Archive pour janvier, 2015

CHARLES PÉGUY – LA FEDE CHE PIÙ AMO, DICE DIO, È LA SPERANZA…

http://www.fractio.it/Gemme.htm

CHARLES PÉGUY

LA FEDE CHE PIÙ AMO, DICE DIO, È LA SPERANZA.
LA FEDE, NO, NON MI SORPRENDE. LA FEDE NON È SORPRENDENTE.

Io risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle. In tutte le mie creature.
Negli astri del firmamento e nei pesci del mare. Nell’universo delle mie creature.
Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.
Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.
Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle. Nella calma valle.
Nella quieta valle. Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.
E nell’uomo. Mia creatura.
Nei popoli e negli uomini e nei re e nei popoli. Nell’uomo e nella donna sua compagna.
E soprattutto nei bambini. Mie creature.
Nello sguardo e nella voce dei bambini. Perché i bambini sono più creature mie.
Che gli uomini. Non sono ancora stati disfatti dalla vita. Della terra.
E fra tutti sono i miei servitori. Prima di tutti.
E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della valle.
Nella quieta valle.
E lo sguardo dei bambini è più puro dell’azzurro del cielo, del bianco latteo del cielo, e di un raggio di stella nella calma notte.

Ora io risplendo talmente nella mia creazione.
Sulla faccia delle montagne e sulla faccia della pianura.
Nel pane e nel vino e nell’uomo che ara e nell’uomo che semina e nella mietitura
e nella vendemmia.
Nella luce e nelle tenebre.
E nel cuore dell’uomo, che è ciò che di più profondo v’è nel mondo. Creato.
(….)
Nella preghiera e nei sacramenti.
Nelle case degli uomini e nella chiesa che è la mia casa sulla terra.
Nell’aquila mia creatura che vola sui picchi.
L’aquila reale che ha almeno due metri d’apertura d’ali e fors’anche tre.
E nella formica mia creatura che striscia e che ammassa miseramente.
Nella terra. Nella formica mio servitore. E fin nel serpente.
Nella formica mia serva, mia infima serva, che ammassa a fatica, la parsimoniosa.
Che lavora come una disgraziata e non conosce sosta e non conosce riposo.
Se non la morte e il lungo sonno invernale.
(…)
Io risplendo talmente in tutta la mia creazione.
Nell’infima, nella mia creatura infima, nella mia serva infima, nella formica infima.
Che tesaurizza miseramente, come l’uomo. Come l’uomo infimo.
E che scava gallerie nella terra. Nel sottosuolo della terra.
Per ammassarvi meschinamente dei tesori. Temporali. Poveramente.
(….)
Io risplendo talmente nella mia creazione.
In tutto ciò che accade agli uomini e ai popoli, e ai poveri.
E anche ai ricchi. Che non vogliono esser mie creature. E che si mettono al riparo.
Per non esser miei servitori.
In tutto ciò che l’uomo fa e disfa in male e in bene.
(E io passo sopra a tutto, perché sono il Signore, e faccio ciò che lui ha disfatto e disfo quello che lui ha fatto).
E fin nella tentazione del peccato. Stesso.
E in tutto ciò che è accaduto a mio figlio. A causa dell’uomo. Mia creatura.
Che io avevo creato.
Nell’incorporazione, nella nascita e nella vita e nella morte di mio figlio.
E nel santo sacrificio della Messa.
In ogni nascita e in ogni vita. E in ogni morte.
E nella vita eterna che non avrà mai fine. Che vincerà ogni morte.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche.
La carità, dice Dio, non mi sorprende.
La carità, no, non è sorprendente.
Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre.
Come potrebbero non aver carità per i loro fratelli.
Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane di ogni giorno, per darlo a dei bambini infelici che passano.
E da loro mio figlio ha avuto una tale carità.
Mio figlio loro fratello.
Una così grande carità.
Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende.
Me stesso.
Questo sì che è sorprendente.
Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.
Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.
Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.
Ed io stesso ne son sorpreso.
E dev’esser perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile.
E perché sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale e ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale e ancora eterna.
Mortale e immortale.
E quella volta, oh quella volta, da quella volta che sgorgò, come un fiume di sangue,
dal fianco trafitto di mio figlio.
Quale non dev’esser la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti,
ansiosa al minimo soffio,
sia così invariabile, resti così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere; come questa fiammella del santuario.
Che brucia in eterno nella lampada fedele.
Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi.
Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti.
Da quella prima volta che la mia grazia è sgorgata per la creazione del mondo.
Da sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.
Da quella volta che il sangue di mio figlio è sgorgato per la salvezza del mondo.
Una fiamma che non è raggiungibile,
una fiamma che non è estinguibile dal soffio della morte.
Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.
E non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.
Questa speranza bambina. Immortale.
Perché le mie tre virtù, dice Dio. Le tre virtù mie creature. Mie figlie mie fanciulle.
Sono anche loro come le altre mie creature. Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore che è come una madre.
La Speranza è una bambina insignificante.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con il babbo Gennaio.
Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.
E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.
E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.
Perché sono di legno.
Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi. Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.
Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante. Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.
Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.
(…)
Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio.
Che è certamente la più difficile, che è forse l’unica difficile,
e che probabilmente è la più gradita a Dio.
La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio, andare all’inverso. La fede è tutta naturale, tutta sciolta, tutta semplice, tutta quieta. Se ne viene pacifica. E se ne va tranquilla. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia, una brava vecchia parrocchiana, una brava donna della parrocchia, una vecchia nonna, una brava parrocchiana. Ci racconta le storie del tempo antico, che sono accadute nel tempo antico. Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Per non vedere, per non credere.
La carità va purtroppo da sé. La carità cammina da sola. Per amare il proprio prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tal miseria. Per non amare il proprio prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all’inverso. La carità è tutta naturale, tutta fresca, tutta semplice, tutta quieta. È il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. La carità è una madre e una sorella.
Per non amare il proprio prossimo, bambina mia,
bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Dinanzi a tanto grido di miseria.
Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.
È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile
(…)
E quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione.
La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori
e su di lei nessuno volge lo sguardo.

Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza.
Avanza. Fra le due sorelle maggiori. Quella che è sposata. E quella che è madre.
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle maggiori.
La prima e l’ultima. Che badano alle cose più urgenti. Al tempo presente.
All’attimo momentaneo che passa.
il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori, non ha occhi che per le due sorelle maggiori.
Quella a destra e quella a sinistra.
E quasi non vede quella ch’è al centro.
La piccola, quella che va ancora a scuola. E che cammina.
Persa fra le gonne delle sorelle.
E ama credere che sono le due grandi a portarsi dietro la piccola per mano.
Al centro. Fra loro due.
Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono a non veder invece
Che è lei al centro a spinger le due sorelle maggiori.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne avanti negli anni. Due donne d’una certa età. Sciupate dalla vita.
È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è. E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è. E lei, lei ama ciò che sarà.
La Fede vede ciò che è. Nel Tempo e nell’Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà. Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro della stessa eternità.
La Carità ama ciò che è. Nel Tempo e nell’Eternità.
Dio e il prossimo.
Così come la Fede vede.
Dio e la creazione.
Ma la Speranza ama ciò che sarà. Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro dell’eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole. Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
Che la tengono per mano. La piccola speranza. Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle. E a far camminare tutti quanti. E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminan solo per la piccola.

