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Gesù nel Getsemani

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«ASCOLTATE OGGI LA SUA VOCE» (SALMO 95/94,8)

http://www.usminazionale.it/2008_01/manicardi.htm

«ASCOLTATE OGGI LA SUA VOCE» (SALMO 95/94,8)

Ermenegildo Manicardi
Rettore dell’Almo Collegio Capranica

Parlerò da esegeta, ossia da amico mosso dalla preoccupazione del testo e del suo reale impatto sugli ascoltatori. Come dice la Dei Verbum, sulla scorta di San Girolamo, «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». I testi ispirati, le Sacre Scritture, sono uno strumento spirituale eccellente, che ci è stato donato per avvicinarci a Cristo e per conoscerlo così come lui è.
Le nostre meditazioni, per essere veramente spirituali, devono essere bibliche in senso reale. A volte bisogna fare anche qualche sacrificio. Quando siamo stanchi e sfiniti, forse è preferibile lasciare che la nostra mente e il nostro cuore vagabondino nel silenzio davanti al Signore senza speciali riferimenti biblici. Quando invece abbiamo ancora forze, anche se siamo un po’ affaticati, è bene che si perseveri nella lectio divina, ossia in una preghiera che si fa guidare da un testo biblico concreto. Nella preghiera non guidata dalle parole bibliche si può correre, non di rado, il pericolo di raccontare – in fondo a noi stessi –qualche cosa di troppo soggettivo. Rimaniamo allora nel «quando» di ciò che conosciamo bene, che forse è causa dei nostri stessi disagi e che in ogni caso non ci libera. Il testo biblico, invece, che è fuori di noi, ci costringe a vedere le cose da punti di vista più oggettivi, più esterni e ci ricorda quanto è veramente gradito al Signore e perfetto (cf Rm 12,1-2).
Non bisogna mai dimenticare che fra le poche istruzioni di preghiera date da Gesù, c’è questa norma: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Spesso noi lasciamo che la nostra mente corra troppo su se stessa, galoppando sul proprio esclusivo terreno. Il tema che avete scelto dice: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore». Non mi racconterò ancora una volta quello che penso «io», riandando ai miei stati d’animo più o meno lieti; farò, invece, un «esercizio spirituale»: mi aprirò ad un dono che mi viene «dal Signore». Adesso cerchiamo di realizzare un momento di preghiera di questo tipo, ascoltando il Signore tramite uno dei salmi più famosi, il Salmo 95 (94), usato spesso come salmo all’Invitatorio, che apre la Liturgia delle ore. Esso inizia con le parole «Venite, applaudiamo al Signore».

Parte prima: «RUMINATIO»
Entriamo nel testo del Salmo 95/94 e stiamo in compagnia del testo. La definizione più bella, per indicare un salmo, è probabilmente quella di itinerario. Il salmo propone dei passaggi. «Ascolterò che cosa dice il Signore». Entriamo all’interno del Salmo, cominciamo a camminare nello spazio che le sue parole creano e seguiamo le tappe che esso propone nel suo itinerario.
Andiamo allora «dentro» il salmo. Per fare veramente questa operazione è necessario dimenti-care almeno tutti gli attuali stati d’animo. Siete arrivate qui molto diverse: alcune più liete, altre meno liete, alcune più tristi, altre meno tristi. Questo va lasciato fuori, perché se no non si ascolta. Facciamo un paragone. Noi ascoltiamo sempre la gente? Se siamo nervosi, tristi, offesi, riusciamo ad ascoltare solo con molta fatica. Se ci lasciamo andare allo stato d’animo pesante, che ci ha colto, l’ascolto sarà molto superficiale. A volte, quando mi sento molto preoccupato, faccio l’esperienza che è necessaria molta disciplina per non rispondere in modo formale. «Ascolto» vuol dire che interrompo il fiume delle mie sensazioni per rivolgermi alla persona che mi viene incontro. Se non sospendo il flusso delle mie preoccupazioni e sensazioni, posso leggere anche cinquanta testi biblici e non fare vera lectio divina. La ruminatio deve portarci via dal nostro mondo abituale, per farci entrare in un altro mondo, quello di Dio che parla. Dobbiamo liberarci dai nostri stati d’animo, per caricarci davvero delle preoccupazioni di Dio, che il testo, parola ispirata, ci vuole comunicare.

Dobbiamo allora percorrere con pazienza le parole del testo del Sal 95/94, perché proprio questo salmo, che abbiamo scelto per la lectio, ci regali il suo mondo come mondo della nostra preghiera.

La struttura del Salmo 95/94

Quante tappe ha l’itinerario proposto dal Salmo 95 (94)? Alcuni lettori pensano che siano due, altri invece ne propongono tre.
Nella Nuovissima versione della Bibbia delle Edizioni Paoline, p. Angelo Lancellotti si pone, di fatto, nel gruppo di esegeti che vedono nel salmo due parti. Egli cataloga questo salmo come «liturgia della fedeltà del Signore» e distingue due parti: nella prima vede un «invito alla solenne celebrazione in veste innica» (vv. 1-7); nella seconda, invece, un «ammonimento sotto forma di oracolo» (vv. 8-11).
La prima parte del salmo è un invito solenne a celebrare il Signore ed è in forma di inno. La forma di inno è molto evidente, soprattutto a causa di alcuni imperativi che invitano a lodare il Signore (vv. 1-2 e v. 6) e delle motivazioni che suggeriscono la ragione per cui dobbiamo venire e applaudire (vv. 3-5; poi v. 7).
La seconda parte è, invece, un ammonimento, espresso in forma d’oracolo. È Dio stesso che ammonisce in diretta, per mezzo di un profeta (cf v. 8a) che si mette a parlare in nome di Dio stesso: «Non indurite il vostro cuore…» (vv. 8b-11).
Per gli esegeti che seguono la divisone in due parti le tappe fondamentali del salmo sono un «inno/oracolo» e un «invito/ammonimento». Questa divisione dice solo quali sono i generi letterari fondamentali del Salmo: modulo innico e modulo oracolare.
Più ricca, anche per la preghiera, appare la proposta di individuare, nel Salmo 95 (94), tre parti. P. Tiziano Lorenzin nel volume: I salmi delle Edizioni Paoli-ne, vede nel salmo un’azione liturgica, strutturata da tre imperativi che introducono tre parti:

- vv.1-5 «Venite»
Invito al tempio

- vv.6-7 «Venite»; oppure, meglio, «Entrate»
Ingresso nel tempio

- vv.8-11 «Ascoltate»
Ascolto della Parola

I tre imperativi imprimono al salmo un movimento che propone tre passaggi: invito alla lode, invito all’adorazione, invito alla riflessione. In concreto abbiamo:
1) un invito ad andare verso il santuario, che comprende partenza della processione, saluto gioioso e lode;
2) un invito non solo a venire, ma ad entrare, adorare e confessare il Signore;
3) un invito ad ascoltare, che comprende richiesta del silenzio, discorso di Dio e ammonimento.
Il salmo, che recitiamo quasi ogni mattina, propone un itinerario triplice: bisogna venire, bisogna entrare e, infine, bisogna ascoltare. Non basta stare in ginocchio, ma c’è un crescendo d’impegno:
1) «Venite» subito (quando vi svegliate);
2) «Entrate» nel luogo più intenso della sua presenza (probabilmente la cappella);
3) «Ascoltate, oggi, la sua voce» e ricordate come, molte altre volte, l’ascolto in realtà non sia riuscito.
Un invitatorio non banale: venite alla roccia (Sal 95/94,1-2)
Il Sal 95/94 inizia con un invitatorio, «venite applaudiamo al Signore», che va verso un titolo centrale di Dio: «La roccia della nostra salvezza». L’orante non dice «scudo», «fonte», «sole», «aurora», ecc. Lasciamoci illuminare dalla specificità dell’immagine.
Perché mai si parla di «roccia»? Più sotto si parlerà di Massa e Meriba, ossia i luoghi della tentazione e contestazione in cui il popolo chiede acqua e Dio la trarrà dalla roccia (cf v. 8). L’idea sottesa alla scelta di questo titolo può dunque essere benissimo: Dio è la roccia della nostra salvezza, perché da lui scaturisce l’acqua che disseta il popolo anche in circostanze dove abbeverarsi parrebbe impossibile (cf Es 17,1-7; Nm 20,2-13). Il salmista, inoltre, ha forse in mente una seconda possibile allusione, che potrebbe irrobustire la prima. Gli oranti sono invitati ad entrare nel tempio di Gerusalemme, che è costruito sulla roccia dalla quale Ezechiele promette che scaturirà l’acqua che tutto risana (cf Ez 47,1.12). San Paolo identifica la pietra da cui scaturisce l’acqua nel deserto con una roccia che seguiva il popolo nei suoi spostamenti: «tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano, infatti, da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (1Cor 10,4).
Rientrare nella profondità e nella bellezza di questi orizzonti vasti, quando preghiamo, ci fa certamente bene. Nell’invitatorio mattutino, queste prospettive sono un dono quotidiano che il Signore ci fa per educarci. Se siamo veramente capaci di attivare questi meccanismi siamo vivi e ci rinnoviamo, altrimenti si rischia di appassire.
Che cosa si deve fare per an-dare al Signore? Si deve «applaudire», «acclamare». Si tratta di avere entusiasmo per chi ci fa il dono di questa giornata. Con l’applauso si passa dal dono al donante. Di fronte al dono che ho ricevuto mi viene voglia di lo-dare il donatore. La bellezza del regalo ci spinge ad avere un’idea della bontà del donatore ed ecco l’applauso che esplode. L’inizio della giornata è un invito a capire i doni che il Signore ci ha fatto, ma in forma di lode, andando verso la figura di colui che ci presenta questi doni. I bambini sono abituati a ringraziare e a concentrarsi sul dono. La lode che apre la nostra giornata deve invece essere il risultato del nostro avere compreso la grandezza di colui che ci fa il dono. Quando il dono è capito, si va verso la persona del donante; in concreto: verso la roccia da cui scaturisce l’acqua della nostra salvezza. «Offrire sacrifici di ringraziamento»: non solo rendergli grazie, ma prendere qualcosa ed offrirla al Signore, rendendola sacra al Signore. Si tratta di quel sacrificio che neanche il Sal 51/50 – così sospettoso della ritualità (cfr. il v. 18) – non rifiuta: «Allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare» (v. 21).
Già l’invitatorio del Sal 95/94 contiene un grande insegnamento spirituale. Per coglierlo bene occorre attenzione e ruminatio. È necessario leggere e rileggere i salmi, forse anche studiarli per percepire, quando si prega, una ricchezza sempre maggiore. Se mi si permette un paragone spregiudicato: un salmo è quasi un palloncino da gonfiare, che spin-ge il nostro cuore ad allargarsi. Il lavoro di ruminatio è gonfiare il palloncino perché quanto è stato collocato dentro di noi cresca e dilati la nostra persona. Un salmo, se è veramente cresciuto dentro di noi, spinge verso le pareti del cuore, dilata le arterie e il sangue torna copioso a circolare.
La creazione e le mani di Dio: trascendenza e amorevolezza (Sal 95/94,3-5)
I motivi per la lode di Dio sono sostanzialmente due. Anzitutto «grande Dio è il Signore, grande re sopra tutti gli dei». La sua unicità si mostra nello splendore della corte divina dove tutti confluiscono. Secondo i capitoli iniziali del Libro di Giobbe in questa corte celeste penetra persino il satana tentatore (cf Gb 1,6). Il primo motivo per lodare Dio è la grandezza assoluta della sua trascendenza.
Il secondo motivo completa il primo: «nella sua mano sono gli abissi della terra». La trascendenza di Dio non gli impedisce di essere l’amorevole creatore di tutto l’universo. Con immaginazione felice, il salmista rappresenta il mondo attraverso quattro elementi, che corrispondono ai punti cardinali. Egli parte dalla dimensione verticale e mette in contrasto «gli abissi della terra» con «le vette dei monti». Passa poi alla linea orizzontale e contrappone «il mare» fatto da lui e «la terra», addirittura plasmata. Si supera la prima descrizione genesiaca in cui il mare e la terra sono separati, per indicare come la terra a sua volta separata sia stata anche particolarmente curata (almeno secondo il parere del salmista). Tutto è di Dio, che guarda in verticale e in orizzontale, abbracciando la realtà del cosmo.
Merita attenzione l’insistenza sulle mani, che sono ricordate due volte: «Nella sua mano sono gli abissi della terra» (v. 4) e «le sue mani hanno plasmato la terra» (v. 5). Il salmista vuol far pensare alla mano di Dio, che rappresenta il suo «fare» forte e amorevole. L’immagine è impressionante e commovente ad un tempo. Le cose che sono nella proprietà di Dio fanno apparire la sua mano come enorme: essa è larga a sufficienza per comprendere gli abissi della terra e le vette dei monti. Si tratta di una mano quindi che crea, che plasma come uno scultore le ve-nature dell’universo, che mantiene nella sussistenza tutto ciò che ha creato.
Adorare Dio che guida «il popolo della sua mano» (Sal 95/94,6-7)
