondamentale che le costituisce reciprocamente come teologia e spiritualità cristiane. Una teologia senza spiritualità rischia di essere vuota, una spiritualità senza teologia rischia di essere cieca, parafrasando il noto detto di Kant su intuizione e concetti.
Domanda. L’adesione al “Processo di Bologna” da parte della Santa Sede ha portato a un riordino globale della formazione teologica in Italia, volto a ricalibrare gli standard curricolari esistenti alla luce di quelli richiesti. Secondo lei, il fatto di doversi conformare a delle precise caratteristiche di “scientificità” non porta l’insegnamento di questa disciplina a mettere da parte una concezione che presuppone la fede nella ricerca teologica?
Risposta. Questa è un’antica questione che ritorna sempre e di nuovo nella storia della teologia. Vorrei dare due risposte: una di carattere storico e una di carattere attuale, ma anche di sapore metodologico. La prima è quella che diede San Tommaso alla stessa questione che lei mi sta ponendo, quando apre la Summa teologica con un’audacia impensabile al tempo dei Padri della Chiesa. Tommaso si chiede: utrum praeter philosophicas disciplinas aliam doctrinam haberi? Cioè si chiede non se siano legittime le discipline filosofiche, ma se sia legittima la teologia, con un impianto assolutamente moderno che sembra rivendicare l’autonomia della ragione. La sua risposta è che la razionalità richiesta alle discipline scientifiche è soprattutto nello scire per causas, nel conoscere attraverso le connessioni tra premesse e deduzioni. Ora questo scire per causas può essere esercitato in due modi: partendo dai principi primi interni alla scienza, le cosiddette scienze subalternanti (egli parla ad esempio della matematica che ha dei suoi principi più intrinseci dai quali si parte e che sono indimostrabili – in questo Tommaso anticipa Goedel – e da cui si deducono delle conseguenze); dall’altra parte ci sono però ci sono però delle scienze subalternate che usano i principi offerti loro da altre scienze. A questo proposito, Tommaso fa come esempio intrigante quello della musica che dipende dalla matematica, proprio per le sue armonie e i suoi rapporti di proporzione. Analogamente – dice Tommaso – la teologia dipende dalla scientia Dei et beatorum cioè dalla Rivelazione. In altre parole, la fonte della conoscenza teologica è lumen fidei per il naturale, quanto però all’argomentare essa ha lo stesso statuto epistemologico di tutte le altre scienze e quindi ha piena dignità della universitas scientiarum.
Come risponderemmo oggi di fronte agli sviluppi della teologia, ma anche della epistemologia moderna? Io risponderei rifacendomi alla grande conquista del Novecento filosofico e teologico che è la riscoperta poderosa della ermeneutica, cioè della scienza dell’interpretazione. Quando molti anni fa da Decano della Facoltà Teologica a Napoli invitai a una quaestio quodlibetalis Hans-Georg Gadamer, il padre dell’ermeneutica contemporanea, autore di “Verità e metodo”, un giovane di primo anno gli pose questa domanda: “che cos’è l’ermeneutica?”. Al che Gadamer, senza scomporsi, dopo un attimo di riflessione, disse: “Ermeneutica significa che quando lei ed io parliamo ci sforziamo di raggiungere il mondo vitale che è dietro le parole dell’altro e da cui esse provengono”.
Allora, l’epistemologia illuminata dall’ermeneutica vuol dire non solo comprendere l’immediatamente percettibile, il visibile, il fenomenico, il razionale, ma comprendere anche o perlomeno cercare di raggiungere quei mondi vitali da cui queste espressioni provengono. In questo contesto si scopre che scienza non è solo quella dei fenomeni, ma che c’è un insieme di scienze, che sono le scienze dello spirito, le quali si sforzano di raggiungere un non detto, un non dicibile, un non totalmente tematizzabile, che però è il mondo vitale in cui si situano i processi umani, i processi storici e così via. E c’è un ulteriore livello che attinge a quell’esperienza del mistero della vita e del mondo che noi tutti facciamo e che non è riconducibile a una mera formula linguistica o razionale, cioè un eccesso del Mistero che circonda il mondo, che circonda la vita di ognuno di noi e che noi attingiamo continuamente nella sorpresa, nello stupore, che soltanto fino a un certo punto riusciamo a ricondurre alla parola.
