Archive pour le 22 janvier, 2015

Gesù lavoratore con Maria e Giuseppe

Gesù lavoratore con Maria e Giuseppe dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 22 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

I MESTIERI NEL VANGELO. IL LAVORO COME SPAZIO UTOPICO?

http://www.fabbricafilosofica.it/MA/07/04.html

I MESTIERI NEL VANGELO. IL LAVORO COME SPAZIO UTOPICO?

di Annalisa Margarino

Questo testo intende offrire in un tempo in cui lavoro e realizzazione personale non sembrano andare di pari passo, in cui lo stipendio non corrisponde alla fatica impiegata e in cui viene a mancare spesso la passione, una breve riflessione sul lavoro come spazio utopico di realizzazione del soggetto attraverso la lettura di una parabola evangelica.
Parole chiave: ordinario e straordinario, ricompensa, gratuità, identità, realizzazione personale, utopia.
Giuseppe falegname, Pietro e Andrea pescatori, Matteo esattore delle tasse, governatori e re e tanti altri uomini al lavoro. Quanti mestieri nei Vangeli? E quante immagini del lavoro nei Vangeli? Tanti uomini e donne vengono incontrati proprio nello svolgere il loro lavoro ordinario, le attività che permettono loro di vivere e di procurarsi il necessario per vivere. Sono tanti mestieri nel Vangelo, come nell’Antico Testamento, al punto da dare ad Erri De Luca e Gennaro Matino l’ispirazione per un loro libro(E. De Luca – G. Matino, Mestieri all’aria aperta, Feltrinelli 2004), dove entrambi, secondo prospettive diverse, sottolineano proprio questo aspetto degli incontri di Dio nell’ordinario, nella vita quotidiana dell’uomo.
Gesù stesso cresce nell’ordinario, tanto che di lui è scritto: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 3,52): un modo semplice per dire la crescita di Gesù come tutti gli altri bambini. Forse non è semplicemente scenografica nei tanti film su Gesù la rappresentazione della sua infanzia accanto al padre, mentre lo assiste nelle sue attività di falegname!
Il primo esempio lampante di uomini dediti al lavoro che Gesù incontra si ha con la chiamata di Gesù rivolta a Pietro ed Andrea sintetizzato nella breve, ma incisiva frase: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Mt 5,19). Non è un invito casuale. In fondo, bastava un “Seguitemi!”, una chiamata diversa o l’uso di altre parole convincenti ed accattivanti. Perché Gesù invita proprio i due pescatori con queste parole? L’essere pescatori è la loro identità, il loro mestiere, il loro modo di riconoscersi a livello sociale, comunitario. Gesù non può che chiamare i suoi a partire dal loro riconoscimento sociale, dal loro stare in mezzo alla comunità. Sembra dire loro: non dovrete più pescare nel mare, di notte, nella fatica. La vostra pesca d’ora in poi, sarà altra, dovrete pescare uomini, sulla terra, con me, nelle loro situazioni di vita di tutti i giorni.
Solo attraverso l’immagine del loro mestiere Pietro ed Andrea avrebbero potuto comprendere qualcosa della chiamata che si presentava loro: entrambi conoscevano perfettamente l’arte attenta del pescatore che deve saper vegliare, vigilare attento, non stancarsi e non disperare quando la notte sembra infruttuosa. Andrea e Pietro, a partire dalla metafora del loro lavoro, comprenderanno l’invito di Gesù ed abbandonando tutto lo seguiranno.
I mestieri, però, compaiono diverse volte nel Vangelo, spesso nelle parabole, come veicolo di un messaggio per rendere accessibile un linguaggio che rimanda altrove. In particolare, frequentemente, Gesù per annunciare il Regno di Dio parla attraverso le metafore dei mestieri.
Dio buon pastore. Non c’è immagine più incisiva di questa per capire la pazienza, la costanza e la dedizione di Dio nei confronti degli uomini. Il pastore, ed una cultura che si centra sulla pastorizia lo sa, non abbandona le sue pecore, non le trascura, perché a lui è affidata la cura di queste. Sa che le pecore sono le sue uniche ricchezze. Il popolo ebraico era abile a distinguere il buono dal cattivo pastore e conosceva perfettamente l’iconografia propria del pastore, come recitava già il Salmo 23, in cui già Dio è celebrato come buon pastore: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23,4).