Un nuovo invito a lodare e ad assumere un atteggiamento d’adorazione ricapitola il motivo della creazione e lo ripete applicandolo al popolo degli oranti. Il nuovo motivo di lode, che il salmo suggerisce, è la consapevolezza che il Signore è anche colui che ha creato e formato il popolo: «venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati» (v. 6).
La dichiarazione: «Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo» (v. 7) ricupera la formula dell’alleanza in forza della quale Israele appartiene al Signore e il Signore ad Israele. Nell’insieme dunque il Salmo loda due creazioni parallele: quella dell’universo e quella del popolo eletto.
La traduzione «il gregge che egli conduce» rende in maniera un po’ astratta la locuzione usata nel salmo che parla invece – molto plasticamente – del «gregge della sua mano». Certamente in questa espressione è intesa la guida che Dio dona al suo popolo, ma è anche dichiarato che il popolo è opera delle sue mani, nello stesso senso in cui prima si è parlato dell’universo e della creazione operata dalle mani di Dio.
«Entrare», «adorare», ma soprattutto «ascoltare» (Sal 95/94,8-11)
L’ultima tappa dell’itinerario, proposto dal salmo 95/94, conduce dall’ingresso adorante nel tempio alla necessità di «ascoltare la voce» del Signore (v. 8).
È illusorio pensare che basti entrare nel «tempio», nel luogo dove Dio ha compiuto i suoi prodigi, per avvicinarsi veramente al Signore e partecipare allo spazio dei suoi doni. Il tempio è vera-mente il luogo costruito dalla presenza dell’amore di Dio. Per questo si deve andare verso il tempio e là adorare.Tutto questo, però, non basta. Per entrare vera-mente nel tempio, alla fine è necessario aprirsi e passare all’ascolto. C’è una dialettica deci-siva tra il «cercare», che conduce la persona nel tempio, e l’«ascoltare», che ha la funzione di dischiudere il soggetto a qualcosa di nuovo. Cercando, l’uomo segue il meglio di ciò che il suo cuore propone; egli, per così dire, si dilata ma secondo un principio che parte da lui, ossia il proprio desiderio. Ascoltando, noi immettiamo in noi stessi degli elementi che ci spingono a crescere a par-tire da qualcosa che è donato dall’esterno.
L’insistenza sull’ascolto è formulata da un salmista/profeta che parla a nome di Dio. L’oracolo, con cui il salmo si chiude, insiste sulla necessità di ascoltare prendendo una lezione dalla storia passata del popolo, nel momento del deserto, ossia al tempo della sua massima vicinanza con Dio liberatore. L’appello è molto chiaro. Voi che siete entrati oggi in questo tempio, lo spazio che Dio ha creato, non fate come i vostri padri che «mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere» (v. 9).
Nella tappa decisiva appare dunque chiara la necessità di raggiungere una maggiore maturità. Non è detto che basti entrare nello spazio voluto e creato da Dio perché si compia la comunione con lui. A Meriba e a Massa il po-polo, che viveva apparentemente il dono dell’esodo, arrivò in realtà a contestare e a tentare il Signore.
Emerge così ripetutamente la dimensione del «cuore», come luogo distinto dal semplice camminare nello spazio di Dio: «non indurite il cuore» (v. 8) e «sono un popolo dal cuore traviato» (v. 10). Nell’insieme del salmo c’è un contrasto di simboli, veramente interessante e decisivo: nel caso di Dio si parla della «mano»; per l’uomo, invece, si parla del «cuore». La mano di Dio (il suo agire) è sempre amorevole. Il cuore dell’uomo (ossia il suo profondo sentire, pensare, decidere) è, invece, incerto ed esposto al pericolo. Il cuore umano può essere errante o addirittura «traviato». Il caso dei «padri», che non attraversarono il deserto lo dimostra chiaramente. Essi camminarono certamente dietro Mosè, ma il loro cuore non camminava in sintonia vera con i loro passi.
Il problema dell’uomo è il suo cuore. È necessario ascoltare, ossia uscire da sé perché, dentro di sé, potrebbe esserci qualche cosa che non va, anche se i passi all’esterno appaiono corretti. Si potrebbe camminare nel deserto, obbedendo «esteriormente» al Signore, ma se non ci si apre all’ascolto non si entrerà nel luogo del suo riposo.
Le ultime parole dell’oracolo che sigilla il salmo appaiono terribili. Dio assicura con un giuramento dichiarato: «Non entreranno nel luogo del mio riposo» (v. 11). L’uomo è creato per il riposo con Dio. Si raggiunge il riposo di Dio soltanto ascoltandolo. Se non ascolto sono irrimediabilmente «nel mondo» e «del mondo».
L’«oggi», che Dio questa mat-tina mi dona, è in connessione con «il luogo del riposo», ma c’è il cuore da trasformare. Ascolterò Dio e, se pregherò ascoltando, riuscirò a vedere la realtà in maniera non soltanto materiale. Potrò allora non ricadere nelle mie preoccupazioni solite, che mi avvincono ad una realtà ripetitiva ed ossessiva. La preghiera è un caso molto serio della nostra vita soltanto se è fatta bene, ossia se è vissuta da noi come l’esodo capace di farci uscire dalle nostre prigionie. Se invece è soltanto ascolto di noi stessi (e non di Dio), essa rischia di restare una ripetizione ossessiva dei nostri problemi e, allora, credendo di pregare, noi ci faremmo, in realtà, solo del male. È perciò molto importante tenere disciplinata la nostra preghiera perché essa sia ascolto di Dio e non chiacchiera nostra. «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credo-no di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt
6.7-8). «Uscite ed ascoltate». Nella giornata, che abbiamo davanti, dobbiamo entrare nel luogo creato da Dio, nel tempio che è la storia creata da Lui. Cosa posso fare per entrare, questa mattina, nelle giornate mie, vivendole come dono creato da Dio? Lo posso fare se ascolto la sua voce, altrimenti vivo nel mondo che mi circonda semplicemente essendo di questo mondo. Bisogna riuscire a farci educare dalla voce del Signore per capire che la realtà non è semplicemente quello che è percepibile e visibile. La realtà è oggetto dell’amore di Dio, ed è verso tale amore di Dio, che circonda e attraversa la realtà, che io voglio muovermi nella mia città. I problemi avranno la durezza di ieri. Se per caso ne avessi risolto uno oggi, la soluzione di ieri potrà forse servire a fare spazio ad un altro problema che già viene avanti. Molto importante è che ogni giorno io abbia una chiave «divina» per rileggere i problemi. Oggi puoi avere maggiore profondità di ieri; nella tua lettura ci sono giorni felici e giorni più complicati, ma questo non dipende da te. Da te dipende invece come reagisci e se veramente hai deciso di aprirti.

