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I SERVIZI LITURGICI DI NATALE NELLA CHIESA ORTODOSSA

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I SERVIZI LITURGICI DI NATALE NELLA CHIESA ORTODOSSA

del protopresbitero A. Schmemann

Il ciclo della Natività

Come Cristiani Ortodossi, iniziamo la celebrazione della Natività di Cristo – il 25 dicembre – con un tempo di preparazione. Quaranta giorni prima della festa della nascita di Nostro Signore si entra nel periodo del Digiuno di Natale: per purificare l’anima e il corpo per entrare veramente e per partecipare dell’unica grande realtà spirituale della Venuta di Cristo. Questo periodo di digiuno non compone l’intenso periodo liturgico che è caratteristica della Grande Quaresima, invece, la Quaresima di Natale è più di natura “ascetica” piuttosto che “liturgica”. Tuttavia, il periodo del digiuno natalizio si riflette nella vita della Chiesa in un certo numero di note liturgiche che annunciano la festa ventura.
All’interno dei quaranta giorni di preparazione il tema della veniente Natività è introdotto nei servizi e nelle commemorazioni liturgiche, a poco a poco. Se l’inizio del digiuno il 15 novembre non è liturgicamente caratterizzato da nessun inno, cinque giorni più tardi, alla vigilia della Festa dell’Ingresso della Vergine al Tempio, sentiamo il primo annuncio dai nove hirmoi del Canone di Natale : “Cristo è nato, glorificateLo!”.
Con queste parole qualcosa cambia nella nostra vita, nell’aria stessa che respiriamo, nell’intera atmosfera della vita della Chiesa. È come se percepissimo molto, molto lontano, la prima luce della più grande gioia possibile – la venuta di Dio nel suo mondo! Così la Chiesa annuncia la venuta di Cristo, l’incarnazione di Dio, il suo ingresso nel mondo per la sua salvezza. Allora, nelle due domeniche che precedono il Natale, la Chiesa commemora i Progenitori e i Padri: i profeti ed i santi dell’Antico Testamento, che han preparato ciò che viene, che hanno trasformato la storia stessa in aspettativa, l’attesa per la salvezza e la riconciliazione del genere umano con Dio. Infine, il 20 dicembre, la Chiesa inizia la Prefesta della Natività, la cui struttura liturgica è simile a quella della Settimana Santa che precede Pasqua – perché la nascita del Figlio di Dio come bambino è l’inizio del ministero di salvezza che lo porterà, per il bene della nostra salvezza, all’estremo sacrificio della Croce.

La vigilia
I servizi liturgici del 24 dicembre, la vigilia della Natività, sono i seguenti:
1. Le Ore
2. I Vespri, e
3. La Divina Liturgia di san Basilio il Grande.

Giungendo alla conclusione della Prefesta, anzi dell’intero Avvento, le ore ricapitolano tutti i temi della festa e li trasformano in un ultimo e solenne annuncio. Nei particolari salmi, inni e letture bibliche prescritte per ogni ora, sono proclamate la gioia e la potenza della venuta di Cristo. Si tratta di una ultima meditazione cosmica sul significato della Natività, sul cambiamento decisivo e radicale effettuato nell’intera creazione.
I Vespri, che seguono solitamente le Ore, inaugurano la celebrazione della festa stessa, perché, come sappiamo, il giorno liturgico comincia la sera. Il tono di questa celebrazione è dato dal quinto stikira nel “Signore, a te ho gridato…”. Quella che è realmente un’esplosione di gioia per il dono dell’Incarnazione di Cristo, che ora è compiuta! Otto letture bibliche mostrano che Cristo è il compimento di tutte le profezie, che il suo regno è il Regno “di tutte le ere”, che tutta la storia umana trova il suo significato in esso, e il cosmo intero il suo centro.
La Liturgia di san Basilio, che segue i Vespri era in passato la liturgia battesimale in cui i catecumeni venivano battezzati, crismati e immessi nella Chiesa, il Corpo di Cristo. La duplice gioia della festa, per i neo-battezzati e gli altri membri della Chiesa, si riflette nel prokeimenon del giorno:

Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio,
oggi ti ho generato.
Chiedimi, e io ti darò le nazioni per tua eredità, e le estremità della terra, come tuo possesso.

