Archive pour le 30 janvier, 2015

Marco 1, 21-28: Gesù libera un indemoniato (catedral de Guaxupé)

Marco 1, 21-28: Gesù libera un indemoniato (catedral de Guaxupé) dans immagini sacre Mc-121b-28

http://catedraldeguaxupe.com.br/palavra-do-padre/20150113-2/

Publié dans:immagini sacre |on 30 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

1 CORINZI 7,32-35 -COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Corinzi%207,32-35

1 CORINZI 7,32-35

Fratelli, 32 Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; 33 chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, 34 e si trova diviso!
Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
35 Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.

COMMENTO
1 Corinzi 7,32-35
Il celibato cristiano
Nel c. 7 Paolo risponde a uno dei quesiti che i corinzi gli avevano posto per iscritto, quello cioè riguardante la vita sessuale nel matrimonio e nel celibato. L’esposizione si apre con alcune direttive pratiche riguardanti anzitutto i coniugi, i non sposati e le vedove (vv. 1-16); egli passa poi a delineare il principio generale a cui si ispira, quello cioè secondo cui ciascuno deve restare nella condizione di vita in cui si trovava al momento della conversione (vv. 17-24). Infine ritorna alle situazioni specifiche, soffermandosi soprattutto sul tema del celibato (vv. 25-40). In questa parte del capitolo egli, dopo aver raccomandato il celibato, accenna all’imminente fine del mondo e a ciò che essa implica per il credente; poi torna alla situazione in cui vengono rispettivamente a trovarsi, in questo contesto, i celibi, confrontandola con quella degli sposati. Egli si introduce con un principio generale (v. 32a) che esplicita poi in riferimento a uomini e donne sposati e non sposati (vv. 32b-34) e termina con una frase conclusiva (v. 35).
Egli esordisce con le parole: «Io vorrei che foste senza preoccupazioni (amerimnoi)» (v. 32a). Il termine amerimnoi deriva da merimnaô, che significa, in senso negativo, essere ansiosi, aver paura di perdere o di non conseguire qualcosa che sta a cuore (cfr. Mt 6,25-34), ma può significare anche in senso positivo «prendersi cura di»: ambedue sono presenti nel verbo italiano «preoccuparsi di». A prima vista sembrerebbe che egli voglia sollevare i suoi interlocutori da qualsiasi preoccupazione. Dal seguito del discorso appare invece che egli vuole evitare solo un certo tipo di preoccupazioni che, cozzando con altre, portano a una divisione.
Paolo passa poi a mettere in luce il tipo di preoccupazioni a cui si riferisce; egli si esprime con due frasi parallele, in cui considera rispettivamente la situazione dell’uomo e quella della donna. Chi non è sposato si preoccupa (merimnâi) delle cose del Signore, come possa piacere al Signore mentre chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e perciò è diviso (memeristai) (vv. 32b-33a). Parallelamente la donna non sposata, così come la vergine (parthenos), si preoccupa delle cose del Signore per essere santa nel corpo e nello spirito, mentre la donna sposata si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito (v. 34b); è sottinteso che anche costei si trova divisa. In questo contesto il Signore (Kyrios) è Gesù (cfr. il precedente v. 25).
Si suppone che la preoccupazione per le cose del Signore sia comune alle persone sposate così come a quelle celibi: si tratta infatti di cristiani che hanno fatto una scelta fondamentale per il Signore e sono preoccupati di «piacere» (o «far piacere») a Lui in ogni cosa. Chi non è sposato può dedicarsi totalmente a questa preoccupazione. Per quanto riguarda la donna non sposata l’apostolo aggiunge che la rinunzia al matrimonio le conferisce una «santità», cioè un’intima comunione con Dio, che coinvolge tutta la sua persona (corpo e spirito). Chi è sposato invece deve preoccuparsi anche di «piacere» (o far piacere) al proprio coniuge. E questo, secondo l’apostolo, crea una divisione, cioè una lacerazione interiore. È chiaro che il celibato viene qui raccomandato in vista di un rapporto personale più intimo e profondo con il Signore. Non si tratta dunque esattamente del celibato «per il regno dei cieli» di cui parla Gesù nel vangelo (cfr. Mt 19,12), ma è chiaro che l’adesione a Cristo implica la disposizione a ricevere il regno e quindi a mettersi in sintonia con esso.
A conclusione di questa riflessione l’apostolo soggiunge che, se ha consigliato ai corinzi questa scelta, lo ha fatto per il loro bene, non per gettare loro un «laccio» (brochon), ma per indirizzarli a «ciò che è degno» (euschêmon) e a ciò che li tiene «assiduamente uniti» (euparedron) al Signore «senza distrazioni» (aperispastôs) (v. 35). Il celibato è lo stato di vita più raccomandabile, in quanto rappresenta un mezzo per realizzare un’unione più profonda con Cristo, senza quelle divisioni che la vita coniugale comporta. Ma resta la possibilità che esso diventi un laccio, cioè un ostacolo che può arrecare gravi danni alla persona proprio nel suo cammino di fede: è sottinteso che uno, per scegliere questo tipo di vita, deve averne il dono corrispondente (cfr. v. 7). Ma al di là di tutto, ciò che interessa a Paolo è l’unione personale e profonda dei credenti con Dio. L’espressione «senza distrazioni», che richiama una terminologia familiare al filosofo Epitetto, denota un certo influsso filosofico sulle valutazioni dell’apostolo, anche se il contesto religioso e culturale è diverso. Non è chiaro se questa unione piena con Cristo è possibile anche per le persone sposate, ma da quanto precede sembrerebbe di no: essa si attua soltanto nel celibato, il quale appare così come una via migliore per raggiungere una vita spirituale più alta.

