Archive pour décembre, 2014

Murillo, Immacolata Concezione di Maria

Murillo, Immacolata Concezione di Maria dans immagini sacre
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GIOVANNI PAOLO II, SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE OMELIA 1979

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SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE

OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II

Basilica di Santa Maria Maggiore

Sabato, 8 dicembre 1979

1. Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale… in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto” (Ef 1,3-4).
In queste parole della lettera agli Efesini San Paolo delinea l’immagine dell’Avvento. E si tratta di quell’Avvento eterno, il cui inizio si trova in Dio stesso “prima della creazione del mondo”, poiché già la “creazione del mondo” fu il primo passo della venuta di Dio all’uomo, il primo atto dell’Avvento. Tutto il mondo visibile, infatti, e stato creato per l’uomo, come attesta il libro della Genesi. L’inizio dell’Avvento in Dio è il suo eterno progetto di creazione del mondo e dell’uomo, progetto nato dall’amore. Questo amore si manifesta con l’eterna scelta dell’uomo in Cristo, Verbo incarnato.
“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto”.
In questo eterno Avvento è presente Maria. Tra tutti gli uomini, che il Padre ha scelto in Cristo, ella lo è stata in modo particolare ed eccezionale, poiché è stata scelta in Cristo per essere Madre di Cristo. E così ella, meglio di qualunque altro fra gli uomini “predestinati dal Padre” alla dignità di suoi figli e figlie adottivi, è stata predestinata in modo specialissimo “a lode e gloria della sua grazia”, che il Padre “ci ha dato” in lui, Figlio diletto (cf. Ef 1,6).
La gloria sublime della sua specialissima grazia doveva essere la Maternità del Verbo Eterno. In considerazione di questa Maternità, ella ha ottenuto in Cristo anche la grazia dell’Immacolata Concezione. In tal modo Maria è inserita in quel primo eterno Avvento della Parola, predisposto dall’Amore del Padre per il creato e per l’uomo.
2. Il secondo Avvento ha carattere storico. Si compie nel tempo tra la caduta del primo uomo e la Venuta del Redentore. La liturgia odierna ci racconta anche di questo Avvento, e mostra come Maria fin dagli inizi è inserita in esso. Quando, infatti, si è manifestato il primo peccato, con l’inaspettata vergogna dei progenitori, allora anche Dio rivelò per la prima volta il Redentore del mondo, preannunciando anche la sua Madre. Ciò è avvenuto mediante le parole, in cui la tradizione vede “il proto-Vangelo”, cioè quasi l’embrione e il preannunzio del Vangelo stesso, della Buona Novella.
Ecco le parole: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15).
Sono parole misteriose. Nondimeno, col loro carattere arcaico, esse rivelano il futuro dell’umanità e della Chiesa. Tale futuro è visto nella prospettiva di una lotta tra lo Spirito delle tenebre, colui che “è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44), e il Figlio della Donna, che deve venire in mezzo agli uomini come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
In questo modo, Maria è presente in quel secondo avvento storico fin dall’inizio. È promessa insieme con suo Figlio, Redentore del mondo. Ed è anche insieme con lui attesa. Il Messia-Emmanuele (Dio con noi) è atteso come Figlio della Donna, Figlio dell’Immacolata.
3. La venuta di Cristo costituisce non solo il compimento del secondo Avvento, ma contemporaneamente anche la rivelazione del terzo e definitivo Avvento. Dalla bocca dell’angelo Gabriele, che Dio manda a Maria a Nazaret, ella sente le seguenti parole: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo… e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine…” (Lc 1,31-33).
Maria è l’inizio del terzo Avvento, perché da lei viene al mondo Colui che realizzerà quella scelta eterna, di cui abbiamo letto nella lettera agli Efesini. Realizzandola, farà di essa il fatto culminante della storia dell’umanità. Le darà la forma concreta del Vangelo, dell’Eucaristia, della Parola e dei Sacramenti. Così quella scelta eterna penetrerà la vita delle anime umane e la vita di questa particolare comunità, che si chiama Chiesa.
La storia della famiglia umana e la storia di ogni uomo matureranno secondo la misura dei figli e delle figlie di adozione per opera di Gesù Cristo. “In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di Colui, che tutto opera efficacemente conforme all sua volontà” (Ef 1,11).
Maria è l’inizio di quel terzo Avvento e permane continuamente in esso, sempre presente (come si è meravigliosamente espresso il Concilio Vaticano II nell’ottavo capitolo della Costituzione sulla Chiesa Lumen Gentium). Come il secondo Avvento ci avvicina a Colei, il cui Figlio doveva “schiacciare la testa del serpente”, così il terzo Avvento non ci allontana da lei, ma continuamente ci permette di rimanere alla sua presenza, vicini a lei. Quell’Avvento è solo l’attesa del definitivo compimento dei tempi, ed è contemporaneamente il tempo della lotta e dei contrasti, in continuazione di quell’originaria previsione: “Porrò inimicizia tra te e la donna…” (Gen 3,15).
La differenza consiste nel fatto che la Donna ci è già nota per nome. È l’Immacolata Concezione. È nota per la sua verginità e per la sua maternità. È la Madre di Cristo e della Chiesa, Madre di Dio e degli uomini: Maria del nostro Avvento.
4. Durante l’incontro con i Cardinali, che ha avuto luogo all’inizio del novembre scorso, è stato espresso il desiderio di affidare alla Madre di Dio il Sacro Collegio e tutta la Chiesa, mettendoli sotto la sua protezione.
Ben volentieri accolgo e seguo quel voto che è stato manifestato, interpretando i comuni sentimenti. Io stesso sento un profondo bisogno di essere obbediente all’invito implicito già fin dall’inizio nel Proto-Vangelo stesso: “Porro inimicizia tra te e la donna”. Nella nostra difficile epoca non siamo forse testimoni di quella “inimicizia”. Che cos’altro possiamo fare, che cos’altro desiderare se non tutto ciò che ancor di più ci unisce a Cristo, al Figlio della Donna?
L’Immacolata è la Madre del Figlio dell’Uomo. O Madre del nostro Avvento, sii con noi e fa’ che egli rimanga con noi in questo difficile Avvento delle lotte per la verità e per la speranza, per la giustizia e per la pace: Egli solo, l’Emmanuele!