Poi, alla fine della liturgia, il celebrante, tenendo una candela accesa al centro della Chiesa, e circondato dall’intera assemblea, intona il tropario e il kontakion della festa:

La tua natività, o Cristo nostro Dio,
ha fatto brillare per il mondo la luce della sapienza.
Da essa, coloro che adoravano le stelle
sono stati ammaestrati da una stella ad adorare Te,
il Sole di Giustizia, e a conoscere Te, l’Oriente dall’alto.
O Signore, gloria a Te!

La Veglia e la Liturgia
Poiché i Vespri della festa sono già stati celebrati, la Veglia ha inizio con la Grande Compieta e il lieto annuncio di Isaia: “Dio è con noi!”. L’ordine del Mattutino è quello di una grande festa. Ora, per la prima volta, il Canone proprio “Cristo è nato…”, uno dei canoni più belli nel culto ortodosso, viene cantato mentre i fedeli venerano l’icona del Natale di Cristo. Le Lodi che seguono, riassumono la gioia e i temi dell’intera festa:

Rallegratevi, o giusti!
Gioite grandemente, o cieli!
Danzate di gioia, o monti, perché Cristo è nato!
La Vergine è divenuta come cherubico trono.
Porta nel suo seno il Verbo di Dio, fatto carne.
I Pastori glorificano il neonato.
Gli uomini sapienti offrono i doni al Signore.
Gli Angeli lodano e cantano:
O Signore, inaccessibile, gloria a Te!

A concludere la celebrazione della Natività di Cristo è la liturgia del giorno stesso con le sue antifone della festa che proclamano:
…Il Signore manderà lo scettro del suo potere da Sion: “Regna in mezzo ai tuoi nemici”.
Con te è il dominio dal giorno della tua nascita, nel fulgore della santità.

La Post-festa
Nel secondo giorno della festa, viene celebrata la Synaxis della Theotokos. Unendo gli inni della Natività con quelli che celebrano la Madre di Dio, la Chiesa indica Maria come colei attraverso la quale l’Incarnazione è stata resa possibile. La sua umanità – concretamente e storicamente – è l’umanità che Egli ha ricevuto da Maria. Il suo corpo è, prima di tutto, il corpo di lei; la sua vita è la di lei vita. Questa festa, l’assemblea in onore della Theotokos, è probabilmente la più antica festa di Maria nella Tradizione Cristiana, l’inizio stesso della sua venerazione da parte della Chiesa.
I sei giorni di post-festa portano il periodo di Natale a concludersi il 31 dicembre. Nelle ufficiature di tutti questi giorni, la Chiesa ripete gli inni e i canti che glorificano l’Incarnazione di Cristo, ricordandoci che la fonte e il fondamento della nostra salvezza deve essere trovato soltanto in Colui che, come Dio prima dei secoli, è venuto in questo mondo e per noi è “nato come un piccolo bambino”.
The Rev. Alexander Schmemann in the book The Services of Christmas: The Nativity of Our Lord Jesus Christ, David Anderson and John Erickson, Dept of Religious Education, Orthodox Church in America, Syosset, New York, 1981.