Parte seconda: «MEDITATIO»
La ruminatio ci ha fatto entrare ormai con sicurezza nel mondo creato dalla parola divina contenuta nel salmo. Scegliamo alcuni punti particolarmente idonei a raccordare la parola ruminata e la nostra vita. Questa parte della lectio ci porta ad illuminare con la parola meditata alcune situazioni della nostra vita. Al tempo stesso, quanto riscontriamo nella nostra esistenza ci aiuta a comprendere in modo ancora più concreto quanto la parola divina afferma.
1) Si entra nel mondo creato da Dio solo se si ascolta la sua voce, se il mondo non appare nella sua profanità. Come faccio a vedere la sacralità del mondo? Solo se c’è in me l’ascolto, altrimenti vedo quello che vedono tutti. Ho le paure e le angosce che hanno tutti.
2) A fronte della mano di Dio si trova il cuore dell’uomo. La mano di Dio crea, possiede, pascola. Il cuore dell’uomo è incerto ed errante. Gesù non direbbe mai: «Va’ dove ti porta il cuore». Gesù direbbe piuttosto: «Cerca dentro il tuo cuore, fai discernimento di quello che c’è nel tuo cuore. Stai attento a dove ti porta il cuore, perché il cuore ha bisogno di essere purificato». In una pagina decisiva Gesù accusa quanti lavano stoviglie e mani, per essere puri, e dimenticano il cuore. «Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?».
Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (Mc 7,17-23). Nel Vangelo secondo Luca, Gesù spiega bene che il seme della parola divina porta frutto non semplicemente nel «cuore» dell’ascoltatore, ma nel «cuore buono». «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza (Lc 8,15). Tal-volta noi pensiamo e diciamo: Metti la Parola nel cuore e tutto funzionerà bene. Questo però, non è il pensiero di Gesù. L’idea di Gesù è che la parola porta frutto nel cuore buono e perfetto. Se non è buono, proprio il cuore avviluppa con le spine la Parola e la soffoca.
3) La parola sul riposo di Dio è quella più difficile del salmo. Non siamo creati per questo mondo, ma siamo creati per il riposo divino, ossia perché arriviamo a riposarci con Dio. Dio ha creato il mondo in sei giorni per riposarsi il settimo giorno. Il settimo giorno è stato creato anche per l’uomo. L’uomo è stato creato nel sesto giorno perché nel settimo entri nel riposo con Dio. Di conseguenza c’è il rischio di non entrare nel riposo. Per la loro disobbedienza ho giurato nel mio sdegno: «non entreranno nel luogo del mio riposo». Nel salmo, che stiamo meditando, i quarant’anni dell’esodo sono rappresentati come una specie di settimana che deve condurre nella terra promessa, che è il simbolo del riposo in tutta la vita dell’uomo in cammino verso Dio. Siamo stati creati per il riposo. Lo raggiungeremo questo riposo di Dio? In che cosa consiste il nostro impegno per raggiungere il riposo? Consiste nell’ascolto: «Ascoltate oggi la mia voce» e, allora, arriverete al riposo. Se oggi, invece, non ascoltate, non entrerete nel riposo del Signore.
4) Nella Prima lettera ai Corinzi anche S. Paolo lo ha detto bene proprio rievocando il cammino dell’esodo e le contestazioni di Massa e Meriba. «Non voglio, infatti, che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rap-porto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. [ …] Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere […] infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (cf 1Cor 10,1-12).
5) Su questa stessa linea si potrebbe riflettere sul naufragio dei discepoli di Gesù durante la sua esistenza terrena. Lo seguivano, ma non lo seguivano evidentemente come la passione ha mostrato in maniera terribile. Al Getsemani fuggirono tutti. Restarono solo il discepolo amato e la madre. È soprattutto il vangelo di Marco a sottolineare un camminare dietro Gesù, un discepolato completamente naufragato (cf soprattutto Mc 14,26-31. 50-52). Funzionerà solo perché dopo la Pasqua c’è la ripresa del cammino ripartendo dalla Galilea (cf Mc 16,7). E allora? Il nostro discepolato, la nostra consacrazione verso che cosa pellegrina? Dove va questo pellegrinaggio? Si tratta di capire che il riposo è preparato dall’ascolto. Il Nuovo Testamento non dice che ci si salva a buon mercato. La grazia è proprio «a caro prezzo». Ha bisogno di una risposta. Non ci sono automatismi. «Oggi» è il giorno della salvezza, ma «oggi» è il giorno della salvezza nell’ascolto. Nessun «oggi» è tranquillo, denso di santità, denso di grazia. Siamo in un tempo di grazia che il Signore ha creato, il Signore è il nostro pastore, ma il Signore ci dice: «Ascoltate oggi la mia voce». Forse ci dice: «Adeguate il vostro cuore alle mie mani».