Linee interpretative
Paolo riconosce l’importanza del matrimonio con tutto ciò che esso comporta, ma non nasconde la sua preferenza per il celibato. Egli esprime il suo punto di vista sullo sfondo di un mondo la cui fine è stata ormai decretata, nel quale il credente può vivere correttamente solo relativizzando tutte le realtà terrene, di cui pure deve fare uso. In questa prospettiva il celibato appare come una libera scelta, che uno fa per esprimere in un modo più radicale il suo distacco da un mondo destinato a finire e la sua ricerca di una dedizione totale a Cristo. Appunto nell’imminenza della fine il celibato permette al credente di superare meglio la tribolazione finale, togliendogli quelle preoccupazioni che invece lo stato matrimoniale comporta.
L’apostolo non pensa certo che il celibato possa eliminare del tutto le preoccupazioni legate alla vita in questo mondo, ma è convinto che possa attenuarle, affinché il credente sia unicamente preoccupato per le cose del Signore. In altre parole vorrebbe che il cuore del credente non fosse diviso tra due preoccupazioni che tendono ad escludersi l’una con l’altra, ma che fosse totalmente proiettato verso Cristo e verso i valori del mondo futuro. Secondo lui chi ha rinunziato al matrimonio ha trovato la sua unità profonda nell’appartenere totalmente a Cristo. Chi invece è sposato deve tendere anche lui alle realtà ultime del regno, ma servendosi di un mezzo, il proprio coniuge, che facilmente, per la debolezza umana, tende a separarlo da Cristo e a porsi come fine autonomo della sua vita. Per questo il matrimonio è da lui considerato come meno idoneo del celibato alla situazione escatologica del credente. Pur essendo in se stesso buono e compatibile con la vita cristiana, esso fa parte di quelle realtà di cui bisogna usufruire «come se» non si possedessero, creando così una tensione interiore che egli vorrebbe risparmiare ai suoi destinatari.
È chiaro quindi che la proposta del celibato non si basa su una svalutazione del matrimonio o della sessualità, ma sull’attesa della venuta ormai imminente degli ultimi tempi e del regno di Dio. Paolo non può ignorare che anche il matrimonio cristiano ha senso solo se è vissuto in vista del regno di Dio (cfr. Ef 5,21-33). Sembra inoltre che egli proponga il celibato ponendone in luce soprattutto i vantaggi, mentre a proposito del matrimonio sottolinea specialmente i limiti. Infine egli rischia di fare del coniuge un potenziale concorrente di Dio nel cuore del credente. Se è vero che l’impegno per il coniuge e per la famiglia può ostacolare la piena dedizione a Dio e ai fratelli, non bisogna ignorare che anche il celibato comporta il rischio di uno spiritualismo che non fa i conti con le esigenze reali delle persone. Il matrimonio infatti impone un continuo e diretto confronto con l’altro (il coniuge, i figli e la società), al quale il celibe può facilmente sfuggire.
La scelta celibataria mantiene tutto il suo valore anche per chi non pensa più ad una prossima fine del mondo, ma è convinto della sua transitorietà e caducità. Tuttavia la preferenza che Paolo esprime per il celibato rappresenta un aspetto marginale del suo messaggio, influenzato dalle attese di una fine imminente tipiche dei primi decenni del cristianesimo. Più che la priorità di uno stato di vita sull’altro è invece utile sottolineare l’esigenza di una loro interazione all’interno della comunità.