Così anche il lavoro del seminatore e del vignaiolo sono un’immagine chiara, piena di evocazioni significative per un popolo che vive di agricoltura e che conosce la costanza, l’attenzione senza distrazioni e con molta precisione verso i dettagli che è richiesta a chi sta a contatto con la terra ed i suoi prodotti. Tutti sanno che solo il seme caduto sulla terra buona produce ricchezza e che l’albero che non porta frutto deve essere potato. Gesù, spesso, anche per stravolgere la normalità (ad esempio, il caso del fico che non viene potato perché gli sia dato altro tempo per produrre i suoi frutti) si serve di queste immagini che vengono dal mondo dell’agricoltura.
Gesù parla attraverso i mestieri e si fa capire, sa che coloro che ascoltano in questo modo possono comprendere.
Ma tra le tante parabole del Vangelo che fanno riferimento al lavoro quotidiano, ad un tratto, l’ordinario viene interrotto, pone domande, lascia spazi aperti con questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna…” (Mt 20, 1-16). È la parabola degli operai mandati nella vigna: ad ogni ora il padrone passa per la piazza, dove trova operai disoccupati e chiama: “Perché ve ne state tutto il giorno oziosi? […] Andate anche voi nella mia vigna.” Li invita a lavorare nella sua vigna perché li vede senza lavoro. Li trova senza occupazione che li realizzi e dia loro un’identità, l’occasione di riconoscersi a livello sociale, di impegnarsi e non può lasciarli lì fermi, come li trova. Così, ad ogni ora della giornata, anche quando è quasi sera, chiama e raccoglie nuovi operai. È un padrone buono, pieno di lavoro da offrire e lascia spazio a ciascuno secondo le sue capacità, allo stesso modo del padrone della famosa parabola dei talenti (Mt 25, 14-30). Il padrone sa che la divisione del lavoro nella sua vigna e il contributo di tanti non può che portare ricchezza al terreno, alle sue proprietà e, naturalmente, a ciascuno dei suoi operai.
Ma quale ricchezza? Alla fine, in questo brano già fuori dall’ordinario, soprattutto in questo tempo di precarietà e di lunghe attese “in piazza” per un lavoro qualsiasi, non sempre qualificante e realizzante, c’è un ulteriore colpo di scena: il padrone non differenzia il salario secondo le ore di lavoro, ma dà a ciascuno secondo quanto aveva concordato. Così si giustifica di fronte agli operai che lamentano il torto: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te” (Mt 20, 13-14). In realtà, senza voler semplificare, in questa parabola Gesù sta parlando del Regno di Dio rappresentato come una grande vigna in cui c’è ugualmente spazio per tutti e in cui la ricompensa, nell’amore, non si può calcolare come se fosse denaro. Ma, volendosi soffermare semplicemente sulla risposta del padrone all’operaio che lamenta l’ingiustizia apparente, sembra che il senso voglia essere questo, cercando di parafrasare: non è forse bene che ognuno trovi la sua realizzazione nel suo lavoro? Non è bene che ciascuno venga riconosciuto per la sua fatica e per il suo impegno, senza essere penalizzato se la vita l’ha portato ad attendere più a lungo prima di essere visto, chiamato e incaricato a lavorare nella vigna?
In questo passo del Vangelo non mancano parole piene di utopia, come in un sogno, ma, in un tempo di precarietà e di impossibilità a trovare sempre e facilmente un lavoro fanno sperare che, prima o poi, “stando nella piazza”, ognuno trovi il suo piccolo e prezioso spazio di realizzazione, responsabilizzazione e ricchezza, non solo e semplicemente economica.
Così in un sito dedicato all’esegesi e alle letture bibliche (www. Qumran2.net) Bruno Maggioni, biblista e docente di introduzione alla teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore conclude il suo commento di questo passo evengelico: “Il Dio del Vangelo non è senza la giustizia, ma non si lascia imprigionare nello spazio ristretto della proporzionalità. All’uomo la proporzionalità sembra essere una legge intoccabile, ma questo non vale per Dio. Se vuoi sporgerti sul mistero di Dio, liberati nelle tue relazioni dallo schema della rigida proporzionalità”.
Il padrone della vigna non ricompensa secondo la legge della proporzionalità, si potrebbe affermare, ma secondo quella della gratificazione, della ricompensa che si realizza già nel lavoro stesso, perché riempimento di un vuoto.
Questo brano diventa, così, anche invito utopico e provocatorio a non limitarsi a computare il lavoro svolto da sé e dall’altro, si potrebbe dire, a non “tirare a campare”, ma a valorizzare le risorse che ciascuno di noi può impiegare negli spazi in cui è incaricato a collaborare ed ad abitare la vita senza calcoli, ma nella ricerca della realizzazione piena a livello umano, sociale e lavorativo.