Tradotto per Tradizione Cristiana da E. M. dicembre 2009 

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MARY DID YOU KNOW

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Publié dans:musica sacra, MUSICA SACRA |on 2 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

IL CANTO DELL’ ATTESA

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IL CANTO DELL’ ATTESA

30 novembre 2014 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

Il cuore che spera possiede “già” il “non ancora” della pienezza d’amore che attende. Il libro dell’Apocalisse chiude con la promessa dello Sposo: Sì, vengo presto! E la sposa risponde: Vieni, Signore Gesù! (22,20). Questo grido invocativo risuona in un canto aramaico della Chiesa dei primi secoli che attendeva impaziente la parusia: Maranà tha!
Il canto della speranza sgorga dalla pienezza del cuore che crede e dalla forza della fede che ama. L’uomo senza speranza fa soltanto spettacolo di un credere vacuo, apparente e coreografico. Il canto della fede che spera è espressione viva di entusiasmo interiore che incendia il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, al rendimento di grazie e allo stupore, alla gioia e alla contemplazione, alla supplica e al pentimento. Questa esperienza sempre entusiasta dell’uomo biblico percorre tutta la santa Scrittura: dal canto di gioia di Adamo, all’Amen dei redenti nell’Apocalisse; dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti, al Magnificat di Maria, sino all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste. Si tratta di un canto ora di chi si trova direttamente coinvolto nell’azione di Dio, ora di chi desidera farne memoria viva. Questo canto non è finalizzato a creare una qualche atmosfera coreografica e superficiale ma è inno sublime che, mentre celebra nell’entusiasmo della fede le meraviglie di Dio, allo stesso tempo le annunzia agli altri uomini come speranza realizzata.
Se gli ebrei, seduti lungo i fiumi di Babilonia, piangendo, appendono le loro cetre ai salici amari e si rifiutano di cantare, è perché la drammatica vita d’esilio li ha allontanati da quella patria in cui soltanto potevano fare esperienza del loro Dio. Al contrario, Maria di Nazareth, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, esplodono nel grido di gioia e di lode, perché sperimentano le ragioni della speranza compiuta nella propria vita.
Il canto della speranza, come tensione e attesa, è slancio verso quel futuro che trasfigura il presente. È aurora dell’atteso nuovo giorno che tutto illumina con la sua luce in splendore. La speranza non si esaurisce dentro il destino individuale dell’uomo ma avvolge e coinvolge il cammino dell’umanità intera verso il futuro di gloria.
La speranza cristiana, scrive Paolo a Timoteo, è attesa di un orizzonte di felicità che Dio stesso ha promesso e che coinvolge tutti gli uomini. Paolo, infatti, ha ricevuto dal Signore la missione di annunziare la salvezza offerta a tutti: Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1Tim 2,3-4). La fede, infatti, garantisce la realtà del futuro promesso perché, attraverso di esso, l’uomo pone la sua fiducia in Dio da cui ogni futuro dipende: La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede (Eb 11,1). Fede non è soltanto slancio verso l’avvenire, ma anche anticipazione e pregustazione della realtà che si attendono. La fede, attrae il futuro all’interno del presente, così che esso non è più soltanto il “non ancora”, perché, immerso nel presente che attende il compimento, ha già in grembo i semi del futuro. La nostra esistenza, infatti, è stata talmente arricchita di verità e di bontà dal Verbo fatto carne della nostra natura che niente più ci manca.
Se la fede ha la priorità nella declinazione della vita teologale, la speranza ha il primato esistenziale nella vita del cristiano: senza la fede, la speranza si riduce a mera utopia; senza la speranza, la fede è morta ed è incapace di tradursi in vita concreta. La fede, infatti, vede ciò che è, la speranza intuisce ciò che sarà, l’amore ama e armonizza ciò che è con ciò che sarà. In tal senso, la speranza è forza liberante che spinge in avanti il cammino faticoso della storia.