Publié dans:Letteratura straniera, meditazioni |on 27 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO: UN DIO CHE RICONCILIA (SANCATAE MARTHAE)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2015/documents/papa-francesco-cotidie_20150123_un-dio-che-riconcilia.html

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Un Dio che riconcilia

Venerdì, 23 gennaio 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.018, Sab. 24/01/2015)

La confessione non è un «giudizio» né una «tintoria» che smacchia i peccati, ma l’incontro con un Padre che perdona sempre, perdona tutto, dimentica le colpe del passato e poi fa anche festa. Ed è proprio la concretezza dell’abbraccio di riconciliazione di Dio che il Papa ha riproposto nella messa di venerdì mattina, 23 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta. Alla celebrazione erano presenti anche rappresentanti della comunità filippina residente a Roma, che si sono stretti attorno a Francesco anche per rivivere la gioia del recente viaggio pastorale.
«Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo e ha affidato a noi la parola di riconciliazione» (cfr. 2 Corinzi, 5, 19): ecco il punto di partenza scelto da Francesco per la sua meditazione. «È bello questo lavoro di Dio: riconciliare» ha rimarcato il Papa, mettendo subito in evidenza che Dio affida «anche a noi questo compito» e cioè «compiere la riconciliazione, riconciliare sempre».
Non c’è dubbio, ha fatto notare, che «il cristiano è uomo o donna di riconciliazione, non di divisione». Del resto «il padre della divisione è il diavolo». È Dio stesso, poi, a fare «questo esempio di riconciliare il mondo, la gente». Il riferimento è a «ciò che abbiamo sentito nella prima lettura», tratta dalla lettera agli Ebrei (8, 6-13), in particolare a «quella promessa tanto bella: “Io farò una nuova alleanza”». Una questione decisiva tanto che, ha detto il vescovo di Roma, «cinque volte in questo brano si parla dell’alleanza». Difatti «è Dio che riconcilia, realizzando un nuovo rapporto con noi, una nuova alleanza». E «per questo invia Gesù; il Dio che riconcilia è il Dio che perdona».
Il brano della lettera agli Ebrei, ha proseguito Francesco, «finisce con quella bella promessa: “E non mi ricorderò più dei loro peccati”». È «il Dio che perdona: il nostro Dio perdona, riconcilia, fa la nuova alleanza e perdona». Ma «come perdona Dio? Prima di tutto, Dio perdona sempre! Non si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma lui non si stanca di perdonare». Tanto che «quando Pietro chiese a Gesù: quante volte io devo perdonare, sette volte?», la risposta ricevuta fu eloquente: «Non sette volte ma settanta volte sette» (cfr. Matteo, 18, 21-22). Cioè «sempre», perché proprio «così perdona Dio: sempre». Dunque «se tu hai vissuto una vita con tanti peccati, tante cose brutte, ma alla fine, pentito, chiedi perdono, ti perdona subito. Lui perdona sempre».
Invece, ha riconosciuto Papa Francesco, «noi non abbiamo questa certezza nel cuore e tante volte dubitiamo» chiedendo se «Dio perdonerà». In realtà, ha ricordato, «bisogna soltanto pentirsi e chiedere perdono: niente di più! Non si deve pagare niente! Cristo ha pagato per noi e lui perdona sempre».
«Un’altra cosa» importante che il Pontefice ha voluto riaffermare è non solo che Dio «perdona sempre», ma anche che perdona «tutto: non c’è peccato che lui non perdoni». Magari, ha spiegato, qualcuno potrebbe dire: «io non vado a confessarmi perché ne ho fatte tante di cose brutte, tante di quelle cose, per cui non avrò perdono…». Invece «non è vero», ha ribadito Francesco, perché Dio «se tu vai pentito, perdona tutto». E «tante volte non ti lascia parlare: tu incominci a chiedere perdono e lui ti fa sentire quella gioia del perdono prima che tu abbia finito di dire tutto». Proprio «come è successo con quel figlio che, dopo aver sprecato tutti i soldi dell’eredità, con una vita immorale», poi «si è pentito» e ha preparato il discorso per presentarsi davanti a suo padre. Però «quando è arrivato il padre non lo ha lasciato parlare, lo ha abbracciato: perché lui perdona tutto. Lo ha abbracciato».
Poi «c’è un’altra cosa che fa Dio quando perdona: fa festa». E «questa — ha precisato il Pontefice — non è un’immagine, lo dice Gesù: “Ci sarà festa nel cielo quando un peccatore viene dal Padre”». Perciò veramente «Dio fa festa». Così «quando noi sentiamo il nostro cuore appesantito dai peccati, possiamo dire: andiamo dal Signore a dargli gioia perché mi perdoni e faccia festa». Dio «fa così: fa festa sempre perché riconcilia».
Proseguendo la meditazione sulla lettera agli Ebrei, il Papa ha riproposto le parole conclusive. Che, ha spiegato, suggeriscono «una cosa bella sul modo di perdonare di Dio: Dio dimentica». Con altre parole la Scrittura dice anche: «I tuoi peccati li butterò nel mare e se sono rossi come il sangue, tu diventerai bianco come un agnellino» (cfr. Michea, 7,19; Isaia, 1. 18).
Dio, dunque, «si dimentica». E così «se qualcuno di noi va dal Signore» e dice: «Ti ricordi, io in quell’anno ho fatto quella brutta cosa?», lui risponde: «No, no, no. Non ricordo». Perché «una volta che lui perdona non ricorda, dimentica», mentre noi «tante volte con gli altri portiamo avanti un “conto corrente”: questo una volta ha fatto questo, una volta ha fatto quest’altro…». Invece «Dio, no: perdona e dimentica». Ma — si è chiesto Francesco — «se lui dimentica, chi sono io per ricordare i peccati degli altri?». Il Padre dunque «dimentica, perdona sempre, perdona tutto, fa festa quando perdona e dimentica, perché vuole riconciliare, vuole incontrarsi con noi».
Alla luce di questa riflessione il Papa ha ricordato che «quando uno di noi — un sacerdote, un vescovo — va a confessare, deve pensare sempre: sono disposto a perdonare tutto? Sono disposto a perdonare sempre? Sono disposto a rallegrarmi e a fare festa? Sono disposto a dimenticarmi dei peccati di quella persona?». Così «se tu non sei disposto, meglio che quel giorno non vai in confessionale: che vada un altro, perché tu non hai il cuore di Dio per perdonare». Infatti, «nella confessione, è vero, c’è un giudizio, perché il sacerdote giudica» dicendo: «hai fatto male qui, hai fatto…». Però, ha spiegato il Papa, «è più che un giudizio: è un incontro, un incontro con il Dio buono che sempre perdona, che tutto perdona, che sa fare festa quando perdona e che dimentica i tuoi peccati quando ti perdona». E «noi sacerdoti dobbiamo avere questo atteggiamento: far incontrare». Invece «tante volte le confessioni sembrano una pratica, una formalità», dove tutto appare «meccanico», ma così, si è chiesto il Pontefice, dov’è «l’incontro con il Signore che riconcilia, ti abbraccia e fa festa? Questo è il nostro Dio, tanto buono».
È importante, ha messo in evidenza il Pontefice, «anche insegnare a confessarsi bene, in modo che imparino i nostri bimbi, i nostri ragazzi», e ricordino che «andare a confessarsi non è andare in tintoria perché ti tolgano una macchia»: confessarsi «è andare a incontrare il Padre che riconcilia, che perdona e che fa festa».
In conclusione Francesco ha invitato a «pensare a questa alleanza che il Signore fa ogni volta che noi chiediamo perdono». E a pensare anche «al nostro Padre che sempre riconcilia: il Dio che ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, affidando a noi la parola della riconciliazione». L’auspicio, ha detto ancora il Papa, è che «il Signore ci dia la grazia di essere contenti oggi di avere un Padre che perdona sempre, che perdona tutto, che fa festa quando perdona e che si dimentica della nostra storia di peccato!».