PRIMI SEGNI E PRODIGI DI GESÙ (LC 4,31-44)

http://www.paroledivita.it/upload/2010/articolo2_16.asp

PRIMI SEGNI E PRODIGI DI GESÙ (LC 4,31-44)

Carlo Cravero

Si delinea un profilo del ministero di Gesù caratterizzato dai tratti del profeta liberatore. Essendo tale azione di Gesù possibile sotto l’azione dello Spirito, si sottolinea la sua qualità di guaritore della totalità della persona umana e non soltanto di taumaturgo. Ecco dunque perché, secondo Luca, la chiamata di Pietro è successiva a questa serie di miracoli. Quando Gesù manderà i discepoli a svolgere la loro prima missione, egli darà loro autorità di compiere gli stessi prodigi di esorcismo e guarigione, ma sempre in relazione con l’annuncio del regno di Dio (Lc 9,20).
Il profilo di Gesù presentato in questi episodi motiva e convalida il messaggio del Messia e la sua identità profetica, rendendo visibile come Dio attraverso queste opere visita il suo popolo (Lc 24,19; At 2,22). Inoltre, si sviluppa un nesso specifico tra sabato e santità, già chiaro nel Decalogo (Es 20,9.11; Dt 5,12). Esorcizzando il demonio e liberando l’uomo dalla possessione, Gesù si avvicina all’opera di Dio che fece uscire il popolo dalla schiavitù dell’Egitto «con mano potente e braccio teso» (Dt 7,19). Facendo le opere di Dio, Gesù manifesta la sua santità (v. 34) a cominciare dal silenzio imposto al nemico, che rappresenta tutte le forze ostili all’uomo.