L’uomo che vive di speranza impara a stupirsi dinanzi alle sorprese di Dio che quotidianamente opera all’interno delle vicende umane. Lo stupore esplode in quella pienezza di canto che sgorga dall’entusiasmo del cuore: canta chi percepisce di essere inserito nell’azione salvifica di Dio e nella luce delle sue epifanie. Il canto del credente non è gesto di vuota spensieratezza, di superficiale ilarità o di puro estetismo che talvolta degenera in pericolosa idolatria che sgretola la divina Agape: al contrario, è espressione di un cuore ricolmo d’amore e di gratitudine per le rivelazioni di Dio che crea e redime.
I cristiani cantano perché Cristo risorto e glorioso vive in loro e li salva; cantano, sia che si trovino nella gioia sia che soffrano nel pianto; cantano perché il cuore è ricolmo di fiducia e di speranza. Lì dove il canto muore, cedendo il posto o al mutismo o alla vanagloria dell’arte canora, lì muore la speranza. L’uomo senza speranza è incapace di vivere in fraterna concordia evangelica perché, attratto da falsi miraggi di divinità costruite da mani d’uomo, disperso in mille confusi frammenti avvizziti come foglie secche su terreni di peccato e di morte, cammina vagabondo per vie sbagliate.
Dopo il passaggio del Mar Rosso, Mosè e gli Israeliti intonano il cantico di vittoria perché la speranza della liberazione è finalmente realizzata: Voglio cantare in onore al Signore, perché ha mirabilmente trionfato… Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. È il mio Dio e lo voglio lodare, il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! (Es 15,1.2). Senza fede in Dio che salva per amore, non si può effondere il canto d’amore fedele al Dio della speranza.
La celebrazione liturgica è il luogo privilegiato in cui lo stupore della fede si fa entusiasmo di preghiera in canto. Mentre, credendo, prego, imparo la sublime arte di sperare. “Culmine e Fonte” della speranza rimane sempre il mistero dell’Eucaristia, “farmaco d’immortalità” e “seme d’incorruttibilità”. Ecco perché tutte le Preghiere eucaristiche si chiudono con il ricordo della gloria verso la quale tende ogni celebrazione del mistero pasquale: «… e con tutte le creature, liberate dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria» (IV Prece eucaristica).
Il canto della preghiera liturgica è tutto carico di attesa e di pregustazione escatologica perché partecipa all’Alleluia del Risorto che rivela e anticipa il termine della storia. Ogni canto della preghiera liturgica deve esprimere la quieta tensione tra un’incarnazione nell’affascinante e drammatica trama dell’oggi storico e la nostalgia colma di speranza dell’incontro con la terra promessa di un futuro annunziato e, in qualche modo, già presente, il cui desiderio e la cui realizzazione nella gloria è dono ineffabile dello Spirito Santo.
La necessità della vigilanza per la non conoscenza del tempo in cui il Signore verrà all’incontro con i suoi servi è veglia d’attesa paziente e fiduciosa che, nella perseveranza della preghiera, canta la speranza d’amore con l’inno “sempre antico e sempre nuovo” della fede. Nell’attesa, il canto della speranza comporta il vegliare operoso che è beatitudine: Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli (Lc 12,37). Il vegliare cristiano si pone all’interno della prima e della seconda venuta del Signore. La vita cristiana inizia dalla prima venuta, si sviluppa come cammino verso la seconda, si conclude nell’ultimo e definitivo incontro col Signore. Allora, quei servi che saranno rimasti svegli, se pur oppressi dal sonno, come gli apostoli sul Tabor, potranno vedere e godere la gloria del Trasfigurato che trasfigurerà i corpi mortali (cf Lc 9,32). Vegliate, vigilate: è l’invito di Cristo che ci prepara all’incontro con Lui. Vegliare e vigilare, dunque, sono i verbi dell’attendere amando. “Vegliare” è l’atteggiamento di chi è proteso verso l’incontro sperato che fa cantare il cuore tenendolo desto. “Vigilare” fa percepire e intravedere, attraverso i chiaroscuri dell’attesa, la venuta del Kyrios, il Signore-Padrone, nell’alveo misterioso di quel silenzio che è canto di speranza e di vita.
Quando i Padri della Chiesa cercano di configurare la vita del cielo e il segno della gloria, quasi sempre, si riferiscono al gesto del cantare. Sant’Agostino così descrive la vita della gloria: «Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo» (La città di Dio, XXII, 3,5). Quello che sulla terra si attua sacramentalmente nella divina Liturgia, in cielo è già piena realtà. Quello che già in terra si contempla mediante la fede, in cielo si vive nella beata visione.

