Archive pour le 26 janvier, 2015

The Beasts and the Blessed Ones

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Publié dans:immagini sacre |on 26 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

IL DIO VIOLENTO NELLE SCRITTURE EBRAICHE DI GIUSEPPE BARBAGLIO

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IL DIO VIOLENTO NELLE SCRITTURE EBRAICHE DI GIUSEPPE BARBAGLIO

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 19 novembre 1994
il problema teologico delle immagini di Dio

Il problema della violenza investe il problema teologico delle immagini di Dio. Per violenza intendiamo qualsiasi azione contro la vita, dal renderla amara al toglierla del tutto.
Occorre distinguere anzitutto tra una violenza ingiusta espressione della malvagità umana e una violenza « giusta », perché operata per una giusta causa o per conseguire nobili fini (es. l’uccidere per legittima difesa). Ciò che fa problema non è la violenza ingiusta, ma quella « giusta », quella ad es. degli oppressi contro gli oppressori al fine di giungere ad una liberazione.
La violenza inoltre può essere direttamente ascrivibile all’uomo, come singolo o come collettività, oppure può essere comandata o compiuta da Dio stesso. Fa problema soprattutto quella violenza che la bibbia attribuisce direttamente a Dio.
Tra violenza dell’uomo però e quella di Dio non c’è una netta demarcazione: un uomo violento può avere solo un’immagine di Dio violento. L’uomo, nelle sue concezioni religiose, proietta ciò che è o ciò che sperimenta di essere. A sua volta l’immagine del Dio violento contribuisce a confermare e a legittimare la violenza umana. I rapporti sono di reciprocità.
L’uomo tende a proiettare in Dio non solo gli aspetti positivi, ma anche quelli aggressivi, violenti. E questa violenza proiettata in Dio entra nell’arte, nella cultura, diventa patrimonio culturale di tutti.
Il problema della violenza ha anche le proprie radici in immagini del Dio violento.
la rimozione della violenza delle Scritture ebraiche: il Dio bifronte
Chi legge la bibbia ebraica rimane impressionato dagli episodi di violenza. È bene, per rispetto verso gli ebrei, parlare di bibbia ebraica piuttosto che di Antico Testamento: la bibbia ebraica deve essere presa nella sua autonomia, senza utilizzare chiavi di lettura tratte dal Nuovo Testamento, chiavi di lettura legittime ma confessionali.
Schwager ha elaborato una statistica impressionante: più di 600 passi parlano espressamente di attacchi con annientamento e uccisioni di gruppi o di popoli; in circa 1000 passi si parla del fatto che l’ira di Dio divampa e punisce con morte e rovina. Più di 100 passi testimoniano che Jahvé ordina espressamente di uccidere uomini. Per N. Lofhink « la storia della esegesi della bibbia è una storia di rimozione della violenza ».
Solo la lettura delle opere di René Girard mi ha fatto aprire gli occhi sul macroscopico problema della violenza, sulla funzione della violenza sacrificale (religiosa) come valvola di sfogo della violenza della società e quindi come fonte di ricompattamento sociale.
Questa commistione tra violenza e sacro è presente anche nella bibbia. Per Girard, forse con una lettura un po’ parziale, la bibbia è l’unico testo nel quale si ode la voce degli oppressi che denuncia il meccanismo della violenza nei confronti del capro espiatorio. Nella bibbia invece c’è anche una violenza che viene deificata, che diventa uno strumento utile e necessario per ottenere pace e salvezza. La violenza messa in Dio significa che Dio stesso dipende dalla violenza. Non si vuole vedere il carattere mostruoso della violenza, della nostra violenza proiettata in Dio.
Rudolph Otto nell’opera « Das Heilige » (Il sacro), mostra come il divino, il sacro presente nella tradizione ebraica, cristiana e musulmana, è un Giano bifronte: un mysterium fascinans, affascinante, fonte di vita di bontà, di grazia, e un mysterium tremendum che aggredisce e che porta alla morte. Nella bibbia è il Dio che dà la vita e dà la morte, innalza e abbassa, crea e distrugge.
Quando diciamo che Dio è buono ma anche giusto, vogliamo dire che è anche violento per conseguire la giustizia.
Mentre nelle religioni monoteistiche l’uomo proietta nell’unico Dio gli aspetti tremendi e fascinosi che sono propri dell’uomo stesso, nelle religioni dualistiche l’uomo proietta nel principio del bene gli aspetti positivi e nel principio del male quelli negativi. Ora nella bibbia è presente solo questa immagine di un Dio bifronte, fascinoso e tremendo, fonte di vita e di morte o c’è anche un’altra immagine, minoritaria ma significativa, che, come un fiume carsico, ogni tanto esce allo scoperto?
tre soluzioni al problema del Dio bifronte