OMELIA IV SETTIMANA DEL T.O. B : LA RELAZIONE CON DIO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/24511.html

OMELIA (29-01-2012)

DON MAURIZIO PRANDI

LA RELAZIONE CON DIO

La prima lettura di questa domenica, pur nel segno della continuità con le domeniche passate, (nelle quali il tema della Vocazione raccoglieva il senso di tutto l’ascolto) introduce un nuovo spunto di riflessione che la seconda lettura e il vangelo anche sviluppano: ciò che davvero conta nella nostra vita di credenti è la relazione con Dio. Il compito del profeta, (prima lettura), è annunciare non una propria parola, ma la parola di Dio e questo è possibile solamente nell’ambito di una relazione. L’invito della seconda lettura è a preoccuparsi delle cose del Signore, sia nel matrimonio sia nella scelta della verginità. Il vangelo ci dice che è sempre possibile « raccontarsela », ovvero avere una vita divisa tra il desiderio di incontrare Dio e il chiudersi nelle proprie cose, nel non voler cambiare mai.

Il contesto della prima lettura non è poi così distante dalla realtà di oggi: quello che abbiamo ascoltato è il cuore di passaggio più ampio dedicato alla contrapposizione tra gli indovini che le persone (stranieri) consultano e i profeti, inviati invece da Dio (al popolo d’Israele). Dio chiede di scegliere, non c’è alternativa tra lui e gli indovini, non c’è nemmeno possibilità di convivenza: soltanto la Parola di Dio accompagna, non divide, illumina il cammino. Quante sono le voci che risuonano oggi, a quante voci diamo credito o danno credito le persone più semplici, sprovvedute; il cristiano, in forza del battesimo ricevuto, è anche profeta, persona che ascolta la voce di Dio e fattosi compagno di strada dei suoi fratelli li aiuta a scrollarsi di dosso e a far cadere tutto quello che da Dio non viene ma è solo superstizione. Dio ci aiuta in questo scrivendo, insieme all’uomo, la storia della salvezza. Credo sia molto importante, in questo senso, il versetto 16 e 17 della prima lettura (Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: « Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia. Il Signore mi rispose: « ) che si riferiscono ad un episodio in cui il popolo si era molto spaventato e benché udisse la voce dall’involucro del fuoco, ebbe paura di morire. Al Signore è piaciuto quello che il popolo ha chiesto. Mi pare molto bello tutto questo: Dio non vuole comunicare con noi attraverso segni della natura, che incutano spavento, ma mediante uomini suscitati di mezzo ai loro fratelli. Attraverso loro il Signore li vuole abituare alla sua presenza in modo che ascoltandolo nella voce umana dei profeti, lo accolgano nella sua stessa voce di Dio divenuto uomo. La storia della salvezza è davvero la storia di Dio con l’uomo!