The Beasts and the Blessed Ones

 The Beasts and the Blessed Ones dans immagini sacre beasts-01

http://www.all-creatures.org/living/beasts.html

Publié dans:immagini sacre |on 26 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

IL DIO VIOLENTO NELLE SCRITTURE EBRAICHE DI GIUSEPPE BARBAGLIO

http://www.finesettimana.org/pmwiki/?n=Db.Sintesi?num=91

IL DIO VIOLENTO NELLE SCRITTURE EBRAICHE DI GIUSEPPE BARBAGLIO

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 19 novembre 1994
il problema teologico delle immagini di Dio

Il problema della violenza investe il problema teologico delle immagini di Dio. Per violenza intendiamo qualsiasi azione contro la vita, dal renderla amara al toglierla del tutto.
Occorre distinguere anzitutto tra una violenza ingiusta espressione della malvagità umana e una violenza « giusta », perché operata per una giusta causa o per conseguire nobili fini (es. l’uccidere per legittima difesa). Ciò che fa problema non è la violenza ingiusta, ma quella « giusta », quella ad es. degli oppressi contro gli oppressori al fine di giungere ad una liberazione.
La violenza inoltre può essere direttamente ascrivibile all’uomo, come singolo o come collettività, oppure può essere comandata o compiuta da Dio stesso. Fa problema soprattutto quella violenza che la bibbia attribuisce direttamente a Dio.
Tra violenza dell’uomo però e quella di Dio non c’è una netta demarcazione: un uomo violento può avere solo un’immagine di Dio violento. L’uomo, nelle sue concezioni religiose, proietta ciò che è o ciò che sperimenta di essere. A sua volta l’immagine del Dio violento contribuisce a confermare e a legittimare la violenza umana. I rapporti sono di reciprocità.
L’uomo tende a proiettare in Dio non solo gli aspetti positivi, ma anche quelli aggressivi, violenti. E questa violenza proiettata in Dio entra nell’arte, nella cultura, diventa patrimonio culturale di tutti.
Il problema della violenza ha anche le proprie radici in immagini del Dio violento.
la rimozione della violenza delle Scritture ebraiche: il Dio bifronte
Chi legge la bibbia ebraica rimane impressionato dagli episodi di violenza. È bene, per rispetto verso gli ebrei, parlare di bibbia ebraica piuttosto che di Antico Testamento: la bibbia ebraica deve essere presa nella sua autonomia, senza utilizzare chiavi di lettura tratte dal Nuovo Testamento, chiavi di lettura legittime ma confessionali.
Schwager ha elaborato una statistica impressionante: più di 600 passi parlano espressamente di attacchi con annientamento e uccisioni di gruppi o di popoli; in circa 1000 passi si parla del fatto che l’ira di Dio divampa e punisce con morte e rovina. Più di 100 passi testimoniano che Jahvé ordina espressamente di uccidere uomini. Per N. Lofhink « la storia della esegesi della bibbia è una storia di rimozione della violenza ».
Solo la lettura delle opere di René Girard mi ha fatto aprire gli occhi sul macroscopico problema della violenza, sulla funzione della violenza sacrificale (religiosa) come valvola di sfogo della violenza della società e quindi come fonte di ricompattamento sociale.
Questa commistione tra violenza e sacro è presente anche nella bibbia. Per Girard, forse con una lettura un po’ parziale, la bibbia è l’unico testo nel quale si ode la voce degli oppressi che denuncia il meccanismo della violenza nei confronti del capro espiatorio. Nella bibbia invece c’è anche una violenza che viene deificata, che diventa uno strumento utile e necessario per ottenere pace e salvezza. La violenza messa in Dio significa che Dio stesso dipende dalla violenza. Non si vuole vedere il carattere mostruoso della violenza, della nostra violenza proiettata in Dio.
Rudolph Otto nell’opera « Das Heilige » (Il sacro), mostra come il divino, il sacro presente nella tradizione ebraica, cristiana e musulmana, è un Giano bifronte: un mysterium fascinans, affascinante, fonte di vita di bontà, di grazia, e un mysterium tremendum che aggredisce e che porta alla morte. Nella bibbia è il Dio che dà la vita e dà la morte, innalza e abbassa, crea e distrugge.
Quando diciamo che Dio è buono ma anche giusto, vogliamo dire che è anche violento per conseguire la giustizia.
Mentre nelle religioni monoteistiche l’uomo proietta nell’unico Dio gli aspetti tremendi e fascinosi che sono propri dell’uomo stesso, nelle religioni dualistiche l’uomo proietta nel principio del bene gli aspetti positivi e nel principio del male quelli negativi. Ora nella bibbia è presente solo questa immagine di un Dio bifronte, fascinoso e tremendo, fonte di vita e di morte o c’è anche un’altra immagine, minoritaria ma significativa, che, come un fiume carsico, ogni tanto esce allo scoperto?
tre soluzioni al problema del Dio bifronte