Publié dans:meditazioni, Tempi Liturgici: Avvento |on 2 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

LA SPIRITUALITÀ DELL’AVVENTO

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LA SPIRITUALITÀ DELL’AVVENTO

La liturgia dell’Avvento è tutta un richiamo a vivere alcuni atteggiamenti essenziali del cristiano: l’attesa vigilante e gioiosa, la speranza, la conversione, la povertà.
L’attesa vigilante e gioiosa deve sempre caratterizzare il cristiano e la Chiesa perché il Dio della rivelazione è il Dio della promessa, il quale in Cristo ha manifestato tutta la sua fedeltà all’uomo. Tutta la liturgia dell’Avvento risuona di questa promessa, soprattutto nella voce di Isaia, che ravviva la speranza d’Israele. Non siamo di fronte a una finzione come se in questo tempo liturgico la Chiesa dovesse mettersi a recitare la parte degli ebrei che attendevano il Messia promesso. La liturgia esprime sempre la realtà e quando nell’Avvento assume la speranza d’Israele, lo fa vivendola ai livelli più profondi e pieni di attuazione. La speranza della Chiesa è la stessa speranza d’Israele, ma già compiuta in Cristo. Lo sguardo, allora, della comunità cristiana si fissa con più sicura speranza verso il compimento finale: la venuta gloriosa del Signore: “Maranathà: vieni, Signore Gesù”. E’ il grido e il sospiro di tutta la Chiesa nel suo pellegrinaggio terreno verso l’incontro definitivo con il Signore. Al senso dell’attesa vigilante è accompagnata sempre l’invito alla gioia. L’Avvento è un tempo di attesa gioiosa perché ciò che si spera, certamente avverrà. Dio è fedele.
Nell’Avvento tutta la Chiesa vive la sua grande speranza. Il Dio della rivelazione di Gesù ha un nome: “Dio della speranza” (Rm 15,13). Non è l’unico nome del Dio vivo, ma è il nome che lo identifica quale “Dio per e con noi”. L’Avvento è il tempo liturgico della grande educazione alla speranza: una speranza forte e paziente; una speranza che accetta l’ora della prova, della persecuzione e della lentezza nello sviluppo del regno; una speranza che si affida al Signore e libera dalle impazienze soggettivistiche e dalle frenesie del futuro programmato dall’uomo. La Chiesa vive nella speranza la sua esistenza come grazia di Cristo, tutta e solo ancorata alla parola del vangelo. Questa Chiesa è chiamata dal mistero dell’Avvento a rendersi segno e luogo di speranza per il mondo in un impegno concreto di liberazione integrale dell’uomo, liberazione che è inscindibilmente grazia di Dio e libera risposta umana.
Avvento, tempo di conversione. Non c’è possibilità di speranza e di gioia senza ritornare al Signore con tutto il cuore nell’attesa del suo ritorno. La vigilanza richiede di lottare contro il torpore e la negligenza, di essere sempre pronti e perciò stesso richiede distacco dai piaceri e dai beni terreni. Appare evidente che gli atteggiamenti fondamentali del cristiano, richiesti dallo spirito dell’Avvento, sono intimamente connessi tra loro, per cui non è possibile l’attesa, la speranza e la gioia per la venuta del Signore senza una profonda conversione. Lo spirito di conversione, proprio dell’Avvento, ha tonalità diverse da quelle richiamate dalla Quaresima. La sostanza essenziale è sempre la stessa, ma, mentre la Quaresima è contrassegnata dall’austerità per la riparazione del peccato, l’Avvento è contrassegnato dalla gioia per la venuta del Signore.
Un atteggiamento, infine, che caratterizza la spiritualità dell’Avvento, è quello del povero. Non è tanto il povero in senso economico, ma il povero inteso nel senso biblico: colui che si affida a Dio e si appoggia con fiducia in lui. Questi “anavim”, come li chiama la Bibbia, sono i miti e gli umili, perché le loro disposizioni fondamentali sono l’umiltà, il timore di Dio, la fede.