Parte terza: «COLLATIO»
La collatio può comprendere un confronto nei piccoli gruppi e uno scambio in assemblea plenaria.
Punti suggeriti per il confronto nei piccoli gruppi
* Consigli per l’invitatorio
– Abbiamo, all’inizio delle nostre giornate, il senso dell’«oggi»?
– Riusciamo ad attivarlo e come?
– Ci sono esperienze?
* L’apertura all’ascolto nella mia vita
– Come avviene di fatto?
- C’è davvero?
- Che cosa incide di più?
* quello che percepisco di mio?
* quello che medito e viene da «fuori»?
* c’è il rischio del ripiegamento: le troppe parole nostre
– C’è differenza fra essere in ricerca ed essere in ascolto?
* Un passaggio necessario
– Ci sono modi per aiutare il passaggio dall’«oggi liturgico», che ripropone l’historia salutis, all’«oggi esperienziale», che s’incentra sulla persona concreta e vuole valorizzarla?
Dallo scambio in assemblea
Dopo aver ascoltato le sintesi del confronto nei piccoli gruppi, sono emerse alcune domande.
A) Quali sono i passaggi cruciali, che fanno esistere la «lectio» come veramente biblica?
Ci sono state, in questi anni, molte proposte di scansione della lectio. Forse lo schema preferi-bile è in cinque passaggi.
1) LETTURA IN SENSO STRETTO O «RUMINATIO»: è l’incontro della persona con il testo; in questo incontro il testo torna ad essere vivo e diventa uno spazio in cui l’orante può entrare e muoversi. Questo spazio è creato dal dono del testo ispirato e dall’impegno dell’orante che utilizza tutte le sue possibilità per intendere bene – anzi al meglio – il testo biblico che ha scelto di ascoltare.
2) RIFLESSIONE O «MEDITATIO»: dopo aver ben analizzato il testo, ci si chiede: che cosa della mia esperienza è illuminato dal testo? E che cosa la mia esperienza permette di capire che è importante nel testo? È un movimento circolare. In termini ancora più concreti: che cosa questo testo dice della mia vita? e che cosa la mia vita fa capire essere importante in questo testo?
3) PREGHIERA/«ORATORIO»: la preghiera fatta dentro a quello che il testo ha creato, a quello che è emerso. Questo è un punto assolutamente decisivo perché la lectio sia preghiera di ascolto, senza ricaduta dell’orante nel proprio mondo personale precedente, non ancora compiutamente illuminato da questa concreta parola del Signore, che è stata messa come forza dinamica della meditazione in corso.
4) CONTEMPLAZIONE/«CONTEMPLATIO»: non credo sia opportuno avventurarsi a una descrizione di quello che è il dono specifico di Dio all’orante. Meglio accogliere con riconoscenza.
5) MESSA IN COMUNE O «COLLATIO»: si tratta di un confronto comunitario, di una messa in comune («metto insieme» in latino si può dire confero). È uno scam-bio fraterno in cui si possono mettere insieme alcune cose. Non è obbligatorio perché spesso si può fare – e si fa – lectio da soli. Nei casi in cui la lectio sia vissuta da più persone, una messa in comune di qualche frutto è molto utile. Segue poi la vita.
B) Quale rapporto posso intravedere tra il mio «oggi» e l’«oggi» di Dio?
Come intendere l’oggi mio in rapporto con l’oggi di Dio? Certo la realtà è una sola, ma il mio cuore è diviso. La divaricazione non esiste nella realtà: nella real-tà esiste solo l’oggi di Dio. Con tutto ciò, arrivare a capire nel nostro oggi l’«oggi di Dio» non è così semplice. Se non mi metto in ascolto, l’oggi rimane l’oggi delle mie preoccupazioni, l’oggi dell’orologio. Come facciamo allora a ridurre all’unità l’«oggi», che rischio, per la debolezza del mio cuore, di percepire frammentato in due polarità? Come faccio a non appartenere irrimediabilmente al mio modestissimo «oggi dell’orologio», delle mie preoccupazioni, visto che in realtà vivo nell’oggi di Dio, di fatto spesso senza averne coscienza e senza rendermene conto? Certo io vivo alla luce del sole, ma per avere una visione teologica del sole – per esempio per percepire il sole come creatura di Dio, come frutto della roccia che ci salva – ho bisogno di pensarci. Altrimenti alla luce del sole forse mi abbronzo, ma mi abbronzo dentro l’oggi dell’orologio. È qui che ap-pare chiara l’importanza della preghiera per l’apertura della persona. Non è Dio che ha bisogno di essere pregato: siamo noi che abbiamo bisogno di pregare. Dio, di per sé, non desidera la nostra preghiera, ma la nostra comunione con Lui. Desidera amarci ed essere amato. Ed è amato solo nella misura in cui noi ci rendiamo conto che egli ci ama. È un’operazione del cuore.