Marcione: netta contrapposizione tra bibbia ebraica e bibbia cristiana
Marcione, armatore del II sec. convertitosi alla fede cristiana e folgorato dalla lettura di Paolo, accoglie delle Scritture solo quelle parti che parlano di un Dio che è puro amore, escludendo l’intera bibbia ebraica, e parte del Nuovo Testamento (accoglie solo il vangelo di Luca e Paolo). Marcione risolve il problema delle contrastanti immagini di Dio eliminando una parte consistente della bibbia. Ha sicuramente avuto il merito di non aver rimosso il problema, anche se la soluzione adottata è vicina a una posizione dualistica, manichea.
Bultmann e la soluzione di tipo dialettico
Per Bultmann la funzione della bibbia ebraica è di rinviare per contrapposizione al Dio di Gesù Cristo, passando dal Dio della legge al Dio della grazia, dall’uomo religioso che pensa di poter entrare in comunione con Dio attraverso l’osservanza rigorosa della legge all’uomo che si affida ciecamente all’amore gratuito di Dio.
la soluzione evoluzionistico
È la soluzione più comune. Antico e Nuovo testamento sono un’unica storia che evolve progressivamente. È la soluzione più apprezzata dai cristiani, anche perché maggiormente consolatoria: mentre gli ebrei costituiscono il punto di partenza i cristiani si collocano al punto di arrivo. È una soluzione però non pienamente fedele al dato biblico.
assumere lo scontro di immagini presenti nella bibbia
Ma in Gesù non c’è solo l’immagine di un Dio d’amore, c’è anche il tema della condanna dei malvagi al fuoco eterno. Non esiste cioè una progressiva evoluzione da un’immagine di un Dio violento ad una che esclude totalmente la violenza.
Solo Giovanni è riuscito quasi sempre ad avere un’immagine di Dio senza violenza, in particolare quando afferma che Dio ha mandato il suo figlio nel mondo non per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi. Non è presente qui il Dio che giudica premiando e castigando. Non è Dio che condanna l’uomo ma è l’uomo stesso che si autocondanna chiudendosi alla parola. Siamo noi giudici e sanzionatori di noi stessi. Il giudizio non si compie alla fine, ma attraverso le scelte che operiamo. Solo in un’occasione Giovanni parla della collera di Dio, tema invece ricorrente in Paolo.
Nella bibbia, anche in quella cristiana, abbiamo lo scontro non di due divinità, ma di due immagini di Dio. Quando leggiamo la bibbia non incontriamo direttamente Dio, ma le immagini di Dio di Mosè, del popolo di Israele, di Gesù, di Paolo ecc. « Dio nessuno lo ha mai visto, ma il Figlio suo ce lo ha narrato » (Paolo).
Ora se di Dio si hanno solo immagini umane quale è il valore della bibbia? Quali immagini rispecchiano il volto di Dio? Il polo negativo, violento è nostro, non di Dio. Noi esportiamo in Dio la nostra distruttività e negatività per poterla giustificare. Noi siamo i violenti. Dio è tutt’altro. Nell’ottica di fede scorgiamo nelle immagini contrastanti di Dio la presenza dello Spirito che non soffoca né i processi proiettivi né quelle immagini folgoranti di un Dio puro. Dio è all’interno di questo scontro.
Abbiamo un’immagine troppo divina della bibbia. Non lo è di fatto. Lo stesso Gesù Cristo non è un puro Figlio di Dio, ma è figlio di Giuseppe e Maria e figlio di Dio allo stesso tempo.
Noi siamo chiamati a scegliere nello scontro di immagini tra un Dio bifronte, insieme mysterium fascinans et mysterium tremendum, o un Dio solo mysterium fascinans.
La nostra ipotesi è che l’immagine di un Dio bifronte, anche se quantitativamente nettamente maggioritaria, circa l’80-90% dell’intera bibbia, è una produzione umana, una proiezione degli aspetti positivi e negativi dell’uomo in Dio. È un meccanismo culturale. L’elemento originale invece è l’immagine di Dio che è solo fonte di vita. In una visione di fede è la voce profetica che emerge dal meccanismo culturale.
l’immagine del Dio bifronte nelle Scritture ebraiche
il diluvio: una violenza « giusta » per combattere una violenza « ingiusta »
La tradizione Jahvista (Gen 6, 1-4), che più volte aveva parlato della violenza dell’umanità originaria (disobbedienza, fratricidio) per spiegare il diluvio accenna solo alla misteriosa unione, percepita come mostruosa commistione, dei figli di Dio con le figlie dell’uomo da cui sarebbero nati i giganti. La tradizione Sacerdotale, che è sostanzialmente pacifista e nettamente contraria alla violenza umana, ritiene che il peccato originale consista nella diffusione della violenza (Hamas in ebraico) sulla terra (Gen 6, 11-13). La terra sta tornando al caos originario. Il diluvio stesso, conseguente alla violenza umana, è un ritorno al caos originario, alla morte, alle acque che invadono nuovamente la terra. Il diluvio è espressione anche della concezione di un Dio sanzionatore che retribuisce il bene con il bene e il male con il male. Il Sacerdotale non si accorge della contraddizione di voler condannare la violenza umana attraverso la violenza distruggitrice del diluvio. Mentre prima del diluvio l’uomo era vegetariano (visione non violenta) dopo il diluvio potrà cibarsi di carne di animali (Gen 9,3). E i comandamenti di Noè (Gen 9, 6-7) esprimono insieme una netta condanna della violenza umana (violenza ingiusta) e una sanzione altrettanto violenta della violenza (violenza giusta): « Chiunque verserà il sangue di un uomo per mezzo di un uomo il suo sangue sarà versato ».
l’esperienza dell’Esodo
« Dio ci ha tratto dall’Egitto (Dio liberatore) con mano forte e braccio disteso (Dio sanzionatore) ». Nel libro dell’Esodo si narra epicamente l’uscita dall’Egitto di tribù oppresse che sperimentano un Dio efficacemente liberatore, che libera gli oppressi sprofondando gli oppressori nel mare dei giunchi, con modalità diverse secondo la tradizione Jahvista (Dio fa soffiare il vento da oriente che prosciuga il mare) o la tradizione Sacerdotale (Dio, per mezzo di Mosè, separa le acque). È un Dio che dona la vita agli uni seminando la morte tra gli oppressori.
il dono della terra
La storia dell’esodo e dell’entrata delle tribù nella terra è la storia di una promessa. Dal punto di vista storico la penetrazione delle tribù israelitiche nella terra di Canaan avvenne in tempi diversi e in modi diversi, sia mediante infiltrazioni pacifiche in zone disabitate o scarsamente popolate sia per mezzo di colpi di mano militari.
Il racconto biblico parla invece di un unico capo, Giosuè, che, con tutto il popolo di Israele, in 3 o 4 campagne militari sconfigge e annienta tutti i cananei: È questa la visione della tradizione deuteronomista, redatta al tempo del re Giosia (640-609), rinvenibile nei libri del Deuteronomio e di Giosuè. Questa racconto nasce in un tempo di forte nazionalismo, quando Giosia vuole ricostituire l’impero davidico. Il progetto sarà sostenuto e giustificato dai circoli deuteronomistici, originari del Nord e venuti a Gerusalemme dopo la caduta di Samaria (721). La legittimazione avviene attraverso l’esposizione dell’ideale della guerra sacra: Dio, nella spartizione della terra ai popoli, ha assegnato a Israele la terra di Canaan, pertanto legittimamente è possibile annientare gli abitanti di quella regione perché lascino il posto agli israeliti. Anzi Dio stesso interviene per sbaragliare il campo nemico e quindi i combattenti non devono temere (Dt 20, 1-4). Tutta la normativa sulla guerra sacra è esposta in Dt 20, 1-17: se una città rifiuta di sottomettersi si farà la guerra, uccidendo tutti i maschi se la città conquistata è straniera, annientando ogni essere vivente (herem) se è cananaica. È impressionante la ferocia di questa prassi enunciata dalla tradizione deuteronomistica, legata al diritto divino del popolo di Israele alla terra di Canaan. La tradizione sacerdotale, pacifista, narra che l’ingresso della comunità israelitica in Canaan avviene senza nessuna violenza, anzi si compie con la celebrazione della Pasqua con i frutti della terra.
il giudizio di Dio

L’anima più profonda, laica, di tutto l’ebraismo è la sete di giustizia. Di fronte all’evidente ingiustizia nella società, soprattutto nei poveri nasce la speranza che la giustizia sia fatta da parte del re. Date le deludenti prove fornite dai re, la speranza viene proiettata in Dio, visto come l’unico giudice imparziale, sanzionatore, che rende a ciascuno secondo le sue opere. È un’immagine di Dio che scaturisce da bisogni sociali e che svolge una funzione sociale, infliggendo ai malvagi la pena dovuta e ai buoni il premio.
P. Ricoeur ritiene che siano stati gli uomini ad elaborare il mito della pena che deve ristabilire l’equilibrio rotto dalla colpa, e, senza molta congruenza, di una pena corporale per una colpa morale. Dio entra in questo schema mitico, dato che Dio sa leggere i cuori, sa misurare bene la colpa e pertanto anche la sanzione adeguata.
Sodoma e Gomorra
La tradizione Jahvista (Gen 18, 26 ss.) narra della distruzione di Sodoma, città divenuta esemplare per corruzione umana e per giusta e tremenda punizione divina.
Per l’anima ebraica il giusto è la distinzione (chiaro e scuro, asciutto e bagnato, terra e acqua, bene e male, maschile e femminile). Mentre il disordine, il caos, il male è la confusione. Per questa mentalità pertanto la omosessualità è un terribile male in quanto confusione di sessi.
Dio, giudice giusto, distruggerà le due città perché in esse non si trova nessun giusto. Dio punisce solo i malvagi e risparmia i giusti. Il giusto giudizio di Dio sarà ricorrente nella predicazione profetica. Ma a partire da Amos i profeti affermano che Dio sarà impietoso giudice del suo popolo infedele alle clausole del patto.
i profeti
Amos (9,7-8) mette sullo stesso piano il popolo di Israele e gli altri popoli (« Io lo sterminerò dalla faccia della terra »).
Ezechiele sottolinea con forza che il popolo di Giuda si è meritato la distruzione di Gerusalemme e l’esilio: « Ora tra breve rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere… » (Ez 7,8-9).
letteratura apocalittica
Nel postesilio compare anche la visione del giudizio universale, quando saranno annientati tutti i malvagi e finalmente sarà ricreato un mondo di giustizia e di pace. È la letteratura apocalittica. Addirittura i malvagi saranno resuscitati per poter essere condannati e annientati: è una resurrezione per la morte! Emerge qui con evidenza la forza dello schema del giudizio di Dio.
l’invocazione della « vendetta » divina