Giovanni De Campo, Il profeta Isaia

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Publié dans:immagini sacre |on 5 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

UN PROFETA CHE CONSOLA (ISAIA 40-55)

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UN PROFETA CHE CONSOLA (ISAIA 40-55)

Come descrivere un uomo che è rimasto completamente anonimo? I capitoli da 40 a 55 del libro d’Isaia costituiscono una piccola raccolta di testi profetici che formano una netta unità letteraria, ma il cui autore si è cancellato dietro il suo messaggio. Non si sa né il suo nome né il posto da dove parla. Si sa solamente che il suo messaggio si situa attorno al 538 prima di Cristo, l’anno in cui Ciro, re dei Persiani, ha permesso agli Ebrei esiliati a Babilonia di ritornare al loro paese. Il nome di «Secondo Isaia» gli è stato dato perché il suo pensiero s’ispira a una tradizione che risale al grande profeta Isaia (VIII secolo).
Questo Secondo Isaia doveva annunciare un avvenimento assolutamente inconcepibile: un piccolissimo popolo, un «resto» che non contava forse più di 15.000 persone, avrebbe attraversato il deserto, avrebbe vissuto un nuovo Esodo (43,16-21) per giungere a Gerusalemme. Non stupisce il fatto che gli ascoltatori siano rimasti increduli. Un popolo deportato era spesso condannato a scomparire, e i settant’anni d’esilio hanno dovuto creare un profondo scoraggiamento: si supponeva che l’alleanza che Dio aveva voluta con in suoi fosse stata annullata e che Dio ne aveva abbastanza di loro.
Con quali argomenti vincere questo scoraggiamento? Se Dio è eterno, la sua sapienza deve anch’essa avere delle risorse di cui abbiamo nessuna idea, e la sua forza deve essere propriamente inesauribile (40,27-31). E il profeta è ricorso a delle immagini ancora più forti: una madre può dimenticare suo figlio (49,14-15), un uomo può respingere la donna che è stato il grande amore della sua giovinezza (54,6-7)?
Le prime parole di questa piccola raccolta sono ripetute con insistenza: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (40,1). Dopo il tempo di una estrema desolazione, il popolo deve essere «consolato», cioè sarà messo nella condizione di cessare le sue lamentazioni, di rimettersi in piedi e ritrovare coraggio. Questo popolo ha un bel credersi alla fine, la consolazione deve mostrare che dal cuore di Dio scorre un avvenire.
L’immagine che i credenti si erano fatta di Dio si è purificata attraverso l’estrema prova dell’esilio, come ci si può rendere conto anche leggendo il libro di Giobbe. Quando il Secondo Isaia parla di Dio, non vi si trovano più gli accenti d’ira, né minacce, né affermazioni autoritarie. Dio ama, e ama senz’altra ragione che il suo amore (43,4; 43,25). Si direbbe che ormai non può che amare (54,7-10). Se ristabilisce il suo popolo sulla sua terra e nella sua città, questo ristabilimento avrà un’eco in tutte le nazioni (45,22; 52,10), poiché è il Dio universale (51,4). Nella scelta completamente gratuita di un popolo unico, nel perdono quasi ancora più gratuito del ritorno dall’esilio, la sua alleanza con questo popolo è stata come trascesa. Il re dei Persiani può allora ricevere il titolo di «Unto», messia (45,1), e il vero ministero di mediazione tra Dio e gli esseri umani sarà affidato ad un umile Servo.
Questo Servo rifletterà i tratti del suo Dio. Non solo non s’imporrà (42,1-5), ma sarà personalmente vulnerabile allo scoraggiamento dei suoi (49,4-6). A coloro che ridono di lui risponderà con nessuna parola dura (50,5-6). Egli stesso, restando all’ascolto di Dio come il più umile dei credenti (50,4), arriverà a prendere su di sé tutta l’incredulità che lo circonda (53,12), sull’esempio di quel Dio che ha «portato» il popolo attraverso tutta la storia (46,3-4).