Esiste, quindi, un unico «oggi» ed è quello di Dio; ma il nostro cuore pone una specie di divisione, perché esso ha un suo oggi che non è perfettamente identico a quello di Dio. La meditazione (o, se volete, il discernimento) porta ad avvicinare il mio oggi all’oggi di Dio. Certo Dio ha messo nell’oggi anche le preoccupazioni che mi attraversano, però non c’è solo quello. Il rischio è che le mie preoccupazioni diventino il tutto di Dio. C’è il pericolo che io – anche se con nobili sentimenti – mi concentri molto sui problemi e veda un oggi di Dio deformato. Certo la crescita, le crisi, le sofferenze, le gioie, i passi indietro miei e di coloro che amo sono cose che manda Dio dentro al suo oggi. Però, se non sto attento, c’è il pericolo che noi ci riduciamo a questi elementi più emozionali e non diamo uno sguardo contemplativo. Il cristianesimo o sarà contemplativo o non sarà, aveva sostenuto Rahner già mezzo secolo fa. Egli si rendeva conto molto bene della visione complicata della realtà di oggi, per cui se un cristiano non diventa contemplativo, le cose gli scivolano via, dentro questi ingranaggi terribili.
C) Cosa vuol dire che il cuore vero è solo il cuore purificato?
Ripetutamente noi dobbiamo riprendere la navigazione a livelli superiori. Si parte dal postulandato, poi si arriva ai dieci anni di consacrazione, poi ai venti, ecc. C’è un periodo formativo e c’è un periodo «ri-formativo». Sotto i colpi della realtà, talvolta pesanti e pesantissimi, noi capiamo dov’è il nostro cuore. A volte sentiamo qualcuno che dice: «Sono diventato meno buono!». Spesso mi capita di consolare: meno male che sei diventato meno buono! Pensaci bene: prima non eri così buono, come apparivi. Avevi paura di scontentare, vo-levi fare bella figura, non volevi conflitti antipatici, eri troppo te-nero … e allora «volentieri» cede-vi. Adesso che sei più adulto e meno preoccupato di piacere, ti trovi di fronte ad una sfida più grande: devi essere buono dopo avere capito che, alla fine, tu sei indipendente dal giudizio degli altri più di quanto credessi. Cuore vero allora è nel senso di cuore purificato. Non si tratta di tirar via il cuore falso e tirar fuori il cuore vero. La realtà è che il nostro cuore ha delle bontà e degli egoismi e allora, attraverso l’uso spirituale della Bibbia, va bonificato il terreno. Il nostro cuore è un terreno sassoso. Se volete avere un buon terreno, dovete con pazienza togliere i sassi e fare i muretti. E così viene fuori il cuore purificato.D) Dov’è che sperimento la novità, dov’è che mi lascio colpire senza essere nella noiosissima ripetitività?
Come ci sono nuovi accadimenti e nuove azioni nella giornata, ci deve essere anche una novità di lettura della parola, di celebrazione dell’ascolto. Ognuno di noi ha il problema fondamentale: come faccio a rinnovarmi? C’è qualche trucco per essere auto-innovativo. È un problema molto urgente e di cui siamo responsabili noi. Bisogna attivarsi. In questo senso la Scrittura può dare un aiuto grandissimo: anche una sottolineatura di mezza parola scritta, che rimane con noi nella giornata, può dare un buon sapore alla mente ed energia per ripartire, soprattutto nei momenti di stanchezza e bassa pressione. È una responsabilità personale di gestione del nostro vissuto psicologico, che poi si riverbera su tutto il resto.
E) Puntare così tanto sulla lettura spirituale della Bibbia non espone all’intellettualismo?
Leggere la Bibbia è di fatto la ricerca di un mondo di valori molto concreti, che hanno segnato potentemente vite molto solide. Nella Bibbia noi affrontiamo parole umane, che sono anche parole divine e che possono muovere il nostro cuore; parole, che possono essere foriere di novità, di idee ricomprese e di nuovi punti di vista. Senza la Scrittura, saremmo affidati alla circolarità di noi stessi, dei nostri problemi. Ecco, invece, che la Parola scritta, lungi dal portarci in un mondo teorico e astratto, spezza il nostro orizzonte chiuso. La parola umana accessibilissima, ricca della forza della parola di Dio, accende qua e là per noi delle luci. Tu senti allora con commozione che c’è vera-mente l’«oggi di Dio», che è più grande dei tuoi problemi. «Ti ascolto e ti seguo». Avete scelto un buon tema: ti seguo solo se ti ascolto, perché se non ti ascolto m’illudo di seguirti, faccio l’itinerario scelto da me e dico che è la tua sequela. È facile cadere in questa trappola. Quando si può dire veramente che seguiamo il Signore? Lo dobbiamo seguire tra i nostri fratelli, certo. Il Signore ci parla attraverso i nostri fratelli, la parola di Dio scritta e la Parola ancora più ampia che è tutta la nostra vita. La Parola di Dio scritta ci blocca su alcuni punti e ci invita ad «allargare», altrimenti avremmo molta vita, ma con il pericolo di cadere nel soggettivismo: io mi faccio la vita che voglio, però ho imparato a dire che seguo il Signore. In realtà la mia vita (anche da religioso) finisce per essere un itinerario tutto mio e solo mio.