Marcione: netta contrapposizione tra bibbia ebraica e bibbia cristiana
Marcione, armatore del II sec. convertitosi alla fede cristiana e folgorato dalla lettura di Paolo, accoglie delle Scritture solo quelle parti che parlano di un Dio che è puro amore, escludendo l’intera bibbia ebraica, e parte del Nuovo Testamento (accoglie solo il vangelo di Luca e Paolo). Marcione risolve il problema delle contrastanti immagini di Dio eliminando una parte consistente della bibbia. Ha sicuramente avuto il merito di non aver rimosso il problema, anche se la soluzione adottata è vicina a una posizione dualistica, manichea.
Bultmann e la soluzione di tipo dialettico
Per Bultmann la funzione della bibbia ebraica è di rinviare per contrapposizione al Dio di Gesù Cristo, passando dal Dio della legge al Dio della grazia, dall’uomo religioso che pensa di poter entrare in comunione con Dio attraverso l’osservanza rigorosa della legge all’uomo che si affida ciecamente all’amore gratuito di Dio.
la soluzione evoluzionistico
È la soluzione più comune. Antico e Nuovo testamento sono un’unica storia che evolve progressivamente. È la soluzione più apprezzata dai cristiani, anche perché maggiormente consolatoria: mentre gli ebrei costituiscono il punto di partenza i cristiani si collocano al punto di arrivo. È una soluzione però non pienamente fedele al dato biblico.
assumere lo scontro di immagini presenti nella bibbia
Ma in Gesù non c’è solo l’immagine di un Dio d’amore, c’è anche il tema della condanna dei malvagi al fuoco eterno. Non esiste cioè una progressiva evoluzione da un’immagine di un Dio violento ad una che esclude totalmente la violenza.
Solo Giovanni è riuscito quasi sempre ad avere un’immagine di Dio senza violenza, in particolare quando afferma che Dio ha mandato il suo figlio nel mondo non per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi. Non è presente qui il Dio che giudica premiando e castigando. Non è Dio che condanna l’uomo ma è l’uomo stesso che si autocondanna chiudendosi alla parola. Siamo noi giudici e sanzionatori di noi stessi. Il giudizio non si compie alla fine, ma attraverso le scelte che operiamo. Solo in un’occasione Giovanni parla della collera di Dio, tema invece ricorrente in Paolo.
Nella bibbia, anche in quella cristiana, abbiamo lo scontro non di due divinità, ma di due immagini di Dio. Quando leggiamo la bibbia non incontriamo direttamente Dio, ma le immagini di Dio di Mosè, del popolo di Israele, di Gesù, di Paolo ecc. « Dio nessuno lo ha mai visto, ma il Figlio suo ce lo ha narrato » (Paolo).
Ora se di Dio si hanno solo immagini umane quale è il valore della bibbia? Quali immagini rispecchiano il volto di Dio? Il polo negativo, violento è nostro, non di Dio. Noi esportiamo in Dio la nostra distruttività e negatività per poterla giustificare. Noi siamo i violenti. Dio è tutt’altro. Nell’ottica di fede scorgiamo nelle immagini contrastanti di Dio la presenza dello Spirito che non soffoca né i processi proiettivi né quelle immagini folgoranti di un Dio puro. Dio è all’interno di questo scontro.
Abbiamo un’immagine troppo divina della bibbia. Non lo è di fatto. Lo stesso Gesù Cristo non è un puro Figlio di Dio, ma è figlio di Giuseppe e Maria e figlio di Dio allo stesso tempo.
Noi siamo chiamati a scegliere nello scontro di immagini tra un Dio bifronte, insieme mysterium fascinans et mysterium tremendum, o un Dio solo mysterium fascinans.
La nostra ipotesi è che l’immagine di un Dio bifronte, anche se quantitativamente nettamente maggioritaria, circa l’80-90% dell’intera bibbia, è una produzione umana, una proiezione degli aspetti positivi e negativi dell’uomo in Dio. È un meccanismo culturale. L’elemento originale invece è l’immagine di Dio che è solo fonte di vita. In una visione di fede è la voce profetica che emerge dal meccanismo culturale.
l’immagine del Dio bifronte nelle Scritture ebraiche
il diluvio: una violenza « giusta » per combattere una violenza « ingiusta »
La tradizione Jahvista (Gen 6, 1-4), che più volte aveva parlato della violenza dell’umanità originaria (disobbedienza, fratricidio) per spiegare il diluvio accenna solo alla misteriosa unione, percepita come mostruosa commistione, dei figli di Dio con le figlie dell’uomo da cui sarebbero nati i giganti. La tradizione Sacerdotale, che è sostanzialmente pacifista e nettamente contraria alla violenza umana, ritiene che il peccato originale consista nella diffusione della violenza (Hamas in ebraico) sulla terra (Gen 6, 11-13). La terra sta tornando al caos originario. Il diluvio stesso, conseguente alla violenza umana, è un ritorno al caos originario, alla morte, alle acque che invadono nuovamente la terra. Il diluvio è espressione anche della concezione di un Dio sanzionatore che retribuisce il bene con il bene e il male con il male. Il Sacerdotale non si accorge della contraddizione di voler condannare la violenza umana attraverso la violenza distruggitrice del diluvio. Mentre prima del diluvio l’uomo era vegetariano (visione non violenta) dopo il diluvio potrà cibarsi di carne di animali (Gen 9,3). E i comandamenti di Noè (Gen 9, 6-7) esprimono insieme una netta condanna della violenza umana (violenza ingiusta) e una sanzione altrettanto violenta della violenza (violenza giusta): « Chiunque verserà il sangue di un uomo per mezzo di un uomo il suo sangue sarà versato ».
l’esperienza dell’Esodo
« Dio ci ha tratto dall’Egitto (Dio liberatore) con mano forte e braccio disteso (Dio sanzionatore) ». Nel libro dell’Esodo si narra epicamente l’uscita dall’Egitto di tribù oppresse che sperimentano un Dio efficacemente liberatore, che libera gli oppressi sprofondando gli oppressori nel mare dei giunchi, con modalità diverse secondo la tradizione Jahvista (Dio fa soffiare il vento da oriente che prosciuga il mare) o la tradizione Sacerdotale (Dio, per mezzo di Mosè, separa le acque). È un Dio che dona la vita agli uni seminando la morte tra gli oppressori.
il dono della terra
La storia dell’esodo e dell’entrata delle tribù nella terra è la storia di una promessa. Dal punto di vista storico la penetrazione delle tribù israelitiche nella terra di Canaan avvenne in tempi diversi e in modi diversi, sia mediante infiltrazioni pacifiche in zone disabitate o scarsamente popolate sia per mezzo di colpi di mano militari.
Il racconto biblico parla invece di un unico capo, Giosuè, che, con tutto il popolo di Israele, in 3 o 4 campagne militari sconfigge e annienta tutti i cananei: È questa la visione della tradizione deuteronomista, redatta al tempo del re Giosia (640-609), rinvenibile nei libri del Deuteronomio e di Giosuè. Questa racconto nasce in un tempo di forte nazionalismo, quando Giosia vuole ricostituire l’impero davidico. Il progetto sarà sostenuto e giustificato dai circoli deuteronomistici, originari del Nord e venuti a Gerusalemme dopo la caduta di Samaria (721). La legittimazione avviene attraverso l’esposizione dell’ideale della guerra sacra: Dio, nella spartizione della terra ai popoli, ha assegnato a Israele la terra di Canaan, pertanto legittimamente è possibile annientare gli abitanti di quella regione perché lascino il posto agli israeliti. Anzi Dio stesso interviene per sbaragliare il campo nemico e quindi i combattenti non devono temere (Dt 20, 1-4). Tutta la normativa sulla guerra sacra è esposta in Dt 20, 1-17: se una città rifiuta di sottomettersi si farà la guerra, uccidendo tutti i maschi se la città conquistata è straniera, annientando ogni essere vivente (herem) se è cananaica. È impressionante la ferocia di questa prassi enunciata dalla tradizione deuteronomistica, legata al diritto divino del popolo di Israele alla terra di Canaan. La tradizione sacerdotale, pacifista, narra che l’ingresso della comunità israelitica in Canaan avviene senza nessuna violenza, anzi si compie con la celebrazione della Pasqua con i frutti della terra.
il giudizio di Dio