07 DICEMBRE 2014 | 2A DOMENICA DI AVVENTO B – « NEL DESERTO PREPARATE LA SIA AL SIGNORE »

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07 DICEMBRE 2014 | 2A DOMENICA DI AVVENTO – ANNO B | OMELIA

2a DOMENICA DI AVVENTO – ANNO B / 07 DICEMBRE 2014

« NEL DESERTO PREPARATE LA SIA AL SIGNORE »

1. L’uomo ribelle e schiavo

Mentre rifletto sulla Parola di Dio che la liturgia propone per questa seconda domenica di Avvento non posso nascondere un senso di amarezza e di sconforto dopo aver appreso dai mezzi di comunicazione sociale dell’oscura ed atroce morte del piccolo Loris di 8 anni a Santa Croce Camerina, in Sicilia, vicino a Ragusa. Chi aveva scritto con convinzione prima della seconda guerra mondiale che l’uomo finalmente era diventato adulto, oggi nuovamente dovrebbe amaramente scrivere di essersi sbagliato.
L’assurda morte di un piccolo innocente si inserisce in quel filone umano fatto di peccato, di deviazione, di ribellione, di pretesa di autosufficienza. A volte noi tendiamo a dimenticarlo, avvolgendoci in un piccolo orizzonte, sconsideratamente preoccupati di disegnare un futuro che sia nostro, che ci soddisfi, che ci appaghi. E puntualmente siamo contraddetti nella nostra esperienza ed in quella altrui.
La Parola di Dio vuole penetrare in questa ristrettezza di visuale esistenziale per farci respirare, per aprirci, per schiuderci ad una realtà che superi le banalità, i luoghi comuni, l’appiattimento che comunque non ci soddisfa e ci rende inquieti.

2. E’ necessario preparare un nuovo esodo: dalla schiavitù alla libertà

Il secondo autore del libro di Isaia fotografa una situazione similare, quella cioè di un popolo pretenzioso, recalcitrante, borioso che ha perso tutto. L’esperienza della schiavitù babilonese li ha svuotati, soprattutto ha scavato negli animi, ricostruendo il bisogno di dignità, di appartenenza, di pace nella riconciliazione. La fede in Dio, piuttosto che l’orgoglio fatuo, è emersa come bisogno profondo, come riconoscimento di una presenza di liberazione e di salvezza.
Il profeta incalza richiamando il castigo già subito, ma soprattutto incitando a prepararsi: ci si deve nuovamente mettere in cammino per porre fine alla condizione di schiavitù, per riconquistare la propria terra e la propria libertà. Si percepisce che il percorso sarà faticoso, duro, esigente, estenuante, ma il clima è di gioia soffusa, di una notizia bella, lieta che alimenta la speranza. Dio si fa vicino, si pone alla testa di un popolo più consapevole che solca ancora una volta il deserto verso una terra che viene nuovamente promessa.
Si tratta davvero dell’esperienza di una nuova uscita, di un nuovo esodo, dopo una reiterata schiavitù, più breve nella sua durata, ma ancora più devastante nei suoi effetti sulla popolazione, sulle famiglie, sulle singole persone. Possiamo leggerlo come un richiamo a renderci conto di quali siano le nostre attuali, pervicaci schiavitù, le zavorre che ci tengono incatenati, i pesi che gravano sul nostro cuore. C’è una nostalgia in noi, un anelito a sollevarci, a riprendere fiato, ad incamminarci verso una terra che ci appartiene, a ritrovare noi stessi, gli affetti veri, le cose semplici, la gioia trasparente. Talvolta ci mancano il coraggio, la determinazione, la forza d’animo, la caparbietà di lottare e, quando necessario, di andare contro corrente. Abbiamo talvolta l’impressione di essere travolti dalle abitudini, dai luoghi comuni, dal perbenismo accomodante e fatuo e sentiamo l’amaro in bocca, l’insoddisfazione, eppure continuiamo ad essere esuli, a non abitare una terra che ci appartiene, ad essere stranieri anche a noi stessi.