La vendetta nelle Scritture ebraiche non ha a che fare con l’arbitrio o con un particolare sadismo, ma si pone all’interno della legge, per perseguire efficacemente la giustizia. La vendetta è la difesa di un diritto conculcato. La vendetta, addirittura, oltre che un diritto, è un dovere, perché è necessario ristabilire l’ordine leso.
Nei salmi i poveracci chiedono la vindicatio, la vendicazione del proprio diritto. In altri salmi si invoca la vendetta con violenza distruggitrice contro l’oppressore a favore dell’oppresso.
« Tu fa’ di loro un turbine, Dio mio, come paglia al vento » (Salmo 83,14). « Sorgi, Jahvè; nell’ira tua scagliati, contro la rabbia dei miei nemici » (Salmo 7,7). « In tribunale sia condannato, la sua difesa sveli i suoi delitti. Brevi siano i suoi giorni, un altro prenda il suo lavoro. Restino orfani i figli e vedova sua moglie. Si sperdano i suoi figli a mendicare, li scaccino lontani dalla casa in rovina. L’usuraio estorca ogni suo bene, gente straniera lo depredi d’ogni guadagno. Nessuno gli serbi pietà o si commuova dei suoi orfani. Sterminio alla sua discendenza, non viva il suo nome più di una generazione » (Salmo 109,7-13: un israelita lancia tremende maledizioni contro le persone che lo hanno accusato e perseguitato ingiustamente. Sembra quasi che la sete di vendetta prevalga sul desiderio di giustizia). « Gioisca il giusto che ha visto la vendetta, lava i suoi piedi nel sangue dell’empio » (Salmo 58,11).
l’immagine profetica del Dio di grazia, di perdono, di vita

il perdono di Dio
I profeti annunciano un Dio che perdona, che rompe la logica del nesso colpa – pena, facendo seguire alla colpa il perdono.
Osea parla dell’eterna comunione di vita tra Jahvè e il suo popolo: « Ti farò mia sposa per sempre » (2,21).
Per Geremia Israele sarà sempre il popolo di Jahvè e non sarà più rigettato (31,36-37).
In Ezechiele Dio afferma: « Non mi adirerò più » (16,42). Così Gioele: « Non farò più di voi il ludibrio delle genti » (2,19). E Naum: « Se ti ho afflitto non ti affliggerò più » (1,12).
Il secondo Isaia afferma che Israele non berrà più il calice dell’ira di Jahvè (51,52). Per Ezechiele Dio è con Israele per sempre, anche quando gli si rivolterà contro (20,9.14.22.44).
il Dio che Giona non può accettare
Giona non vuole obbedire all’ordine di Dio di recarsi a Ninive per invitare il popolo alla penitenza e fugge. Ripreso e condotto a forza nella città, è adirato per l’esito favorevole della sua predicazione. Non può accettare un Dio di sola grazia. Da fedele israelita si è costruito un’immagine di Dio bifronte, benigno verso Israele e punitore nei confronti degli altri popoli, soprattutto se nemici. Ma Jahvé ribatte così a Giona, che si era preoccupato per la morte della pianta di ricino: « Io non dovrei aver compassione di Ninive, quella grande città, nella quale ci sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere tra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali? » (4,11).
Qui Dio ha un solo volto, quello del mysterium fascinans, che dà solo la vita, non la morte. Dobbiamo stupirci per il fatto che un 10% della bibbia ebraica ci parli di un Dio di solo amore e di sola vita.

LA FEDE: UNA LUCE ILLUSORIA? EH NO! PIUTTOSTO… L’OSCURA CHIAREZZA DELLA FEDE

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LA FEDE: UNA LUCE ILLUSORIA? EH NO! PIUTTOSTO… L’OSCURA CHIAREZZA DELLA FEDE

Riflessioni sulla fede scritte nel giorno dell’Immacolata, partendo dall’esperienza di San Francesco di Sales.

Oggi proprio tutto parla di Immacolata.
Il sole, l’assenza di vento eccessivo, soprattutto la liturgia, il sorriso velato e gli scherzi accennati tra confratelli. Passeggiando in campagna – forse ero un po’ troppo concentrato nel pensare alla Messa di stamattina e all’articolo che sto scrivendo – sembrava che perfino i campi cantassero all’unisono un coro alla Vergine.
Stamattina mi sono alzato molto presto per scrivere l’omelia e ho messo come sottofondo Le quattro stagioni di Vivaldi. L’ho fatto mezzo addormentato, ma quando è arrivato il terzo movimento (Allegro) dell’Autunno ho pensato – scusa l’accostamento probabilmente indebito – al Monte Rosa, al Cervino, alle Tre Cime di Lavaredo, a qualche pista (non troppo difficile) con gli sci sulla neve, alle ultime rampe che portano in bicicletta al Passo Bernina partendo dal lago di St. Moritz: insomma alla creazione intera.
S. Anselmo d’Aosta esalta Maria santissima poeticamente, ma con profondità teologica che tocca il cuore: “O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura”. Pensa: ogni uomo, ogni donna, anche l’anziano rugoso di anni, anche lo schiavo del bere e della droga, pure la ragazza che non sa allontanarsi dalle macchinette, il bullo più ostile. Tutti. Ogni creatura torna come un virgulto sotto gli occhi di Maria e, aggiungo io un po’ arditamente, se il Padre (che è Misericordioso) dovesse avere qualche dubbio, grazie a Lei si affaccia dal balcone, corre per le scale e stritola nell’abbraccio del perdono anche il più incallito peccatore. Qui ci merita un bell’Alleluia di Handel a coro e trombe spiegate.
Mentre ascolto il sottofondo di Handel sono profondamente indeciso se rimanere voltato verso le montagne solenni davanti alla mia scrivania o girarmi verso… il comodino. Lì so che mi attende una parte di vita molto più scomoda e dolorosa. Per farmi capire devo prima introdurre una cosiddetta figura retorica: l’ossimoro. Questa parola strana ha un’etimologia, un origine ancora più stramba: in greco vuol dire «acuto sciocco». Così. È come se la mamma ti dicesse “affrettati lentamente”. Oppure, in modo molto più adatto alla serietà della parola, Salvatore Quasimodo, nelle Lettere alla madre, scriveva che “gli alberi si gonfiano di acqua, bruciano di neve”. Anche se sappiamo tutti che la neve non brucia, certamente il verso del poeta ha seminato qualcosa nel nostro cuore.
Perché l’ossimoro. Per il semplice motivo che in queste settimane, alla sera prima di addormentarmi, sto leggendo due ossimori: Crudele dolcissimo amore e Oscura luminosissima notte. In copertina al primo libro una foto dell’84 con una simpatica ragazza sorridente. Sovrasta il secondo libro un cielo che minaccia temporale e una piccola donna, di schiena, in carrozzella. Si parla di un amore: soprattutto quello di Dio per Chiara, ma anche di quello spassionato e a tratti giocondo della prima Chiara. Ma di un amore che è al tempo stesso crudele (non lascia tregue, incide con il bisturi fino ai nervi più scoperti e al cuore) e dolcissimo: Dio, per Chiara è “il Socio” a cui non può e soprattutto non vuole rinunciare. È l’Amore della sua vita. L’unico che permette di fare in modo che le ferite lancinanti divengano feritoie da cui intravedere una salvezza. Alla vostra lettura tutto il resto del diario del dialogo tra una Chiara malata in modo progressivo, degenerativo e incurabile… e Dio.
Qui incontriamo il primo Francesco: è il nostro amico Francesco di Sales. Lui parla dell’esperienza dell’anima innamorata di Dio. “Ed ecco la meraviglia: infatti Dio propone i misteri della fede alla nostra anima frammisti ad oscurità e tenebre, in modo che noi non vediamo le verità, ma soltanto le intravediamo; proprio come capita qualche volta allorché essendo la terra coperta di nebbia, non riusciamo a vedere il sole, ma vediamo soltanto un po’ più di chiarore nella sua direzione, di modo che, per così dire, lo vediamo senza vederlo, poiché, da un lato, non lo vediamo in modo tale da poter dire semplicemente che lo vediamo, e, d’altro lato, non lo vediamo così poco da poter dire che non lo vediamo affatto; è quello che chiamiamo intravedere.
Tuttavia, questa oscura chiarezza della fede, una volta entrata nel nostro spirito, non per forza di ragionamenti o per forza di argomentazioni, ma soltanto per la dolcezza della sua presenza, si fa credere e obbedire dall’intelletto con tanta autorità, che la certezza che essa ci dona della verità supera tutte le altre certezze del mondo e sottomette talmente tutto lo spirito e tutti i suoi discorsi che, a confronto, non godono più di alcun credito”.
Beccato! Anche qui c’è l’ossimoro…. “l’oscura chiarezza della fede”.
Noi pretenderemmo di sapere tutto, subito e distintamente, ma nella vita… soprattutto nell’amore non è così. Vediamo attraverso, intravediamo, scorgiamo, intuiamo… e ci viene richiesto uno slancio di testa+cuore+volontà che a volte ci scaglia verso altezze vertiginose (nel bene), altre volte verso dispiaceri che scarnificano l’anima e il corpo (e delle volte capita che anche qui stiamo procedendo verso il bene totale).
Mettiamoci allora in ascolto di Benedetto e Francesco nella Lumen Fidei (numeri 2 e 3). Loro parlano della fede e si chiedono: è solo una luce illusoria? ”Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.
In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione”.