Giuliano Franzan OFM Cap.

MARY DID YOU KNOW – TESTO INGLESE E ITALIANO

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MARY DID YOU KNOW – TESTO INGLESE E ITALIANO

Mary did you know that your baby boy
would one day walk on water?
Mary did you know that your baby boy
would save our sons and daughters?

Did you know that your baby boy
has come to make you new?
This child that you’ve delivered
will soon deliver you.

Mary did you know that your baby boy
would give sight to a blind man?
Mary did you know that your baby boy
would calm a storm with His hand?
Did you know that your baby boy
has walked where angels trod?
And when you’ve kissed your little baby
then you’ve kissed the face of God.
Oh Mary, did you know?

Mary, did you know?
The blind will see, the deaf will hear
the dead will live a-gain
The lame will leap, the dumb will speak
the praises of the Lamb.

Oh Mary, did you know that your baby boy
is Lord of all creation?
Mary, did you know that your baby boy
will one day rule the nations?

Did you know that your baby boy
is heaven’s perfect Lamb?
And the sleeping child you’re holding
is the great I AM.

ITALIANO

Maria, Lo Sapevi?

Maria, lo sapevi
che un giorno il tuo Bambino camminasse sull’acqua?
Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino sottraesse dalla dannazione i nostri figli?
Lo sapevi?
che il tuo Bambino ‘e venuto per renderti renata?
Questo bambino che hai fatto nascere presto fara’ nascere te.

Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino dara’ la vista al cieco?
Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino calmera’ la tempesta con La Sua mano?
Lo sapevi?
che il tuo Bambino ha camminato dove gli angeli hanno calpestato?
Che quando hai baciato il tuo piccolo Bimbo, hai baciata la faccia di Dio?
Maria, lo sapevi?… Ooo Ooo Ooo

I ciechi vedranno.
I sordi sentiranno.
I morti vivranno di nuovo.
Gli zoppi zoppicheranno.
I muti parleranno
I ringraziamenti dell’Agnello.

Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino ‘e il Signore di tutta la creazione?
Maria, lo sapevi
che un giorno il tuo Bambino reggesse le nazioni?
Lo sapevi
che il tuo Bambino ‘e l’Agnello perfetto del cielo?
Il Bambino addormentato che tieni ‘e il Grande, lo Sono Io.

Publié dans:canto e musica, MUSICA SACRA |on 2 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

The Patriarchal Church of Saint George in the Phanar, 1601–present.Interio

The Patriarchal Church of Saint George in the Phanar, 1601–present.Interio dans immagini sacre 63983553

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VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN TURCHIA – PREGHIERA ECUMENICA

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VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN TURCHIA

(28-30 NOVEMBRE 2014)