3. Un testimone che predica la conversione

Ci stimola e conforta la Parola che ci viene rivolta sia da Pietro nella sua seconda lettera che dal Battista, scarnamente presentato dal brano del Vangelo di Marco. Scrive Pietro: « Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » a cui fanno eco le parole di Marco: « Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati ».
E’ una parola che ci mette a nudo, che ci scuote, che, diremmo oggi, ci vuole « rivoltare ». Dio non vuole che ci perdiamo, vuole invece che ci ritroviamo e, come talvolta è necessario, che riprendiamo la direzione giusta dopo innumerevoli deviazioni e smarrimenti. Il percorso del pentimento richiede il coraggio di saper individuare la condizione in cui stiamo vivendo, la nostra fragilità, le nostre falsità, i nostri accomodamenti, il nostro peccato sia personale che sociale. Invece di blandire le nostre schiavitù, la Parola ci incalza a fare una inversione ad u, ad intraprendere un cammino nuovo, a colmare i nostri vuoti, a smantellare il nostro orgoglio autosufficiente, a solcare umilmente le sabbie del deserto che portano ad una dimora che ci appartiene, ad una casa che è pienamente la nostra casa.
Quasi paradossalmente si staglia di fronte a noi la figura austera, essenziale, forse anche un po’ scostante di un giovane che ha fatto del deserto la sua dimora, che con il suo stile di vita e con la sua parola scuote le coscienze: Giovanni il Battezzatore. La gente, anche se intimorita, accorre, scende incurante nel Giordano, accetta la provocazione di un profeta scomodo, ma credibile, accetta di essere immersa nell’acqua, convinta di poter incontrare Dio che libera dal male e salva. Giovanni battezza con foga, incita la sua gente a cambiare vita,ma, di fronte alle aspettative forse esagerate nei suoi confronti, annuncia l’arrivo di uno più forte di lui.
Torniamo alle nostre case custodendo nel cuore il fascino di un uomo giovane senza compromessi, dedito ad una missione difficile, impopolare ed umile, consapevole di essere solo un tramite, una anticipazione. Abbiamo forse individuato le nostre personali e collettive schiavitù. La Parola e la grazia di Dio ci sostengono nel cammino verso la nostra patria, la terra della libertà e della gioia. Il Natale, a cui ci stiamo preparando, ci assicura che questo è possibile.
« Certo il Signore donerà il suo bene ».

D. Gianni Mazzali SDB

San Giovanni Damasceno

San Giovanni Damasceno dans immagini sacre john1

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Publié dans:immagini sacre |on 4 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: GIOVANNI DAMASCENO – 4 DICEMBRE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090506_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 6 maggio 2009

GIOVANNI DAMASCENO – 4 DICEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

vorrei parlare oggi di Giovanni Damasceno, un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore nella storia della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca, condivisa dalla parte orientale dell’Impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio o Vicino Oriente. Giovanni, nato in una ricca famiglia cristiana, giovane ancora assunse la carica – rivestita forse già dal padre – di responsabile economico del califfato. Ben presto, però, insoddisfatto della vita di corte, maturò la scelta monastica, entrando nel monastero di san Saba, vicino a Gerusalemme. Si era intorno all’anno 700. Non allontanandosi mai dal monastero, si dedicò con tutte le sue forze all’ascesi e all’attività letteraria, non disdegnando una certa attività pastorale, di cui danno testimonianza soprattutto le sue numerose Omelie. La sua memoria liturgica è celebrata il 4 Dicembre. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890.
Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria.
Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa. Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: “In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?… E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?… E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole” (Contra imaginum calumniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89-90). Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede.
In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’. Enumerando, per esempio, coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: “Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi (cfr Is 57,15), come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (cfr Sal 82,6), non per natura, ma per contingenza, così come il ferro arroventato è detto fuoco, non per natura ma per contingenza e per partecipazione del fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2)” (III, 33, col. 1352 A). Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: “Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che vi fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili, compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero (ennoema ergon) arricchito dalla parola (logo[i] sympleroumenon) e orientato verso lo spirito (pneumati teleioumenon)” (II, 2, PG 94, col. 865A). E per chiarire ulteriormente il pensiero, aggiunge: “Bisogna lasciarsi riempire di stupore (thaumazein) da tutte le opere della provvidenza (tes pronoias erga), tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui (adika), e ammettendo invece che il progetto di Dio (pronoia) va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva (agnoston kai akatalepton) dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro” (II, 29, PG 94, col. 964C). Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile.
L’ottimismo della contemplazione naturale (physikè theoria), di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una libertà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate. Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale si riflette la bontà e la bellezza di Dio, ferite dalla nostra colpa, “fosse rinforzata e rinnovata” dalla discesa del Figlio di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’“essere”, ma nel “bene-essere” (cfr La fede ortodossa, II, 1, PG 94, col. 981°). Con trasporto appassionato Giovanni spiega: “Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada della virtù (didachthenai aretes hodòn), che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna… Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio per l’uomo (philanthropias pelagos)…” E’ una bella espressione. Vediamo, da una parte, la bellezza della creazione e, dall’altra, la distruzione fatta dalla colpa umana. Ma vediamo nel Figlio di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per l’uomo. Continua Giovanni Damasceno: “Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento… E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese… presso i suoi servi… compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio” (III, 1. PG 94, coll. 981C-984B).
Possiamo immaginare il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, oggi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare di queste parole sostanza della nostra vita. 