L’anima più profonda, laica, di tutto l’ebraismo è la sete di giustizia. Di fronte all’evidente ingiustizia nella società, soprattutto nei poveri nasce la speranza che la giustizia sia fatta da parte del re. Date le deludenti prove fornite dai re, la speranza viene proiettata in Dio, visto come l’unico giudice imparziale, sanzionatore, che rende a ciascuno secondo le sue opere. È un’immagine di Dio che scaturisce da bisogni sociali e che svolge una funzione sociale, infliggendo ai malvagi la pena dovuta e ai buoni il premio.
P. Ricoeur ritiene che siano stati gli uomini ad elaborare il mito della pena che deve ristabilire l’equilibrio rotto dalla colpa, e, senza molta congruenza, di una pena corporale per una colpa morale. Dio entra in questo schema mitico, dato che Dio sa leggere i cuori, sa misurare bene la colpa e pertanto anche la sanzione adeguata.
Sodoma e Gomorra
La tradizione Jahvista (Gen 18, 26 ss.) narra della distruzione di Sodoma, città divenuta esemplare per corruzione umana e per giusta e tremenda punizione divina.
Per l’anima ebraica il giusto è la distinzione (chiaro e scuro, asciutto e bagnato, terra e acqua, bene e male, maschile e femminile). Mentre il disordine, il caos, il male è la confusione. Per questa mentalità pertanto la omosessualità è un terribile male in quanto confusione di sessi.
Dio, giudice giusto, distruggerà le due città perché in esse non si trova nessun giusto. Dio punisce solo i malvagi e risparmia i giusti. Il giusto giudizio di Dio sarà ricorrente nella predicazione profetica. Ma a partire da Amos i profeti affermano che Dio sarà impietoso giudice del suo popolo infedele alle clausole del patto.
i profeti
Amos (9,7-8) mette sullo stesso piano il popolo di Israele e gli altri popoli (« Io lo sterminerò dalla faccia della terra »).
Ezechiele sottolinea con forza che il popolo di Giuda si è meritato la distruzione di Gerusalemme e l’esilio: « Ora tra breve rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere… » (Ez 7,8-9).
letteratura apocalittica
Nel postesilio compare anche la visione del giudizio universale, quando saranno annientati tutti i malvagi e finalmente sarà ricreato un mondo di giustizia e di pace. È la letteratura apocalittica. Addirittura i malvagi saranno resuscitati per poter essere condannati e annientati: è una resurrezione per la morte! Emerge qui con evidenza la forza dello schema del giudizio di Dio.
l’invocazione della « vendetta » divina