 

LA TEOLOGIA, SCUOLA DI UMILTÀ CONTRO IL NICHILISMO (Bruno Forte, Benedetto XVI)

http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=563:la-teologia-scuola-di-umilta-contro-il-nichilismo&catid=169:questioni-teologiche

LA TEOLOGIA, SCUOLA DI UMILTÀ CONTRO IL NICHILISMO

Mons. Forte analizza gli ultimi interventi di Benedetto XVI in materia di teologia

Domanda. Lo scorso anno, nell’omelia per la messa celebrata alla presenza dei membri della Commissione Teologica Internazionale, il Papa ha spiegato che il vero teologo non è colui che cerca di misurare il mistero di Dio con la propria intelligenza ma colui che è cosciente della propria limitatezza. In quell’occasione il Papa ha indicato nell’umiltà la via per giungere alla verità, mettendo in guardia contro i teologi saccenti che si comportano come gli antichi scribi. Crede che il Papa faccia riferimento a una tendenza visibile ai nostri giorni?
Risposta. Io credo che questo sia un punto fondamentale che distingue la teologia cristiana da ogni forma di gnosi. La differenza fondamentale è che nella teologia tutto nasce dall’ascolto, quindi dall’auditus Verbi, mentre nella gnosi tutto è autoproduzione intellettuale del soggetto. Questo è il vero motivo per cui l’unica autentica eresia cristiana è la gnosi: la presunzione di un’autoredenzione dell’uomo che non abbia bisogno dell’intervento dell’Altro e dall’Alto, cioè dell’intervento di Dio. Una teologia che si fondi, com’è nella sua natura, sulla Rivelazione, non può che essere innanzitutto ascolto e quindi è humilitas: un atteggiamento di profonda disponibilità e docilità di fronte all’azione di Dio, che entra nella storia in maniera sorprendente e al tempo stesso la conferma nella sua dignità, aprendola al novum adveniens della sua promessa.
E’ un tema che Ratzinger da teologo ha ripetutamente sottolineato e che gli deriva dalla sua frequentazione di Agostino, che è il genio dell’intellectus fidei vissuto nell’ascolto, nell’uso dell’intelligenza al servizio dell’ascolto della Parola di Dio e gli deriva anche da Bonaventura. Direi che è il filone agostiniano-francescano quello che predomina nella formazione teologica di Joseph Ratzinger, che nel suo magistero di Papa riemerge nel suo richiamo forte all’humilitas e all’auditus. Aggiungerei che questo tema risulta quanto mai importante oggi in una società che ha conosciuto l’ebrezza della ragione e dunque la tentazione gnostica nei vari volti della ideologia moderna e che oggi in questa inquietudine della post-modernità se non si apre all’ascolto e all’humilitas rischia la grande tentazione del nichilismo, cioè del non-senso. In altre parole: chi potrà salvarci? A questa domanda non si può che rispondere: l’Altro che viene a noi, cioè il Dio vivente e questo implica l’umiltà dell’accoglienza. La gnosi in questa società post-moderna, dove la ragione totalizzante ha conosciuto una crisi profonda e il bisogno del suo superamento critico, viene spiazzata nella sua stessa convinzione fondamentale, che è l’assolutezza del soggetto e della sua capacità di conoscenza o di produzione del vero.
Domanda. Nel settembre del 2007, nel visitare l’abbazia cistercense di Heiligenkreuz il Papa ha denunciato una certa “teologia che non respira più nello spazio della fede”, ponendo l’accento invece sulla “teologia in ginocchio”, una bella espressione coniata da Hans Urs von Balthasar. Allo stesso modo nel presentare la figura di san Bernardo di Chiaravalle durante una Udienza generale, Benedetto XVI ha detto che senza fede e preghiera la ragione da sola non riesce a trovare Dio e la teologia diventa un “vano esercizio intellettuale”. E’ questo uno scenario presente nell’ambito della teologia attuale?
Risposta. Il primo elemento decisivo è che proprio perché nasce dall’ascolto della Parola di Dio, la teologia ha bisogno non solo di una radicale humilitas ma anche di una forma di accoglienza amorosa, perciò orante di essa. Von Balthasar ha insistito moltissimo su questo aspetto, sostenendo che la santità non è un superfluo rispetto all’esercizio del teologo, ma ne è una condizione fondamentale. Non è un caso che grandissimi teologi, specie i Padri della Chiesa, sono stati anche dei santi. Dunque il bisogno di mettersi in ginocchio davanti al mistero e di ascoltare, di vivere l’auditus non solo con l’umiltà ma con l’amoroso e perseverante accoglienza della fede orante, è connaturale all’identità della teologia cristiana. E anche in questo nel pensiero di Joseph Ratzinger c’è non solo la continuità con il filone agostiniano e bonaventuriano, ma c’è anche un’altra intuizione molto importante, peraltro ripresa nel Vaticano II, e cioè che c’è un rapporto tra il vissuto cristiano, il pensato cristiano e la liturgia.
La liturgia in quanto culmen et fons, come dice il Vaticano II, è ciò da cui tutto parte e a cui tutto tende dell’esistenza cristiana, sia nel suo vissuto che nella sua dimensione riflessa. Ecco perché una teologia senza anima liturgica, cioè senza capacità di lodare e invocare Dio, è un vano esercizio intellettuale. E’ un’altra forma di quella gnosi che rischia di inquinare la capacità dell’uomo di aprirsi a Dio. Nella grande visione teologica cristiano-cattolica l’uomo è stato fatto capax Dei: ebbene questa capacità è condizionata da una parte dall’humilitas e dall’altra dalla capacità di invocare il dono di Dio e di lasciarsene pervadere in un atteggiamento dossologico e liturgico, e cioè di glorificazione di Dio, che è non di meno disponibilità a lasciarsi plasmare dalla Sua azione nella nostra vita. Quando tutto questo è portato alla parola nasce propriamente la teologia.
E qui c’è anche un’altra considerazione da fare sul rapporto tra teologia e spiritualità. Noi abbiamo vissuto una crisi di questo rapporto nell’epoca della teologia moderna, cioè di quella teologia influenzata dalla contrapposizione illuministica tra Vernunftswahrheit e Geschichtswahrheit, verità di ragione e verità di fatto. Nella concezione illuministica solo la verità di ragione è verità, perché presenta un’assolutezza e universalità che invece le verità di fatto non hanno. Il cristianesimo, al contrario, si fonda su una verità di fatto, che è la rivelazione storica di Dio. Allora sembrava a una certa teologia di impianto illuministico-liberale che non potesse conciliarsi l’esercizio teologico puro con una forma di spiritualità, di vissuto spirituale, lasciato piuttosto alla devozione.
Questo fossato tra teologia e spiritualità ha prodotto grandi danni nell’epoca della teologia moderna: lo si è visto soprattutto nella teologia liberale e in alcune forme del modernismo cattolico, ma continua a produrre danni laddove, per esempio, negli anni ’60 e ’70 alcune forme della teologia cristiana si sono lasciate condizionare dall’ideologia moderna anche rivoluzionaria. Oggi noi sentiamo, invece, di ritornare allo statuto originale fondante del fare teologia che è quello di portare al pensiero l’esperienza del Mistero proclamato e quindi ascoltato e celebrato nella liturgia, vissuto e testimoniato nella fede e nella carità.
Quindi teologia non è solo docta fides, cioè una fides quaerens intellectum, ma anche docta caritas, cioè è il portare alla parola il vissuto dell’amore, il dono dell’amore di Dio che ci viene fatto nella liturgia e nella Grazia dei sacramenti, ma che deve essere poi testimoniato nel vissuto dei gesti dell’eloquenza silenziosa della carità. Teologia e spiritualità così ritrovano il nesso fondamentale che le costituisce reciprocamente come teologia e spiritualità cristiane. Una teologia senza spiritualità rischia di essere vuota, una spiritualità senza teologia rischia di essere cieca, parafrasando il noto detto di Kant su intuizione e concetti.
Domanda. L’adesione al “Processo di Bologna” da parte della Santa Sede ha portato a un riordino globale della formazione teologica in Italia, volto a ricalibrare gli standard curricolari esistenti alla luce di quelli richiesti. Secondo lei, il fatto di doversi conformare a delle precise caratteristiche di “scientificità” non porta l’insegnamento di questa disciplina a mettere da parte una concezione che presuppone la fede nella ricerca teologica?