IL LAVORO : PERCORSO BIBLICO

http://it.mariedenazareth.com/12845.0.html?L=4

IL LAVORO : PERCORSO BIBLICO

Brevemente:

- Il lavoro fa parte dell’esistenza autenticamente umana, è dato al momento della Creazione, prima del peccato (libro della Genesi).
- Il lavoro non è un idolo, è orientato verso il riposo sabbatico (libro dell’Esodo).
– Gesù ha lavorato :
Ha lavorato a Nazaret come falegname.
La sua vita pubblica è anche un lavoro: insegna, guarisce i malati, trasforma gli uomini, compie l’opera di Redenzione fino alla croce dove trasforma tutto nell’amore.
– Gesù onora il nostro lavoro e ci insegna a viverlo senza angoscia.
Ciascuno, deve « lavorare », in un modo o nell’altro.
a) Il dovere di coltivare e di conservare la terra
L’Antico Testamento presenta Dio come il Creatore Onnipotente, (cfr. Gn 2, 2; Gb 38, 41; Sal 104; Sal 147) che plasma l’uomo a Sua immagine, invitandolo a lavorare la terra, (cfr. Gn 2, 5 -6), e a custodire il giardino dell’Eden dove Egli l’ha posto (cfr. Gn 2,15).
Alla prima coppia umana, Dio affida il compito di sottomettere la terra e di dominare su ogni essere vivente, (cfr. Gn 1, 28). Il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi non deve essere tuttavia dispotico e senza senso; al contrario, egli deve « coltivare e custodire » i beni creati da Dio (cfr. Gn 2,15): beni che l’uomo non ha creato, ma ha ricevuto come un dono prezioso posto dal Creatore sotto la sua responsabilità. Coltivare la terra non significa abbandonarla a sé stessa; esercitare un dominio su di lei vuol dire prenderne cura, come un re saggio prende cura del suo popolo ed un pastore del suo gregge.
Nel disegno del Creatore, le realtà create, buone in sé stesse, esistono in funzione dell’uomo. Lo stupore di fronte al mistero della grandezza dell’uomo, fa esclamare il salmista:

« Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore l’hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto suoi piedi. » (Sal 8,5-7).