La vendetta nelle Scritture ebraiche non ha a che fare con l’arbitrio o con un particolare sadismo, ma si pone all’interno della legge, per perseguire efficacemente la giustizia. La vendetta è la difesa di un diritto conculcato. La vendetta, addirittura, oltre che un diritto, è un dovere, perché è necessario ristabilire l’ordine leso.
Nei salmi i poveracci chiedono la vindicatio, la vendicazione del proprio diritto. In altri salmi si invoca la vendetta con violenza distruggitrice contro l’oppressore a favore dell’oppresso.
« Tu fa’ di loro un turbine, Dio mio, come paglia al vento » (Salmo 83,14). « Sorgi, Jahvè; nell’ira tua scagliati, contro la rabbia dei miei nemici » (Salmo 7,7). « In tribunale sia condannato, la sua difesa sveli i suoi delitti. Brevi siano i suoi giorni, un altro prenda il suo lavoro. Restino orfani i figli e vedova sua moglie. Si sperdano i suoi figli a mendicare, li scaccino lontani dalla casa in rovina. L’usuraio estorca ogni suo bene, gente straniera lo depredi d’ogni guadagno. Nessuno gli serbi pietà o si commuova dei suoi orfani. Sterminio alla sua discendenza, non viva il suo nome più di una generazione » (Salmo 109,7-13: un israelita lancia tremende maledizioni contro le persone che lo hanno accusato e perseguitato ingiustamente. Sembra quasi che la sete di vendetta prevalga sul desiderio di giustizia). « Gioisca il giusto che ha visto la vendetta, lava i suoi piedi nel sangue dell’empio » (Salmo 58,11).
l’immagine profetica del Dio di grazia, di perdono, di vita