Che c’è fra te e noi, Gesù nazareno? (4,31-37)
Dopo l’inaugurazione del ministero a Nàzaret Gesù discende a Cafarnao e Luca sintetizza in modo magistrale il ministero del Messia in gesti e parole: alla potenza e autorità della sua parola segue l’efficacia dei suoi gesti; il miracolo è parola in azione. Questi primi due miracoli, l’esorcismo e la febbre, hanno come referenti un uomo e una donna, segno eloquente dell’universalità dell’azione di Gesù; la salvezza portata da Cristo non fa distinzione di sessi.
Gesù scende a Cafarnao (4,31); precisando che è una città della Galilea, Luca localizza l’annuncio della parola. Essa avviene di sabato, il giorno del riposo della creazione. La venuta di Gesù nel sabato esprime così l’aurora del sabato definitivo, l’ottavo giorno della festa, in cui l’eternità di Dio ha fatto irruzione nel mondo: Gesù è l’eterno divenuto oggi.
La predicazione di Gesù in questo contesto vede il riconoscimento quale parola di autorità, senza alcun riferimento agli scribi. La reazione della gente a tale parola è segnalata dallo stupore[3]. Questo non indica necessariamente la fede, ma apre le porte a un cammino di ricerca; non sempre infatti questo stupore porta al riconoscimento dell’identità di Gesù, come già mostra l’episodio della sinagoga di Nàzaret.
L’indemoniato rappresenta al meglio la situazione dell’uomo alienato, completamente in balia dell’avversario e del male, e privo della sua libertà[4]. Questa situazione di dolore viene collocata dentro la sinagoga: nessun ambiente può dirsi al sicuro dal male, nessuno è salvo per meriti personali. Questa impurità, che si cela nei luoghi propri dell’ascolta della Parola e della vita della comunità riunita in preghiera, si rivela minacciosa di fronte alla santità di Gesù ed esplode in un alto grido di terrore, di chi vuole mettere paura. Il demonio conosce bene Gesù dalla frase che gli dice contro, ma conosce anche molto bene che Gesù è il più forte; per questo, non potendo vincerlo, non gli resta che urlare.
L’espressione «che c’è tra noi e te» impone uno stacco e un abisso assoluto tra il potere delle tenebre e del male rispetto a Gesù; è un’opposizione tra forze, resa ancora più eloquente dal forte utilizzo dei pronomi «noi» e «tu», quali rappresentanti accreditati di forze opposte. Il «noi» si contrappone al «Santo». Così il primo esorcismo già contiene in sé tutte le caratteriste dell’agire di Gesù. Ma nelle stesse parole del demonio è anche contenuto l’esito dell’incontro-scontro con il Cristo: non si può resistere a lui, ogni tentativo è vano, perché Gesù è nettamente più forte. L’avversario stesso lo riconosce in modo disarmante: egli viene per la sua rovina. Il diavolo non cerca nemmeno di lottare, perché conosce la superiorità di Gesù.
A differenza di Marco, Luca accentua ancora di più la potenza del Messia con l’effetto immediato della liberazione dopo una semplice parola d’ordine. Gesù impone il silenzio. Il verbo utilizzato è molto forte: letteralmente significa «mettere la museruola». Gesù dissocia il male dal malato e zittisce il male, non il malato! Proprio per questo Gesù è estremamente duro con il male: lui, che è venuto per liberare l’uomo (Lc 5,31), si rivolge direttamente al male per sciogliere l’uomo che ne è vittima. Davanti al Signore il male riconosce la sua difformità e, proprio in quanto male, urla la libertà e la santità di Dio come una rovina. La potenza della Parola è così evidente, che il demonio si sottomette silenziosamente e totalmente, tanto da uscire dal corpo dell’uomo senza contorcerlo e fargli alcun male, ma solo buttandolo nel mezzo.
Il commento della gente (vv. 36-37) aumenta il valore di tale gesto, a dimostrazione dell’autorità e della potenza della Parola. Ora, dal momento che si presenta con tale autorità verso i ministri del “regno” demoniaco, Gesù si rivela come il ministro del «regno di Dio» (v. 43), il forte predetto da Giovanni (Lc 3,16); questa stessa autorità verrà conferita in seguito ai suoi discepoli (Lc 9,1; 10,19).
Al demonio non si insegna, si ordina! L’esorcismo contiene così una lieta notizia: il male dell’uomo è vinto. Ecco l’importanza di questo episodio narrato all’inizio del ministero pubblico di Gesù; questo è il suo programma di vita, addirittura incluso nella duplice menzione del potere della sua parola (vv. 32.36). Indica il frutto maturo di questa parola: la riduzione al silenzio e la messa in fuga definitiva del male (v. 35).