Il lavoro appartiene alla condizione originale dell’uomo e precede la sua caduta; non è dunque né una punizione né una maledizione.
Diventa fatica e pena a causa del peccato di Adamo ed Eva, che rompono il loro rapporto di fiducia e d’armonia con Dio (cfr. Gn 3,6-8).
Il divieto di mangiare « dell’albero della conoscenza del bene e del male » (Gn 2,17) ricorda all’uomo che egli ha ricevuto ogni cosa in dono e che egli continua ad essere una creatura e non il Creatore.
Il peccato d’Adamo ed Eva fu precisamente provocato da questa tentazione: « Sarete come dèi » (Gn 3,5). Essi vollero la sovranità assoluta su tutte le cose, senza sottoporsi alla volontà del Creatore. Da allora, il suolo è diventato avaro, ingrato, subdolamente ostile (cfr. Gn 4,12); solo con il sudore della sua fronte sarà possibile trarne il cibo (cfr. Gn 3,17.19). Tuttavia, nonostante il peccato dei progenitori, rimangono invariati l’intenzione del creatore e il senso delle sue creature, fra le quali dell’uomo che è destinato a coltivare e custodire la creazione.
Il lavoro deve essere onorato poiché è fonte di ricchezza o, almeno, di condizioni degne di vita e, in generale, è uno strumento efficace contro la povertà (Cfr Pr 10,4), ma non bisogna cedere alla tentazione di idolatrarlo, poiché non si può trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita. Il lavoro è essenziale, ma è Dio, e non il lavoro, la fonte della vita e il fine dell’uomo. Il principio fondamentale della Sapienza è infatti il timore del Signore; l’ esigenza della giustizia, da cui deriva, precede l’esigenza del guadagno:
« È meglio avere poco con il timore del Signore che un tesoro ricco con la preoccupazione » (Pr 15,16)
« È meglio avere poco con la giustizia che redditi abbondanti senza il buono diritto » (Pr 16,8)
Il vertice dell’insegnamento biblico sul lavoro è il comando del riposo sabbatico. Il riposo apre all’uomo, legato alla necessità del lavoro, la prospettiva di una libertà più piena, quella del Sabato eterno (Cfr. Eb 4,9-10). Il riposo permette agli uomini di ricordare e di rivivere le opere di Dio, dalla Creazione alla Redenzione, di riconoscersi come la sua opera (cfr. Ef 2,10) e rendere grazie per la loro vita e la loro esistenza, a lui che ne è l’Autore.
La memoria e l’ esperienza del sabato costituiscono un rifugio contro l’asservimento al lavoro, volontario o imposto, e contro qualsiasi forma di sfruttamento, larvato o palese. Infatti il riposo sabatico è stato istituito non soltanto per permettere la partecipazione al culto divino ma anche difendere il povero; ha anche una funzione liberatrice delle degenerazioni anti-sociali del lavoro umano.
Questo riposo, che può anche durare un anno, comporta infatti un’espropriazione dei frutti della terra a favore dei poveri e, per i proprietari della terra, la sospensione dei diritti di proprietà:
« Per sei anni seminerai la terra e ne ammasserai il prodotto. Ma il settimo anno, la lascerai arata e ne abbandonerai il prodotto; i poveri del vostro popolo ne mangeranno e gli animali dei campi mangeranno quello che avranno lasciato. Farete la stessa cosa con la vostra vigna e per il vostro uliveto » (Es 23,10-11).
Quest’abitudine risponde ad un’intuizione profonda: l’accumulo dei beni da parte di alcuni può condurre ad una sottrazione dei beni ad altri.
Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 255-258
b) Gesù, uomo del lavoro.
Nella sua predicazione, Gesù insegna ad apprezzare il lavoro.
Egli stesso « diventato in tutto simile a noi, ha dedicato la maggior parte della sua vita sulla terra al lavoro manuale, al suo banco di falegname, nel laboratorio di Giuseppe (Cfr Mt 13,55; Mc 6,3), al quale era sottoposto (cfr. Lc 2,51).
Gesù condanna il comportamento del servo pigro, che nasconde sotto terra il talento (Cfr Mt 25,14-30) e loda il servo fedele e prudente che il padrone trova ad eseguire i compiti che gli ha affidato (Cfr Mt 24,46).
Il Cristo descrive la sua missione come un’opera: « Mio padre è all’opera fino ad ora ed opero anche io „ (Gv 5,17) ed i suoi discepoli lavorano come operai nella raccolta della messe del Signore, che rappresenta l’umanità da evangelizzare (Cfr Mt 9,37-38). Per questi operai vale il principio generale secondo il quale « l’operaio merita il suo salario„ (Lc 10,7); essi sono autorizzati a rimanere nelle case in cui sono accolti, a mangiare e bere ciò che è offerto loro (Cfr Ibid.).
Nella sua predicazione, Gesù insegna agli uomini a non lasciarsi asservire dal lavoro.