Risposta. Questa è un’antica questione che ritorna sempre e di nuovo nella storia della teologia. Vorrei dare due risposte: una di carattere storico e una di carattere attuale, ma anche di sapore metodologico. La prima è quella che diede San Tommaso alla stessa questione che lei mi sta ponendo, quando apre la Summa teologica con un’audacia impensabile al tempo dei Padri della Chiesa. Tommaso si chiede: utrum praeter philosophicas disciplinas aliam doctrinam haberi? Cioè si chiede non se siano legittime le discipline filosofiche, ma se sia legittima la teologia, con un impianto assolutamente moderno che sembra rivendicare l’autonomia della ragione. La sua risposta è che la razionalità richiesta alle discipline scientifiche è soprattutto nello scire per causas, nel conoscere attraverso le connessioni tra premesse e deduzioni. Ora questo scire per causas può essere esercitato in due modi: partendo dai principi primi interni alla scienza, le cosiddette scienze subalternanti (egli parla ad esempio della matematica che ha dei suoi principi più intrinseci dai quali si parte e che sono indimostrabili – in questo Tommaso anticipa Goedel – e da cui si deducono delle conseguenze); dall’altra parte ci sono però ci sono però delle scienze subalternate che usano i principi offerti loro da altre scienze. A questo proposito, Tommaso fa come esempio intrigante quello della musica che dipende dalla matematica, proprio per le sue armonie e i suoi rapporti di proporzione. Analogamente – dice Tommaso – la teologia dipende dalla scientia Dei et beatorum cioè dalla Rivelazione. In altre parole, la fonte della conoscenza teologica è lumen fidei per il naturale, quanto però all’argomentare essa ha lo stesso statuto epistemologico di tutte le altre scienze e quindi ha piena dignità della universitas scientiarum.
Come risponderemmo oggi di fronte agli sviluppi della teologia, ma anche della epistemologia moderna? Io risponderei rifacendomi alla grande conquista del Novecento filosofico e teologico che è la riscoperta poderosa della ermeneutica, cioè della scienza dell’interpretazione. Quando molti anni fa da Decano della Facoltà Teologica a Napoli invitai a una quaestio quodlibetalis Hans-Georg Gadamer, il padre dell’ermeneutica contemporanea, autore di “Verità e metodo”, un giovane di primo anno gli pose questa domanda: “che cos’è l’ermeneutica?”. Al che Gadamer, senza scomporsi, dopo un attimo di riflessione, disse: “Ermeneutica significa che quando lei ed io parliamo ci sforziamo di raggiungere il mondo vitale che è dietro le parole dell’altro e da cui esse provengono”.
Allora, l’epistemologia illuminata dall’ermeneutica vuol dire non solo comprendere l’immediatamente percettibile, il visibile, il fenomenico, il razionale, ma comprendere anche o perlomeno cercare di raggiungere quei mondi vitali da cui queste espressioni provengono. In questo contesto si scopre che scienza non è solo quella dei fenomeni, ma che c’è un insieme di scienze, che sono le scienze dello spirito, le quali si sforzano di raggiungere un non detto, un non dicibile, un non totalmente tematizzabile, che però è il mondo vitale in cui si situano i processi umani, i processi storici e così via. E c’è un ulteriore livello che attinge a quell’esperienza del mistero della vita e del mondo che noi tutti facciamo e che non è riconducibile a una mera formula linguistica o razionale, cioè un eccesso del Mistero che circonda il mondo, che circonda la vita di ognuno di noi e che noi attingiamo continuamente nella sorpresa, nello stupore, che soltanto fino a un certo punto riusciamo a ricondurre alla parola.
Ora, una scienza che prenda sul serio lo stupore davanti a questo Mistero, la possibilità che esso si dica senza tradirsi, cioè la possibilità della Rivelazione, e che ne faccia materia del suo pensare, diventa una scienza assolutamente preziosa. In una simile dimensione ermeneutica, interpretativa della realtà, che non si ferma all’immediato ma cerca sempre di cogliere le ulteriorità, le connessioni profonde, la teologia mi sembra che si presenti con piena dignità come una scienza di cui l’uomo ha bisogno per vivere e per morire, come ha bisogno per vivere e per morire di Dio e del senso della vita.
Domanda. Nel 1986 intervenendo a Brescia a un incontro organizzato dalla redazione italiana della rivista “Communio” Ratzinger aveva affermato che nella coscienza diffusa della teologia cattolica l’autorità della Chiesa appare spesso come un’istanza estranea alla scienza, come qualcosa che limita se non mortifica la ricerca. Secondo lei, soprattutto dopo quanto avvenuto con la Teologia della Liberazione, è ancora così avvertita questa percezione?
Risposta. Il compito del Magistero nella Chiesa non è un compito regressivo, ma un compito quasi prospettico. In un famoso saggio del 1953 che fece storia nel dibattito teologico, Karl Rahner interrogandosi sul Concilio di Calcedonia e sulla sua definizione dogmatica, che resta vincolante per ogni cristiano qualunque sia la sua appartenenza confessionale, di Cristo come una persona divina nelle due nature umana e divina, si chiedeva “Chalkedon – Ende oder Anfang?” (Calcedonia è una fine o un inizio?). La sua risposta era molto chiara: il dogma non è una fine, non arresta il pensiero, non lo paralizza, ma pone quei paletti rispetto ai quali indietro non si torna, perché voler tornare indietro significherebbe cadere da una parte nelle forme dell’arianesimo, cioè una visione solo umana e mondana di Cristo, che così non sarebbe più mediatore dell’Alleanza e Salvatore, dall’altra in una forma di modalismo, cioè un Dio che appare tra gli uomini ma che non ha veramente assunto la nostra carne mortale, non s’è veramente compromesso con l’umano.
Diceva Karl Rahner, giustamente, che la definizione dogmatica di Calcedonia in questo senso è un baluardo contro il regresso, non contro il progresso. Ilario di Poitiers, a sua volta, intuiva una bellissima dimensione di questo esercizio del discernimento magisteriale della Chiesa. Egli diceva: il dogma viene definito per una esigenza di carità, per aiutare a non perdere la rotta, a non perdere la strada rispettosa, quella che Dio ci ha indicato. Anche qui la visione era chiaramente non difensiva o repressiva, ma prospettica.
E proprio il caso della Teologia della Liberazione che lei citava, mi sembra un esempio eloquente, perché gli interventi fondamentali in proposito da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede sono stati due: uno eminentemente critico, che ha messo in luce i limiti spesso connessi con la dipendenza ideologica di questa teologia; l’altro che ne ha messo in luce invece le acquisizioni, i contributi positivi soprattutto in vista di una teologia ispirata al primato della carità e del servizio. Io credo che in questa azione il magistero abbia compiuto esattamente ciò che diceva Ilario di Poitiers, e che molto più recentemente affermava Karl Rahner, cioè una azione non repressiva per spegnere la vita, ma di custodia e di promozione di quella vita autentica che soltanto la verità di Dio riesce a far sprigionare in noi. Riassumerei con la frase di Giovanni 8,32, che Giovanni Paolo II amava ripetere e che ripetè ancora a noi della Commissione Teologica Internazionale quando si lavorava sul documento “Memoria e riconciliazione” per accompagnare la richiesta di perdono per le colpe della Chiesa: “La verità vi farà liberi”.
E allora, quanto più si serve la causa della verità, quanto più il magistero si pone al sevizio della testimonianza della verità, tanto più esso favorisce la libertà, l’autentica libertà che dà senso, pienezza, vita e salvezza al cuore dell’uomo.

( da Zenit, Intervista di Mirko Testa, 20 gennaio 2010)

Publié dans:Bruno Forte, Papa Benedetto XVI, Teologia |on 19 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

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