Anche il tramonto di oggi non delude: rosso fuoco tra gli alberi spogli. Capolavoro di una giornata di grazia. Qui ci vuole il primo movimento (Affettuoso) del Concerto Brandeburghese numero 5 di Bach.
Augurandoci che anche la nostra vita, anche tra accordi dissonanti, risulti per Dio, per i fratelli e le sorelle… per noi stessi un’armonia stupenda.

don Paolo Mojoli, sdb

 

Publié dans:Maria Vergine |on 26 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

San Giovanni Battista

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http://www.polia.info/Ikona/Krikstytojas.htm

Publié dans:immagini sacre |on 23 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

Il Libro di Giona, con una Lectio di Benedetto XVI.

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2013/02/il-segno-del-figlio-delluomo.html

IL LIBRO DI GIONA

mercoledì 20 febbraio 2013

Di seguito ill Vangelo di oggi, 20 febbraio, mercoledi della I settimana di Quaresima, con un commento.
Su questo Vangelo vedi anche in questo blog il post dal titolo: « Il segno di Giona », pubblicato il 14 ottobre del 2012, con una Lectio di Benedetto XVI.

Il libro di Giona e la sua prosecuzione neotestamentaria
è la più decisa negazione del relativismo
e dell’indifferenza che si possa immaginare.
Anche per i cristiani di oggi vale
« Alzati… e annunzia quanto ti dirò ».
Anche oggi deve essere annunciato l’unico Dio.
Anche oggi è necessario agli uomini Cristo, il vero Giona.
Anche oggi deve esserci pentimento perché ci sia salvezza.
E come la strada di Giona fu per lui stesso una strada di penitenza,
e la sua credibilità veniva dal fatto
che egli era segnato dalla notte delle sofferenze,
così anche oggi noi cristiani
dobbiamo innanzitutto essere per primi
sulla strada della penitenza per essere credibili.
Joseph Ratzinger 24 gennaio 2003

Dal Vangelo secondo Luca 11, 29-32
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c’è qui. Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c’è qui».

Il commento
Giona, un predicatore. In ebraico il nome proprio Ionah vuol dire “colomba”. Giona semplice come una colomba, poche parole, taglienti come una spada. Il tempo è breve, tre giorni e tutto sarà distrutto. « Fu rivolta a Giona figlio di Amittai questa parola del Signore: Alzati, và a Ninive la grande città, e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me ». Amittai in ebraico è verità, quindi figlio di Amittai significa figlio della verità. « La verità, la realtà stessa, si sottrae all’uomo, egli appare sottoposto ad anestesia locale, capace di cogliere solo brandelli deformati del reale. » (J. Ratzinger, Fede e futuro). Gli abitanti di Ninive, la « città sanguinaria » (Nahum 3,1), sono l’immagine di quanti vivono anestetizzati, in una sorta di « impermeabilità della coscienza » (Dominum et vivificantem, 47): essi « non sanno distinguere la destra dalla sinistra » secondo le parole di Dio rivolte a Giona. La loro malizia è dunque la mancanza di « sensibilità e capacità di percezione » (Reconciliatio et Poenitentia,18) della verità: « Dicono fra loro sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati…. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro…. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. La pensano così, ma si sbagliano; la loro malizia li ha accecati » (Cfr. Sap. 2). Giona, il figlio della Verità, è inviato ai niniviti, i figli della malizia che è inganno e menzogna, a quanti « non conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure ». Giona, come un segno, l’unico. Secondo l’esegesi rabbinica il nome di Giona e di Ninive sono composti, in ebraico, con le stesse lettere (Giona si scrive IVNH, e Ninive NINVH), e si assomigliano. Scopriamo così che agli abitanti di Ninive immersi nella malizia, Dio invia un loro fratello, uno che ha le loro stesse radici. Con la discesa nel ventre del pesce e la sua salvezza miracolosa, il Signore ha preparato Giona per annunciare ai suoi fratelli la parola di Verità, facendogli condividere il loro stesso destino. Veniva a loro dallo stesso inferno, parlava con un’esperienza capace di giungere al loro cuore. Per questo è stato un segno, e la sua predicazione è risuonata nel cuore dei niniviti come un’eco di verità a cui aggrapparsi per salvarsi.
Ninive, la nostra vita oggi. Gesù, il nostro Giona oggi: « Tre giorni e Ninive sarà distrutta ». Il terzo giorno era noto alla tradizione ebraica antica; nella Scrittura è quello nel quale si risolve una situazione critica, disperata, mentre appare spesso come il giorno del dono della vita: « Mai il Santo, benedetto egli sia, lascia i giusti nell’angoscia per più di tre giorni » (Gen. R. 91,7 su Gen. 42,18). Esattamente come ha sperimentato Giona salvato dalle fauci della balena proprio al terzo giorno. Allo stesso modo il Kerygma – l’annuncio – più antico proclama che Gesù « è risuscitato il terzo giorno secondo le scritture » (1 Cor. 15,4). Non a caso il Vangelo di oggi termina con la conversione degli abitanti di Ninive alla predicazione di Giona, dove predicazione traduce proprio l’originale greco Kerygma. Per Rabbì Levi il terzo giorno ha una virtù particolare, è benedetto a causa del dono della Torah sul Sinai (cfr. Es. 19,16). A Ninive, come nella nostra vita, si rinnova il dono della Torah, la Parola incarnata nella misericordia apparsa in Cristo. Egli, come Giona lo fu per quelli di Ninive, è fratello di ciascuno di noi, ha condiviso il destino di morte che l’uomo si è attirato peccando. Tre giorni, il riposo del Signore nel sepolcro dell’umanità, della nostra vita, il tempo favorevole per lasciarci raggiungere dal Suo amore e farci trascinare con Lui nel passaggio dalla morte alla vita. Solo Lui può annunciarci il Kerygma autentico, quello che attende e desidera il nostro cuore ormai da tre giorni, la Parola di Verità che il nostro cuore può comprendere e accogliere. E’ Lui l’unico segno offerto ad una generazione malvagia, l’unico che può salvarla. Lui attraverso la sua Chiesa, madre e maestra dell’umanità. Indossiamo allora il sacco e ricopriamoci di cenere, i segni della debolezza e della caducità bisognosa che tutti ci accomuna, della realtà che ci definisce quali peccatori, sine glossa e senza giustificazioni; disponiamoci al digiuno e alla preghiera, i segni della Grazia che prende vita nelle nostre esistenze, che si fa fiduciosa risposta all’amore di Dio. Inginocchiamoci in questa quaresima, in attesa della mano del Signore tesa a salvarci, della sua Parola di vita. Un Segno per convertirci.