PREGHIERA ECUMENICA

PAROLE DEL SANTO PADRE

Chiesa Patriarcale di San Giorgio, Istanbul

Sabato, 29 novembre 2014

Santità, Fratello carissimo,

la sera porta sempre con sé un sentimento misto di gratitudine per il giorno vissuto e di trepidante affidamento di fronte alla notte che scende. Questa sera il mio animo è colmo di gratitudine a Dio, che mi concede di trovarmi qui a pregare insieme con Vostra Santità e con questa Chiesa sorella, al termine di una intensa giornata di visita apostolica; e al tempo stesso il mio animo è in attesa del giorno che liturgicamente abbiamo iniziato: la festa di sant’Andrea Apostolo, che di questa Chiesa è il Fondatore e il Patrono.
Attraverso le parole del profeta Zaccaria, il Signore ci ha donato ancora una volta, in questa preghiera vespertina, il fondamento che sta alla base del nostro protenderci tra un oggi e un domani, la salda roccia su cui possiamo muovere insieme i nostri passi con gioia e con speranza; questo roccioso fondamento è la promessa del Signore: «Ecco, io salvo il mio popolo dall’oriente e dall’occidente … nella fedeltà e nella giustizia» (8,7.8).
Sì, venerato e caro Fratello Bartolomeo, mentre Le esprimo il mio sentito “grazie” per la Sua fraterna accoglienza, sento che la nostra gioia è più grande perché la sorgente è oltre, non è in noi, non è nel nostro impegno e nei nostri sforzi, che pure doverosamente ci sono, ma è nel comune affidamento alla fedeltà di Dio, che pone il fondamento per la ricostruzione del suo tempio che è la Chiesa (cfr Zc 8,9). «Ecco il seme della pace» (Zc 8,12); ecco il seme della gioia. Quella pace e quella gioia che il mondo non può dare, ma che il Signore Gesù ha promesso ai suoi discepoli, e ha donato loro da Risorto, nella potenza dello Spirito Santo.
Andrea e Pietro hanno ascoltato questa promessa, hanno ricevuto questo dono. Erano fratelli di sangue, ma l’incontro con Cristo li ha trasformati in fratelli nella fede e nella carità. E in questa sera gioiosa, in questa preghiera vigiliare vorrei dire soprattutto: fratelli nella speranza – e la speranza non delude! Quale grazia, Santità, poter essere fratelli nella speranza del Signore Risorto! Quale grazia – e quale responsabilità – poter camminare insieme in questa speranza, sorretti dall’intercessione dei santi fratelli Apostoli Andrea e Pietro! E sapere che questa comune speranza non delude, perché è fondata non su di noi e sulle nostre povere forze, ma sulla fedeltà di Dio.
Con questa gioiosa speranza, colma di gratitudine e di trepidante attesa, formulo a Vostra Santità, a tutti i presenti, e alla Chiesa di Costantinopoli il mio cordiale e fraterno augurio per la festa del Santo Patrono. E vi chiedo un favore: di benedire me e la Chiesa di Roma.

 

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN TURCHIA – OMELIA,

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VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN TURCHIA

(28-30 NOVEMBRE 2014)

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cattedrale Cattolica dello Spirito Santo, Istanbul