A casa di Simone (4,38-41)
L’orizzonte spaziale si sposta dalla sinagoga a una casa privata, la casa di Simone. Gesù è il dominatore del male in ogni gesto e atteggiamento; se la potenza della Parola vince il male, si è finalmente liberi per servire. Questo servizio è il programma del Messia: rendere l’uomo come lui, ossia come colui che serve (Lc 22,27). Egli domina la febbre della donna con un comando, non c’è bisogno nemmeno di toccarla; basta la sua posizione: in piedi e davanti a lei, che invece giace impotente in preda alla febbre. Gesù non si avvicina solamente al letto dell’ammalata, ma le si accosta e minaccia la febbre, come aveva minacciato lo spirito immondo nella sinagoga. Così nell’emissione della parola di intimazione alla malattia Gesù si china di fronte al dolore dell’umanità. La sua autorità di Messia si esprime nel servizio al povero e al bisognoso; essere capo e maestro non è inteso nell’ottica del potere, ma del servizio. Nella persona di Gesù, che da ricco che era si è fatto povero per arricchire tutti noi (cf. 2Cor 8,9), ogni miracolo è frutto del chinarsi di Dio sull’umanità. Come per l’episodio precedente, al comando della Parola segue l’esecuzione immediata della liberazione.
Si noti come opportunamente Luca utilizzi lo stesso verbo di comando come nel v. 35, in modo tale da stabilire un legame tra l’esorcismo e la guarigione. Medesimo è l’esito: la fuga. Così al gesto e alla parola di Gesù segue la perfetta reintegrazione della donna all’interno del suo mondo familiare: essa si alza immediatamente e si mette a servizio del Signore; la vera libertà esiste come tale solo in un’ottica di servizio[5]. Il servizio della donna non significa solo che è guarita dal male fisico, ma indica una guarigione più profonda: la donna è liberata da quella febbre e da quello spirito che impediscono di servire e costringono a servirsi degli altri per essere serviti. Se il servirsi degli altri è sinonimo di schiavitù, servire è il principio della liberazione; il primo è espressione di egoismo, il secondo di amore. Nel servizio l’uomo diventa se stesso e rivela Dio, di cui è immagine e somiglianza[6].
La casa di Simone è il campo di battaglia dove l’uomo è alle prese con la malattia; è il luogo dello scontro, dove il male sembra essere notevolmente più forte dell’uomo, fino alla venuta di Gesù. La febbre paralizza e colui che ne è la causa impedisce di servire; così come la morte e la malattia, che impediscono all’uomo di rimanere in piedi. Solo Gesù può donare la forza per rialzarsi, cioè ritornare alla vera vita.
Simone non pronuncia una parola e non manifesta alcuna reazione alla guarigione della suocera. È ancora necessario che trascorra del tempo insieme con Gesù perché lo possa riconoscere come il Cristo di Dio (Lc 9,20); in ogni caso resta il primo ad aver accolto Gesù nella sua casa (v. 38). In questa bellissima immagine lucana con Simone la Chiesa è già presente in figura fin dal primo giorno del ministero di Gesù.
È evidente il parallelismo con la scena precedente: l’immediata guarigione indica l’assoluta superiorità di Gesù rispetto al male, l’attenzione all’integralità della persona umana e la portata universale della salvezza. Inoltre, questa donna diventa il modello di ogni credente: la liberazione operata da Gesù non raggiunge il suo scopo nella retta professione di fede che fanno i demoni (vv. 34.41; Gc 2,19), ma nel servizio. La suocera di Pietro è il frutto del vangelo: incarna lo Spirito di Gesù ed è tipo di tutti coloro che ne seguiranno la Parola.
Ecco allora perché la narrazione a questo punto prende in esame un moltitudine di persone che si presentano a Gesù. Prima un esorcismo per un uomo e una guarigione per una donna; ora miracoli per l’umanità! Ciò che Luca ha tratteggiato in due racconti, ora viene riportato con un racconto complessivo. Prima il male interiore, poi il male fisico, ora tutto insieme. Si completa così lo sguardo introduttivo su Gesù: gli uomini lo vedono come il salvatore, i demoni lo gridano Figlio di Dio e lo conoscono come Cristo. Gesù, da parte sua, si proclama evangelizzatore del regno di Dio, spinto dalla necessità di annunciare alle città la buona notizia (v. 43).
La notte indica anche il tempo indisponibile per l’uomo. Con le tenebre cessa, infatti, ogni attività umana e tutto si placa. La notte è anche simbolo della morte, tempo assolutamente indisponibile, che Gesù stesso conoscerà, dall’oscurarsi del sole del venerdì fino alla luce nuova del «primo giorno dopo il sabato». Il fatto prodigioso è proprio che Gesù operi di notte, al buio. Se di giorno aveva operato miracoli, ecco che di sera opera un’infinità di prodigi in favore di tutti gli uomini che ricorrono a lui e si prende cura di ciascuno (v. 40). Che Luca voglia dire anticipatamente che Gesù agisce definitivamente alla fine del suo giorno? Egli infatti salverà l’uomo di notte, durante la «sua» notte (Lc 4,1; 22,53; 23,44); questo sole che tramonta è il Cristo crocifisso che si china sulle notti dell’uomo e le illumina. Se la prospettiva del giorno dell’uomo è la sera, l’oscurità e la morte, la prospettiva di Dio in Cristo è la vittoria sul male e sulla morte: la notte così non è solo il luogo della verità dell’uomo che riconosce la sua debolezza; è anche il luogo della verità di Dio, che dal nulla fa tutte le cose.
Si nota una differenza di rilievo rispetto ai miracoli precedenti: qui Gesù impone le mani. Lo fa non in modo confuso o generalizzato, ma su ciascun malato, in modo personale. La sua è la mano di Dio che si tende sull’umanità ferita e stanca; il contatto indica la comunione con Dio e la liberazione: dove arriva Dio il male è sconfitto. I demoni dopo la loro espulsione riconoscono la forza di Gesù, però questo non li porta alla conversione. Nella distorsione demoniaca tale professione di fede diventa bestemmia; la sola conoscenza non opera la salvezza, perché soltanto il riconoscimento del vero essere di Gesù può dare la salvezza all’uomo.