II DOMENICA DEL T.O. – OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/8-Ordinario/3a-Domenica-B/04-03a-Domenica-B-2015-GM.htm

25 GENNAIO 2015 | 3A DOMENICA – T. ORDINARIO B | OMELIA

IL TEMPO E’ COMPIUTO
In effetti si può correre un serio rischio quando da protagonisti ci si sofferma a riflettere sul proprio tempo, sul momento storico che si sta vivendo. Ci può dominare, specie se abbiamo già percorso una buona parte del cammino, la nostalgia per il passato, evidenziando le ombre e il disagio esistenziale del presente. Oppure l’oggi, con i suoi tratti caratteristici, chiude il nostro orizzonte, impedendoci di accorgerci dei limiti e delle ombre che ci circondano. La Parola oggi ci guida a vivere con equilibrio il senso più pieno del tempo che ci è dato.

1. Un tempo per cambiare
Giona e gli abitanti di Ninive possono essere considerati una icona del nostro tempo come lo furono per Israele nel lontano passato. Il profeta scontento rivela nei suoi atteggiamenti una certa schizofrenia, un accavallarsi incomprensibile di azioni contraddittorie. Per molti aspetti potrebbe sentirsi a suo agio nella convulsione della società attuale. Viene letteralmente « costretto » da Dio a recarsi a Ninive per predicare agli abitanti la conversione. Predica sì, ma non è convinto, lo fa suo malgrado. Nonostante ciò, a dispetto della normale logica, i Niniviti credono al profeta, vengono toccati sul vivo e decidono di convertirsi, di cambiare stile di vita. Dietro a questa strane « cose » si percepisce la regia di Dio, il suo misterioso e a volte indecifrabile disegno.
Oggi, come in ogni epoca, abbiamo bisogno di voci che ci scuotano, che ci aiutino a guardare alla nostra realtà con occhi veri, a non rifugiarci nei luoghi comuni e a non difenderci con vani meccanismi di difesa. Ci viene più facile nasconderci dietro le nostre ombre, i nostri equivoci,i i nostri compromessi. Quando meno te lo aspetti ti giunge una voce inattesa, magari di una persona scomoda, che ti provoca, che ti mette a nudo. La prima reazione è difenderti, contrattaccare, cercare alleati che ti diano servilmente ragione. La stessa situazione dei Ninitivi a cui, lo possiamo immaginare, Giona con i suoi modi di fare, non risultava simpatico. Eppure ti viene offerta una occasione per cambiare, per andare a fondo, scandagliare gli anfratti più nascosti della tua vita. Non lasciarti sconfiggere dall’abitudine, dalla zavorra che ti trattiene. Cogli questa opportunità che Dio, attraverso la vita, le contingenze più fortuite, ti offre per svoltare, per fare una « inversione ad U ». Convertirsi significa proprio questo: ritrovare la direzione giusta, alleggerirsi, diventare semplici, unificare tante esperienze che ci confondono. Convertirsi vuol dire fidarsi di Dio che impenitentemente ci vuole felici.

2. Il tempo si è fatto breve
Per un conoscente deceduto di recente l’esperienza del tumore, con cui ha lottato energicamente per due anni, faceva parte dell’imprevedibile fantasia della vita. Aveva programmato di dedicarsi a ciò che più gli stava a cuore, ma ha dovuto operare una « riconversione ». Nello scrivere da Efeso la sua prima lettera ai Corinti Paolo riflette su di un fatto di esperienza: la provvisorietà e la fugacità di ogni azione ed atteggiamento umano. L’espressione « il tempo si è fatto breve » indica un’aspettativa, un’attesa di qualcosa che deve capitare che necessariamente cambia i nostri schemi, le nostre priorità, le nostre urgenze. Il saggio autore del Qoelet relativizza tutte le esperienze umane paragonandole ad un soffio, ad un vento che sconquassa, che scompiglia e poi passa. Oggi ti pare di possedere il mondo, ti senti sicuro di te stesso, senti il vento in poppa, domani dovrai affrontare un improvviso problema di salute, tuo figlio ti darà una grande umiliazione, ti sentirai demoralizzato, demotivato. Davvero gli spazi del tempo sono ristretti, angusti e per poter respirare abbiamo bisogno di guardare al tempo di Dio, fare leva su ciò che non è effimero, sulle « cose » che restano, che ci tengono in piedi anche quando siamo fiaccati. Il mio tempo è breve, effimero, ma lo attualizzo nel tempo di Dio.

3. Il Regno di Dio è vicino
Fin dall’inizio della sua missione Gesù si rivela un predicatore essenziale e diretto. Il suo programma è tutto riassunto da Marco in questo inciso: « Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo ». La parola « regno » è una parola magica, fondamentale, è, per usare l’espressione di un commentatore, « la cellula melodica del Vangelo ». Nella realtà del Regno si fondono il tempo di Dio e il tempo dell’uomo, il nostro tempo. La vicinanza del regno è eloquente per la nostra dimensione terrestre, per il nostro essere indaffarati, preoccupati, immersi in una esistenza che ci fa gioire e soffrire, per la nostra ricerca, per le nostre frustrazioni e i nostri entusiasmi. Il regno di Dio è qui in mezzo a noi, è la nostra realtà, a cui nulla di autenticamente umano è estraneo, ma è soprattutto la realtà di Dio, una grande mano tesa che ci solleva, che ci salva. Nel regno di Dio si fondono, si riconciliano il nostro percorso terrestre, la nostra concreta esistenza terrena in tutti i suoi aspetti, nessuno dei quali è profano e il Paradiso, la patria, la beatitudine nella contemplazione. Il Regno dal nostro punto di vista e dal punto di vista di Dio è il Vangelo, la buona notizia che Gesù ci ha portato.
« Il segreto del tuo futuro è nascosto nella routine del tuo presente ». (Mike Murdock)

D. Gianni Mazzali SDB

Gesù lavoratore con Maria e Giuseppe

Gesù lavoratore con Maria e Giuseppe dans immagini sacre

https://russianicons.wordpress.com/2014/01/15/workers-of-the-world-adjust-the-physical-labor-of-the-holy-family-icon/

Publié dans:immagini sacre |on 22 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

I MESTIERI NEL VANGELO. IL LAVORO COME SPAZIO UTOPICO?

http://www.fabbricafilosofica.it/MA/07/04.html

I MESTIERI NEL VANGELO. IL LAVORO COME SPAZIO UTOPICO?