il perdono di Dio
I profeti annunciano un Dio che perdona, che rompe la logica del nesso colpa – pena, facendo seguire alla colpa il perdono.
Osea parla dell’eterna comunione di vita tra Jahvè e il suo popolo: « Ti farò mia sposa per sempre » (2,21).
Per Geremia Israele sarà sempre il popolo di Jahvè e non sarà più rigettato (31,36-37).
In Ezechiele Dio afferma: « Non mi adirerò più » (16,42). Così Gioele: « Non farò più di voi il ludibrio delle genti » (2,19). E Naum: « Se ti ho afflitto non ti affliggerò più » (1,12).
Il secondo Isaia afferma che Israele non berrà più il calice dell’ira di Jahvè (51,52). Per Ezechiele Dio è con Israele per sempre, anche quando gli si rivolterà contro (20,9.14.22.44).
il Dio che Giona non può accettare
Giona non vuole obbedire all’ordine di Dio di recarsi a Ninive per invitare il popolo alla penitenza e fugge. Ripreso e condotto a forza nella città, è adirato per l’esito favorevole della sua predicazione. Non può accettare un Dio di sola grazia. Da fedele israelita si è costruito un’immagine di Dio bifronte, benigno verso Israele e punitore nei confronti degli altri popoli, soprattutto se nemici. Ma Jahvé ribatte così a Giona, che si era preoccupato per la morte della pianta di ricino: « Io non dovrei aver compassione di Ninive, quella grande città, nella quale ci sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere tra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali? » (4,11).
Qui Dio ha un solo volto, quello del mysterium fascinans, che dà solo la vita, non la morte. Dobbiamo stupirci per il fatto che un 10% della bibbia ebraica ci parli di un Dio di solo amore e di sola vita.

LA FEDE: UNA LUCE ILLUSORIA? EH NO! PIUTTOSTO… L’OSCURA CHIAREZZA DELLA FEDE

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LA FEDE: UNA LUCE ILLUSORIA? EH NO! PIUTTOSTO… L’OSCURA CHIAREZZA DELLA FEDE

Riflessioni sulla fede scritte nel giorno dell’Immacolata, partendo dall’esperienza di San Francesco di Sales.