Essi devono preoccuparsi innanzitutto della loro anima; guadagnare il mondo intero non è lo scopo della loro vita (Cfr Mc 8,36). Infatti, i tesori della terra si consumano, mentre i tesori del cielo sono imperituri: è a questi che occorre legare il proprio cuore (Cf Mt 6,19-21). Il lavoro non deve essere motivo di angoscia (Cfr Mt 6,25.31.34): preoccupato ed agitato da molte cose, l’uomo rischia di trascurare il Regno di Dio e la sua giustizia (Cfr Mt 6,33), di cui ha veramente bisogno; tutto il resto, compreso il lavoro, trova il suo posto, il suo senso ed il suo valore soltanto se è orientato verso l’unica cosa necessaria, che non sarà mai tolta (Cfr. Lc 10,40-42).
Durante il suo ministero terreno, Gesù lavora instancabilmente, compiendo opere potenti per liberare l’ uomo dalla malattia, dalla sofferenza e dalla morte.
Il sabato, che il Vecchio Testamento aveva proposto come giorno di liberazione e che, osservato unicamente nella forma, era svuotato del suo significato autentico, è ribadito da Gesù nel suo valore originale: « Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!„ (Mc 2,27). Con le guarigioni compiute proprio in questo giorno di riposo (Cfr Mt 12,9-14; Mc 3,1-6; Lc 6,6-11; 13,10-17; 14,1-6), Egli vuole dimostrare che il sabato appartiene a lui, poiché egli è realmente il Figlio di Dio, e che il sabato è il giorno in cui ci si deve dedicare a Dio e agli altri.
Liberare dal male, praticare la fratellanza e la condivisione, vuol dire conferire al lavoro il suo significato più nobile, quello che permette all’umanità di incamminarsi verso il Sabato eterno, nel quale il riposo diventa la festa alla quale l’uomo aspira interiormente. E’ proprio nella misura in cui il lavoro orienta l’umanità a fare l’esperienza del sabato di Dio e della sua vita conviviale, esso diventa la festa alla quale l’uomo aspira interiormente, il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione.
Il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione.
L’attività umana di arricchimento e di trasformazione dell’universo può e deve fare apparire le perfezioni che in esso sono nascoste e che, nel Verbo increato, trovano il loro principio ed il loro modello.
Infatti, gli scritti di Paolo e di Giovanni mettono in luce la dimensione trinitaria della creazione e, in particolare, il legame che esiste tra il Figlio-Verbo, il « Logos„, e la creazione (Cfr Gv1,3; 1 Co 8,6; Col 1,15-17).
Creato in lui e da lui, riacquistato da lui, l’universo non è un ammasso casuale, ma un « cosmos„, di cui l’ uomo deve scoprire l’ordine, custodirlo e portarlo al suo completamento. In Gesù, il mondo visibile, creato da Dio per l’uomo ma sottoposto alla caducità quando il peccato è entrato in esso (Rm 8,20; Cfr. ibid., 8,19-22), trova nuovamente il suo legame originario con la fonte divina della Sapienza e dell’Amore. In tal modo, cioè mettendo in luce, in una progressione crescente, « le ricchezze insondabili del Cristo » (Ef 3,8), nella creazione, il lavoro umano si trasforma in un servizio reso alla grandezza di Dio.
Il lavoro rappresenta una dimensione fondamentale dell’esistenza umana come partecipazione all’opera non soltanto della creazione, ma anche della redenzione.
L’uomo che sopporta la stanchezza e la pena del lavoro in unione con Gesù, coopera in un certo senso con il Figlio di Dio alla sua opera redentrice e testimonia che è discepolo del Cristo portando la croce ogni giorno, nell’attività che è chiamato a compiere. In questa prospettiva, il lavoro può essere considerato come un mezzo di santificazione ed un’animazione delle realtà terrene nello Spirito del Cristo.
Così concepito, il lavoro è un’espressione dell’umanità piena dell’uomo, nella sua condizione storica e nel suo orientamento escatologico: la sua azione libera e responsabile ne rivela la relazione intima con il Creatore ed il potenziale creativo, mentre ogni giorno combatte contro la deformazione del peccato, in particolare guadagnando il suo pane con il sudore della fronte.
Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 259-263.
c) Il dovere di lavorare
La coscienza del carattere transitorio « della scena di questo mondo„ (Cfr 1 Co 7,31) non dispensa da nessun impegno storico, ed ancor meno dal lavoro (Cfr 2 Tes 3,7-15), il quale fa parte integrante della condizione umana, pur non essendo l’unica ragione di vivere.
Nessun cristiano, per il fatto che appartiene ad una Comunità solidale e fraterna, deve sentirsi in diritto di non lavorare e vivere a spese degli altri (Cfr 2 Tes 3,6-12); tutti sono invece esortati dall’Apostolo Paolo a farsi « un punto d’onore„ nel lavorare con le loro mani per « non dipendere da nessuno » (1 Tes 4,11-12) ed a praticare una solidarietà, anche sul piano materiale, dividendo i frutti del lavoro con « i bisognosi » (Ef 4,28).
San Giacomo difende i diritti violati dei lavoratori: « Ecco: il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti » (Gc 5,4).
I credenti devono vivere il lavoro secondo lo stile del Cristo e farne un’occasione di testimonianza cristiana « nei confronti degli estranei » (1 Tes 4,12).
Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 264