Per quello che riguarda la seconda lettura, non credo che Paolo voglia dire che ci sono vocazioni più importanti di altre, perché sarebbe in contraddizione con quanto è scritto nel libro della Genesi (lasceranno il padre e la madre e saranno una sola carne). Credo sia necessario soffermarsi sul desiderio di Paolo: voglio che siate senza preoccupazioni, ovvero la necessità di non pre-occupare, cioè occupare prima la mente e il cuore, e su quel come possa piacere che in greco non significa un generico gradimento all’altro, ma implica una totale donazione di sé all’amato. In questo senso allora credo che qua ci sia un richiamo, per tutti, consacrati e sposati, alla responsabilità di questa donazione totale di sé e se alla condizione verginale l’apostolo assegna un ruolo di testimonianza altissimo, vuol dire che altissima diventa anche la responsabilità.

Faccio alcune sottolineature per quello che riguarda il brano di vangelo (ispirato in parte da una omelia di mons. Paglia dell’anno 2006).
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù, insegnava. Marco scrive che Gesù entrato in città « subito » si reca nella sinagoga a predicare. Peccato che la traduzione proposta dal nuovo lezionario perde per strada questo « subito ». Potremmo dire che si mette immediatamente all’opera, senza esitazioni e con il preciso intento di insegnare alla città la sapienza di Dio. Del resto, per questo era venuto. Il Vangelo è lievito di una vita nuova per tutti, non è riservato solo ad alcuni e neppure deve restare ai margini della vita. Le città degli uomini ne hanno bisogno. Qui credo importante sottolineare che il verbo è all’imperfetto: « insegnava » ci dice che è un’operazione mai conclusa, che Gesù instancabilmente insegnava e ancora continua a farlo.
Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Cafarnao era piena di scribi, di dottori, di teologi, ma nessuno parlava con quella autorità con cui parlava Gesù, ossia con parole che suonavano decisive per la vita delle persone, e che richiedevano scelte impegnative. Non si poteva restare indifferenti al suo insegnamento: gli ascoltatori era come costretti ad una scelta. I numerosi scribi, che pure non mancavano di parole, ma alla fine non lasciavano nessun segno, non entravano nel cuore, non illuminavano nessun cammino: perché? Perché il loro sapere era soltanto un sapere libresco. L’autorità (meglio sarebbe tradurre con autorevolezza) non è frutto di un corso di studi, ma di una vita che fa scelte ben precise e quelle fatte da Gesù fino ad ora nel vangelo di Marco evidentemente persuadono la gente.
Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». Mi piace qui soffermarmi su questo termine: spirito immondo. Era un uomo malato, un uomo diviso, un uomo forse più vicino a me di quanto io sia disposto ad immaginare, perché conosce Gesù e allo stesso tempo lo tiene a distanza, si domanda cosa c’entri la vita di Gesù con la sua, non vuole avere niente a che fare con lui. Credo davvero che ci sono momenti nella vita nei quali non abbiamo niente a che fare con lui. Momenti nei quali siamo distanti da lui e dal vangelo. Questo accade, scrive mons. Paglia, ogni volta che si impedisce al Vangelo di cambiare il cuore o comunque di dire parole autorevoli sui comportamenti. La divisione emerge quando Gesù parla: ha questo potere la Parola di Dio, quella degli scribi non aveva questa forza.
E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Il versetto ci dice qualcosa circa la dolorosa fatica del cambiamento. Non è a buon prezzo, provoca dolore e sofferenza. Forse è per questo che sono così chiuso alla Parola di Dio e faccio tanta resistenza, perché non è una Parola facile, tranquilla, superficiale; al contrario penetra ed inizia un processo di verità che, ripeto, è doloroso. Chiediamo questo dono allora, per noi e per le nostre comunità: il dono di un cuore indiviso che si specchi nel cuore del Signore Gesù e sia seme di unione in ogni comunità parrocchiale.

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31