Sabato, 29 novembre 2014

All’uomo assetato di salvezza, Gesù nel Vangelo si presenta come la fonte a cui attingere, la roccia da cui il Padre fa scaturire fiumi di acqua viva per tutti coloro che credono in Lui (cfr Gv 7,38). Con questa profezia, proclamata pubblicamente a Gerusalemme, Gesù preannuncia il dono dello Spirito Santo che riceveranno i suoi discepoli dopo la sua glorificazione, cioè la sua morte e risurrezione (cfr v. 39).
Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa. Egli dà la vita, suscita i differenti carismi che arricchiscono il popolo di Dio e, soprattutto, crea l’unità tra i credenti: di molti fa un corpo solo, il corpo di Cristo. Tutta la vita e la missione della Chiesa dipendono dallo Spirito Santo; Lui realizza ogni cosa.
La stessa professione di fede, come ci ricorda san Paolo nella prima Lettura di oggi, è possibile solo perché suggerita dallo Spirito Santo: «Nessuno può dire: “Gesù è Signore!”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3b). Quando noi preghiamo, è perché lo Spirito Santo suscita in noi la preghiera nel cuore. Quando spezziamo il cerchio del nostro egoismo, usciamo da noi stessi e ci accostiamo agli altri per incontrarli, ascoltarli, aiutarli, è lo Spirito di Dio che ci ha spinti. Quando scopriamo in noi una sconosciuta capacità di perdonare, di amare chi non ci vuole bene, è lo Spirito che ci ha afferrati. Quando andiamo oltre le parole di convenienza e ci rivolgiamo ai fratelli con quella tenerezza che riscalda il cuore, siamo stati certamente toccati dallo Spirito Santo.
È vero, lo Spirito Santo suscita i differenti carismi nella Chiesa; apparentemente, questo sembra creare disordine, ma in realtà, sotto la sua guida, costituisce un’immensa ricchezza, perché lo Spirito Santo è lo Spirito di unità, che non significa uniformità. Solo lo Spirito Santo può suscitare la diversità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità. Quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi ed esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità e l’omologazione. Se invece ci lasciamo guidare dallo Spirito, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa.
La moltitudine delle membra e dei carismi trova il suo principio armonizzatore nello Spirito di Cristo, che il Padre ha mandato e che continua a mandare, per compiere l’unità tra i credenti. Lo Spirito Santo fa l’unità della Chiesa: unità nella fede, unità nella carità, unità nella coesione interiore. La Chiesa e le Chiese sono chiamate a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, ponendosi in un atteggiamento di apertura, di docilità e di obbedienza. E’ Lui che armonizza la Chiesa. Mi viene in mente quella bella parola di San Basilio il Grande: “Ipse harmonia est”, Lui stesso è l’armonia.
Si tratta di una prospettiva di speranza, ma al tempo stesso faticosa, in quanto è sempre presente in noi la tentazione di fare resistenza allo Spirito Santo, perché scombussola, perché smuove, fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti. Ed è sempre più facile e comodo adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate. In realtà, la Chiesa si mostra fedele allo Spirito Santo nella misura in cui non ha la pretesa di regolarlo e di addomesticarlo. E la Chiesa si mostra fedele allo Spirito Santo anche quando lascia da parte la tentazione di guardare sé stessa. E noi cristiani diventiamo autentici discepoli missionari, capaci di interpellare le coscienze, se abbandoniamo uno stile difensivo per lasciarci condurre dallo Spirito. Egli è freschezza, fantasia, novità.
Le nostre difese possono manifestarsi con l’arroccamento eccessivo sulle nostre idee, sulle nostre forze – ma così scivoliamo nel pelagianesimo –, oppure con un atteggiamento di ambizione e di vanità. Questi meccanismi difensivi ci impediscono di comprendere veramente gli altri e di aprirci ad un dialogo sincero con loro. Ma la Chiesa, scaturita dalla Pentecoste, riceve in consegna il fuoco dello Spirito Santo, che non riempie tanto la mente di idee, ma incendia il cuore; è investita dal vento dello Spirito che non trasmette un potere, ma abilita ad un servizio di amore, un linguaggio che ciascuno è in grado di comprendere.
Nel nostro cammino di fede e di vita fraterna, più ci lasceremo guidare con umiltà dallo Spirito del Signore, più supereremo le incomprensioni, le divisioni e le controversie e saremo segno credibile di unità e di pace. Segno credibile che il nostro Signore è risorto, è vivo.
Con questa gioiosa certezza, abbraccio tutti voi, cari fratelli e sorelle: il Patriarca Siro-Cattolico, il Presidente della Conferenza Episcopale, il Vicario Apostolico Mons. Pelâtre, gli altri Vescovi ed Esarchi, i presbiteri e i diaconi, le persone consacrate e i fedeli laici, appartenenti alle differenti comunità e ai diversi riti della Chiesa Cattolica. Desidero salutare con fraterno affetto il Patriarca di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, il Metropolita Siro-Ortodosso, il Vicario Patriarcale Armeno Apostolico e gli esponenti delle Comunità Protestanti, che hanno voluto pregare con noi durante questa celebrazione. Esprimo loro la mia riconoscenza per questo gesto fraterno. Un pensiero affettuoso invio al Patriarca Armeno Apostolico Mesrob II, assicurandogli la mia preghiera.
Fratelli e sorelle, rivolgiamo il nostro pensiero alla Vergine Maria, la Santa Madre di Dio. Insieme a Lei, che ha pregato nel cenacolo con gli Apostoli in attesa della Pentecoste, preghiamo il Signore perché mandi il suo Santo Spirito nei nostri cuori e ci renda testimoni del suo Vangelo in tutto il mondo. Amen!

 

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