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Icona di Natale sopra il luogo della Natività a Betlemme.

Icona di Natale sopra il luogo della Natività a Betlemme. dans immagini sacre 3

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SAN BERNARDO –(1090-1153) – DONO DELL’AVVENTO

http://www.esserecristiani.com/index.php?option=com_content&view=article&id=539:prove&catid=98:testi-patristici-sul-natale&Itemid=115

DISCORSI PATRISTICI SULL’AVVENTO

SAN BERNARDO –(1090-1153) – DISCORSO 4 SULL’AVVENTO 1. 3-4

DONO DELL’AVVENTO

Fratelli, celebrate come si conviene, con grande fervore di spirito l’Avvento del Signore, con viva gioia per il dono che vi viene fatto e con profonda riconoscenza per l’amore che vi viene dimostrato. Non meditate però solo sulla prima venuta del Signore, quando egli entrò nel mondo per cercare e salvare ciò che era perduto, ma anche sulla seconda, quando ritornerà per unirci a sè per sempre. Fate oggetto di contemplazione la doppia visita del Cristo, riflettendo su quanto ci ha donato nella prima e su quanto ci ha promesso per la seconda. “E’ giusto infatti il momento”, fratelli, “in cui ha inizio il giudizio a partire dalla casa di Dio” (1 Pt 4,17). Ma quale sarà la sorte di coloro che rifiutano attualmente questo giudizio? Chi infatti si sottrae al giudizio presente in cui il principe di questo mondo viene cacciato fuori, aspetti, o, piuttosto, tema il Giudice futuro dal quale sarà cacciato fuori insieme al suo principe. Se invece, noi ci sottomettiamo già ora al doveroso giudizio, siamo sicuri, e “aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,20). “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre tuo” (Mt 13,43).”Il Salvatore trasfigurerà” con la sua venuta “il nostro misero corpo per conformarlo al suo glorioso” solo se già prima troverà rinnovato e conformato nell’umiltà al suo il nostro cuore. Per questo dice: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Considera in queste parole la doppia specie di umiltà, quella di conoscenza e quella di volontà. Quest’ultima qui viene chiamata uniltà di cuore. Con la prima conosciamo il nostro niente, come deduciamo dall’esperienza di noi stessi e della nostra debolezza. Con la seconda rifiutiamo la gloria fatua del mondo. Noi impariamo l’umiltà del cuore da colui che “spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7), da colui che quando fu ricercato per essere fatto re, fuggì; invece quando fu ricercato per essere coperto di oltraggi e condannato all’ignominia e al supplizio della croce, si offrì di propria spontanea volontà”.

San Bernardo – Discorso 5 sull’Avvento

Il Verbo di Dio verrà in noi

Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta occulta si colloca infatti tra le altre due che sono manifeste. Nella prima il Verbo fu visto sulla terra e si intrattenne con gli uomini, quando, come egli stesso afferma, lo videro e lo odiarono. Nell’ultima venuta”ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6) e vedranno colui che trafissero. Occulta è invece la venuta intermedia, in cui solo gli eletti lo vedono entro se stessi e le loro anime ne sono salvate. Nella prima venuta dunque egli venne nella debolezza della carne, in questa intermedia viene nella potenza dello Spirito, nell’ultima verrà nella maestà della gloria. Quindi questa venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima: nella prima Cristo fu nostra redenzione, nell’ultima si manifesterà come nostra vita, in questa è nostro riposo e nostra consolazione. Ma perchè ad alcuno nons embrino per caso cose inventate quelle che stiamo dicendo di questa venuta intermedia, ascoltate lui: se uni mi ama – dice – conserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e ni verremo a lui (Gv 14,23). Ma che cosa significa: se uno mi ama, conserverà la mia parola? Ho letto infatti altrove: chi teme Dio opererà il bene (Sir. 15,1), ma di chi ama è detto qualcosa di più: che conserverà la parola di Dio. Dove si deve conservare? Senza dubbio nel cuore, come dice il Profeta: “Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato” (Sal. 118, 11). Poichè sono beati coloro che custodiscono la parola di Dio, tu custodiscila in modo che scenda nel profondo della tua anima e si trasfonda nei tuoi affetti e nei tuoi costumi. Nutriti di questo bene e ne trarrà delizia e forza la tua anima. Non dimenticare di cibarti del tuo pane, perchè il tuo cuore non diventi arido e la tua anima sia ben nutrita del cibo sostanzioso. Se conserverai così la parola di Dio, non c’è dubbio che tu pure sarai conservato da essa. Verrà a te il Figlio con il Padre, verrà il grande Profeta che rinnoverà Gerusalemme e farà nuove tutte le cose. Questa sua venuta intermedia farà in modo che “come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste” (1 cor 15,49). Come il vecchio Adamo si diffuse per tutto l’uomo occupandolo interamente, così ora lo occupi interamente Cristo, che tutto l’ha creato , tutto l’ha redento e tutto lo glorificherà.
(Ufficio letture Mercoledì 1^ sett. Avvento)

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