Ora, una scienza che prenda sul serio lo stupore davanti a questo Mistero, la possibilità che esso si dica senza tradirsi, cioè la possibilità della Rivelazione, e che ne faccia materia del suo pensare, diventa una scienza assolutamente preziosa. In una simile dimensione ermeneutica, interpretativa della realtà, che non si ferma all’immediato ma cerca sempre di cogliere le ulteriorità, le connessioni profonde, la teologia mi sembra che si presenti con piena dignità come una scienza di cui l’uomo ha bisogno per vivere e per morire, come ha bisogno per vivere e per morire di Dio e del senso della vita.
Domanda. Nel 1986 intervenendo a Brescia a un incontro organizzato dalla redazione italiana della rivista “Communio” Ratzinger aveva affermato che nella coscienza diffusa della teologia cattolica l’autorità della Chiesa appare spesso come un’istanza estranea alla scienza, come qualcosa che limita se non mortifica la ricerca. Secondo lei, soprattutto dopo quanto avvenuto con la Teologia della Liberazione, è ancora così avvertita questa percezione?
Risposta. Il compito del Magistero nella Chiesa non è un compito regressivo, ma un compito quasi prospettico. In un famoso saggio del 1953 che fece storia nel dibattito teologico, Karl Rahner interrogandosi sul Concilio di Calcedonia e sulla sua definizione dogmatica, che resta vincolante per ogni cristiano qualunque sia la sua appartenenza confessionale, di Cristo come una persona divina nelle due nature umana e divina, si chiedeva “Chalkedon – Ende oder Anfang?” (Calcedonia è una fine o un inizio?). La sua risposta era molto chiara: il dogma non è una fine, non arresta il pensiero, non lo paralizza, ma pone quei paletti rispetto ai quali indietro non si torna, perché voler tornare indietro significherebbe cadere da una parte nelle forme dell’arianesimo, cioè una visione solo umana e mondana di Cristo, che così non sarebbe più mediatore dell’Alleanza e Salvatore, dall’altra in una forma di modalismo, cioè un Dio che appare tra gli uomini ma che non ha veramente assunto la nostra carne mortale, non s’è veramente compromesso con l’umano.
Diceva Karl Rahner, giustamente, che la definizione dogmatica di Calcedonia in questo senso è un baluardo contro il regresso, non contro il progresso. Ilario di Poitiers, a sua volta, intuiva una bellissima dimensione di questo esercizio del discernimento magisteriale della Chiesa. Egli diceva: il dogma viene definito per una esigenza di carità, per aiutare a non perdere la rotta, a non perdere la strada rispettosa, quella che Dio ci ha indicato. Anche qui la visione era chiaramente non difensiva o repressiva, ma prospettica.
E proprio il caso della Teologia della Liberazione che lei citava, mi sembra un esempio eloquente, perché gli interventi fondamentali in proposito da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede sono stati due: uno eminentemente critico, che ha messo in luce i limiti spesso connessi con la dipendenza ideologica di questa teologia; l’altro che ne ha messo in luce invece le acquisizioni, i contributi positivi soprattutto in vista di una teologia ispirata al primato della carità e del servizio. Io credo che in questa azione il magistero abbia compiuto esattamente ciò che diceva Ilario di Poitiers, e che molto più recentemente affermava Karl Rahner, cioè una azione non repressiva per spegnere la vita, ma di custodia e di promozione di quella vita autentica che soltanto la verità di Dio riesce a far sprigionare in noi. Riassumerei con la frase di Giovanni 8,32, che Giovanni Paolo II amava ripetere e che ripetè ancora a noi della Commissione Teologica Internazionale quando si lavorava sul documento “Memoria e riconciliazione” per accompagnare la richiesta di perdono per le colpe della Chiesa: “La verità vi farà liberi”.
E allora, quanto più si serve la causa della verità, quanto più il magistero si pone al sevizio della testimonianza della verità, tanto più esso favorisce la libertà, l’autentica libertà che dà senso, pienezza, vita e salvezza al cuore dell’uomo.

( da Zenit, Intervista di Mirko Testa, 20 gennaio 2010)

Publié dans:Bruno Forte, Papa Benedetto XVI, Teologia |on 19 janvier, 2015 |Pas de commentaires »
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