di Annalisa Margarino

Questo testo intende offrire in un tempo in cui lavoro e realizzazione personale non sembrano andare di pari passo, in cui lo stipendio non corrisponde alla fatica impiegata e in cui viene a mancare spesso la passione, una breve riflessione sul lavoro come spazio utopico di realizzazione del soggetto attraverso la lettura di una parabola evangelica.
Parole chiave: ordinario e straordinario, ricompensa, gratuità, identità, realizzazione personale, utopia.
Giuseppe falegname, Pietro e Andrea pescatori, Matteo esattore delle tasse, governatori e re e tanti altri uomini al lavoro. Quanti mestieri nei Vangeli? E quante immagini del lavoro nei Vangeli? Tanti uomini e donne vengono incontrati proprio nello svolgere il loro lavoro ordinario, le attività che permettono loro di vivere e di procurarsi il necessario per vivere. Sono tanti mestieri nel Vangelo, come nell’Antico Testamento, al punto da dare ad Erri De Luca e Gennaro Matino l’ispirazione per un loro libro(E. De Luca – G. Matino, Mestieri all’aria aperta, Feltrinelli 2004), dove entrambi, secondo prospettive diverse, sottolineano proprio questo aspetto degli incontri di Dio nell’ordinario, nella vita quotidiana dell’uomo.
Gesù stesso cresce nell’ordinario, tanto che di lui è scritto: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 3,52): un modo semplice per dire la crescita di Gesù come tutti gli altri bambini. Forse non è semplicemente scenografica nei tanti film su Gesù la rappresentazione della sua infanzia accanto al padre, mentre lo assiste nelle sue attività di falegname!
Il primo esempio lampante di uomini dediti al lavoro che Gesù incontra si ha con la chiamata di Gesù rivolta a Pietro ed Andrea sintetizzato nella breve, ma incisiva frase: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Mt 5,19). Non è un invito casuale. In fondo, bastava un “Seguitemi!”, una chiamata diversa o l’uso di altre parole convincenti ed accattivanti. Perché Gesù invita proprio i due pescatori con queste parole? L’essere pescatori è la loro identità, il loro mestiere, il loro modo di riconoscersi a livello sociale, comunitario. Gesù non può che chiamare i suoi a partire dal loro riconoscimento sociale, dal loro stare in mezzo alla comunità. Sembra dire loro: non dovrete più pescare nel mare, di notte, nella fatica. La vostra pesca d’ora in poi, sarà altra, dovrete pescare uomini, sulla terra, con me, nelle loro situazioni di vita di tutti i giorni.
Solo attraverso l’immagine del loro mestiere Pietro ed Andrea avrebbero potuto comprendere qualcosa della chiamata che si presentava loro: entrambi conoscevano perfettamente l’arte attenta del pescatore che deve saper vegliare, vigilare attento, non stancarsi e non disperare quando la notte sembra infruttuosa. Andrea e Pietro, a partire dalla metafora del loro lavoro, comprenderanno l’invito di Gesù ed abbandonando tutto lo seguiranno.
I mestieri, però, compaiono diverse volte nel Vangelo, spesso nelle parabole, come veicolo di un messaggio per rendere accessibile un linguaggio che rimanda altrove. In particolare, frequentemente, Gesù per annunciare il Regno di Dio parla attraverso le metafore dei mestieri.
Dio buon pastore. Non c’è immagine più incisiva di questa per capire la pazienza, la costanza e la dedizione di Dio nei confronti degli uomini. Il pastore, ed una cultura che si centra sulla pastorizia lo sa, non abbandona le sue pecore, non le trascura, perché a lui è affidata la cura di queste. Sa che le pecore sono le sue uniche ricchezze. Il popolo ebraico era abile a distinguere il buono dal cattivo pastore e conosceva perfettamente l’iconografia propria del pastore, come recitava già il Salmo 23, in cui già Dio è celebrato come buon pastore: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23,4).
Così anche il lavoro del seminatore e del vignaiolo sono un’immagine chiara, piena di evocazioni significative per un popolo che vive di agricoltura e che conosce la costanza, l’attenzione senza distrazioni e con molta precisione verso i dettagli che è richiesta a chi sta a contatto con la terra ed i suoi prodotti. Tutti sanno che solo il seme caduto sulla terra buona produce ricchezza e che l’albero che non porta frutto deve essere potato. Gesù, spesso, anche per stravolgere la normalità (ad esempio, il caso del fico che non viene potato perché gli sia dato altro tempo per produrre i suoi frutti) si serve di queste immagini che vengono dal mondo dell’agricoltura.
Gesù parla attraverso i mestieri e si fa capire, sa che coloro che ascoltano in questo modo possono comprendere.
Ma tra le tante parabole del Vangelo che fanno riferimento al lavoro quotidiano, ad un tratto, l’ordinario viene interrotto, pone domande, lascia spazi aperti con questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna…” (Mt 20, 1-16). È la parabola degli operai mandati nella vigna: ad ogni ora il padrone passa per la piazza, dove trova operai disoccupati e chiama: “Perché ve ne state tutto il giorno oziosi? […] Andate anche voi nella mia vigna.” Li invita a lavorare nella sua vigna perché li vede senza lavoro. Li trova senza occupazione che li realizzi e dia loro un’identità, l’occasione di riconoscersi a livello sociale, di impegnarsi e non può lasciarli lì fermi, come li trova. Così, ad ogni ora della giornata, anche quando è quasi sera, chiama e raccoglie nuovi operai. È un padrone buono, pieno di lavoro da offrire e lascia spazio a ciascuno secondo le sue capacità, allo stesso modo del padrone della famosa parabola dei talenti (Mt 25, 14-30). Il padrone sa che la divisione del lavoro nella sua vigna e il contributo di tanti non può che portare ricchezza al terreno, alle sue proprietà e, naturalmente, a ciascuno dei suoi operai.
Ma quale ricchezza? Alla fine, in questo brano già fuori dall’ordinario, soprattutto in questo tempo di precarietà e di lunghe attese “in piazza” per un lavoro qualsiasi, non sempre qualificante e realizzante, c’è un ulteriore colpo di scena: il padrone non differenzia il salario secondo le ore di lavoro, ma dà a ciascuno secondo quanto aveva concordato. Così si giustifica di fronte agli operai che lamentano il torto: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te” (Mt 20, 13-14). In realtà, senza voler semplificare, in questa parabola Gesù sta parlando del Regno di Dio rappresentato come una grande vigna in cui c’è ugualmente spazio per tutti e in cui la ricompensa, nell’amore, non si può calcolare come se fosse denaro. Ma, volendosi soffermare semplicemente sulla risposta del padrone all’operaio che lamenta l’ingiustizia apparente, sembra che il senso voglia essere questo, cercando di parafrasare: non è forse bene che ognuno trovi la sua realizzazione nel suo lavoro? Non è bene che ciascuno venga riconosciuto per la sua fatica e per il suo impegno, senza essere penalizzato se la vita l’ha portato ad attendere più a lungo prima di essere visto, chiamato e incaricato a lavorare nella vigna?
In questo passo del Vangelo non mancano parole piene di utopia, come in un sogno, ma, in un tempo di precarietà e di impossibilità a trovare sempre e facilmente un lavoro fanno sperare che, prima o poi, “stando nella piazza”, ognuno trovi il suo piccolo e prezioso spazio di realizzazione, responsabilizzazione e ricchezza, non solo e semplicemente economica.
Così in un sito dedicato all’esegesi e alle letture bibliche (www. Qumran2.net) Bruno Maggioni, biblista e docente di introduzione alla teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore conclude il suo commento di questo passo evengelico: “Il Dio del Vangelo non è senza la giustizia, ma non si lascia imprigionare nello spazio ristretto della proporzionalità. All’uomo la proporzionalità sembra essere una legge intoccabile, ma questo non vale per Dio. Se vuoi sporgerti sul mistero di Dio, liberati nelle tue relazioni dallo schema della rigida proporzionalità”.
Il padrone della vigna non ricompensa secondo la legge della proporzionalità, si potrebbe affermare, ma secondo quella della gratificazione, della ricompensa che si realizza già nel lavoro stesso, perché riempimento di un vuoto.
Questo brano diventa, così, anche invito utopico e provocatorio a non limitarsi a computare il lavoro svolto da sé e dall’altro, si potrebbe dire, a non “tirare a campare”, ma a valorizzare le risorse che ciascuno di noi può impiegare negli spazi in cui è incaricato a collaborare ed ad abitare la vita senza calcoli, ma nella ricerca della realizzazione piena a livello umano, sociale e lavorativo.

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