Oggi proprio tutto parla di Immacolata.
Il sole, l’assenza di vento eccessivo, soprattutto la liturgia, il sorriso velato e gli scherzi accennati tra confratelli. Passeggiando in campagna – forse ero un po’ troppo concentrato nel pensare alla Messa di stamattina e all’articolo che sto scrivendo – sembrava che perfino i campi cantassero all’unisono un coro alla Vergine.
Stamattina mi sono alzato molto presto per scrivere l’omelia e ho messo come sottofondo Le quattro stagioni di Vivaldi. L’ho fatto mezzo addormentato, ma quando è arrivato il terzo movimento (Allegro) dell’Autunno ho pensato – scusa l’accostamento probabilmente indebito – al Monte Rosa, al Cervino, alle Tre Cime di Lavaredo, a qualche pista (non troppo difficile) con gli sci sulla neve, alle ultime rampe che portano in bicicletta al Passo Bernina partendo dal lago di St. Moritz: insomma alla creazione intera.
S. Anselmo d’Aosta esalta Maria santissima poeticamente, ma con profondità teologica che tocca il cuore: “O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura”. Pensa: ogni uomo, ogni donna, anche l’anziano rugoso di anni, anche lo schiavo del bere e della droga, pure la ragazza che non sa allontanarsi dalle macchinette, il bullo più ostile. Tutti. Ogni creatura torna come un virgulto sotto gli occhi di Maria e, aggiungo io un po’ arditamente, se il Padre (che è Misericordioso) dovesse avere qualche dubbio, grazie a Lei si affaccia dal balcone, corre per le scale e stritola nell’abbraccio del perdono anche il più incallito peccatore. Qui ci merita un bell’Alleluia di Handel a coro e trombe spiegate.
Mentre ascolto il sottofondo di Handel sono profondamente indeciso se rimanere voltato verso le montagne solenni davanti alla mia scrivania o girarmi verso… il comodino. Lì so che mi attende una parte di vita molto più scomoda e dolorosa. Per farmi capire devo prima introdurre una cosiddetta figura retorica: l’ossimoro. Questa parola strana ha un’etimologia, un origine ancora più stramba: in greco vuol dire «acuto sciocco». Così. È come se la mamma ti dicesse “affrettati lentamente”. Oppure, in modo molto più adatto alla serietà della parola, Salvatore Quasimodo, nelle Lettere alla madre, scriveva che “gli alberi si gonfiano di acqua, bruciano di neve”. Anche se sappiamo tutti che la neve non brucia, certamente il verso del poeta ha seminato qualcosa nel nostro cuore.
Perché l’ossimoro. Per il semplice motivo che in queste settimane, alla sera prima di addormentarmi, sto leggendo due ossimori: Crudele dolcissimo amore e Oscura luminosissima notte. In copertina al primo libro una foto dell’84 con una simpatica ragazza sorridente. Sovrasta il secondo libro un cielo che minaccia temporale e una piccola donna, di schiena, in carrozzella. Si parla di un amore: soprattutto quello di Dio per Chiara, ma anche di quello spassionato e a tratti giocondo della prima Chiara. Ma di un amore che è al tempo stesso crudele (non lascia tregue, incide con il bisturi fino ai nervi più scoperti e al cuore) e dolcissimo: Dio, per Chiara è “il Socio” a cui non può e soprattutto non vuole rinunciare. È l’Amore della sua vita. L’unico che permette di fare in modo che le ferite lancinanti divengano feritoie da cui intravedere una salvezza. Alla vostra lettura tutto il resto del diario del dialogo tra una Chiara malata in modo progressivo, degenerativo e incurabile… e Dio.
Qui incontriamo il primo Francesco: è il nostro amico Francesco di Sales. Lui parla dell’esperienza dell’anima innamorata di Dio. “Ed ecco la meraviglia: infatti Dio propone i misteri della fede alla nostra anima frammisti ad oscurità e tenebre, in modo che noi non vediamo le verità, ma soltanto le intravediamo; proprio come capita qualche volta allorché essendo la terra coperta di nebbia, non riusciamo a vedere il sole, ma vediamo soltanto un po’ più di chiarore nella sua direzione, di modo che, per così dire, lo vediamo senza vederlo, poiché, da un lato, non lo vediamo in modo tale da poter dire semplicemente che lo vediamo, e, d’altro lato, non lo vediamo così poco da poter dire che non lo vediamo affatto; è quello che chiamiamo intravedere.
Tuttavia, questa oscura chiarezza della fede, una volta entrata nel nostro spirito, non per forza di ragionamenti o per forza di argomentazioni, ma soltanto per la dolcezza della sua presenza, si fa credere e obbedire dall’intelletto con tanta autorità, che la certezza che essa ci dona della verità supera tutte le altre certezze del mondo e sottomette talmente tutto lo spirito e tutti i suoi discorsi che, a confronto, non godono più di alcun credito”.
Beccato! Anche qui c’è l’ossimoro…. “l’oscura chiarezza della fede”.
Noi pretenderemmo di sapere tutto, subito e distintamente, ma nella vita… soprattutto nell’amore non è così. Vediamo attraverso, intravediamo, scorgiamo, intuiamo… e ci viene richiesto uno slancio di testa+cuore+volontà che a volte ci scaglia verso altezze vertiginose (nel bene), altre volte verso dispiaceri che scarnificano l’anima e il corpo (e delle volte capita che anche qui stiamo procedendo verso il bene totale).
Mettiamoci allora in ascolto di Benedetto e Francesco nella Lumen Fidei (numeri 2 e 3). Loro parlano della fede e si chiedono: è solo una luce illusoria? ”Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.
In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione”.

Anche il tramonto di oggi non delude: rosso fuoco tra gli alberi spogli. Capolavoro di una giornata di grazia. Qui ci vuole il primo movimento (Affettuoso) del Concerto Brandeburghese numero 5 di Bach.
Augurandoci che anche la nostra vita, anche tra accordi dissonanti, risulti per Dio, per i fratelli e le sorelle… per noi stessi un’armonia stupenda.

don Paolo Mojoli, sdb

 

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