Un nuovo giorno (4,42-44)
Si cambia decisamente scena con l’inizio del nuovo giorno (v. 42). Gesù si trova in un luogo non ben precisato, ma desertico; le folle lo raggiungono e tentano di trattenerlo, ma lui si sottrae: non si può limitare l’azione di Gesù, né tanto meno manipolarlo. A Nàzaret viene cacciato, mentre a pochi chilometri di distanza lo si vuole trattenere; da una parte lo si rifiuta, dall’altra lo si vorrebbe forzare a rimanere. La fede, invece, è adesione alla sua persona nel modo concreto del servizio. Gesù si sottrae a questo tentativo di sequestrare privatamente la salvezza, perché essa è un dono per tutti, non solo per alcuni: bisogna che lui annunci la Parola.
Tutto è concentrato nella rapida risposta di Gesù, dove il suo andare altrove trova piena corrispondenza con l’ubbidienza all’imperativo divino. È suo compito rimanere inserito nelle cose del Padre (Lc 2,49). Questo è l’orientamento del percorso per l’annuncio del vangelo: la meta è Gerusalemme, dove si compirà la volontà del Padre e da dove inizierà un viaggio universale per i suoi discepoli, fino ai confini della terra (cf. At 1,8). Questo passo rivela già una comprensione di Gesù in chiave post-pasquale.
Per la prima volta compare l’espressione «annunciare il regno di Dio» quale senso della missione di Gesù (ricorrerà altre 37 volte). Il regno di Dio è un evento che supera il semplice insegnamento, è sempre in relazione con la Parola; esso è legato in modo indissolubile con la persona di Gesù, le sue azioni riprendono e rendono attuali le promesse dei profeti. In questo consiste il vero compimento: Gesù avvera le profezie perché le fa sue; è compimento perché con lui l’antico diventa nuovo. Non è un semplice adeguamento delle promesse, perché il nuovo che dona Gesù è assolutamente l’antico che risplende con maggiore magnificenza.
Nella conclusione del v. 44. si delinea l’apertura della salvezza: essa era iniziata nella sinagoga di Nàzaret (4,14) e si conclude nelle sinagoghe della Giudea (4,44), passando attraverso le città della Galilea. È l’itinerario del Signore nella prospettiva del viaggio: come il Messia liberatore ha camminato per le strade, così la sua Parola dovrà correre fino ai confini del mondo (At 1,8).
[1] Risulta sicuramente interessante al riguardo studiare la proposta di struttura e commento realizzata da R. Meynet, Il Vangelo secondo Luca. Analisi retorica, EDB, Bologna 2003, pp. 203-213.
[2] Nella traduzione della Conferenza episcopale italiana è reso con «ordinare», «comandare».
[3] G. Rossé, Il Vangelo di Luca, Città Nuova, Roma 2001, p.162, fa notare che l’evangelista utilizza la parola «logos», che identifica la parola di Dio, come in Lc 5,1; 8,21. Negli Atti il termine indica il vangelo proclamato agli uomini (4,4.29).
[4] S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB, Bologna 1994, p.110, dice che «il senso profondo dell’esorcismo è rendere l’uomo a se stesso, e quindi a Dio di cui è immagine, liberandolo da quel male che gli fa perdere Dio e quindi se stesso».
[5] È bene ricordare in chiave teologica il momento dell’esodo del popolo ebraico. Si diventa veramente liberi solo quando si serve Dio nella terra promessa nel passaggio dalla schiavitù al servizio.
[6] Per quanto concerne la dimensione del servizio è forte il richiamo di 1Gv 3,18. Fausti osserva come il servizio «è la caratteristica speciale e fondamentale di Gesù, lasciata in eredità ai suoi discepoli prima di morire (Lc 22,24-27; Gv 13,1-17)» (Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Luca, p. 114).

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